La scotennatrice/XXIV. Il massacro

XXIV. Il massacro

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XXIII. Il colpo di testa di Sandy Hook La scotennatrice
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XXIV.


Il massacro.


Il bandito ed il tenente, il quale era stato slegato senza dargli però nessuna arma, attraversarono al galoppo l’immenso campo indiano dove si erano radunati a poco a poco ben cinquemila guerrieri, calati da tutte le parti del selvaggio Wyoming e raggiunsero la falda della montagna che si ergeva loro di fronte. [p. 245 modifica]

Avrebbero potuto scendere la vallata che s’apriva loro dinanzi formando un gigantesco cañon, ma Sandy Hook aveva le sue buone ragioni per prendere altra via. Non aveva dimenticato nè Turner nè gli scorridori, i quali dovevano aspettarlo in preda ad una estrema ansietà.

Appena fu ben lontano dalle ultime sentinelle indiane imboscate sotto i pini per guardare i fianchi del campo da un improvviso colpo di mano da parte degli americani, si volse verso il tenente il quale fino allora non aveva pronunciata una sola parola e gli disse sorridendo:

— Signor Devandel, vi porto i saluti di John, l’indian-agent di vostro padre, e di Giorgio ed Harry, i due famosi scorridori della prateria che già voi avete conosciuti.

— John!... Giorgio!... Harry!... — esclamò l’ufficiale, spalancando gli occhi e frenando di colpo il cavallo. — Che cosa dite voi?

— Mi pare di aver parlato chiaro — rispose il bandito. — Non vi sarete dimenticato di quelle buone persone che combatterono a fianco del vostro defunto padre e che, se non m’inganno, vi hanno salvato da una morte più che certa sulle rive del Lago Salato.

— Chi siete voi? Ditemelo, ve ne prego.

— Mah! Gl’indiani mi chiamano, non so veramente il perchè, il Mocassino Sanguinoso, quantunque i miei mocassini non siano mai stati lordati dalle capigliature sanguinanti dei visi pallidi; i miei veri compatriotti mi chiamano semplicemente Sandy Hook.

— Il saccheggiatore di treni!... — esclamò l’ufficiale.

— Ah!... Ne avete udito parlare!... Ero davvero un bel furfante allora; ora cerco di diventare un galantuomo.

— Non siete dunque un indiano?

— Pare di no.

— Me l’ero immaginato.

— Me l’avete già detto — rispose il bandito, sorridendo.

— E John vi ha incaricato di portarmi i suoi saluti? Dov’è quel valoroso?

Invece di rispondere, Sandy Hook staccò dalla sella uno dei due winchester regalatigli da Sitting-Bull e lo passò all’ufficiale.

— Che cosa fate? — chiese, stupito, il figlio del prode colonnello.

— Siete un buon tiratore? — chiese il bandito la cui fronte si era annuvolata.

— Come uno scorridore della prateria.

— Siamo seguiti.

— Da chi?

— Ho scorto un indiano scomparire in mezzo agli alberi.

— Che ci sorveglino?

Sandy Hook rispose con una bestemmia, poi disse:

— Minnehaha non è leale come Sitting-Bull. Qualcuno deve averla informata del mio arrivo al campo indiano e della nostra partenza.

«Se ci giunge addosso avrà la vostra capigliatura. [p. 246 modifica]

— Non bastava quella di mio padre a placare la rabbia di quelle belve?

— Pare di no — rispose il bandito, il quale appariva assai preoccupato. — Signor Devandel, affrettiamoci a raggiungere John ed i suoi amici o noi la finiremo male.

«Solamente lassù, nel rifugio dei miei vecchi banditi, potremo forse tener testa ai Corvi di Nube Rossa e di Minnehaha fino all’arrivo del generale Custer.

«Al galoppo, signore, e se vedete dietro di noi qualche indiano fate fuoco senza misericordia.

«Io non sono più Mocassino Rosso: ritorno un uomo bianco.

— Come può Minnehaha aver saputo della nostra partenza?

— Eh, signor mio, queste pelli-rosse hanno l’udito acutissimo e la vista lunga e poi non è improbabile che vi facesse sorvegliare da qualcuno dei suoi guerrieri.

― Dunque voi credete che ci diano la caccia?

— Ne sono più che sicuro. Fortunatamente i nostri mustani sono degli animali veramente splendidi e faremo correre Minnehaha, Nube Rossa e tutti i loro guerrieri.

