La mano tagliata/Parte seconda/III

III. L'odissea di Roberto

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III.

l’odissea di roberto.

«Carissimo e venerato amico,

«La prima volta che io posso scrivere delle parole sopra una carta bianca e la penna non cadermi dalla mano agitata o esausta, la prima lettera che io posso scrivere, amico mio buono, è per voi! Voi rammentate la tenerezza che ha avuto per voi mio padre e io la rammento, è un ricordo ben dolce per questo povero cuore freddo, di scettico! Mio padre vi amava e siccome era un uomo giusto e buono, io ho imparato a rispettarvi e ad amarvi, da lui. Amo e rispetto così poche persone, io! La mia vita, sinora, è stata tanto gelida e tanto sciocca, che spesso io vi ho fatto pietà. È vero, che vi ho fatto pietà, a voi, pieno di talento e di coltura, cultore della scienza, amante pienamente corrisposto da essa? Ho fatto pietà a voi, uomo operoso, [p. 218 modifica]roso, uomo benefico, uomo che onorate e glorificate il vostro paese?

«Ebbene, ora, vi faccio pietà perchè la mia vita non è più fredda, ma ardente, non è più sciocca, ma tragica! Quanto vi siete dovuto sorprendere, alla notizia strana e terribile! Avete dovuto domandare a voi stesso se era proprio di Roberto Alimena, del figliuolo del vostro amico d’infanzia che si trattava, di assassinio, di carcere, di processo, di galera! Ebbene, sì, per quanto ciò paia ancora inverosimile e sopra tutto a me, che conosco la verità, sono proprio io, il conte Roberto Alimena, il gentiluomo, lo sportsman, l’uomo ricco e felice, che sono accusato di aver voluto assassinare, per rivalità di amore, uno dei miei migliori amici, il conte Ranieri Lambertini; e ciò per una tale contessa Clara Loredana, una donna veneziana di oscura provenienza, malgrado il suo gran nome e di cui nè a me, nè a Ranieri Lambertini importava perfettamente nulla. Sono passati vari mesi, il mio amico è sempre malato, sebbene non più in pericolo, la contessa Loredana è scomparsa e io, uscito di carcere in libertà provvisoria, sono sotto processo per omicidio doloso. Bellissimo!

«Quanto tempo sono stato in carcere? Non molto, infine; ma vi giuro che vi sono stato malissimo. Io ho bisogno di un tappeto, in terra, per contemplare meno odiosamente la vita, e in carcere, strano a dirsi, non hanno voluto concedermi questa cosa tanto necessaria. Io ho bisogno di uscire, per essere meno annoiato e, in carcere, maestro mio, credetelo, non vi lasciano uscire! Io scherzo, ora; ma non ischerzavo, allora! Francamente, questa bizzarrìa del destino che mi cambiava di gentiluomo in assassino, che mi trasportava dall’albergo al carcere, dal carcere alla galera, forse, questa stravaganza mi parve un po’ forte. Ero, come sapete, pronto a tutto. Dal giorno in cui, nel [p. 219 modifica]treno che mi conduceva da Napoli a Roma, io ho incontrato il terribile gobbo dagli occhi verdi, da che, nel salotto dell’Albergo d’Europa, a Roma, io ho scoperto la bellissima mano di donna, tagliata, io ho detto a me stesso e ho ripetuto a voi, che aspettavo i più strani avvenimenti. Due o tre volte, la mia vita è stata messa in grave periglio, ma vi sono sempre sfuggito; questa sventura che mi ha colpito, questa mi è stata inaspettata. La mano tagliata, quella mano che io amo, che io adoro, è sempre presso di me, io la custodisco così gelosamente, che dovranno uccidermi per strapparmela: ma io sono un uomo rovinato, perduto. Quell’uomo mi ha perduto!

