Apri il menu principale

Le Mille ed una Notti/Storia del Saggio Solitario e del suo Allievo, raccontata al sultano da un altro pazzo

< Le Mille ed una Notti
Storia del Saggio Solitario e del suo Allievo, raccontata al sultano da un altro pazzo

../Storia d'un Pazzo ../Storia delle Tre Sorelle e della Sultana loro Madre IncludiIntestazione 9 marzo 2018 100% Da definire

Storia del Saggio Solitario e del suo Allievo, raccontata al sultano da un altro pazzo
Storia d'un Pazzo Storia delle Tre Sorelle e della Sultana loro Madre

[p. 125 modifica] [p. 126 modifica] genitori e d’onde venisse. — Non mi fate interrogazioni, ve ne scongiuro,» rispose il giovanetto, e poichè non vi potrei rispondere. Sono orfano, e non so se appartenga al cielo od alla terra.» Nè il cenobita lo incalzò ulteriormente. Per dodici anni lo sconosciuto giovane servì il padrone con zelo ed attenzione indefessi, e ne ricevette in contraccambio lezioni in tutte le scienze, delle quali seppe sì ben approfittare, che divenne uomo compito.

«Un giorno udì alcuni giovani parlare della figliuola del sultano, vantarne l’avvenenza e dire che superava in vezzi ed attrattive tutte le fanciulle della sua età; e tali discorsi lo invogliarono di vedere una creatura sì perfetta. Tornato tutto pensoso dall’eremita, gli partecipò i sentimenti che l’agitavano. — Figliuolo,» sclamò il saggio, «che debbono mai fare uomini come noi accanto a fanciulle; specialmente presso alle figliuole dei monarchi? Noi dobbiam vivere isolati, non occupandoci mai delle cose di quaggiù.» Il vecchio fece all’allievo un lungo discorso per premunirlo contro le vanità di questo mondo e distoglierlo dal suo disegno; ma più sforzi faceva, e più trovava il giovane ribelle alla ragione ed ai consigli.

«Vivamente commosso del di lui stato e de’ progressi della sua passione, l’eremita gli disse un giorno: — Figliuolo, ti contenteresti tu di vedere una sola volta la principessa? — Lo giuro,» rispose il giovane. Il savio prese allora una specie di collirio col quale stropicciò gli occhi all’allievo, che divenne immantinente mezzo uomo e mezzo mostro, e gl’impose di andar così passeggiando per la città. Appena ebbe posto il piede nella via, un’immensa folla gli sì adunò all’intorno, guardandolo con alto stupore; in breve, il rumore di sì strano fenomeno si sparse per tutta la città, e giunse sino al [p. 127 modifica] sultano, il quale desiderò di, vedere il supposto mostro. Il giovane fu quindi condotto al palazzo, dove tutta la corte lo contemplò colla maggior maraviglia, e venne poscia menato nell’harem onde soddisfare alla curiosità delle donne. Là ei vide la principessa, e rimase talmente abbagliato della di lei avvenenza, che giurò di darsi la morte se non poteva ottenerne la mano.

«Uscendo dal palazzo, tornò dal maestro più invaghito che mai della figlia del sultano. Quando l’eremita lo scorse, gli chiese se avesse veduto la principessa. — Sì,» rispose, «la vidi: ma un’occhiata non basta per mirare tante attrattive, e non avrò riposo se non quando, seduto al suo fianco, gli occhi miei saranno stanchi dal contemplarla. — Aimè! figlio,» sclamò il vecchio, «io tremo per la quiete dell’anima tua. Noi siamo religiosi, e dobbiamo evitare le tentazioni; d’altra parte, te lo ripeto, non ci conviene aver da fare col sultano. — Ahi padre mio,» sclamò il giovane, «se non giungo a sederle al fianco e stringerla al cuore, non avrò più che a morire. —

«Tali espressioni costernarono il saggio uomo. — Su via,» disse fra sè, «facciamo il possibile per salvare questo diletto figliuolo; d’altronde, Iddio esaudirà, forse i suoi voti.» Gli stropicciò allora gli occhi con un collirio che aveva la virtù di render invisibile, e gli disse: — Va, figliuolo, soddisfa al tuo desiderio: ma non dimentica i doveri che ti chiamano presso di me, e torna presto. — «Tutto giulivo, il nostro giovane corse al palazzo, vi penetrò senz’esser veduto, e recossi al serraglio, dove sedette accanto alla figliuola del sultano. Contentossi sulle prime di ammirarne la bellezza; ma dopo alcuni istanti, non potendo più signoreggiare la ragione, stese il braccio, e passò lievemente la mano al collo della principessa, la quale n’ebbe [p. 128 modifica] tanto sgomento da gettarne un acutissino strido, che fe’ accorrere immediatamente sua madre e tutte le donne, cui annunziò, tutta tremante, d’essere stata al certo toccata da qualche spirito malefico.