«Hop!... Hop!... mio gentleman! Odo il galoppo di molti cavalli.

— Forse v’ingannate; è il vento che sussurra fra i pini.

— Più tardi cambierete avviso.

Avevano lanciati i due mustani ventre a terra, salendo il fianco sinistro della montagna, il quale era coperto da foreste così fitte da non permettere di spingere lo sguardo molto lontano. Sandy Hook cercava di guadagnare il passo che doveva condurlo alla piramide tronca, ma la pendenza della montagna e gli ostacoli che incontravano ad ogni momento, affaticavano immensamente i cavalli costringendoli a rompere di frequente il galoppo.

Per una mezz’ora tuttavia continuarono la corsa attraverso la boscaglia, poi sbucarono su un piccolo altipiano coperto solamente da fitte ed altissime ginestre.

Sandy Hook si era subito voltato ed una bestemmia gli era sfuggita.

— Che cosa avete? — chiese il figlio del colonnello.

— Ci sono addosso.

— Chi?

— Gl’indiani di Minnehaha. Oh, conosco bene le acconciature dei Corvi per potermi ingannare.

«Guardate!... Galoppano lungo il margine orientale del bosco e si preparano a tagliarci la via.

L’ufficiale si era subito voltato.

Quaranta o cinquanta indiani, curvi sulle selle, sfilavano a corsa sfrenata lungo la boscaglia, a meno di cinquecento metri.

Più pratici forse della montagna di Sandy Hook, dovevano aver presa qualche scorciatoia per giungere così presto in quel luogo. [p. 247 modifica]

Cinquecento metri però erano sempre qualche cosa ed i winchester non potevano riuscire pericolosi a quella distanza e col moto disordinato dei cavalli che non permetteva nessuna mira.

— Sono in buon numero — disse l’ufficiale, aggrottando la fronte. — E Minnehaha?

— È alla testa con Nube Rossa. Non avete veduto il mantello bianco? Hop!... Hop!... mio gentleman.

«Cerchiamo di giungere al rifugio prima di loro o le nostre capigliature non cresceranno più sulle nostre teste.

Avevano lanciati i cavalli a corsa sfrenata, risalendo il fianco dell’alta montagna, sulla cui cima si delineava, semi-avvolta fra le nuvole, la piramide tronca tenuta da John e dei suoi compagni.

Gl’indiani, vedendo che non potevano ormai più giungere in tempo per tagliar loro la strada, si erano messi a urlare ferocemente ed a sparare senza ottenere però alcun risultato, poichè i winchester usati in quell’epoca se sparavano rapidi, avevano però una portata molto limitata.

Se i Corvi avessero avuto dei rifles, avrebbero potuto avere forse miglior fortuna.

Hop!.. Hop!... — gridava senza posa il bandito, sostenendo solidamente il mustano. — Tenete ben strette le briglie, mio gentleman.

«Se il vostro cavallo cade, siete perduto.

— Non temete — rispondeva l’ufficiale. — Sono un vecchio cavaliere.

La caccia diventava furiosa.

I cinquanta indiani si erano divisi in due gruppi, uno guidato da Minnehaha e l’altro da Nube Rossa e spingevano la corsa sempre urlando e sferzando rabbiosamente i cavalli colle corregge dei calzoneros.

I mustani però che Sitting-Bull aveva messo a disposizione di Sandy Hook e dell’ufficiale, erano animali da non lasciarsi facilmente superare dagli altri.

Quantunque il fianco della montagna fosse molto erto e le ginestre non si prestassero troppo ad una buona corsa, salivano al galoppo serrato, ansando e nitrendo, senza bisogno che i cavalieri li aizzassero.

I loro petti erano coperti di schiuma, i loro corpi grondavano sudore, pure non rallentavano come se avessero compreso che dalla loro resistenza e dalle loro zampe dipendeva la salvezza delle persone che portavano in sella.

Attraversato l’altipiano, i due fuggiaschi si ricacciarono sotto un altro bosco di piñon, salutati da una fragorosa scarica di winchester, che non ottenne nemmeno quella volta nessun buon risultato.

— Siamo ancora lontani? — chiese l’ufficiale, il quale aveva udito sibilare ai suoi orecchi non poche palle.

— Un’ora, se non di più — rispose Sandy Hook.

— Non mi pare che gl’indiani abbiano guadagnato un passo su di noi. [p. 248 modifica]

― È vero, mio gentleman, tuttavia nemmeno noi li abbiamo lasciati indietro.

