Le Fenicie (Euripide - Romagnoli)/Prologo

Prologo

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Euripide - Le Fenicie (410 a.C. / 409 a.C.)
Traduzione di Ettore Romagnoli (1928)
Prologo
Personaggi Parodo
Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta I poeti greci tradotti da Ettore Romagnoli

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Tragedie di Euripide (Romagnoli) II-0218.png


giocasta

O tu che in ciel solchi la via degli astri,
o tu che muovi sopra il cocchio d’oro,
o Sol che sovra rapide puledre
rechi attorno la fiamma, oh, come infausto
sopra Tebe quel dí scagliasti i raggi,
quando, lasciata la fenicia terra
cinta dal mare, a questo suolo giunse
Cadmo, che sposa ebbe Armonia, di Cípride
la figlia, e Polidòro generò,
da cui si narra che nascesse Làbdaco,
e da Làbdaco Laio. Ed io son detta
figlia di Menecèo (Creonte nacque
dalla mia stessa madre, è mio fratello),
e mi chiaman Giocasta: a me tal nome
il padre impose. E Laio mi sposò.
E poi che a lungo senza prole il talamo
nuzïale rimase, a Febo andò,
la ragion glie ne chiese, e maschia prole
implorò, che da lui nata e da me,
popolasse la reggia. E il Dio rispose:
«Non seminare dei figliuoli il solco
senza il volere dei Celesti: ché

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se tu la vita a un figlio dài, la morte
il figlio a te darà, nel sangue immersa
tutta sarà la casa tua». Ma quegli,
indulgendo al piacer, vinto dal vino,
un figlio seminò; poi, come gli ebbe
data la vita, ripensò l’oracolo
del Dio, conobbe il proprio errore, e il pargolo
a bifolchi affidò, che l’esponessero,
poi che trafitti gli ebbe con un pungolo
i mallèoli a mezzo: onde poi l’Ellade
Edípo lo chiamò1. Ma lo raccolsero
di Pòlibo i pastori, e lo recarono
alla regina, e a lei lo consegnarono.
Ed essa, il frutto della doglia mia
al proprio seno avvicinò, convinse
lo sposo suo ch’era suo figlio. E quando
uomo divenne il mio figliuolo, e fulve
le gote sue, vuoi per sospetto, vuoi
ch’altri parlasse a lui, bramò conoscere
i propri genitori, e al santuario
mosse di Febo. Ed in quei giorni stessi
Laio v’andò, lo sposo mio, per chiedere
se l’esposto figliuolo ancor vivesse.
E l’uno all’altro, a un punto della Fòcide
che si fende in tre vie, di fronte giunsero.
E l’auriga di Laio allora impose:
«Fatti da banda, forestiero, e cedi
il passo ai re». Ma l’altro, animo altero,
proseguía muto: onde i puledri, i tendini
dei pie’ gl’insanguinâr coi loro zoccoli.
Ma che giova narrar quanto è remoto
dei mali miei? Sorse una lite, e il figlio
uccise il padre, ascese il cocchio, e a Pòlibo,

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l’educatore suo, lo die’. Frattanto
coi suoi sterminî imperversava sopra
Tebe la Sfinge; e morto era il mio sposo.
E il fratel mio Creonte, al bando pose
il letto mio: che della scaltra vergine
chi sciogliesse l’enigma, avrebbe asceso
il mio giaciglio. E quell’enigma sciogliere
Edípo seppe, il mio figliuolo; ond’egli
eletto fu signor di questa terra,
di questo suolo in premio ebbe lo scettro,
e me sposò, la madre sua, ch’ei, misero,
nulla sapeva, e neppure io sapevo
che m’univo col figlio. E al figlio mio
figliuoli generai: due maschi, Etèocle
e Poliníce, valoroso e celebre,
e due figliuole; ed una d’esse, Ismène
chiamava il padre; ed io la prima Antígone.
Or, come apprese le sue nozze quali
eran, materne nozze, al fondo sceso
d’ogni sciagura, Edípo, orrenda strage
fece degli occhi proprî, insanguinandone
con fibbie d’oro le pupille. E quando
già s’ombrava la guancia ai figli miei,
tennero in casa il padre lor nascosto,
perché scendesse oblio su la sciagura
che velare si può solo con molti
accorgimenti. E nella casa ei vive.
Ma, nel tormento di sciagura, lancia
ai suoi figliuoli imprecazioni orribili:
ch’essi i beni paterni compartiscano
con la spada affilata. E quei, temendo
che compiessero i Numi, ove un sol tetto
abitassero entrambi, i voti suoi,

