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Pagina:Seneca - Lettere, 1802.djvu/37


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delle quali nessun si debbia insuperbire. Perciocchè che cosa più stolta può essere in uno, che compiacersi delle cose ch’egli non ha fatte? Tutte queste cose devono accedere e venir in conseguenza nostra, e non aderirsi a noi; acciocchè se avvien che ci siano tolte, si levino da noi senza punto lacerarne. Serviamocene, non ci gloriamo d’esse; e serviamocene anco parcamente, come quelle che ci son date in deposito et in guardia, e che si devono partir da noi. Chiunque l’ha possedute senza ragione, non l’ha godute lungo tempo; perciocchè la felicità medesima, se non si tempera, opprime se stessa: e s’ella si dà in preda a questi fugacissimi beni, tosto resta abbandonata, e però anco s’affligge. A pochi è stato concesso di deponer questa lor felicità leggiermente, e senza fastidio d’animo: tutti gli altri cadono al basso insieme con le cose, per le quali sono stati grandi et eminenti; e le cose istesse, che gli aveano innalzati, gli abbassano. E però si dovrà aggiungervi la prudenza, che ponga a queste cose modo e parsimonia. Perciocchè la licenza è quella, che precipita e spinge le sue proprie ricchezze; nè le cose senza modo durorno mai, se non moderate dalla ragione. Questo ti può esser mostrato dal fine, e dal successo di molte città, le quali per lussurioso e smisurato imperio, allorchè maggiormente fiorivano, son cadute al basso: e ciò che in esse era acquistato per virtù, ruinò per intemperanza. Contra questi casi dovemo noi fortificarci; e perchè non vi è muro, che contra la fortuna non si possa espugnare, or-