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Le Mille ed una Notti/Storia di Alì Kodjah, mercatante di Bagdad

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Storia di Alì Kodjah, mercatante di Bagdad
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STORIA

DI ALI’ KODJAH, MERCATANTE DI BAGDAD.


— Sire, sotto il regno del califfo Aaron-al-Raschid, viveva a Bagdad un mercante chiamato Alì Kodjah, il quale non essendo de’ più ricchi, nè degli infimi [p. 298 modifica] del suo ceto, dimorava nella casa paterna, senza moglie e senza figliuoli. Nel tempo che, libero delle sue azioni, viveva contento del prodotto de’ suoi negozi, ebbe per tre giorni di seguito un sogno, in cui gli apparve un vecchio venerabile di sguardo severo, il quale prese a rimbrottarlo perchè non avesse ancor soddisfatto al pellegrinaggio della Mecca. (1)

«Quel sogno turbò Alì Kodjah, e lo poso in sommo imbarazzo. Come buon musulmano, non ignorava l’obbligo che incombevagli di fare quel pellegrinaggio; ma avendo il carico d’una casa, di mobiglie e d’una bottega, aveva sempre creduto che fossero motivi sufficenti per dispensarsene, procurando supplirvi con elemosine ed altre opere pie. Ma dopo quel sogno, la sua coscienza rimordevalo sì vivamente, che il timore di qualche disgrazia lo indusse a non differire ulteriormente il viaggio.

«Per mettersi in grado di adempirvi appunto entro l’anno, cominciò Alì Kodjah a vendere le suppellettili; alienò quindi la bottega e la maggior parte delle merci che conteneva, riservandosi quelle che potevano trovar spaccio alla Mecca; e quanto alla casa, cercò un locatario, cui affittarla. Così disposte le cose, si trovò pronto a partire nel tempo che la carovana di Bagdad si mette in cammino per la Mecca. La sola cosa che restavagli da fare, era di porre al sicuro una somma di mille pezze d’oro che avrebbelo inquietato nel pellegrinaggio, dopo aver messo in disparte il denaro ch’egli stimava opportuno di portar seco per le spese ed altri bisogni.

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NOTTE CCCLXXVII


— Sire,» proseguì Scheherazade, «Alì Kodjah scelse un vaso di conveniente capacità, vi pose le mille pezze d’oro, e finì di empirlo d’olive. Otturato quindi il vaso, lo porta ad un mercatante suo amico, e gli dice: — Fratello, voi non ignorate che fra pochi giorni io parto in pellegrinaggio colla carovana per la Mecca; vi domando, in grazia, di volervi incaricare di questo vaso d’olive, e conservarmelo sino al mio ritorno. —

«Il mercante cortesemente rispose: — Prendete, ecco la chiave del mio magazzino; portateci voi stesso il vostro vaso, e mettetelo dove più vi piacerà; vi prometto che ve lo troverete. —

«Giunto il giorno della partenza della carovana da Bagdad, Alì Kodjah, con un cammello carico delle merci di sua scelta, e che gli servì di cavalcatura per viaggio, si unì ad essa, e giunse felicemente alla Mecca. Quivi visitò, con tutti gli altri pellegrini, il tempio sì celebre e frequentato ogni anno dalle nazioni musulmane, che vi giungono da tutte le parti della terra su cui si trovano sparse, osservando religiosamente le prescritte cerimonie. Soddisfatto che ebbe ai doveri del pellegrinaggio, espose le mercanzie che aveva portate, per venderle o farne cambio.

«Due negozianti, avendo vedute, nel passare, le merci di Alì Kodjah, le trovarono tanto belle, che fermaronsi per considerarle, benchè non ne avessero bisogno, e soddisfatta la loro curiosità, uno disse all’altro nell’andarsene: — Se quel mercante sapesse il guadagno che farebbe al Cairo colle sue merci, ve [p. 300 modifica] le porterebbe piuttosto di venderle qui, dove sono a buon mercato. —