«La sultana, partecipando all’emozione della figliuola, mandò a cercare la nutrice, e narratole l’accaduto, quella buona donna dichiarò che il mezzo più efficace per iscacciare gli spiriti maligni consisteva nell’ardere, ne’ luoghi che infettavano, un po’ di sterco di camello. Se ne portò dunque sul momento una certa quantità, ed appiccatovi il fuoco, si sparse per tutto l’appartamento un fumo sì denso, che il giovane n’ebbe pieni gli occhi. Per un movimento involontario, se li asciugò col fazzoletto, ed avendo di tal guisa tolto il collirio, svanì l’incanto, e l’imprudente cessò di essere invisibile.

«Alla sua vista la principessa, la madre e le altre donne misero un grido di maraviglia e spavento, che fece accorrere gli eunuchi. Questi presero il temerario, e percossolo duramente e legatolo, lo trascinarono davanti al sultano, al quale esposero come lo avessero trovato nell’harem. Il re, furibondo, mandò a cercare un manigoldo, e gli ordinò d’impadronirsi del reo, vestirlo d’un abito nero, misto a pezzi di stoffa color di fuoco, collocarlo su d’un camello, e dopo averlo mostrato per le vie, metterlo a morte.

«Il carnefice afferrò il giovane, lo vestì come gli era stato imposto, e fattolo salire sur un camello, lo condusse in giro per la città, preceduto da guardie e da un banditore, il quale ad alta voce gridava: — Contemplate il castigo di chi osò violare il santuario del serraglio reale.» Il corteo si vide tosto contornato da innumerabile moltitudine, la quale, notando la gioventù e la bellezza dell’infelice condannato, non poteva trattenersi dal piangerlo. [p. 129 modifica]

NOTTE DLXXVI

— Finalmente, il giovane ed il tristo corteggio trovaronsi sulla piazza della moschea maggiore; l’eremita, scosso dallo strepito e posta la testa alla finestrella, riconobbe l’allievo. Mosso a compassione, evocò i geni (poichè la cognizione della magia e delle scienze occulte li metteva tutti sotto i suoi ordini), ed ingiunse loro di levare il giovane dalla schiena del camello senza che alcuno se ne avvedesse, e sostituirgli un vecchio: ciò fu eseguito in un lampo. Gli astanti, vedendo quel giovane trasformato in un vecchio conosciutissimo nella città, colpiti da terrore, sclamarono: — O cielo! il giovane non è altro che il buon capo degli erborai.» Infatti, da molti anni quell’uomo vendeva semplici e canne di zucchero alla porta del collegio, vicino alla grande moschea, ed era il decano delle persone di sua professione.

«Quella subitanea metamorfosi colpì di stupore il carnefice, il quale più non ardì proseguire il supplizio; ma tornando al palazzo del sultano, seguito dalla folla, e col vecchio sul camello: - Sire,» gli disse, «il giovane che mi consegnaste è scomparso, ed in sua vece trovai, assiso sul camello, questo venerabile mercante, conosciuto da tutta la città.» Il sultano, spaventato, disse tra sè: — Chi ha operato tale prodigio, è capace di cose ancor più maravigliose, e potrebbe rapirmi il regno e farmi anche morire. [p. 130 modifica]