― Arriveremo prima di loro?

― Lo spero — rispose Sandy Hook — ma con ben poco vantaggio. A quest’ora l’indian-agent ed i suoi compagni devono averci scorti e si prepareranno ad una difesa disperata.

«Una cosa sola però mi preoccupa.

«Che hanno pochissimi viveri e noi non abbondiamo troppo. Se l’assedio si prolungasse, non so come finirebbe questa faccenda.

— Ci metteremo a razione.

— Sette bocche!... Sono troppe, mio gentleman.

— Non si muore di fame per un po’ di giorni. Il posto è sicuro?

— È facile a difendersi.

— Allora tutto va bene.

— Andrà bene se il generale Custer attaccherà.

— Ne dubitate?

— Chi lo sa? Pare che ne avesse un gran desiderio.

«Che salga i gran cañones non ne dubito, però non saprei dirvi quando potrebbe giungere.

Una scarica di fucili interruppe la conversazione.

— Diavolo!... — esclamò il bandito, curvandosi sulla sella. — I miei amici indiani non fanno risparmio di cartucce, eppure io sono sempre, almeno per loro, il Mocassino Sanguinoso.

«Che Minnehaha pensi di prendersi anche la mia capigliatura?

«Hop!... Hop!... mio gentleman.

«I nostri cavalli filano come il vento, anche se montano!

I due mustani infatti, scaldatisi dalla lunga corsa, pareva che avessero acquistato uno slancio straordinario invece di esaurirsi.

Montavano la foresta con uno slancio incredibile, filando come trombe d’aria, coi fianchi pulsanti, le narici fumanti, le criniere irte.

I colpi di fucile degl’indiani invece di spaventarli pareva che infondessero loro novella forza.

Tuttavia le pelli-rosse, guidate vigorosamente da Minnehaha e da Nube Rossa, non perdevano terreno.

Gl’indiani dell’America del Sud e quelli del Nord sono, checchè si dica, i più abili cavalieri del mondo, che vengono appena eguagliati dai gauchos della pampa argentina e da pochi cow-boys del Far-West.

Quantunque non abbiano nè speroni, nè sella, nè morsi d’acciaio, nè fruste, colla semplice pressione delle loro ginocchia sanno spingere i cavalli molto meglio degli arabi e degli yokey inglesi.

In un campo delle corse sarebbero dei famosi cavalieri che darebbero molto da fare agli allievi delle vecchie corse di scuola europea.

Anche il secondo bosco fu passato dai due fuggiaschi, salutati di quando in quando da qualche palla, poi la costa della montagna apparve dinanzi a loro nuda, irta, sormontata dalla piramide tronca. [p. 249 modifica] [p. 250 modifica] [p. 251 modifica]

— Sono lassù — gridò Sandy Hook. — Se i nostri mustani resistono, Minnehaha non avrà nè la vostra capigliatura, ne quella dell’indian-agent.

— Ah! Quella cattiva creatura vuole anche quella di John?

By God!... C’è sua madre, Yalla, che l’aspetta per poter entrare nelle praterie celesti del buon Manitou.

— Non bastava quella di mio padre!... — ruggì l’ufficiale.

— Pare di no.

Il figlio del colonnello si era portato una mano sul cuore ed era diventato pallido come un morto.

Gentleman — disse il bandito, il quale si commoveva ben difficilmente. — Lasciate i ricordi dolorosi sulle zampe del vostro mustano, se volete salvare la vostra capigliatura.

«Hop!... Hop!... O scoppieranno o ci porteranno fino al rifugio, morte di Belzebù!...

«Su, su, galoppate!... Morirete dopo, sulla vetta della piramide.

Si era messo a battere i fianchi del suo mustano coi talloni, con rabbia feroce.

Il passo della montagna non si trovava che a sei o settecento metri più sopra e voleva raggiungerlo prima che i Corvi di Nube Rossa e di Minnehaha, i quali conducevano sempre meravigliosamente la corsa, giungessero a buon tiro.

Di quando in quando qualche indiano si fermava per prendere la mira e scaricare tutti i colpi del suo winchester contro i fuggiaschi, i quali udivano sovente le palle fischiare ben presso i loro orecchi.

Anzi una passò così rasente la testa di Sandy Hook da portargli via una penna di tacchino che gli pendeva presso la tempia destra.

Fortunatamente per loro, gl’indiani non sono mai stati capaci di riuscire discreti tiratori e poi i winchester, almeno allora, non si prestavano a tiri di lunga portata.