«Alì Kodjah udì quelle parole, ed avendo mille volte inteso magnificare le bellezze dell’Egitto, risolse all’istante di approfittare dell’occasione e farne il viaggio. Perciò, ripiegate ed imballate di nuovo le mercanzie, invece di tornare a Bagdad, s’incamminò verso l’Egitto, unendosi alla carovana del Cairo: giunto in quella città, non ebbe luogo di pentirsi dell’adottato partito, trovandovi tal tornaconto, che in pochi giorni ebbe finito di esitare tutte le sue merci con un’utilità, molto maggiore che non avesse sperato. Ne acquistò altre coll’idea di passare a Damasco, ed aspettando la comoda occasione d’una carovana che dovea partire tra sei settimane, non si contentò di vedere tutto ciò ch’era degno d’osservazione nel Cairo, ma andò ad ammirar anche le piramidi, risalì sino a certa distanza il Nilo, e vide le città più celebri situate sur amendue le sponde.»


NOTTE CCCLXXVIII


— Nel viaggio di Damasco, siccome la carovana doveva passare per Gerusalemme, il nostro mercatante di Bagdad approfittò dell’occasione per visitare il tempio, da tutti i musulmani riguardato come il più santo, dopo quello della Mecca, d’onde il luogo prende il titolo di Città santa.

«Alì Kodjah trovò la città di Damasco sì deliziosa per l’abbondanza delle acque, le praterie e gl’incantevoli suoi giardini, che quanto aveva letto nelle nostre storie delle sue delizie, gli parve molto al di sotto della verità, è vi fece lunga dimora. Pur [p. 301 modifica] non dimenticando d’essere nativo di Bagdad, ne prese alla fine la strada: giunse ad Aleppo, dove pur fece qualche soggiorno, e di là, varcando l’Eufrate, prese la via di Mossul nell’intenzione d’abbreviare il cammino scendendo il Tigri.

«Ma quando fu giunto a Mossul, certi mercadanti di Persia, co’ quali, venendo d’Aleppo, avea stretta amicizia, avendo preso sul di lui animo grande ascendente, colle cortesie ed i grati loro discorsi, non faticarono a persuaderlo di non abbandonare la loro compagnia sino a Sciraz, d’onde gli sarebbe stato facile tornare a Bagdad con notabile guadagno. Lo condussero essi per le città di Sultanieh (2), di Rei (3), di Coam (4), di Cachan (5), d’Ispahan (6), e di là a Sciraz (7), d’onde ebbe ancora la compiacenza di accompagnarli alle Indie, tornando seco loro alla stessa città.

«Per tal modo, contando il soggiorno fatto in ciascuna città, erano ormai trascorsi sette anni che Alì Kodjah stava lontano da Bagdad, allorchè finalmente risolse di restituirvisi.

«Sin allora l’amico, al quale aveva affidato, prima della sua partenza, il vaso d’olive per custodirgliele, [p. 302 modifica] non avea pensato nè a lui, nè al suo vaso. Ma mentre Alì trovavasi in via con una carovana partita da Sciraz, una sera che quel mercante cenava in famiglia, si venne a parlar d’olive, e sua moglie dimostrò qualche desiderio di mangiarne, dicendo essere molto tempo che non erasene vedute in sua casa.»

— A proposito di olive,» disse il marito, «mi fate ricordare che Alì Kodjah me ne lasciò un vaso, andando sette anni fa alla Mecca, ch’ei portò in persona nel mio magazzino per ripigliarselo al ritorno. Ma dove sarà Alì Kodjah dacchè se n’è partito? Vero è che, al ritorno della carovana, qualcuno mi disse ch’era passato in Egitto: bisogna però vi sia morto, se dopo tanti anni non è tornato: possiamo ormai mangiare le sue olive, se sono buone. Datemi un piatto ed il lume, che andrò a prenderne e le assaggeremo.

«— Marito,» rispose la moglie, «guardatevi bene, in nome di Dio, dal commettere azione sì rea; sapete non esservi cosa più sacra d’un deposito. Sono sette anni, voi dite, che Alì Kodjah è partito per la Mecca e non n’è tornato; ma vi fu detto che egli andava in Egitto; e da questo paese come potete sapere che non siasi recato anche più lontano? Basta che non abbiate notizie della sua morte: ei può tornare da un giorno all’altro. Qual infamia per voi e la vostra famiglia s’ei tornasse, e non gli restituiste il suo vaso nello stato medesimo, come quando ve l’ha affidato! Vi protesto di non avere alcuna voglia di quelle olive, e che non ne mangerò certo. Se ne parlai, non fu se non per incidenza. E poi, credereste voi che dopo tanto tempo quelle olive siano ancor buone? Saranno già fracide e guaste. E se Alì Kodjah ritorna, come ne ho presentimento, e comprenda che le avete toccate, qual giudizio farà egli della vostra amicizia e fedeltà? Abbandonate tal pensiero, ve ne scongiuro. — [p. 303 modifica]«La donna non tenne al marito sì lungo discorso, se non perchè leggevagli in volto l’ostinazione. In fatti, non volle ascoltare que’ buoni consigli ma alzatosi, andò al magazzino col lume ed un piatto.

