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Pagina:Seneca - Lettere, 1802.djvu/35


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mo la morte. Tutti gli nostri consigli sono irresoluti e dubbj: nè felicità alcuna per grande ch’ella sia ci può saziare. E la cagione è, perchè non semo anco pervenuti a quello immenso et inseparabile bene, dove la volontà nostra è forzata a fermarsi, non essendovi cosa maggior del sommo. Mi dimanderai donde venga che la Virtù non ha bisogno di cosa alcuna? Perchè gode delle presenti, e non desidera le assenti. Non è cosa che non sia grande a lei, perchè gli basta. E se ti parti da questo giudizio, non vi sarà nè pietà, nè fede: perocchè chi vuol mostrare l’una e l’altra di queste due virtù, bisogna che soffrischi molte cose di quelle, che noi tenemo per buone. Perirà la Fortezza, non facendo prova di se stessa, come deve. Perirà la Magnanimità, non potendo signoreggiare, se non si disprezzano come minime tutte quelle cose, che il vulgo suol desiderare agli suoi prossimi. Perirà la grazia, che si deve avere, e lo rendere che si deve far d’essa grazia. Sarà in prezzo la fatica, tenendo che vi sia cosa più preziosa della fede, e non avendo la mira alle cose ottime. Ma per lasciar da parte queste cose: o questi che si chiamano beni, non sono beni, o l’uomo è più felice d’Iddio; perciocchè Iddio non usa queste cose, che sono al servizio nostro, non appertenendo a lui nè libidine, nè delicatezza de’ cibi, nè le ricchezze, nè alcuna di queste cose che adescano gli uomini, e con vil piacer gli guidano. Dunque o che è cosa incredibile che Iddio sia privo degli beni; o questo è segno et argumento manife-