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Pagina:Seneca - Lettere, 1802.djvu/42

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Perciocchè l’onesto è sicuro, e libero, et intrepido, e sempre è in ordine. Che dunque? mi dirai: non sentirà almeno un motivo simile alla perturbazione? Non se gli muterà il colore? non se gli commoverà il volto? non se gli agghiaccieranno le membra? e non gli verranno tutti gli altri segni, che sogliono venire non già dall’animo, ma da un inconsiderato instinto, et impeto di natura? Io lo confesso: ma gli resterà la medesima persuasione et impressione, che niuna di queste cose sia male, nè degna che la mente sana manchi di costanza per sua cagione. Tutto quel che doverà fare, farà animosamente e prontamente. Perocchè chi è che neghi che non sia proprio della pazzia il far quel, che si deve fare, con viltà, e con contumacia, e col corpo esser in un luogo, con l’animo in un altro, e l’esser distratto da diversissimi moti? Questa pazzia vien disprezzata per quelle cose medesime, per le quali s’innalza, e s’aggrandisce; e nè anco fa volentieri quelle, delle quali ella si gloria. E se teme di qualche male, è da quello molestato aspettandolo, non altrimente che se fusse venuto; e patisce già con la paura ciò, che teme di non patire. E come nei corpi vengono prima i segni del futuro male, venendo una certa pigrizia nei nervi, una stanchezza senza fatica alcuna, uno spannecitare, et un orror, che corre per le membra: così l’animo infermo, molto prima che sia oppresso, è travagliato dal male. Perocchè immaginandoselo prima, cade avanti il tempo. E che cosa più sciocca può essere, che crucciarsi delle