«— Allora, ricordatevi almeno,» tornò a dirgli la moglie, «ch’io non prendo parte veruna a ciò che siete per fare, acciò non me ne imputiate la colpa, se vi accada di dovervene pentire. —

«Il mercante continuò a far il sordo, e persistette nel suo divisamento. Giunto nel magazzino, prende il vaso, lo scopre, e trova le olive tutte fracide. Per chiarirsi se anche il fondo fosse guasto come il disopra, ne versa nel piatto, e per la scossa data così al vaso, vi caddero rumorosamente alcune pezze d’oro.

«Alla vista di quelle monete, il mercatante, naturalmente avido ed attento, guarda nel vaso, e si accorge d’aver versate nel piatto quasi tutte le olive, e che il resto era tutto oro in bei contanti. Rimette quindi nel recipiente le olive che aveva versate, lo ricopre e torna in casa. — Moglie,» disse, rientrando nella stanza, «avevate ragione: le olive sono tutte fracide, ed ho richiuso il vaso in guisa che Alì Kodjah, se mai ritorna, non si accorgerà ch’io l’abbia smosso. — Avreste fatto meglio ad ascoltarmi,» rispose la moglie, «e non toccarlo. Dio voglia che non ve ne derivi alcun male! —

«Il mercatante fu tanto poco scosso da quest’ultime parole della moglie, quanto lo era stato dalle rimostranze di prima. Passò quasi tutta la notte a pensare ai mezzi di appropriarsi l’oro dell’amico, e far in modo che gli rimanesse, nel caso che colui, tornando, domandassogli il vaso. Alla domane, pertanto, di buon mattino, va a comprare olive di quell’anno; torna, getta via le vecchie del recipiente, ne prende l’oro, lo mette in sicuro, ed empitolo quindi colle olive comprate, lo ricopre come prima, e lo [p. 304 modifica] rimette nel sito medesimo ove lo aveva messo l’amico.»

Scheherazade cessò di parlare. — Quel mercante mi fa una cattiva azione,» disse Schahriar, alzandosi per andar a presiedere al consiglio; «spero che il suo tradimento sarà scoperto e punito. — Lo vedrete, sire, se la vostra maestà vuol accordarmi la vita per qualche giorno ancora.»


NOTTE CCCLXXIX


L’indomani, la sultana continuò di tal guisa il racconto:

— Sire, circa un mese dopo che il mercadante ebbe commessa azione sì vile, e la quale doveva costargli cara, Alì Kodjah giunse a Bagdad dal suo lungo viaggio. Siccome avea affittata prima della partenza la sua casa, smontò ad un khan, dove prese albergo, aspettando che, notificato al locatario il proprio arrivo, questi si fosse provveduto d’altro alloggio. Il dì dopo, Alì Kodjah andò a trovare il mercante suo amico, che lo accolse a braccia aperte, dimostrandogli la propria gioia pel di lui ritorno, dopo un’assenza di tanti anni, che, diceva egli, aveva già cominciato a fargli perdere la speranza di mai più rivederlo. Dopo i complimenti soliti in simili occasioni, Alì Kodjah pregò il mercante a volergli rendere il vaso d’olive affidato alla sua custodia, e scusarlo della libertà ch’erasi presa di dargliene il disturbo.