«Questa riflessione gettò tal turbamento nel di lui animo, che non sapeva cosa risolvere; laonde, mandato a chiamare il suo visir, gli chiese che cosa dovesse fare in una congiuntura sì importante. Il ministro, riflettuto per alcuni istanti, disse al principe che simile maraviglia non avea potuto effettuarsi senza il soccorso de’ geni o di qualche altra consimile potenza, e che se quel giovane fosse irritato pel trattamento patito, dovevasi temere che in seguito non se ne vendicasse sulla di lui persona. - Vi consiglio dunque,» soggiunse, «a far proclamare per la città, sotto la vostra reale parola, che l’autore di quell’azione otterrà, presentandosi davanti a voi, intiera grazia. Se cede alle vostre brame, fategli sposare la principessa: forse le tenerezze di vostra figliuola potranno calmarne la collera.» Il sultano approvò il consiglio; il proclama fu scritto ed il banditore lo pubblicò per tutta la città. Giunto alla piazza della gran moschea, il giovane, tutto lieto all’udirlo, corse dal maestro, e gli dichiarò la sua intenzione di recarsi dal sullano. — Figliuolo,» gli disse il saggio, «che cosa corri ad intraprendere? Non hai già bastantemente sofferto? — Nulla varrà a distogliermi dal mio proposito,» sclamò il giovane. — Va dunque, figliuolo; le mie preghiere ti accompagneranno dovunque.

— «L’allievo, fatto un bagno, si abbigliò co’ suoi più ricchi abiti, ed annunziossi al banditore, che lo condusse al palazzo. Ivi fece una profonda riverenza al principe, augurandogli lunga vita ed inalterabile felicità; il sultano colpito dalla di lui maschia beltà, dalla grazia del portamento e dalla disinvoltura delle sue maniere: — Giovane straniero,» gli disse, «qual è il tuo nome, e d’onde vieni? — Sono,» rispose questi, «quello che alcun tempo fa vedeste sotto doppia forma; io pur sono che mi permisi lo [p. 131 modifica] strattagemma dal quale poco mancò non mi puniste.» Il sultano allora, alzandosi, gli offrì il posto d’onore, ed impegnò con lui un vivo ed animato colloquio. Gli sottopose vari quesiti scientifici, a’ quali il giovane rispose con tanta sensatezza, che il principe gliene dimostrò la propria ammirazione, o non seppe a meno di riconoscere fra sè ch’era degno realmente della sua figlia. — Amico,» gli disse, e mia intenzione darti in consorte la principessa: tu l’hai già veduta, e dopo l’occorso, niuno, fuor di te, può sposarla. — Son pronto ad obbedirvi,» rispose il giovanetto; «ma permettetemi di consultare il mio amico. — V’acconsento; va, e spicciati. —

«L’allievo tornò dal suo maestro, e narratagli ogni cosa, gli dichiarò di voler isposare la principessa. — Nè io mi ci opporrò, figlio mio,» rispose il veglio; «il cielo benedica la vostra unione. Recati dunque da parte mia al sultano, e pregalo di venirci a trovare. — Ma, maestro,» riprese il giovane stupefatto, «dacchè sono al vostro servizio, non v’ho mai conosciuta altra dimora fuor di questa celletta; come posso invitare il principe a discendere in sì umile albergo? - Figlio,» ripetè il vecchio, «riponi la tua fiducia in Dio, al quale son possibili tutti i miracoli. Torna dal re, e digli che fra cinque giorni lo aspetto.» Il giovane obbedì, tornando poi presso all’eremita per adempirvi, come prima, a’ suoi doveri, ma attendendo con impazienza lo spuntare della quinta aurora.

«Giunto quel lieto istante, il savio disse all’allievo: — Andiamo a casa nostra, affine di preparare ogni cosa pel ricevimento del sultano.» Uscirono, e giunti nel bel mezzo della città, fermaronsi davanti ad un antico edifizio, le cui mura cadevano in rovine. — Figlio,» disse il vecchio, «ecco la mia abitazione; sollecitati ad andare dal sultano. [p. 132 modifica] Maestro,» sclamò l’allievo pieno di stupore, «questa dimora non è che un mucchio di rottami; come oserei io pregare il principe a recarsi in questo luogo? Ciò sarebbe un disonorarci. — Obbedisci,» ripetè l’eremita, «e scaccia ogni tema.» L’allievo partì, ma non senza pensare tra sè: — Il mio caro maestro ha perduto il senno, oppure vuol burlarsi di noi, —

«Giunto al palazzo, trovò il sultano che lo attendeva, ed il quale acconsentì facilmente a seguirlo accompagnato da tutta la corte, sino all’abitazione prescelta dal vecchio. Ma qual non fu la maraviglia od il giubilo dell’allievo, allorchè, invece del cadente edificio, vide un magnifico palazzo, alle cui porte stavano schierati numerosi schiavi sfarzosamente vestiti. Alla vista di quella inaspettata metamorfosi, il giovinetto rimase talmente sbalordito, che smarrì l’uso della parola. -- Poco fa,» disse fra sè, «eravi in questo medesimo luogo un cumulo di rovvine, ed ora vi ammiro un palazzo più magnifico di quanti appartengono al sultano. Non ci comprendo nulla; ma, dirò col mio maestro: Dio solo è potente! —