I cavalli non cessavano di galoppare furiosamente su per i piccoli altipiani che si succedevano senza posa, divisi gli uni dagli altri da salite piuttosto erte che mettevano a dura prova i garretti dei corridori.

— Un ultimo sforzo, mio gentleman!... — gridò ad un tratto il bandito, mentre scoppiava una nuova scarica. — Il passo sta dinanzi a noi.

«Resiste il vostro mustano?

— Meravigliosamente — rispose l’ufficiale.

— Allora possiamo considerarci salvi, almeno pel momento.

«Ah!... Eccoli lassù quei bravi!

«Si preparano ad arrestare i nostri inseguitori.

«Minnehaha e Nube Rossa si guardino, perchè i miei compagni sono tutti terribili bersaglieri.

Delle forme umane erano comparse sul ciglione settentrionale della piramide.

Un momento dopo alcuni colpi di fucile rimbombavano in aria: [p. 252 modifica]erano i rifles degli scorridori, del campione degli uccisori d’uomini e dell’inglese che cominciavano a parlare.

Gl’indiani, udendo fischiare le palle, si erano subito arrestati, mentre invece il bandito e l’ufficiale si cacciavano nel passaggio su per lo stretto sentiero che conduceva alla cima della piramide.

Le povere bestie, aizzate ferocemente, percorsero la salita di volata, nitrendo disperatamente ed appena giunte nel campo trincerato e che i due cavalieri furono a terra, si lasciarono cadere sulle ginocchia.

— Muoiono — disse l’ufficiale.

— Ma no, mio gentleman — rispose Sandy Hook. — Sono rattrappiti, è vero, però si rimetteranno presto, ve l’assicuro io.

In quel momento un uomo si lasciò scivolare lungo il pendìo d’una rupe e si precipitò verso l’ufficiale colle braccia aperte, gridando:

— Il signor Giorgio!...

— John!... — rispose subito il figlio del colonnello Devandel, correndogli incontro.

I due valorosi si strinsero fortemente e si baciarono. Una viva commozione si scorgeva sui loro volti maschi ed abbronzati.

Sandy Hook aveva incrociate le braccia, mormorando:

— Questo incontro è la mia grazia e la mia grazia significa il ritorno al mio paese. Povera madre!...

D’un tratto fece un salto, mentre John e l’ufficiale si staccavano vivamente.

Delle scariche formidabili rimbombavano sul fianco destro della montagna, verso il gran cañon, alla cui estremità, due giorni prima, si erano accampate le truppe del generale Custer.

— Che cosa sta per accadere? — domandò il figlio del colonnello. — È forse il generale che muove all’attacco del campo di Sitting-Bull?

— È quello che temo — rispose Sandy Hook.

— Che temete? È la salvezza che giunge.

— Voi lo credete? Ebbene io vi dico invece che gli Sioux schiacceranno i nostri compatriotti.

— Non è possibile!...

— Lo vedrete.

In quel momento giunsero correndo Turner, Harry, Giorgio e lord Wylmore, gridando:

— Gli americani!... Gli americani!...

I due scorridori della prateria scambiarono un affettuoso abbraccio col figlio del colonnello, Turner ed anche l’inglese scambiarono con lui una vigorosa stretta di mano; poi tutti, guidati da Sandy Hook, si slanciarono verso un’alta roccia, dalla cui cima si poteva osservare distintamente quanto poteva avvenire nel gran cañon.

Non si erano ingannati. Il generale Custer, approfittando della notte nebbiosa si era spinto nel cuore dei Laramie, risoluto a dare un furioso assalto al campo di Toro Seduto. [p. 253 modifica]

Aveva sperato forse in una sorpresa, mentre invece gli scorridori indiani che battevano tutti i fianchi della grande catena, perlustrando i cañones, avevano già recata ai sakems la notizia dell’improvvisa avanzata dei larghi coltelli dell’ovest.

Sitting-Bull in pochi minuti aveva prese tutte le sue misure, non solo per arrestare la marcia degli uomini bianchi, ma anche per schiacciarli tutti dentro la gola prima che potessero sboccare sull’altipiano.

Turbe di guerrieri calavano dalla montagna, urlando e sparando, guidati dai più famosi capi della grande tribù, assetati di vendetta e decisi a tutto.

Con una rapidità meravigliosa avevano occupati i due margini del cañon, rovesciando sulle truppe americane una tempesta di proiettili, di tronchi d’albero già prima abbattuti e di massi enormi.