«— Mio caro amico,» rispose il mercatante. «avete torto a farmi scuse; io non ebbi disturbo [p. 305 modifica] di sorta pel vostro vaso; ed in occasione simile io avrei fatto quello che voi faceste con me. Prendete; ecco la chiave del mio magazzino: andate a pigliarlo; lo troverete nel sito medesimo in cui lo avete posto. —

«Andò Alì Kodjah al magazzino del mercante, ne riportò il vaso, e restituitagli la chiave, dopo averlo ben ringraziato del piacere ricevuto, torna al khan dove alloggiava, scopre il vaso, e mettendo la mano all’altezza in cui dovevano essere le mille pezze d’oro nascostevi, resta estremamente sbalordito di non trovarle. Crede ingannarsi, e per cavarsi immediatamente d’inquietudine, piglia una parte de’ piatti ed altri vasi della sua cucina da viaggio, e versatevi tutte le olive senza trovarvi una sola pezza d’oro, rimane immobile per lo stupore. Sollevando le mani e gli occhi al cielo: — Possibile,» sclamò, «che un uomo ch’io considerava come mio buon amico, mi abbia usata un’infedeltà tanto indegna! —

«Alì Kodjah, sensibilmente agitato dal timore di una perdita sì ragguardevole, torna dal mercante, e: — Amico,» gli dice, «non vi maravigliate se mi vedete tornare: confesso aver riconosciuto il vaso di olive, da me ripreso nel vostro magazzino, per quello che vi aveva posto; ma colle olive, stavano in esso mille pezze d’oro, che non vi trovo più. Forse che ne abbiate avuto bisogno, e ve ne serviste pel vostro traffico. Se così è, sono a vostra disposizione. Vi prego soltanto di trarmi d’affanno e farmene un cenno, che me le restituirete poi con comodo. —

«Il mercatante, il quale attendevasi quel complimento, aveva anche meditato su ciò che gli dovea rispondere. — Alì Kodjah, amico mio,» gli disse, «quando mi portaste il vaso d’olive, l’ho io toccato? Non vi ho data la chiave del mio magazzino? Non [p. 306 modifica] ve lo recaste voi medesimo, e nol trovaste nell’istesso luogo in cui l’avete posto, nello stato istesso e similmente coperto? Se vi aveste messo dell’oro, dovreste averlo trovato. Mi diceste che conteneva olive, ed io l’ho creduto. Ecco quanto ne so. Credetemi, se volete, ma io non l’ho toccato. —

«Alì adoperò tutte le vie della dolcezza per fare che il mercante si rendesse da sè medesimo giustizia. — Io amo,» gli disse, «la pace, e mi dorrebbe assai di venirne ad estremità che non vi farebbero onore, e delle quali non mi servirei che con estremo dispiacere. Pensate che mercatanti come noi, debbono abbandonare ogni interesse per conservare la loro buona riputazione. Ancora una volta, sarei dolentissimo se la vostra ostinazione mi costringesse a prevalermi delle vie della giustizia, io che ho sempre preferito perdere qualche cosa de’ miei diritti piuttosto che ricorrervi.

«— Alì Kodjah,» riprese il mercatante, «voi convenite d’aver messo appo di me in deposito un vaso d’olive; lo avete ripigliato; lo portaste via e venite a chiedermi mille pezze d’oro! Mi diceste voi che si trovassero in quel vaso? Ignoro anzi se vi fossero olive; voi non me le mostraste. Mi maraviglio che non mi domandiate perle o diamanti piuttosto che oro. Credete a me; andatevene, e non fate fermare la gente davanti alla mia bottega. —

«Alcuni si erano già fermati; e quell’ultime parole del mercante, pronunziate con accento d’uom che esce fuor dei limiti della moderazione, fecero sì che non solo se ne fermassero in maggior numero ma eziandio che i mercanti vicini, uscendo dai magazzini, venissero a prender cognizione del contrasto insorto tra lui ed Alì Kodjah, onde procurare di metterli d’accordo. Quando quest’ultimo ebbe loro esposto l’argomento, i più stimabili fra essi domandarono al mercatante cosa avesse da rispondere. [p. 307 modifica]«Confessò egli di aver conservato nel mio magazzino il vaso di Alì Kodjah, ma negò costantemente d’averlo toccato, e fatto giuramento di non sapere che vi fossero olive se non perchè glielo aveva detto lo stesso Alì, li chiamò tutti a testimonii dell’affronto e dell’insulto che questi veniva a fargli sino in casa propria.