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s’accordaron insiem, che Poliníce
andasse prima in volontario esilio,
ch’era il minore, e che lo scettro Etèocle
reggesse intanto, e rimanesse in Tebe,
mutando anno per anno. Or, poi che quegli
sedé sul banco del comando, il trono
cedere piú non volle, ed in esilio
Poliníce scacciò lungi da Tebe.
E quegli, ad Argo venne, in parentado
con Adrasto s’uní, raccolse un grande
esercito d’Argivi, e qui l’adduce.
E giunto è già presso le mura, presso
le sette porte, ed il paterno scettro
chiede, e la sua parte di beni. Ed io,
per troncare la lite, ambi convinti
feci, che, data sicurtà, s’incontrino,
col fratello il fratel, prima che giungano
alla prova dell’armi. E dice il messo
ch’io lí mandai, ch’egli stesso verrà.
Signore Giove, o tu ch’abiti i lucidi
seni del cielo, salvaci: concedi
che s’accordino i miei figli. Se saggio
tu sei, non devi consentir che sempre
sull’uomo stesso le sciagure incombano.
Giocasta esce.

Tragedie di Euripide (Romagnoli) II-0221.png

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Tragedie di Euripide (Romagnoli) II-0222.png

Entrano Antigone e un pedagogo.

pedagogo

Della casa paterna insigne gèrmine,
Antígone, poiché per le tue preci
la madre a te lasciar le tue virginee
stanze concesse, e della casa ascendere
a questa vetta eccelsa, onde l’esercito
veder potessi degli Argivi, férmati,
ch’io la via prima esplori, e veda se
v’appare alcun dei cittadini: ch’io
come servo n’avrei biasimo, e tu
come signora. E poi che tutto io so,
tutto io ti ridirò, quello che visto,
quello che udito ho degli Argivi, quando
fra loro andai, recando la franchigia
pel fratel tuo, quando di lí tornai.
Guarda da tutte le parti.

Ecco, nessun dei cittadini avanza
verso la reggia: il piede su l’antica
scala di cedro avanza, e il piano osserva,

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e quante, presso dell’Ismèno ai rivi,2
di Dirce all’acque, ostili armi s’accolgono.
Ascendono ad una terrazza.

antigone

Porgi la vecchia tua mano, a me
giovine porgi, sí ch’io piú facile
sui gradi levi l’orma del pie’.

pedagogo

Ecco la man, fanciulla. In punto giungi:
l’esercito pelasgo3 è su le mosse
già, già le schiere in ordine si pongono.

antigone

O di Latona figlio, o Sovrana
Ecate, folgora
irta di bronzo tutta la piana.

pedagogo

Non senza forze Poliníce, ma
con destrieri molti, ma con fremito
d’innumerevoli armi a Tebe venne.

antigone

Dai lor serrami sono le porte
ben chiuse? Gli àsseri

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bronzei, dei muri
nelle compàgini
ch’estrusse Anfíone, sono sicuri?

pedagogo

Fa’ cuor: bene difesa è la città.
Ma guarda il primo, se saper tu brami.

antigone

Costui, che in testa muove all’esercito,
chi è? Sul capo crolla un cimiero
bianco, uno scudo sostiene, bronzeo
tutto, e al suo braccio sembra leggero.

pedagogo

Signora, è duce.....

antigone

                              E chi? Di quale gente?
O vecchio, dimmi il nome suo qual’è.

pedagogo

Micenèa la progenie: abita presso
il pian di Lerna: è Ippomedónte re.

antigone

Ahi ahi, superbo quanto, e terribile
d’aspetto, e simile tutto a gigante,

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non a progenie d’uomini;
e di stelle lo scudo ha scintillante.

pedagogo

Vedi quei che il Dircèo flutto attraversa?

antigone

È l’armatura sua ben diversa!
Chi è costui?

pedagogo

                        Tidèo, figlio d’Enèo.
L’Etolo Marte nel suo seno alberga.

antigone

È colui dunque che la sorella
della consorte4
di Poliníce sposava, o vecchio?
Come variopinto e semibarbaro
dell’armi ha l’apparecchio!

pedagogo

Portan lo scudo tutti quanti gli Etoli,
e son di lancie vibratori egregi.

antigone

Ma tu, come sai tutto cosí bene?

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pedagogo

Vidi le insegne degli scudi, quando
le franchigie recai pel tuo fratello.
Vidi, e bene i guerrieri ora distinguo.

antigone

E questo giovine di chiome ricciole,
d’aspetto truce,
chi è, che muove d’intorno al tumulo
di Zeto5? È certo un duce:
tal folla vedo che segue ligia
le sue vestigia.

pedagogo

Partenopèo, figliuolo è d’Atalanta6.

antigone

Con le sue frecce lo abbatta e stermini
la Diva Artèmide, ch’errando va
con la sua madre su alpestri vertici:
ch’ei viene a struggere la mia città.

pedagogo

Sia cosí, figlia; ma con dritto7 vengono
a questa terra; ond’io temo che l’occhio
benevolo su loro i Numi volgano.