Custer, invece di sorprendere, era stato sorpreso e chiuso dentro una trappola dalla quale non doveva mai più uscire vivo.

Toro Seduto, ritto su un’alta roccia, col suo grande mantello istoriato di pelle di bufalo, aveva dato ai suoi quattromila e più guerrieri il segnale dell’attacco e gl’indiani assalivano con furore selvaggio, da tutte le parti, decisi a sterminare gli odiati visi pallidi.

Il generale americano, accortosi troppo tardi dell’agguato tesogli, cercò di dare indietro, ma duemila guerrieri rossi con rapidità straordinaria si portarono verso l’estremità inferiore del gran cañon per impedire la ritirata.

Ormai non rimaneva a Custer che tentare un attacco disperato per raggiungere l’altipiano.

Aveva con se ottocento uomini ben risoluti a vendere cara la loro pelle e si decise subito per un assalto furioso, colla speranza d’impressionare le orde dei rossi guerrieri e di disperderle.

Era troppo tardi!... Tronchi d’albero, massi e pallottole cadevano inesorabilmente sugli americani, decimandoli rapidamente.

Toro Seduto aveva urlato ai suoi guerrieri:

— Distruggete i larghi coltelli dell’ovest ed io divorerò il cuore del loro comandante!...

E la battaglia si era impegnata terribilmente d’ambo le parti, non certo con vantaggio dei yankees che si trovavano in fondo alla gola e che venivano più sterminati dagli alberi e dai massi che dalle palle, quantunque i winchester vomitassero ad ogni istante una immensa quantità di proiettili.

Sandy Hook, John ed i suoi compagni, assistevano dall’alto della rupe alla terribile battaglia che doveva terminare in un massacro completo. Avevano dimenticato completamente Minnehaha, Nube Rossa ed i Corvi, supponendo che ormai fossero corsi a combattere a fianco dei guerrieri di Sitting-Bull.

La battaglia diventava di momento in momento più tragica. [p. 254 modifica]

Gli americani, arrestati nel loro slancio da quella pioggia di piombo e di proiettili enormi, cadevano a gruppi in fondo al gran cañon.

I cadaveri si accumulavano ed i vivi sparivano con rapidità spaventevole.

Invano i rifles facevano prodigi. Delle pelli-rosse cadevano, ma ben poche in confronto a quelli che perdevano gli americani, le cui linee si assottigliavano con rapidità incredibile.

— Mio gentleman — disse Sandy Hook, volgendosi verso il figlio del colonnello, il quale assisteva, impotente, alla strage della sua compagnia — che cosa vi avevo detto io?

― Avete ragione ― rispose il figlio del colonnello con voce rotta dall’emozione. ― Nessun americano uscirà vivo dal gran cañon. È vero, John?

— Questo è un vero massacro — rispose l’indian-agent. — Poveri figlioli! Non rivedranno mai più le loro madri!

Dopo solo mezz’ora di combattimento, metà della forza di Custer si trovava fuori di combattimento.

Il generale, vedendo che ormai non sarebbe più riuscito a raggiungere l’altipiano ed a venire ad un corpo a corpo coi guerrieri di Toro Seduto, tentò un assalto alla baionetta sui due pendii del cañon, ma fu peggio che peggio.

Prima che gli americani avessero percorsi cinquanta passi, una valanga di massi li investì, seppellendone un buon numero.

Ormai la morte li stringeva da tutte le parti: era impossibile tanto l’avanzata che la ritirata, poichè centinaia e centinaia di guerrieri indiani si erano scaglionati dietro la colonna, pronti a respingerla sul letto di morte.

La battaglia si era tramutata in un vero macello.

I disgraziati soldati del governo dell’Unione non si difendevano più. Si lasciavano sterminare appoggiati ai loro rifles che non potevano più sparare per mancanza di munizioni.

E caddero tutti, fino all’ultimo, compreso il generale, il quale fino all’ultimo istante aveva incoraggiato, con voce ferma, i suoi valorosi a combattere per l’onore della bandiera stellata.

Quando non vi fu in piedi più nessuno, Sitting-Bull, armato d’un tomahawak, scese solo nel cañon, s’avanzò attraverso a quella distesa di cadaveri, raggiunse il generale che era caduto in mezzo ai suoi ultimi ufficiali, gli spaccò il petto e levatone il cuore che era ancora caldo lo divorò coll’avidità d’un antropofago, fra le urla entusiastiche dei suoi quattromila guerrieri!1.