«— Ve lo siete procurato da per voi codesto affronto,» disse allora Alì Kodjah, prendendo il mercante per un braccio; «ma poichè trattate con tal perfidia, vi cito alla legge di Dio: vedremo se oserete dire la stessa cosa davanti al cadì. —

«A tal citazione, cui ogni buon musulmano deve obbedire, a meno di rendersi ribelle alla religione, non ardì il mercante resistere. — Andiamo,» disse; «è appunto quello che cerco: vedremo così chi di noi due avrà torto. —

«Alì Kodjah condusse il mercante davanti al tribunale del cadì, ove lo accusò di avergli rubato un deposito di mille pezze d’oro, esponendo il fatto nel modo che vedemmo. Il cadì domandò se avesse testimoni: Alì rispose non aver preso tale precauzione, credendo che quegli al quale egli affidava il deposito fosse suo amico, ed avendolo sin allora conosciuto per galantuomo.

«Il mercante non addusse in propria difesa se non ciò che detto già aveva ad Alì Kodjah ed in presenza de’ vicini, e terminò dicendo, ch’era pronto ad affermare con giuramento, non solo esser falso ch’egli avesse prese le mille pezze d’oro come ne veniva accusato, ma ben anche di non averne cognizione veruna. Il cadì, richiesto da lui il giuramento, lo licenziò assolto.

«Alì Kodjah, sommamente mortificato di vedersi sottoposto ad una perdita sì notabile, protestò contro il giudizio, dichiarando al cadì che ne porterebbe [p. 308 modifica] querela al califfo Aaron-al-Raschid, il quale renderebbegli giustizia; ma il giudice non si maravigliò della protesta, riguardandola come l’effetto del risentimento solito a tutti quelli che perdono la lite, e credè aver fatto il suo dovere rimandando assolto un accusato, contro il quale non gli si erano prodotti testimoni.

«Mentre il mercante tornava a casa trionfante di Alì, coll’allegrezza di avere a sì buon patto le sue mille pezze d’oro, questi andò a stendere una petizione; e subito il giorno dopo, nel tempo che il califfo dovea tornare dalla moschea dopo la preghiera del mezzodì, si appostò in un luogo sulla strada, e quando lo vide passare, alzò il braccio tenendo il suo ricorso in mano; un officiale, a ciò incaricato, che camminava davanti, si staccò dalla sua fila, e venne a prenderlo per presentarlo al califfo.

«Siccome Alì Kodjah sapeva esser uso di Aaron-al-Raschid, rientrando nel palazzo, di leggere egli medesimo le suppliche che in quel modo gli si presentavano, seguì il corteo, ed entrò nel palazzo, aspettando che l’ufficiale, il quale aveva preso la supplica, uscisse dall’appartamento. In fatti uscitone, l’ufficiale dissegli che il califfo aveva letto il suo ricorso, gl’indicò l’ora in cui gli avrebbe data udienza il dì dopo, e saputo da lui il domicilio del mercante, mandò ad avvertir costui di presentarsi anch’egli alla domane all’ora medesima.

«La sera di quello stesso giorno, il califfo col gran visir Giafar e Mesrur capo degli eunuchi, ambedue come lui travestiti, andò a fare il suo giro per la città, come già notai alla maestà vostra ch’egli era solito fare di tempo in tempo.

«Passando per una contrada, il califfo intese rumore, ed affrettato il passo, giunse ad una porta, che metteva in una corte, ove, guardando da una fessura, scorse dieci o dodici fanciulli, i quali, non essendosi [p. 309 modifica] ancora ritirati in casa, giuocavano al chiaror della luna.

«Curioso il califfo di sapere qual giuoco quei ragazzi facessero, sedè sur una panca di pietra che trovavasi a proposito accanto alla porta, e continuando a guardare per la fessura, sentì che uno de’ fanciulli, il più vivace e svegliato di tutti, diceva agli altri: — Giuochiamo al cadì. Io sono il cadì: conducetemi dinanzi Alì Kodjah ed il mercante che gli ha rubato mille pezze d’oro. —

«A tali parole del ragazzo, ricordossi il califfo dell’istanza statagli in quel medesimo giorno presentata, e raddoppiò d’attenzione per vedere l’esito del giudizio.

