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Pagina:Seneca - Lettere, 1802.djvu/32

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so! Ma la maggior moltitudine de’ miseri travagliati, tra tutto il resto della turba de’ mortali, è di quelli che del continuo son molestati dal pensiero della morte, che ad ogni banda soprastà loro. Perocchè non vi è cosa, donde non gli venga. Dimodochè, come quelli che essendo in paese d’inimici, bisogna che sempre si guardino d’ogn’intorno, e ad ogni poco di strepito voltino il capo; se non scacciano dal petto questa paura, viveran sempre tremando. Verran loro sempre avanti gli occhi quei che mandati in esilio, son privati degli lor beni; quei che son poveri nelle ricchezze, molestissima sorte di povertà; quei che han patito naufragio, o travaglio simile a questo; quei che dall’ira, o dall’invidia popolare, perniciosa cosa agli buoni, sono alla sprovista, e fuor d’ogni lor pensiero buttati al basso, non altrimente che suol far una procella, la quale suol sorgere quando il sereno è maggiore; o come un subito folgore, al colpo del quale tremano anco le cose, che son vicine al luogo dove cade. E come quel, che era più lontano dal fuoco, resta anco stupido al par di quello che è da lui percosso: così in queste cose, che accadono per altrui violenza, un solo è oppresso dalla calamità, e gli altri dal timore; e l’immaginazione che possa intervenir loro di patir il medesimo, gli genera ugual tristezza che han quei che patiscono il male. Il subito mal d’altrui travaglia gli animi di tutti: e come gli uccelli sono anco spaventati da un vano rumor di fronda, così noi siamo commossi non solo dalla percossa, ma anco