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Atto III

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Atto II Atto IV
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ATTO TERZO.

SCENA PRIMA.

Messer Luca, Panfilo.

Luca. Qualche fiata la fortuna è solita

Inaspettatamente favorevole
Mostrarsi a noi, e le sue chiome porgere
Alla man di colui che non aspettale.
Tal in presente si può dir di Placida,
Che mai sognato per se stessa avrebbesi
Un sì gran bene.
Panfilo.  Io certamente un debito
Averò sempre col suo sposo Orazio,
Che lei pigliando per mogliera, libera
Me, lo protesto, dal maggior fastidio.
Luca. Ella dunque ti amava.
Panfilo.  Sì, e volevami

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Obbligare a sposarla, e il desiderio

Che a favor vostro ella ponesse in opera
Con Caterina ogni arte ed ogni industria,
Fe’ sì ch’empieila di speranze. Or, grazie
Ad Orazio, son salvo e fuor d’ogni obbligo.
Luca. Placida è lieta, Orazio è contentissimo;
Ed io solo sarò dolente e misero,
In dubbio di ottener quel ch’io desidero?
Panfilo. S’è ver quanto testè la serva dissemi,
Potete molto lusingarvi. Oh eccola.
Sentiam da lei quel che abbia fatto.
Luca.  Ah misero
Me, se ripugna! Son qual reo, che in carcere
La sua sentenza di sapere affrettasi,
Ma sul punto d’averla il cuor gli palpita.

SCENA II.

Placida, messer Luca, Panfilo.

Placida. Buone nuove, messere.

Luca.  Via, consolami.
Panfilo. Di’, per tal’opra ho io più a darti il premio?
Placida. So che vuoi dirmi. Compatisci, Panfilo,
E se bene mi vuoi, meco rallegrati
Di sì buona fortuna.
Panfilo.  Di buon animo
Sì, ti perdono.
Placida.  Eh tristarello!...
Luca.  Spicciati,
Di’ quel che sai per consolar quest’anima.
Placida. Caterina che pria parea sì timida,
In virtude (cred’io) del buon consiglio
Ch’ebbe da me, tanto contenta or mostrasi

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Dell’imeneo, che da se stessa affrettami

Dispor le cose della gioia al termine.
Panfilo. Eh, padrone, natura è madre provvida;
Delle fanciulle il cor scalda in un attimo,
Tanto più se la brama in lor solletichi
Labbro che scaltro con ragion s’insinui.
Luca. Placida, lo confesso, il dono è massimo
Che mi facesti, e soddisfare al debito
Teco dovrei; ma non più bisognevole
Sei di mercede, poichè Orazio sposati
E ti fa ricca. Ora del par ti rendono
A me tue nozze, e compensare intendomi
L’opra dell’amor tuo con amicizia.
Placida. Piacemi la ragion sana, economica.
Panfilo. Quel che con lei la vostra man risparmia,
Potete unir del servidore al merito.
Luca. Sì, figliuol mio, lascia che il laccio stringami
Alla fanciulla, e ti prometto accrescere
Una lira ogni mese al tuo salario.
Panfilo. Allora sì che potrò far baldoria,
E maritarmi, e dei figliuoi far nascere.
Luca. Vuò a cacciar fuori, per le nozze prossime
Di Caterina, quante gioje ed abiti
Lasciò mia madre. Se Orazio contentasi,
Nel dì medesmo di sposarla io medito
Ch’ei ti porge la mano, e che suppliscasi
Per metade alle spese indispensabili
Del desco molle, e ogni altra ceremonia.
Tosto per conto mio vuò che si ammazzino
Quattro grosse galline, e che si sbocchino
Due fiaschi, e che si godano e si bevano
Alla salute degli sposi. Ah giuravi,
Non provai nel mio sen mai sì gran giubilo.

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SCENA III.

Panfilo, Placida.