«Siccome l’affare di Alì Kodjah e del mercante era nuovo, e faceva gran rumore in Bagdad, sino tra fanciulli, gli altri ragazzi accettarono con gioia la proposizione, e convennero del personaggio che ciascuno dovea rappresentare. Niuno negò a quello che erasi offerto di fare il cadì, di rappresentarne la parte; e quando egli fu seduto con sembianza e gravità di magistrato, un altro, come ufficiale competente del tribunale, gliene presentò due, uno de’ quali chiamò Alì Kodjah, e l’altro il mercante contro cui quello portava lagnanza.

«Allora il finto cadì prese la parola, ed interrogando gravemente il finto derubato: — Alì Kodjah,» disse, «cosa domandate a quel mercante? —

«Il finto Alì Kodjah, dopo una profonda riverenza, informò il preteso cadì punto per punto del fatto, e terminando, conchiuse col supplicarlo d’interporre l’autorità del suo giudizio, onde impedire ch’ei non facesse perdita tanto ragguardevole.

«Il finto cadì, dopo averlo ascoltato, si volse al finto mercante, e gli chiese perchè non restituisse ad Alì Kodjah la somma che gli domandava. [p. 310 modifica]«Colui portò le medesime ragioni allegate dal veto davanti al cadì di Bagdad, e domandò parimenti di affermare con giuramento che quanto diceva era la pura verità.

«— Non abbiate tanta fretta,» rispose il finto cadì; «prima di venire al giuramento, bramerei vedere il vaso delle olive. Alì Kodjah,» soggiunse, rivolgendosi al finto mercante di tal nome, «avete portato il vaso?» Siccome quegli rispose negativamente: «Andate a prenderlo,» ripigliò, «e recatemelo. —

«Il falso Alì Kodjah disparve per un istante, e tornando, finse di mettere davanti al supposto cadì un vaso, dicendo essere il medesimo da lui posto presso l’accusato, e d’onde avevalo ritirato. Per nulla ommettere delle formalità, il finto cadì chiese al mercante se anch’egli riconoscesse il vaso, ed avendo questi, col suo silenzio, manifestato di non poterlo negare, comandò di scoprirlo. Allora il finto Alì Kodjah fe’ mostra di levarne il coperchio, ed il cadì, fingendo di guardare nel vaso: — Oh le belle olive!» disse: «voglio assaggiarne.» Simulò di prenderne una e gustarla; indi soggiunse: «Sono eccellenti. Ma,» continuò poi il preteso cadì, «mi sembra che le olive conservate per sette anni non dovrebbero essere sì buone. Facciansi venire due commercianti d’olive, e ch’essi diano il loro parere. —

«Subito gli furono presentati due fanciulli sotto tale qualità.

«— Siete voi mercanti d’olive?» chiese loro il giovine cadì; e com’ebbero risposto tal esserne la professione: «Ditemi,» riprese, «sapete quanto tempo le olive, acconciate da gente che se ne intenda, possano conservarsi buone da mangiare? — Signore,» risposero i finti commercianti, «per quanta cura si abbia onde conservarle, non valgono più nulla dopo [p. 311 modifica] il terzo anno: non hanno più sapore, nè colore, e son buone da buttar via. — Se così è,» ripigliò il finto cadì, «osservate quel vaso, e ditemi da quanto tempo vi furono poste quelle che vi sono. —

«I pretesi negozianti simularono di esaminare le olive ed assaggiarle, e dichiararono al cadì ch’erano recenti e buone.

«— V’ingannate,» rispose allora il cadì; «ecco Alì Kodjah, il quale dice di avervele poste sette anni sono. — Signore,» risposero i finti commercianti chiamati come periti, «ciò che possiamo assicurare è che quelle olive sono di quest’anno, e sosteniamo che fra tutti i mercatanti di Bagdad, non ve n’ha uno solo che non sia per rendere la medesima testimonianza di noi. «Volle l’accusato confutare la dichiarazione dei periti; ma il cadì, non dandogliene il tempo: — Taci,» disse, «tu sei un ladro. Impiccatelo. —

«In tal guisa quei fanciulli misero termine al loro giuoco con grandissima gioia, battendo le mani, e scagliandosi sul finto delinquente, come per condurlo alle forche.»