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John ed i suoi compagni, dopo aver assistito impotenti, angosciati, alla completa distruzione dei loro compatrioti, non ebbero che un solo pensiero e forse troppo tardivo: di riguadagnare la grande prateria prima che le orde vincitrici scendessero attraverso i cañon della montagna.

— Non abbiamo un minuto da perdere — disse l’indian-agent.

Minnehaha e Nube Rossa potrebbero ritornare, sapendoci ormai rifugiati quassù.

— Purchè non abbiamo perduto troppo tempo invece — soggiunse Sandy Hook scuotendo la testa.

Discesero rapidamente, aiutandosi l’un l’altro e raggiunsero i cavalli i quali parevano anche essi impazienti di andarsene.

Anche i mustani regalati da Toro Seduto a Mocassino Sanguinoso, durante quelle tre ore, poichè tanto era durato il combattimento, si erano rimessi abbastanza in gambe e parevano ben disposti a riprendere la corsa.

— In sella!... — gridò Sandy Hook. — Seguitemi in fila.

«Voi John coprite la ritirata.

Lasciarono la cima della piramide al piccolo trotto, scendendo lo stretto sentiero che metteva sull’altipiano meridionale.

Verso il gran cañon si udivano gl’indiani celebrare la loro vittoria con canti guerreschi.

Probabilmente tutti erano ormai scesi nel gran cañon per scotennare i disgraziati americani e finire i feriti, se qualcuno per caso era ancora in vita.

Già avevano raggiunto il passo e si preparavano a scendere il fianco occidentale della montagna per calare nella prateria e raggiungere il forte di Casper che era il più vicino, quando sette o otto indiani che dovevano trovarsi in agguato dietro le rupi, si gettarono violentemente addosso a loro tagliando fuori l’indian-agent che era rimasto l’ultimo.

Quasi nell’istesso momento un colpo di carabina rimbombava a pochi passi di distanza ed il cavallo del disgraziato, rimasto isolato dai compagni, stramazzava al suolo, sbalzando di sella il suo padrone.

L’attacco era stato così rapido, che Sandy Hook ed i suoi compagni non si erano accorti d’aver lasciato indietro l’indian-agent.

Credendo d’aver da fare con un grosso drappello, si erano dati alla fuga, sparando qualche colpo di carabina.

Percorsi però due o trecento metri, s’avvidero finalmente dell’assenza del vecchio scorridore.

Un grido solo uscì dai loro petti:

— Salviamolo!...

Volsero i cavalli e caricarono con lena rabbiosa il drappello indiano sparando rifles e pistole.

Le pelli-rosse, che erano pochissime, non attesero la furiosa carica e si sbandarono lestamente, lasciando a terra tre o quattro dei loro. [p. 256 modifica]

Allora uno spettacolo terrificante s’offrì agli occhi degli scorridori, John giaceva al suolo semisvenuto, col cranio denudato, grondante di sangue.

In lontananza galoppava Minnehaha, fiancheggiata da Nube Rossa, tenendo alta la grigia capigliatura del suo nemico.

La scotennatrice p253.jpg

In lontananza galoppava Minnehaha, tenendo alta la grigia capigliatura del suo nemico.

La figlia aveva vendicata la madre: ormai Yalla poteva entrare nelle praterie celesti del buon Manitou!...

....................

Due giorni dopo gli scorridori ed il tenente giungevano, miracolosamente salvi, al forte di Casper.

John era con loro, poichè il fortissimo uomo aveva sopportato l’orribile operazione senza lasciarvi la pelle. D’altronde non tutti gli scotennati muoiono, se non hanno ricevuto altre ferite. Fu subito portato nell’infermeria del fortino ed affidato alle cure del medico del piccolo presidio.

— Bah!... — disse il disgraziato, ai suoi amici che lo confortavano. — Mi metterò una parrucca e farò ancora una discreta figura.

Ma poi aggiunse:

— Fra me e Minnehaha vi è un conto da saldare. Preghi il suo Manitou che io non guarisca, perchè avrò la sua capigliatura e quella di Nube Rossa.

— E noi vi aiuteremo — avevano subito risposto Turner, Sandy Hook ed i due scorridori.

Solo lord Wylmore non aveva detto niente.

Anzi all’indomani lasciava il fortino in compagnia d’un cacciatore, per andare a cercare quei bisonti che giudicava indispensabili per guarirlo dal suo spleen!...



Fine



Note

  1. Storico.