Panfilo. Mira il buon vecchio com’entrato è in grolia;

Ma circa al scialacquar, circa allo spendere,
Vedesti come amor lo ha reso prodigo?
Placida. Lascialo fare; io non sarò spilorcia
Com’egli è, certo. Vuò che meco godano
Gli amici miei, salvo l’onesto vivere.
Farò del bene a chi potrò. Promettoti
Ricordarmi di te.
Panfilo.  Ma se il tuo Orazio
Sarà geloso?
Placida.  Eh, saprò ben io prenderlo
Per il suo dritto e per il suo rovescio,
E secondarlo dove giova, e renderlo
Colle moine a compiacermi facile.
Mi verrai a veder?
Panfilo.  Basta che voglialo
Tuo marito ch’i’ venga.
Placida.  No, non credomi
Ch’ei mi voglia impedir che te non pratichi.
Di servidor di messer Luca il titolo
Ti fa la scorta, e basta aver giudizio
In faccia sua, perchè di noi non dubiti.
Panfilo. Odi, son galantuomo, e parlo libero:
Il tuo parlar, il tuo pensar non piacemi.
Quel che fa donna dello sposo in faccia,
Far deve ancor quando voltati ha gli omeri.
Ti ringrazio di tutto; a Orazio sposati,
E non pensar di riveder più Panfilo.

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SCENA IV.

Placida sola.

Udite il cattivel che mi rimprovera,

Anzichè ringraziarmi. Ma io dubito,
Ch’egli lo faccia perchè mi ama, e ascondere
Voglia la pena, onde vicino è a perdermi.
Ah, l’interesse che comanda e domina
Sul nostro cor, la libertade a vendere
Contro voglia mi sforza. Più mi piacciono
Gli occhi e le labbra del mio caro Panfilo,
Che le ricchezze dal destino offertemi;
Ma lo servire è dura cosa, e l’animo
A dispetto d’amor mi fa risolvere.

SCENA V.

Caterina, Placida.

Caterina. Placida, son contenta. Ora incontratami

Col mio tutor, lieti vid’io sorridere
I labbri suoi.
Placida.  Si rallegrò in un subito,
Quando v’intese rassegnata e docile
Alle nozze proposte.
Caterina.  Io non credevami,
Che fosse amor sì dolce cosa all’anima.
Placida. Che? già vi scalda l’amorosa fiaccola?
Caterina. Nessun ci ascolta. All’amor tuo confidomi.
Sul principio fissai tremanti e timidi
Gli occhi al volto di lui, che dolce e languido
Mi favellava, ma dopoi parevami
Duro il lasciarlo, e mi venia da piangere.
Placida. Se ne avvide lo sposo?
Caterina.  Io non so dirtelo;
Ma vorrei che tu stessa rintracciandolo,

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Gli parlassi per me.

Placida.  Sì, figlia amabile,
Lo farò volentieri. Il dì si approssima,
Che ambe liete e contente abbiamo ad essere:
Caterina, sappiate che anch’io trovomi
Alle nozze vicina.
Caterina.  Oh cara Placida,
Quanto col tuo il mio piacere aumentasi!
Di’, chi sarà il tuo sposo?
Placida.  Indovinatelo.
Caterina. Che l’indovini? L’indovino. È Panfilo.
Placida. No, v’ingannate. Lo mio sposo è Orazio.
Caterina. Quanti Orazii vi sono?
Placida.  Esser ne possono
Parecchi, qual vi son parecchi Ambrogii,
Parecchi Carli e parecchi Carpofori.
Caterina. Oh bella! i sposi nostri il nome han simile.
Placida. Simile nome! vi è poca distanzia
Da Orazio a messer Luca?
Caterina.  Non capiscoti.
Messer Luca è il tutor.
Placida.  Tutor? che imbroglio,
Caterina, è codesto?
Caterina.  Tu m’intorbidi
Malamente il pensier.
Placida.  Dite, spiegatevi:
Chi è il sposo vostro?
Caterina.  Non è Orazio?
Placida.  È un cavolo.
Ora capisco lo sgraziato equivoco.
È messer Luca che vi vuole: e il giovane
Di me è invaghito, e dal padron medesimo
Pochi momenti son, mi ha fatto chiedere.
Figliuola mia, voi vi pigliaste un granchio.
Caterina. (Misera me, già di vergogna accendomi).

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Placida. Come fu mai, che v’ingannaste?