— Quel ragazzo,» disse Schahriar, dopo che Scheherazade ebbe cessato di parlare, «ha dimostrata una rara sagacia per la sua età; vedo pure, dagli applausi ricevuti dagli altri fanciulli, i quali lo avevano secondato nella sua parte, che la gioventù, seguendo sempre gl’impulsi della natura, sa talora discernere, meglio degli uomini maturi, da qual lato siano il diritto e la giustizia.» [p. 312 modifica]

NOTTE CCCLXXX


L’indomani, la sultana, continuando il suo racconto:

— Sire,» disse, «non si può esprimere quanto il califfo Aaron-al-Raschid ammirasse la saviezza e lo spirito del giovinetto, il quale aveva pronunziato un giudizio sì saggio sull’affare che doveva trattarsi la domane al di lui cospetto. Cessando di guardare per la fessura ed alzandosi, domandò al gran visir, stato anch’egli attento a quant’era accaduto, se avesse inteso il giudizio proferito dal fanciullo, e cosa ne pensasse.

«— Commendatore de’ credenti,» rispose Giafar, «non si può essere più stupiti ch’io nol sia di tanta saggezza in età sì poco avanzata.

«— Ma,» riprese il califfo, «tu non sai una cosa, che domani, cioè, io devo giudicare sul medesimo argomento, avendomene oggi il vero Alì Kodjah presentata l’istanza. — Lo sento da vostra maestà,» rispose il gran visir. — Credi tu,» tornò a dire il califfo, «ch’io possa dare un giudizio diverso da quello che abbiamo testè inteso? — Se l’affare è lo stesso,» rispose il gran visir, «a me non pare che vostra maestà possa procedere altrimenti, nè pronunziar diversamente. — Nota dunque bene questa casa,» gli disse il califfo, «e domani conducimi il ragazzo, affinchè giudichi la causa in mia presenza. Ordina anche al cadì che mandò assolto il mercante ladro, di trovarvisi anch’egli, acciò impari da un fanciullo il suo dovere: e si corregga. Voglio ancora, [p. 313 modifica] che tu abbia cura di far avvertire Alì Kodjah di portare il vaso d’olive, e che si trovino all’udienza due commercianti di quel genere.» Il califfo gli diede tali ordini continuando il suo giro, cui egli terminò senza incontrare altra cosa che meritasse attenzione.

«Alla domane, venuto il gran visir Giafar alla casa dove il califfo era stato testimonio del giuoco dei fanciulli, chiese di parlare al padrone; in mancanza di questi, ch’era uscito, lo fecero parlare colla moglie. Le chies’egli se avesse figliuoli. Rispose di averne tre, e fattili venire: — Figli miei,» chiese loro il gran visir, «chi di voi faceva ier sera da cadì quando giuocavate assieme?» Il più grande, ch’era il primogenito, rispose esser lui, ed ignorando perchè gli facesse quell’interrogazione, impallidì. — Figlio mio,» gli disse il gran visir, «venite con me; il Commendatore de’ credenti vi vuol vedere. —

«La madre fu grandemente costernata quando vide che il gran visir voleva condur seco il giovinetto, e gli domandò: — Signore, è forse per tormelo che il Commendatore de’ credenti chiede mio figlio?» Il gran visir la rassicurò, promettendole che in meno di un’ora il ragazzo le sarebbe rimandato, e saprebbe al suo ritorno, con sommo di lei contento, il motivo pel quale lo si chiamava. — Se così è, signore,» ripigliò la madre, «permettetemi che prima lo faccia vestire d’un abito più conveniente, per renderlo più degno di comparire davanti al Commendatore de’ credenti.» E così fece, senza perder tempo.

«Il gran visir condusse con sè il giovanetto, e lo presentò al califfo all’ora indicata ad Alì Kodjah ed al mercatante per ascoltarli.

«Il califfo, vedendo il fanciullo alquanto interdetto, e volendolo preparare a ciò che da lui si attendeva: — Vien qui, figlio mio,» gli disse; « [p. 314 modifica] accostati. Fosti tu ieri a giudicar la lite di Alì Kodjah e del mercatante che gli rubò il suo oro? Io ti ho veduto ed udito, e sono molto contento di te. —

«Non si sconcertò il fanciullo, e rispose modestamente di esserlo.