«Debbo io dirvi che non ho attentato alla vita di Ranieri Lambertini, che egli non amava la contessa Clara Loredana, che io non amavo questa donna e che giammai vi è stata lite, fra noi? Voi non lo avete mai creduto. Voi siete subito venuto a trovarmi, in carcere. Non vi hanno lasciato entrare. Ero alla segreta. Avete tentato di nuovo. In quel giorno, mi avevano messo in libertà provvisoria e io era subito partito per Milano, donde vi scrivo, dalla mia vecchia casa, dove gli antichi ritratti dei miei antenati pare che mi guardino con commiserazione per i guai dove mi sono andato a ficcare. Ma nessuno di loro, io credo, ha mai trovata, in un viaggio, una stupenda mano di donna, tagliata, tutta ricca di gemme preziose e come viva. Queste cose, anticamente, non accadevano: sono cose modernissime, vingtième siècle!

«Io non ho ucciso, non ho ferito, non ho fatto niente di male, mio amico, ma sono in preda a una fatalità oscura, dacchè il singolare avvenimento mi è accaduto. Quell’uomo mi odia, mi perseguita, perchè quella mano mi appartiene, perchè io non voglio restituirgliela, perchè io l’amo, perchè io sono convinto che appartenga a una persona [p. 220 modifica]viva, perchè io adoro colei cui è stata tagliata questa mano, perchè io la cerco, perchè io la troverò, perchè io credo di averla vista. Sono rovinato e perduto, ecco. Non ho fatto nulla, ma tutte le prove sono contro me, persino la testimonianza della contessa Clara Loredana, mi dicono: non potrò, forse, mai convincere i miei giudici della mia innocenza. Il piano organizzato da quell’uomo è stato così magistralmente combinato, è stato tanto terribilmente condotto, che io sono chiuso in una rete da cui non arrivo a distrigarmi. Tutta la trama è così felice, che io mi chieggo, talvolta, se non sono sonnambulo o ipnotizzato, e se io non abbia, forse, nel sonno, tentato di uccidere Ranieri Lambertini. Figuratevi se arriverò mai a convincerne i miei giudici! Egli mi ha voluto perdere e mi ha perduto. La partita, in questo momento, è sua; forse, sarà sua per sempre, se qualche miracolo non accada. La mia reputazione è andata. Se per questo miracolo che, forse, l’anima benedetta di mia madre opererà in mio favore, io giungo ad essere assolto, non riabiliterò mai la mia reputazione, fra i miei pari e molte gioie mi saranno tolte. Malgrado ogni mia riabilitazione, si dirà sempre:

«— Roberto Alimena? Quel tale che fu accusato di assassinio?

«— Sì, una brutta istoria?

«— Ma era innocente, pare?

«— Dissero così; ma non si è mai saputa la verità. — «E questo sarà il dialogo più mite. Ma che importa? Oramai, è andata. Ho giuocato. Ho perso. Ma la mano di quella donna è presso di me. Egli non l’ha ancora. E io sono libero, infine. Ho denari. Ritengo che se passo il confine, le autorità me lo lasceranno passare.

«Direte, forse, amico mio, che la testimonianza [p. 221 modifica]di Ranieri Lambertini potrebbe salvarmi completamente. Sì, è vero. Ma, nel periodo della prima istruzione di questo che sarà un singolare processo, la pugnalata terribile che egli ha presa, fra le due spalle, ha messo questo giovane a contatto della morte, per più di un mese. Il polmone era stato toccato, la lesione non si cicatrizzava e Ranieri, sopra tutto non poteva parlare.

«Poi, sapete dov’era? Nella medesima casa della contessa Clara Loredana, di questa bella e misteriosa donna, di colei che io ritengo la complice assoluta e necessaria delle macchinazioni di quel gobbo infernale, contro me e contro Ranieri! Egli fu colpito alla sua porta e cadde svenuto, nel sangue: impossibile trasportarlo via, lontano, a casa sua. Dunque, da lei! Una catastrofe, amico mio!