«Il principe e la sua comitiva scesero da cavallo, ed entrati nel palagio, traversarono un primo cortile, la cui ampiezza li sorprese: passati poi in un secondo egualmente vasto, e che metteva in una gran sala, colà trovarono il venerando vecchio, seduto e pronto a riceverli. Il sultano fece un profondo inchino, cui il saggio, senza scomporsi corrispose con un cenno di benevolenza. Il principe quindi sedette, e la conversazione s’impegnò fra loro. Mentre il sultano ammirava in silenzio i modi pieni di nobiltà dell’ospite e lo splendore di quanto lo circondava, il vecchio comandò all’allievo di bussare ad una porta, ordinando che si recasse la colazione. La porta tosto si aprì, e cento schiavi comparvero, recando, sul capo lastre d’oro, sulle quali stavano disposti piatti [p. 133 modifica] d’agata, di corniola e d’altre pietre preziose, tutti pieni di vivande varie e squisite, e le collocarono in bell’ordine davanti al sultano, il quale rimase tutto sorpreso, che il suo palazzo era ben lungi dai raggiungere tanta sontuosità. Si posero a tavola e dopo il pasto portaronsi caffè e sorbetti. Il principe ed il vecchio parlarono poi d’argomenti di religione e di poesia, su’ quali il saggio fece molteplici dissertazioni che piacquero assai all’augusto ospite. Altro pasto ebbe luogo alla sera; il vecchio vi dispiegò una maggiore magnificenza, ed al finire del sontuoso banchetto, disse al sultano: — Avete stabilita la dote, che mio figlio deve dare a vostra figliuola?» Volendo il principe far un complimento all’ospite, gli rispose d’averla già ricevuta; ma il saggio fece osservare che, senza dotazione, un matrimonio non potea tenersi valido. Allora fe’ cenno ai suoi schiavi, i quali recarongli una grossa somma in oro ed innumerevoli quantità di diamanti e pietre preziose, ch’egli pregò il principe ad accettare come presente di nozze per la figliuola, offrendogli in seguito ricchi doni per lui, e distribuendo a tutti i cortigiani vesti d’onore, secondo i rispettivi gradi e la qualità. Infine, il sultano ed il suo futuro genero presero commiato dal vecchio.

«Alla sera, il fortunato allievo venne introdotto nell’appartamento nuziale, cui trovò addobbato di magnifici tappeti ed olezzante delle più preziose essenze; ma la principessa non v’era. Ne rimase sulle prime alquanto maravigliato: ma pensò poi che il di lei arrivo fosse differito sino a mezzanotte, ed attese impazientemente quell’ora. Suona mezzanotte, e la sposa non compare. Agitato da mille dolorosi pensieri, passò il resto della notte in mezzo ai tormenti dell’inquietudine e del timore. Sorse l’aurora, e da parte propria i genitori rimangono attoniti di non veder venire la figliuola che stimavano tra le braccia dello sposo, [p. 134 modifica]

«Infine la madre non potendo aspettare più a lungo, vola alla stanza degli sposi; ma ode chiedersi dal giovane, tutto mesto, qual cosa avesse impedito alla principessa di venire da lui. — Ella era qui prima di voi,» risponde la sultana. — Non l’ho veduta,» sclama lo sposo. Afflitta a tai detti, la madre mise un grido di terrore, chiamando ad alta voce la fanciulla, poichè non aveva che quell’unica figlia, e le portava il più tenero affetto. Le sue grida attirarono il sultano, il quale, precipitandosi nella camera, non appena ebbe saputo che la figliuola era scomparsa, nè che era stata veduta dopo il suo ingresso nell’appartamento nuziale, abbandonossi, colla sultana e col genero, alla più violenta disperazione.»

NOTTE DLXXVII

— Per ispiegare la subitanea scomparsa della principessa, bisogna sapere che uno spirito malefico solleva, per trastullo, visitare il serraglio. Trovandovisi la sera del matrimonio, fu tanto colpito dalle attrattive della sposa, che risolse di rapirla; laonde, resosi invisibile, ed aspettatala nella stanza nuziale, appena la vide, se n’era impadronito, portandola via svenuta per l’aere. Condottala quindi in un giardino delizioso, lontano dalla città, la collocò sotto un padiglione di verzura, deponendole davanti mille frutti deliziosi e sorbetti di cento specie diverse, ed attendendo con rispetto il momento in cui si destasse.