«— Figlio,» riprese il califfo, «voglio oggi farti vedere il vero Alì Kodjah ed il vero mercatante. Vieni a sederti accanto a me. —

«Allora il califfo prese il ragazzo per mano, salì, s’assise sul trono, e fattoselo sedere vicino, domandò ove fossero i litiganti. Si fecero venire innanzi, e gli vennero nominati mentre si prosternavano, e battevano colla fronte il tappeto che copriva i gradini del trono. Alzati che si furono, il califfo disse: — Ciascuno tratti la sua causa; il fanciullo che vedete, vi ascolterà e vi farà giustizia, e s’ei mancasse in qualche cosa, supplirò io. —

«Alì Kodjah ed il mercatante parlarono l’un dopo l’altro, e quando quest’ultimo venne a chiedere di prestare il medesimo giuramento fatto nel primo giudizio, il ragazzo disse non esserne ancora tempo, e che prima era d’uopo vedere il vaso delle olive.

«A tai detti, Alì Kodjah presentò il suo vaso, deponendolo appiè del califfo, e scoperchiatolo, questi guardò le olive e ne assaggiò una. Il vaso fu quindi dato ad esaminare ai periti fatti appositamente chiamare, ed il loro rapporto fu che le olive erano buone e di quell’anno. Il fanciullo disse loro che Alì Kodjah assicurava esservi state messe da ben sette anni, ed essi fecero la medesima risposta dei ragazzi finti periti, come abbiam veduto.

«Qui, sebbene l’accusato ben vedesse che i due periti avevano pronunziata la sua condanna, pur non tralasciò di voler allegare qualche cosa in propria discolpa; ma il fanciullo si astenne dal mandarlo ad impiccare, e guardando il califfo: — [p. 315 modifica] Commendatore de’ credenti,» disse, «questo non è un giuoco; tocca a vostra maestà condannarlo a morte sul serio, e non a me che ieri lo feci solo per ischerzo. —

«Il califfo, convinto appieno della malafede del mercatante, lo abbandonò ai ministri della giustizia per farlo impiccare; il che fu eseguito, dopo ch’egli ebbe rivelato dove avesse nascoste le mille pezze d’oro, che vennero restituite ad Alì Kodjah. Quel monarca infine, pieno di giustizia e d’equità, dopo aver avvertito il cadì che aveva pronunziato il primo giudizio ed ora presente, ad imparare da un fanciullo ad essere più esatto nel suo ministero, abbracciò il ragazzo e rimandollo alla madre col dono d’una borsa di cento pezze d’oro, qual segno della sua liberalità.»

La notte fuggiva al vicino cospetto del novello dì, quando la sultana delle Indie finiva la storia di Alì Kodjah. — Sono contento dei vostri racconti,» le disse Schahriar; «dessi non solo sono dilettevoli, ma contengono ancora molta morale e lezioni per gli uomini di tutte le classi e d’ogni condizione. — Sire,» rispose Scheherazade, «l’indulgenza onde voi mi onorate, m’incoraggia a chiedere alla maestà vostra il permesso di continuare ad esserle gradita ancora in pari modo. — Ve lo concedo,» disse il sultano, confermando così colla confessione allor fatta, e col piacere che provava nell’udire la consorte, la licenza di narrargli nuove storie.


Note

  1. Il Corano obbliga tutti i musulmani, che ne abbiano i mezzi, di fare, una volta almeno in vita, il pellegrinaggio della Mecca ove nacque il Profeta.
  2. Sultanieh, città situata nell’Irak-Adjem, era altre volte fiorentissima. Essa contiene oggidì appena quaranta case, sulle quali ergonsi la imponenti ruine d’una magnifica moschea.
  3. Questa città più non esiste.
  4. Coam o Com, città dell’Irak-Adjem, ben fortificata e popolosa. Vi esistono alcune famiglie, le quali pretendono discendere da Alì, genero di Maometto
  5. Celebre per le sue manifatture di seta ed i suoi lavori di cuoio.
  6. Benchè questa città più non sia la capitale della Persia, è ancora la più popolata e bella di quella regione.
  7. Situata nel Persistan, celebre per la bellezza dei giardini e lo spirito degli abitanti. Fa ragguardevol commercio di squisitissimi vini, di sete, ecc. Le carovane che recansi nell’Indie da Buchyr sul golfo Persico, passano da questa città.