«Ma mi avveggo che non vi ho raccontato per filo e per segno il mio delitto, cioè il delitto di quell’altro. Dovevo partire per Milano, vi rammentate? In quel paese volevo andare a raggiungere la mano tagliata che io aveva segretamente spedita, colà. Però, al penultimo giorno, una grande esitazione mi aveva vinto; Ranieri ed io, andando in carrozza per il Corso, insieme a una bella donnina di nessuna serietà, avevamo incontrato il gobbo maledetto, in carrozza, anche lui, con una donna vestita di bianco. L’avevamo inseguito follemente, sino fuori porta Pia, lontano lontano, di notte, sopra una via pericolosa, oscura; ma lo avevamo perduto di vista. Pure, pure, mio amico e mio maestro, quella donna sconosciuta, tutta bianca, mi aveva gettato un fiore, in piazza Venezia e nel fare questo gesto si era levata ed io ho visto, credete, credete, ho visto che aveva un braccio tagliato. No, non è stata un’allucinazione, quella donna esiste, quella donna vive, io l’ho incontrata, l’ho inseguita, essa mi ha guardato e mi ha sorriso! Credete, quella donna è lei, [p. 222 modifica]colei che io cerco, quella su cui è stato commesso tanto orribile delitto, una povera vittima, non tanto più giovine, ma ancora giovine, ma seducente, nella sua aria sconvolta, dolente, folle. Uno spettro, amico mio, ma una creatura vivente, anche, che io andrò a cercare in capo al mondo, poichè io l’amo, come ho amato la sua bella mano tagliata. Ora, dopo quell’inseguimento infruttuoso, Ranieri ed io eravamo restati agitatissimi. Anche il mio amico era in uno stato patologico, visto che era molto contrastato in un suo grande amore e visto che era circondato da grandi pericoli. Non so come, non so perchè, ambedue ci trovammo d’accordo a credere che la medesima persona, che quell’uomo volesse la rovina di entrambi e la nostra morte. Ranieri non ne aveva nessuna prova certa, ma ne possedeva la convinzione morale.

«Io ero sicuro che egli ci perseguitava senza darci quartiere. Difatti, in due giorni che eravamo stati insieme, avevamo schivato per miracolo, tre o quattro accidenti dove potevamo perire. Ranieri, forse, era più inquieto di me. Egli teneva moltissimo a quella donna che egli adorava e che lo adorava; e l’ha perduta miseramente e per sempre!

«In mezzo a questi profondi sconvolgimenti morali, qual demone ha suggerito a me o a lui, di tenere l’invito della contessa Clara Loredana e di passare la serata con lei? Chi sa! Era il nostro destino, pare, che ci spingesse colà. Vi andai io, prima, verso le dieci e mezzo. La contessa abitava in un villino dei quartieri nuovi, nel fondo di un giardino. Un sol fanale illuminava il piccolo viale, prima di giungere al peristilio del villino; tutto il giardino restava, quindi, in ombra. Ho bussato e il cancello mi si è schiuso avanti, aperto per incanto, come nelle case delle maghe; mi sono avanzato nel viale, sono penetrato in una vasta [p. 223 modifica]anticamera, dove un servo in livrea, muto e rispettoso, mi ha tolto il paletot e il cappello. Sin qui, nulla che non sia banale, è vero? Vedrete dopo, come questo che somiglia al più stupido dei racconti, prenda poi l’aspetto il più tragico.

«La contessa Clara Loredana è una bellissima donna, molto bella e fin troppo bella; è elegante e fin troppo elegante; civetta, civettissima e fredda come tutte le donne che hanno questo grazioso difetto, che a me non dispiace tanto. Ella è una donna senza uno stato civile molto preciso. Riceve solo uomini e qualche rara signora; ricevuta qua e là, non moltissimo e non nelle primarie case, ma ricevuta; ricchissima, ma senza una fonte bene sicura delle proprie ricchezze; maritata apparentemente, ma senza nessuna traccia del conte Loredana, se morto, se partito, se carcerato, se sparito; senz’amanti, almeno in vista, ma, certo, donna non difficile, in alcune date circostanze, e con un contegno talvolta obliquo, sparendo per intiere settimane, assente non si sa dove, riapparendo a un tratto, senza dare notizia dei suoi viaggi; del resto, in nessun rapporto di amicizia con altre famiglie veneziane che sono in Roma, ma chiamandosi Loredana seriamente, a confessione di queste medesime famiglie. Un mistero, un’avventuriera, io ritengo; certo, anche una spia; certamente, una complice di quell’uomo.