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antigone

E dov’è quegli che meco è nato
da un solo grembo, per tristo fato?
O caro, dimmi, Poliníce, ov’è?

pedagogo
Presso alla tomba delle sette figlie
di Níobe, presso al tumulo d’Adrasto.
Lo vedi?

antigone

                  Sí, ma non distinto: vedo
la forma, e il petto suo, che rassomigliano.
Deh, se potessi, come una nuvola
dal pie’ di vento, volar con rapida
aerea traccia,
al mio fratello caro, del profugo
misero, dopo sí lungo transito
di tempo, al seno gittar le braccia!
L’armi sue d’oro abbagliano gli sguardi:
sembran del Sole all’alba i primi dardi.

pedagogo

Esultare potrai: fra queste mura
patteggiato verrà.

antigone

                              Chi è colui,
che sovra un carro guida i corsier’ candidi?

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pedagogo

Anfïarào profeta; e seco ha vittime
che la terra di sangue avida allegrino.

antigone

Figlia del Sole dal ricco manto,
o Luna, o disco d’aurei fulgori,
con quanta calma guida, con quanto
garbo, la sferza dei corridori!

E Capanèo dov’è, che scaglia orribili
minacce contro Tebe?

pedagogo

                                        È là. Misura
su e giú le torri con lo sguardo, e calcola
in che luogo tentar possa l’assalto.

antigone

Ahimè!
Nèmesi e tuoni dal cupo fremito
di Giove, e fúmida vampa del folgore,
questa arroganza ch’oltre ogni umana
forza presume, tu rendi vana! —
Questi è colui che minaccia
schiave condurne a Micene,
alla sorgente di Lerna
cui scaturir per Amímone8,

[p. 226 modifica]

fe’ col tridente Posídone,
cinte di serve catene?
O Artèmide, o vergine
dai riccioli d’oro, o rampollo
di Giove, deh mai
aggravi tal giogo servile il mio collo.

pedagogo

Adesso, o figlia, in casa entra, e rimani
nelle tue stanze verginali. Paga
hai fatta la tua brama, hai visto quello
che veder tu volevi. Or che il tumulto
invasa ha la città, muove uno stuolo
di donne a questa reggia. È un gran piacere
per le donne, dir male una dell’altra.
Partono.

Tragedie di Euripide (Romagnoli) II-0229.png

Note

  1. [p. 337 modifica]Edipo lo chiamò; Οἰδί-πους, cioè dai piedi gonfi.
  2. [p. 337 modifica]Ismeno, fiume della Beozia, che scaturisce dal colle Ismenio, attraversa Tebe, si unisce con le acque della fonte Dirce, e sbocca nel lago di Hylice.
  3. [p. 337 modifica]L’esercito pelasgo, è l’esercito assediante, detto pelasgo perchè comandato da Adrasto, re d’Argo; cfr. p. 229, vv. 15-16. Pag. 222, vv. 12-13. - La sorella della consorte, Deipile, mogile di Tideo, era sorella di Argia, moglie di Polinice: cfr. p. 238, 1. 10, n. Pag. 223, v. 9. - Zeto, figlio di Giove e di Antíope, partecipò insieme col fratello Anfione alla fondazione di Tebe; cfr. Omero, Odissea, XI, 260:

    Antíope dopo questa m’apparve, figliuola d’Asòpo
    che tra le braccia di Giove giaciuta era, disse; e dal Nume
    due pargoletti aveva concetti, Anfíone e Zeto
    che Tebe pria fondaron, città di settemplici porte
    che la munîr di torri; perché rimaner senza torri,
    per quanto in Tebe fosser gagliardi, possibil non era.

  4. [p. 337 modifica]La sorella della consorte, Deipile, mogile di Tideo, era sorella di Argia, moglie di Polinice: cfr. p. 238, 1. 10, n.
  5. [p. 337 modifica]Zeto, figlio di Giove e di Antíope, partecipò insieme col fratello Anfione alla fondazione di Tebe; cfr. Omero, Odissea, XI, 260:

    Antíope dopo questa m’apparve, figliuola d’Asòpo
    che tra le braccia di Giove giaciuta era, disse; e dal Nume
    due pargoletti aveva concetti, Anfíone e Zeto
    che Tebe pria fondaron, città di settemplici porte
    che la munîr di torri; perché rimaner senza torri,
    per quanto in Tebe fosser gagliardi, possibil non era.

  6. [p. 338 modifica]Atalanta, celebre cacciatrice. moglie di Melanione, che l’aveva vinta nella corsa, con la nota astuzia, suggeritagli da Afrodite, dei pomi d’oro.
  7. [p. 338 modifica]Con dritto, perché Eteocle era venuto meno alla parola data a Polinice; cfr. p. 229. vv. 18-20 e p. 243, v. 13 sgg.
  8. [p. 338 modifica]Amimone, figlia di Danao: andando essa per acqua nei campi di Lerna, fu amata da Nettuno, che, percotendo col tridente la terra, fece scaturire per lei una fonte detta Lernea e Amimonia.