Caterina.  (Domine1,
Non so che dir.)
Placida. Dunque il tutor non speravi
Di lui contenta? Rispondete. Mutola
Siete resa? al vedere, a voi si vendono
Lucciole per lanterne. Ma lo stomaco
Potete accomodarvi. O il laccio stringere
Con il tutor, se la sua man vi accomoda,
O non pensare a maritarvi. Il giovane
Orazio è mio. Signora sì, capitela,
Se capirla vi piace, e se rispondere
Non volete, men vo senz’altre prediche.

SCENA VI.

Caterina sola.

Rimasta i’ son come smarrita pecora

Pel campo errante allo scoccar del fulmine;
E chi la vena ora mi aprisse, io dubito
Sangue uscir non vedrebbesi. Ahi me misera!
Va l’ignoranza mia di male in peggio.
Non so s’io viva, ed ho timor che il celabro2
Manchi in me di ragione, tanto veggomi
A errar soggetta e falsamente intendere.

SCENA VII.

Messer Luca, Caterina.

Luca. Ecco la gioia mia, la mia più tenera

Parte del cor.
Caterina.  (Apriti, terra, e ingoiami,)
Sicchè sfugga il rossor di mirar torbidi

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Gli occhi per me del mio tutore).

Luca.  Ah mirami,
Caterina, idol mio; non esser timida
Soverchiamente con chi t’ama. Un termine
Diasi al rispetto, e là dove finiscono
Gli affetti di pupilla, abbian principio
Quelli di sposa. Io non di padre i soliti
Severi uffici ad usar teco apprestomi,
Ma di marito i geniali e teneri
Amplessi e i dolci modi. Deh, a me volgansi
Le tue luci serene... ahimè! le lacrime
Ti distillan dagli occhi? O verecondia,
Tesoro di donzella inestimabile,
Scostati ormai all’apparir del fulgido
Santo foco d’amor, che a Imene è socio.
O bella faccia di colei che accendemi,
Lascia la terra di mirar, sollevati
Ver quella parte ove dibatte ed agita
L’ali Cupido consighero e pronubo.
Quel che ti parla, non è già un estranio
Sconosciuto amatore, ond’esser pavida
Facciati il dubbio di un amor fantastico.
Chi ti amò come padre, molto meglio
Ti sarà sposo. Ma! tu taci? e in copia
Mandi le stille che il bel seno irrigano?
Vieni, fa cuor; la bella man deh porgimi,
Lascia ch’io imprima per amore un bacio
Sulla candida destra...
Caterina.  (Oh cielo, aiutami).

SCENA VIII.

Messer Luca solo.

Ah tu mi fuggi, tu mi lasci, o barbara,

Senza un conforto? che mai fermi credere
Quei duo ribaldi, che piegata fossesi

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Caterina ad amarmi, e il laccio stringere

Meco di sposa? Ah, vi conosco, o perfidi,
Per di man trarmi la mercè promessavi,
Voi m’ingannaste, o pur sol per deridermi
Prendeste a gioco quella fiamma acerrima,
Che di questo mio cor fa crudel strazio;
Ma all’un de’ fini fia il disegno inutile,
E all’altro l’ira mia saprà rispondere,
Qual l’indegna opra vostra esige e merita.

SCENA IX.

Panfilo, messer Luca.

Panfilo. Messere, vi domanda certa vecchia

Ch’io non conosco.
Luca.  Va, briccone, al diavolo
Tu ed essa ancora, e quanti a te son simili
Nell’ingannar.
Panfilo.  Signore....
Luca.  Temerario,
Esci di questa casa, e teco Placida
Fa che se n’esca; o se ritardi, aspettati
Con un bastone ch’io ti fiacchi gli omeri.
Panfilo. È questa dunque la mercè promessami?...
Luca. Qual mercè, scellerato? Tal lusingasi
Un padron vecchio, che ti amò qual figlio,
Che t’aprì il core, e che ti disse, aiutami?
Caterina o non seppe il desiderio
Che per lei m’arde; o se lo sa, disprezzalo.
Ed io fidando in voi, tristi, falsarii,
Le scopersi il mio foco; ed essa in cambio
Lasciommi tristo, svergognato e misero.
Panfilo. Ma io...
Luca.  Non replicar, che cento demoni

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Mi desti in seno, che faranti in polvere.

Vattene, manigoldo, e il ciel ringrazia,
Che non vuol ch’io ti scanni, e mi precipiti.