«Ella mi ha trattato con molta cortesia in quella sera fatale e ha civettato con me sino all’esagerazione. In fondo, mi piaceva poco! e il mio spirito era tutto preso da quell’altra, dalla donna dalla mano tagliata. Ma io sono anche un uomo, un giovane e tutta la mia ideale passione non mi avrebbe impedito di prendere per amante la contessa Clara Loredana, se ella lo avesse voluto. Parea che lo volesse, non immediatamente, forse, per suo decoro, ma dopo una certa resistenza. L’avventura [p. 224 modifica]mi tentava così e così. In quel frattempo venne Ranieri.

«La Loredana si mise a sbeffeggiarlo amabilmente, per quel suo certo amore, di cui ella doveva sapere qualche cosa e per cui egli si manteneva lontano da ogni flirt. Il Lambertini le rispose un po’ scherzando, un po’ seriamente; mi accorsi, allora, e me ne insospettii, che ella aveva tentato di sedurlo, ma che non ci era riescita. Da questo, però, al credere che ella fosse un agente del gobbo malvagio, ci correva, e la conversazione continuò, in tre, molto graziosamente.

«Però, due o tre volte, mentre la mezzanotte si avvicinava, mi parve osservare che la contessa Clara Loredana avesse qualche momento di sospensione d’animo: un po’ pallida, con le palpebre che le battevano, ella pareva che ascoltasse qualche rumore lontano.

«Ma furono mie impressioni molto fuggevoli e le ritenni fallaci. Dopo un minuto, ella riprendeva la sua grazia e i suoi sorrisi assassini, ella mostrava il suo bel piede fine e lungo, ella civettava con ambedue, in modo incantevole. Io pensavo che, per un mesetto, ella avrebbe potuto essere una graziosa amante.

«Però, verso la fine della serata, in certi segni d’impazienza, in certi sorrisi deliziosi a me rivolti, apparve manifesto il desiderio, in Clara Loredana, che io restassi con lei più tardi di Ranieri Lambertini. Io me ne stupii e me ne annoiai. Non merito e non vorrei avere la reputazione del casto Giuseppe; ma quella cosa lì mi pareva troppo rapida e troppo voluta. Infine, io era certo che la Loredana aveva tentato di sedurre Ranieri e non vi era riuscita. Perchè, adesso, me? Perchè questa coincidenza bizzarra? Noi due, sempre? Poi, a me piacciono le situazioni nette, con le donne: una signora onesta è una signora onesta, una cocotte è [p. 225 modifica]una cocotte, un’avventuriera è un’avventuriera; e queste tre professioni non si debbono mescolare, mai; e ognuno deve farla limpidamente, la propria professione. Che era, questa contessa Clara Loredana, che mi elargiva tante preferenze?

«Del resto, essa aveva finito per non rispondere più alle parole di Ranieri Lambertini e non si occupava che di me. Costui, che aveva compreso, mi diresse un amichevole e significativo sorriso e si alzò per andarsene. Perchè non lo seguii? Perchè non resistetti alle parole di Clara Loredana? Perchè fui così debole e così sciocco? Ella mi disse:

«— Restate un momento; debbo dirvi qualche cosa. — «Che fare? Restai. Era un invito così sfacciato, così provocante, che mi parve esagerato, in una signora. Lambertini si accomiatò con un inchino e sparve. Quando ella lo vide andar via, un sospiro di sollievo le uscì dalle labbra, e io udii, piano:

«— Meno male. — «Ebbene, ella non voleva nulla, neppure che io l’amassi, come avevo supposto, neppure che io passassi la notte con lei, come pareva fosse stato l’invito. Niente! Le mie galanterie verbali furono accolte coi soliti sorrisi deliziosi, nè più nè meno; appena le ebbi baciata la mano, verso il gomito, ella ebbe uno sguardo austero. Tutto ciò potè durare un dieci minuti, o dodici. Le chiesi ancora una volta, se mi dovesse realmente dire qualche cosa; ella mi rispose sinceramente:

«— No. — «Me ne andai, molto seccato. Vi ho detto, diletto amico, che la contessa Clara Loredana mi piaceva così e così. Ma, infine, ella mi aveva corbellato, innanzi all’amico Ranieri Lambertini. Costui, certo, mi aveva creduto il felice amante della contessa in quella notte e, viceversa, quella donna [p. 226 modifica]incomprensibile mi mandava via, molto cortesemente, ma avendomi burlato in pieno. Ripeto, non potevano essere passati che dodici minuti dalla uscita di Ranieri Lambertini e contavo di raggiungerlo al Circolo delle Cacce, per dirgli la mia bizzarra avventura o, piuttosto, la mia banale non avventura. Volevo anche licenziarmi da lui, perchè volevo partire l’indomani per Milano. Uscii nell’anticamera e il solito servo muto m’infilò il paletot, e mi diede il cappello. Strano a dirsi, appena io fui uscito, le porte della villa si serrarono immediatamente e tutti i lumi si spensero. Era l’una dopo mezzanotte. Solo, in capo al vialetto, attaccato al cancello, vi era il lampione di cui ho parlato.

«Avevo indugiato sugli scalini del peristilio, per accendere un sigaro: poi avevo ripreso il viale, guardando in aria, quando inciampai in qualche cosa di nero e caddi lungo su questo qualche cosa, che, subito, nell’ombra, non potetti distinguere.

«Era il corpo di un uomo, disteso, caduto quasi in traverso della mia via: un ubbriaco, uno svenuto, un morto? Ebbi abbastanza presenza di spirito da rialzarmi, da accendere un fiammifero: e vidi un orribile spettacolo. Ranieri Lambertini giaceva esanime, con un viso bianco come la cera; una pozza di sangue circondava le sue spalle, il suo collo, aumentava sempre. Pareva morto. Egli teneva ancora il paletot, i guanti: solo il cappello era rotolato, nella caduta, del resto, nessuna traccia di lotta e un viso composto. Inorridii: ebbi uno schianto terribile, come mai. A quell’ora, in quella via deserta, in quel viale oscuro, in Roma, avere un agonizzante o un morto, nelle braccia, credete, non è una cosa preziosa. Io lo avevo sollevato da terra, un poco. Non pesava, era rigido, e avrei pensato che fosse morto, se non avessi inteso un fievole polso. Che fare? Che fare? Non osavo ributtare [p. 227 modifica]a terra, nel suo lago di sangue, quel morente e non poteva muovermi; avrei voluto suonare il campanello della villa, chiamare gente dalla via, ma non feci nulla, non feci che disperarmi presso quel povero assassinato ...!