«Allorchè lo sposo si fu alquanto rimesso dai primi trasporti della sua disperazione, pensò al maestro, e propose al sultano d’implorarne il soccorso. [p. 135 modifica] Recatisi pertanto da lui, trovarono tutto nell’ordine stesso del giorno prima, ed il saggio li accolse colla solita bontà. Pianse insieme ad essi il ratto della fanciulla, ed impietosito dalla violenza del loro dolore risolse di usar ogni sforzo per consolarli. Si fece in fatti recare un braciere di carboni accesi, e rimasto alcuni momenti raccolto in meditazione profonda, gettò sulla fiamma varie sorta di profumi, pronunciando magiche parole. Appena finita tale cerimonia, tremò la terra, innalzaronsi turbini, sfolgorarono i lampi, e nubi di polve oscurarono il cielo, d’onde si videro scendere rapidissimamente turbe d’esseri aerei, con brillanti vessilli e lance d’oro massiccio, ed in mezzo alle schiere tre principi de’ geni, i quali, chinatisi con rispetto davanti al vecchio, gridarono ad una voce: — Salve, signore! eccoci agli ordini tuoi. — Trovatemi sul momento la sposa di mio figlio ed il maledetto genio che l’ha rapita.» A tai detti, staccaronsi cinquanta di loro, alcuni per andar in cerca della principessa e ricondurla al palagio; gli altri onde impadronirsi del colpevole, e trascinarlo davanti al vecchio. Quegli ordini furono eseguiti; la sposa ricomparve nel suo appartamento, ed il reo venne condotto alla presenza dell’eremita, il quale comandò ai tre geni di bruciarlo e ridurlo sull’istante in cenere; scena che accadde davanti al sultano, non senza di lui terrore, contemplando le figure terribili e gigantesche de’ geni. Egli ammirava, su d’ogni altra cosa, la loro sommessione e la prontezza onde obbedivano al vecchio venerabile. Ridotto in cenere il reo, il saggio rinnovò i suoi incantesimi, e tosto i principi de’ geni, inchinandosi, disparvero col loro seguito.

«Il sultano e suo genero presero commiato dall’eremita, e tornando al palazzo, trovarono tutti in festa ed allegria pel ritorno della fanciulla. Fu [p. 136 modifica] consumato il matrimonio, ed il giovane gustava tanta beatitudine presso alla nuova sua famiglia, che per sette intieri giorni non uscì dall’harem. L’ottavo, il sultano comandò pubbliche allegrezze, ed invitò gli abitanti della città a venir a prender parte ai banchetti che voleva dare, facendo pubblicare un bando che vietava a chiunque, ricco o povero, di mangiare in casa propria per tre giorni, ingiungendo invece a tutti d’intervenire al convito nuziale della figliuola. Riempiti i cortili del palazzo di provvigioni, gli ufficiali del principe furono per tutto quel tempo impiegati a servire il popolo, che accorse pieno di premura agl’inviti del suo Sovrano.

«In una delle notti di quella gran festa, bramoso il sultano di sapere se tutti obbedivano alla sua intimazione, risolse di correre la città travestito; laonde, lasciando segretamente il palazzo, accompagnato dal visir, travestito com’egli da dervis persiano, cominciò la sua escursione. Verso mezzanotte, videro per le gelosie d’una finestra tre giovanette a cena colla madre. Una di esse tratto tratto cantava, e le altre due cianciavano e ridevano. Il sultano ordinò al visir di bussare alla porta: una delle sorelle domandò chi battesse ad ora così inoltrata della notte. - Siamo due dervis forestieri,» rispose il ministro. — Ci troviamo sole,» soggiunsero quelle dame, «e qui non v’ha un sol uomo per ricevervi; recatevi al palazzo del sultano, e vi sarete ben trattati. — Aimè! siamo stranieri, e non sappiamo la strada che vi guida; d’altronde, temiamo che il giudice di polizia non c’incontri e ci arresti. Vi supplichiamo di accordarci l’ospitalità sino allo spuntar del giorno; partiremo subito. Non temete da parte nostra alcuna cattiva azione. —

