Apri il menu principale

Pagina:Seneca - Lettere, 1802.djvu/36

10

stissimo, che le cose, delle quali Dio è privo, non sono beni. A questo s’aggiunge, che molte cose, che vogliono parer d’esser buone, sono più pienamente concesse agli animali, che agli uomini; perocchè quelli più avidamente magnano, non sono tanto molestati dalla lussuria, et hanno maggiore, e più egual fermezza di forze. Seguita dunque che siano molto più felici dell’uomo, perciocchè vivono senza iniquità, e senza fraudi, e godono i piaceri che si pigliano molto più dell’uomo, e con più facilità, senza paura alcuna nè di vergogna, nè d’aversene poi a pentire. Or considera tu medesimo se si debbia chiamar bene quello, di che l’uomo vince Iddio. Costituimo dunque il sommo bene nell’animo; perocchè manca, se dalla miglior parte di noi vien alla peggiore, e se lo transferemo ai sensi, i quali sono più agili negli animali muti. Non si deve collocar la somma della nostra felicità nella carne: i veri beni sono quelli, che ne dà la Ragione, fermi e sempiterni, che non posson nè cadere, nè mancare, o diminuirsi. Gli altri sono beni per opinione, et hanno il nome comune con quelli che sono veramente beni; ma non hanno la proprietà, e l’effetto del bene. Si devono dunque chiamar comodi, e (per parlar in lingua nostra) prodotti. Nel resto dovemo sapere che sono nostri servi, e non parti di noi medesimi; e che devono essere appresso di noi, ma per modo che ne ricordiamo, che sono fuor di noi. Et ancorchè stiano appresso di noi, averle dovemo nel numero delle cose suggette e vili, per causa