«Pure, dopo tre o quattro minuti, caso strano, apparvero due guardie di pubblica sicurezza, e due carabinieri, un po’ più tardi: caso che mi parve provvidenziale e che, poi, dovevo comprendere come fosse atrocemente premeditato. Dal primo minuto, le due guardie accolsero con diffidenza le mie dichiarazioni; i carabinieri andarono a cercare un medico nella farmacia notturna che è lì presso e, non so come, apparve anche un delegato. Un vero convegno, amico mio, a cui io non badai tanto, in quel minuto di disperazione, ma di cui mi accorsi più tardi. Anche questo delegato fu freddissimo, prendendo le mie generalità, quelle dell’infelice assassinato, come se già le conoscesse. Intanto era giunto il medico e aveva dichiarato che il malato, per la forte, continua emorragia, non si poteva trasportare. Quanto era lugubre quel gruppo d’uomini neri, intorno a quel morente, nella notte! Fu bussato alla porta della villa, tre o quattro volte; tardarono molto a rispondere. Infine, si schiusero le porte e un servo assonnato, sempre quello stesso, fu richiesto d’interpellare la contessa, se volesse ricevere l’infelice, in casa sua, perchè egli poteva morire, se fosse trasportato a casa. Intanto, il medico, tenendo nelle braccia il Lambertini, aveva tirato fuori il pugnale dalla ferita. Subito, il delegato si era appropriato quell’arme, senza che io vi avessi dato neppure uno sguardo. La prima medicatura era cominciata al lume di due lanterne e io spiavo sul volto cereo di Ranieri Lambertini un ritorno alla vita. Non so perchè, mi sentivo più turbato che mai, una sorda agitazione cresceva in me. [p. 228 modifica]

«Apparve la contessa. Era vestita di bianco, molto pallida, più alta, quasi, con certi occhi sconvolti, spaventati. Camminava piano, come una sonnambula, e un servitore le veniva accanto, portando un grande candelabro acceso. Quando fu vicina all’assassinato, ella dette in un grande grido e si mise a singhiozzare. Tutte le sue azioni erano curiosamente osservate, da me e dal delegato, specialmente; ella non mi aveva ancora guardato, ma quando rivolse lo sguardo su me, ebbe come un moto di orrore, si fece indietro di tre o quattro passi e si nascose il volto fra le mani. Io rimasi esterrefatto, ma non compresi.

«Quando il medico, chinatosi all’orecchio della contessa Clara Loredana, le ebbe detto che era impossibile trasportare Ranieri Lambertini lontano, a casa sua, ella indicò con un gesto lento della mano la sua villa e non disse verbo. Il silenzio tetro e cupo di quella donna che avevo vista un’ora prima, così allegra e così frivola, aumentava il mio senso di sgomento; a parte il dolore per quel povero amico, ferito mortalmente, e che non riapriva gli occhi, malgrado tutti i cordiali che gli davano, malgrado le strofinazioni di cognac, mi pareva che tutto si venisse stranamente complicando. Un assassinio è un assassinio; e il delegato conservava il suo viso turbato e pallido, la sua aria accigliata.

«Per trasportare nella villa il povero Ranieri Lambertini fu necessario formare una specie di barella, mettendo una materassa sopra delle assi e appena appena sollevandolo da terra; qualunque piccolo movimento provocava l’emorragia. E anche il trasporto fu molto lento, lentissimo. Il malato, il ferito, il morente, fu dovuto mettere in una stanza al piano terreno, molto elegantemente arredata, come, del resto, tutto il villino della contessa Loredana; e il medico vi si collocò a capo [p. 229 modifica]letto. Per un momento Ranieri Lambertini aveva tenuti aperti gli occhi, girandoli intorno, vagamente, come se non riconoscesse nessuno; poi, li aveva richiusi ed era ricaduto in un torpore, ove si udiva il suo rantolo di ferito al polmone. La contessa Clara Loredana aveva sempre il suo volto spettrale e chiuso, così dissimile da quell’altro volto; due o tre volte, che le diressi la parola, essa levò i suoi occhi su me, con una espressione di glaciale sorpresa.

«— Avete avvertito la famiglia? — domandai io, una volta.

«— Sì, — aveva ella risposto, senz’altro.

«Poi, più tardi:

«— Credete che sia per iscambio, questo assassinio? Il conte Ranieri Lambertini, era un gentiluomo, un bravo giovane, non aveva nemici.

«— Non credo, — ella rispose, con fredda fermezza.

«— E che credete? — le chiesi, insistendo, tremando, non so bene perchè.

«Ella mi sogguardò e un lieve sorriso ironico parve le sorvolasse sulle labbra. Qualche minuto passò; il medico aveva dichiarato che al ferito era necessaria una monaca. Ma a quell’ora dove trovare quell’infermiera? Nessun convento apre le sue porte. Sottovoce, la contessa Clara Loredana offrì di restare lei, per quella prima notte, insieme alla sua cameriera.