SCENA X.

Panfilo solo.

Oh, lo servire3 è pur de’ mali il peggio!

I padroni talor par che vi adorino,
Ed in un punto d’ogni amor si scordano.
Se Caterina si cambiò, se timida
Forse non ebbe di parlar coraggio,
Colpa n’ho io? Mertan padroni simili
Esser serviti da ladri, da bindoli;
Non, qual son io, dal fior de’ galantuomini.
Ma vuol ch’i’ parta? Sì, me ne andrò subito,
Che a servo qual son io, case non mancano
Meglio di questa. Con pazienza stavavi,
Perchè ci venni nell’età mia tenera,
E allevato qual figlio, esser parevami
Con messer Luca con mio padre proprio:
Ma più che invecchia, più diviene un satiro;
E per meglio conciarlo, gli si caccia
Intorno al cuoio l’amoroso vischio.

SCENA XI.

Nutrice, Panfilo.

Nutrice. Dov’è messere?

Panfilo.  Se ti preme, cercalo.
Nutrice. Era egli qui, possa pigliarti il fistolo;
Non gli dicesti ancor quel ch’io desidero?
Panfilo. Sì, glielo dissi, e ti ha mandata al diavolo.

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Nutrice. Salmisia, egli è impazzato.

Panfilo.  Tu se’ astrologa.
Allo spedale ve ne son moltissimi
Meno pazzi di lui.
Nutrice.  Qual cosa strania
Egli accaduta, onde impazzare il misero
Siasi condotto?
Panfilo.  È innamorato fracido.
Nutrice. In quell’età? forse non ha chi erediti
La roba sua?
Panfilo.  L’avrei per compatibile,
Se il facesse per questo. Al mondo è pubblico,
Ch’ei non ha figli.
Nutrice.  Non ha figli? oh stolido!
Tu non sai quel ch’io so.
Panfilo.  Che dici?
Nutrice.  Io dicolo
Con fondamento, che da queste viscere
Il latte uscì, che al parto suo diè il vivere.
Panfilo. Ma tosto non morì?
Nutrice.  Morì i corbezzoli.
Ora ch’è andato il suo cugino in cenere,
Posso parlar.
Panfilo.  Dimmi: fu maschio, o femmina?
Nutrice. A te nol deggio dir. Dirlo riserbomi
A messer Luca, se avrà mente lucida
Per ben capirmi.
Panfilo.  Ma in ciò solo appagami:
Di’ se la prole del padrone ascondesi
In lontano paese.
Nutrice.  Non mi trappoli.
Nulla vuò dir.
Panfilo.  Prendi uno scudo, e narrami
Qualche cosa in confuso.
Nutrice.  Oh curiosissimo

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Che tu sei! Qua lo scudo.

Panfilo.  Eccolo, prendilo.
Ma ve’, non mi gabbar.
Nutrice.  Il primo e l’unico
Parto di messer Luca vive ed abita
Nella sua propria casa.
Panfilo.  Qui?
Nutrice.  Ciò bastiti.
Panfilo. Fammi spender lo scudo...
Nutrice.  Non si vendono
Mie parole per poco. Altro non dicoti,
Se mi dai cento scudi. Addio, conservati.

SCENA XII.

Panfilo solo.

Nella sua propria casa vive ed abita

Di messer Luca il parto? Ah, par che dicami
Il cuor ch’io sia questa sua prole incognita.
Mi allevò da bambino. Qual suo figlio
Mi amò finora. Mi educò con massime
Più da padrone, che da servo. Ah, sentomi
Una lusinga, una speranza... In collera
Egli è meco: ma se ciò discopresi4
S’io son suo figlio, ogni suo bene eredito,
E mi perdona, e mi amerà, non dubito.

Fine dell'Atto Terzo.

Note

  1. Edd. Savioli, Pasquali, Zatta e altre: Diamine!
  2. Edd. Gavolli, Savioli, Pasquali, Zatta: Cerebro.
  3. Ed. Zatta: Oh! che ’l servire ecc.
  4. Così le edd. Paperini, Gavelli ecc. Nell’ed. Pasquali si legge: Egli è meco: ma poi se ciò ecc., e nell’ed. Zatta: Egli e ora meco: ma se ciò discopresi ecc.