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Pagina:Seneca - Lettere, 1802.djvu/34

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intorno al premio. Il medesimo avviene in queste cose, che di sopra ci son gittate dalla Fortuna; per le quali, miseri, sudiamo, e ci travagliamo, e desideriamo d’aver molte mani: ora miriamo ad una, ora ad un’altra; e ci par che ci siano date troppo tardi quelle, che sono ambite dalla nostra cupidità, le quali aspettate, e desiderate da tutti, devono però toccare a pochi. Desideriamo, mentr’elle cadono mandate giù dalla Fortuna, d’andar loro incontro; et occupandone qualch’una, ci rallegriamo. Molti restano gabbati dalla vana speranza, e ricompensiamo una vil preda con qualche grand’incomodo, o ne restiamo del tutto gabbati. Allontaniamoci dunque un poco da questi giuochi, e diamo luogo a questi che ne fan rapina. Lasciamo che con attenzion mirino questi beni sospesi, anzi lasciamo che stiano molto più lor medesimi sospesi. Chi fa proposito di voler esser beato, deve pensar che sia un ben solo, cioè l’onesto. Perciocchè giudicando che ve ne sia più d’uno, o che altra cosa sia bene, prima giudica mal della provvidenza d’Iddio, perchè accadono molti incomodi agli uomini giusti, e perchè tutto quel ch’ella n’ha dato, è poca e breve cosa, mettendola a comparazione all’età lunga di tutto il mondo. E da questo lamento nasce che noi siamo ingrati a Dio, e malamente interpretiamo le cose divine: lamentandoci che non ci dia di continuo, e che ci dia poche cose, e quelle incerte e fuggitive. Di qui viene che non ci risolvemo nè di vivere, nè di morire, perocchè per un canto odiamo la vita, per l’altro teme-