«— Resterò anche io, se permettete, — io dissi, subito.

«Ma questa mia proposta ebbe la più strana accoglienza. Il medico non mi rispose, la contessa Clara Loredana spalancò gli occhi più che mai stralunati e disse no, col capo; il delegato, più accigliato che mai, mi mormorò all’orecchio:

«— Se permettete, dovrei dirvi due parole. — «Perchè mi parve che in quella frase vi fosse [p. 230 modifica]poco rispetto e persino della durezza? In che ritrovai questa intonazione offensiva, in quelle semplici parole di un poliziotto? Non so. Certo è che esse mi urtarono. Ero già nervoso e agitato. Risposi:

«— Saranno proprio due?

«— Qualcuna di più, forse, — borbottò il delegato.

«— Io sono stanco, vorrei andare a letto, — io ribattei, subito — quindi, vi pregherò di sbrigarvi.

«— Farò il possibile, — rispose lui, evasivamente.

«Passammo nel salone di Clara Loredana, dove eravamo stati un’ora avanti e dove avevo veduto il mio amico pieno di salute e di giovinezza, ridere e scherzare. Il delegato si installò in una soffice poltrona, mentre io mi era seduto dirimpetto a lui. Osservai poi, più tardi, che mi era seduto in modo che la luce mi battesse sul volto, mentre il delegato era perfettamente in ombra.

«— Vi piace di rispondere a qualche mia interrogazione? — domandò il delegato, giuocando con una stecca, mentre io aveva accesa una sigaretta.

«— Certamente. Riguarda questo terribile affare, è vero? — dissi io.

«— Già. Voi eravate molto amico del povero conte Ranieri Lambertini?

«— Sì, molto.

«— Da molto tempo?

«— Lo conoscevo, da tempo: gli sono amico da poco.

«— Da quanto?

«— Da un mese.

«— Vi siete legati subito?

«— Sì, subito: un gentiluomo perfetto, un carattere d’oro.

«— Voi siete lombardo, è vero?

«— Sì, milanese. [p. 231 modifica]

«— Solo?

«— Solissimo.

«— Ricco?

«— Ho quel che mi serve.

«— Viaggiate molto?

«— Sempre: non sto mai molto tempo, in un paese.

«— Eppure eravate da un mese a Roma.

«— Avevo le mie ragioni, — dissi, imprudentemente.

«— Ah! — esclamò soltanto l’altro, con un moto rapido di fisonomia.

«Mio venerato amico, io vi riferisco il dialogo come è stato, quasi integralmente, giacchè esso mi si è scolpito nella mente, dacchè segna il minuto più terribile, per ora, della mia vita. Certo, quell’interrogatorio mi seccava molto, in quel momento, con quel morente nell’altra stanza, ad alta notte, in una casa estranea, dopo il tragico avvenimento, ma comprendevo che fosse una formalità necessaria. Solo che la faccia di quel delegato non mi piaceva punto; io sono fisonomista e non mi attendevo nulla di buono da quel viso.

«— Riprendiamo l’interrogatorio, — disse il delegato, quasi involontariamente.

«— Un interrogatorio? — chiesi io, trabalzando sulla sedia. — È un vero interrogatorio?

«— E perchè no?

«— A che titolo m’interrogate?

«— V’interrogo perchè siete stato presente al delitto, — disse il delegato, configgendo il suo sguardo nel mio.

«— Presente? ... Quasi presente, volete dire? — corressi io, vivacemente, senza neanche sapere il perchè della vivacità.

«— Non vi abbiamo trovato disteso sul ferito?

«— Sì, vi caddi sopra, inciampando; io era uscito dalla villa una mezz’ora dopo di lui. [p. 232 modifica]

«— Mezz’ora?

«— Venti, venticinque minuti.