«Commossa la madre a tali parole, ordinò alle figlie di aprire. Entrati i nostri viaggiatori, le salutarono [p. 137 modifica] rispettosamente e sedettero. Il principe, osservando la bellezza e le nobili maniere delle tre sorelle, le pregò di dirgli perchè fossero sole, e non avessero nessuno da proteggerle; la più giovane rispose: — Indiscreto dervis, cessa dalle tue interrogazioni. Maravigliose sono le nostre avventure; ma sarebbe mestieri che tu fossi sultano, e visir il tuo compagno per esser degni di udirle e conoscerci.» Il sultano non ispinse più oltre le sue domande, e si parlò di cose indifferenti sino all’alba; allora, i pretesi dervis accommiataronsi con rispetto dalla madre e dalle fanciulle; ma, nell’uscire, il principe ingiunse al ministro di fare un segno alla porta, deciso di tornare, dopo le feste, in casa di quelle dame per conoscerle ed udirne le avventure.

«Terminate le pubbliche allegrie, tutto rientrò nell’ordine consueto, e gli affari ripresero l’usato loro corso. Il sultano però, ricordandosi della sua visita notturna, diede ordine al visir di andar a riconoscere la casa delle tre sorelle, essendo sua intenzione di tornarvi col medesimo travestimento, tanto la risposta di quella giovane avea punta la sua curiosità. Il visir obbedì, ma fu stranamente sconcertato, quando vide che tutte le case portavano il medesimo segno. Infatti la sorella minore, inteso il complotto, ebbe ricorso a quell’astuzia per impedirne l’esecuzione. Il visir dovè tornar dal sultano, cui fece parte dello scherzo ch’eragli stato fatto; notizia che sebbene contrariasse il principe, non per questo nol fece desistere dal suo disegno. Allora il visir si fece a dirgli: — Sire, mi viene un’idea; fate proclamare per la città, quattro giorni di seguito, che chiunque terrà lume in casa dopo la prima ronda notturna, perderà il capo, gli saranno confiscati i beni e spianata la casa, Quelle dame, che non si sono uniformate al primo vostro bando, non si sottoporranno al [p. 138 modifica] certo nemmeno a questo, e di tal guisa perverremo a scoprirne la dimora. —

«Adottata dal sultano l’idea, fece bandire il proposto proclama, e pazientemente aspettò la quarta notte, in cui, ripresi col visir gli abiti di dervis, recossi nella via dove le sorelle dimoravano. Tosto una luce ferì i loro occhi, e, non dubitando d’esser giunti alla meta, bussarono alla porta. — Chi è?» chiese una voce cui riconobbero per quella della sorella minore. — Due poveri dervis che vi pregano di conceder loro l’ospitalità; il cielo saprà rimeritarvene, —

«La madre ordinò che si aprisse, ed i due viaggiatori entrarono. Le dame, alzatesi, li accolsero cortesemente, e fattili sedere, li servirono di vari rinfreschi. Il sultano fu commosso dell’amabile accoglienza; ma desideroso d’intavolare il discorso: — Amiche» disse, loro, «voi dunque ignorate la intimazione del sovrano? Come accade dunque che sole in questa grande città, voi abbiate lume dopo la prima ronda notturna? — Buon dervis,» rispose la minore, «non si deve obbedienza al sultano se non allorchè egli emana ordini ragionevoli, e questa proibizione di tener lume essendo tirannica, non v’ha alcun obbligo di uniformarvisi, poichè il Corano dice: «Obbedire quando si ordina una cosa ingiusta, è come offender Dio.» Il sultano opra contro la legge divina, e segue l’impulso di Satana. Noi ci occupiamo ogni notte, insieme alla nostra buona madre, a filare una certa quantità di cotone per venderla la mattina appresso, ed il frutto di tal lavoro è l’unica nostra risorsa. —

«Colpito il sultano della giustezza e fermezza di tale risposta, tacque, e sottovoce indusse il ministro a promovere alla giovanetta qualche quistione che l’avesse ad imbarazzare. Allora il visir, prendendo la parola: - Signorina,» disse, e l’obbedienza agli ordini del sultano è un dovere per tutti. — È nostro [p. 139 modifica] sovrano,» replicò la giovane; «ma si è egli preso l’incomodo di conoscere la nostra posizione? Sa egli se noi ci troviamo nell’abbondanza o nella miseria? — Se però,» riprese il visir, «vi mandasse a cercare, e v’interrogasse intorno alla vostra obbedienza a’ suoi ordini, che cosa direste per iscusarvi? — Gli direi che ha offeso la legge divina. «Accostatosi il visir al sultano, gli disse all’orecchio: — Non discutiamo più oltre con questa giovanotta su punti di legge e di coscienza, perocchè ella mi sembra troppo ben istruita. Domandiamole piuttosto se ama lo arti belle.» Promosse il sultano la questione: la giovane rispose che sapeva un po’ di tutto, e preso il liuto, preludendo con accento flebile, cantò le parole seguenti:

