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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/232

224 ATTO TERZO

Mi desti in seno, che faranti in polvere.

Vattene, manigoldo, e il ciel ringrazia,
Che non vuol ch’io ti scanni, e mi precipiti.

SCENA X.

Panfilo solo.

Oh, lo servire1 è pur de’ mali il peggio!

I padroni talor par che vi adorino,
Ed in un punto d’ogni amor si scordano.
Se Caterina si cambiò, se timida
Forse non ebbe di parlar coraggio,
Colpa n’ho io? Mertan padroni simili
Esser serviti da ladri, da bindoli;
Non, qual son io, dal fior de’ galantuomini.
Ma vuol ch’i’ parta? Sì, me ne andrò subito,
Che a servo qual son io, case non mancano
Meglio di questa. Con pazienza stavavi,
Perchè ci venni nell’età mia tenera,
E allevato qual figlio, esser parevami
Con messer Luca con mio padre proprio:
Ma più che invecchia, più diviene un satiro;
E per meglio conciarlo, gli si caccia
Intorno al cuoio l’amoroso vischio.

SCENA XI.

Nutrice, Panfilo.

Nutrice. Dov’è messere?

Panfilo.  Se ti preme, cercalo.
Nutrice. Era egli qui, possa pigliarti il fistolo;
Non gli dicesti ancor quel ch’io desidero?
Panfilo. Sì, glielo dissi, e ti ha mandata al diavolo.

  1. Ed. Zatta: Oh! che ’l servire ecc.