«-«Deve il suddito obbedienza al suo sovrano; ma il principe che vuol regnar lungo tempo, deve guadagnarsi colla bontà l’affetto de’ popoli. Sii grande e generoso, ed i tuoi sudditi pregheranno per te; poichè l’uomo libero può solo sentire la riconoscenza.

««L’uomo ricorrerà sempre a chi dispensa benefizi, poichè la bontà è attraente.

««Non attristate l’uom d’ingegno con un rifiuto, che un animo generoso s’irrita contro l’avarizia ed il disprezzo.

««La decima parte appena degli uomini sa comprendere il giusto, tanto la natura umana è ignorante, ribelle ed ingrata.»-»

«Tali sensi della giovanetta immersero il sultano in una profonda meditazione. — Avvi in ciò che ho udito,» disse al visir, «qualche allusione che mi è rivolta. Son certo che siamo conosciuti; tutto ciò che dicono queste ragazze me lo prova pur troppo. La vostra musica,» soggiunse indi alla giovane cantatrice, «la maniera dolcissima onde la eseguite, la bella [p. 140 modifica] vostra voce, e l’argomento delle vostre strofe mi hanno rapito al di là di quanto vi sappia esprimere.» Inchinossi la fanciulla a quei detti, e cantò la strofetta seguente:

«- «Gli uomini non risparmiano cure nè fatiche per ottener onori ed ammassare ricchezze, delle quali sperano di godere eternamente. Vani sforzi! fisso è sin dal dì natale il conta ch’essi devono rendere al cielo ed il momento della loro morte.»».

«Il senso di questi ultimi versi finì di convincere il sultano ch’era riconosciuto. La sorella proseguì a cantare sino allo spuntar del giorno, ed allora, lasciati per un momento i falsi dervis, fece preparar loro da colazione. — Spero,» disse poi, «che tornerete a trovarci stasera dopo la prima ronda, ed accetterete di nuovo la nostra ospitalità.» Il sultano lo promise, e se ne andò allettato oltremodo dei talenti e delle grazie delle tre amabili sorelle.»

NOTTE DLXXVIII

— La notte appresso, il principe ed il suo ministro, sempre travestiti, si recarono alla casa delle tre sorelle, muniti d’alcune borse piene di pezze d’oro. Ricevuti cogli stessi riguardi, dopo la cena si parlò di cose diverse sino all’ora della preghiera della prima ronda. Allora, alzatosi, ognuno, fece le sue abluzioni e pregò: adempito ai sacri doveri, il sultano offerì alla più giovane delle sorelle una borsa di mille pezze pei bisogni più urgenti. Essa ringraziollo, facendo un profonda riverenza, e baciò la mano al falso [p. 141 modifica] dervis, la cui munificenza le svelava il di fui grado e la qualità, talchè comunicato alla madre ed alle sorelle il proprio pensiero, tutte e tre prosternaronsi davanti al re. — Siamo certamente scoperti,» disse questi al visir e voltosi a quelle dame: «Noi non siamo che due poveri dervis, e ci trattate con un rispetto che non si deve fuorchè ai sovrani; ricomponetevi, ve ne scongiuro.» La giovane sorella allora prosternossi di nuovo, e cantò i seguenti versi:

«-«Possa la felicità seguirti mai sempre a dispetto e della malignità e dell’invidia! Possano i giorni e tuoi scorrere sereni, e tristi quelli dei tuoi nemici!»-»

«— Sì, tu sei il sultano, ed il compagno tuo è il visir, non posso dubitarne; — Chi ve lo può far credere? — Le nobili maniere e la generosità vostra: un re può travestirsi, ma il grado reale sì palesa sempre. — Non vi siete ingannata; sono il sultano. Ma perchè siete sole in questa casa, senza marito nè protettore? — Sì straordinaria è la nostra storia, che meriterebbe d’essere incisa sul diamante per servire d’esempio alla posterità, e giacchè mostrate desiderio di conoscerla, m’accingo a narrarla.