«— Precisate, precisate, — disse con rudezza il delegato.

«— Come posso precisare, signore? — dissi io, alquanto irritato dalle domande e più dal tono del delegato. — Io ignorava il delitto: non stavo mica con l’orologio alla mano!

«— Eppure è necessario che vi spieghiate con la massima chiarezza e con la massima precisione, — replicò il delegato, senza smettere la sua freddezza e la sua ruvidezza.

«— Necessario?

«— Sì.

«— Io trovo necessaria una sola cosa, signore, ed è quella di andarmene, — dissi io, levandomi.

«— Nossignore. Voi dovete restare.

«— Debbo? Debbo?

«— Sì, signor conte.

«— E se me ne andassi egualmente?

«— Fareste malissimo.

«— Malissimo! Signor delegato, io non ho obbligo di rispondervi.

«— V’ingannate. Lo sapete. Siete il primo, il più importante testimone del delitto. La giustizia ha bisogno della vostra deposizione, — soggiunse il delegato, con aria più cortese, per rassicurarmi.

«— Va bene, ma vogliate non trattarmi come un delinquente, — dissi io, senza dare peso alla frase.

«Pure, come un lampo passò sullo scialbo e freddo viso del delegato; io ebbi come un altro brivido, simile a quello che mi aveva colpito nel veder apparire la contessa Clara Loredana, vestita di bianco, accanto al corpo esanime del mio amico.

«— Conoscevate la vita intima del conte Ranieri Lambertini? — chiese il delegato.

«— Poco. [p. 233 modifica]

«— Giuocava, aveva donne, amori?

«— Come tutti gli altri gentiluomini.

«— Qualche cosa di particolare?

«— Nulla che io sappia.

«— Credete che abbia potuto suscitare l’odio, la vendetta di qualcuno?

«— .... non credo, — dissi io, dopo un minuto di esitazione.

«— Corteggiava egli la contessa Clara Loredana?

«— Non so: ma non credo.

«— Pure, ci veniva spesso.

«— Lo so: ma senza idea di amore.

«— Che ne sapete?

«— Me lo ha detto, — risposi io, imprudentemente.

«— Ah! dunque parlavate dei vostri amori! E voi eravate, siete corteggiatore della contessa Loredana?

«— Questa domanda mi pare superflua.

«— Non credo. V’insisto.

«— Siamo in casa di lei, signor delegato.

«— Sta bene. Rifiutate rispondere?

«— Rifiuto.

«— Prendo nota di ciò.

«— Fate pure.

«— Supponete chi abbia potuto commettere il delitto? — mi chiese il delegato, dopo una piccola pausa.

«— Non lo suppongo.

«— Neppure la più piccola supposizione?

«— Neppure.

«— Non ha potuto ferirsi da sè, il conte Ranieri Lambertini.

«— È evidente.

«— D’altronde, non pare fosse inclinato al suicidio.

«— No, era un uomo felice. Era amato. [p. 234 modifica]

«— Amato? Dunque, sapete di un amore?

«— Neanche su questo posso rispondervi.

«— Perchè?

«— Perchè non è mio segreto.

«— Il conte Lambertini aveva un segreto; ciò complica molto la situazione.

«— Ogni uomo ne ha qualcuno.

«— Segreto doloroso?

«— Così.

«— Amava la moglie di un altro? L’innamorata di un amico? — insinuò cautamente il delegato.

«— Non posso dirvi nulla!

«— Signor conte Alimena! Voi sapete che un fatto gravissimo è accaduto, qui, questa notte. Voi sapete qualche antecedente importantissimo dell’infelice che, forse, muore di là, qualche circostanza che potrebbe illuminarci sul delitto. Voi tacete!

«— Taccio, perchè ritengo che gli amori del conte Ranieri Lambertini non abbiano nulla che vedere col terribile accaduto.

«— Non volete dirci nulla?

«— No, — replicai io, fermamente.

«Le sopracciglia di quell’uomo si aggrottarono un poco e tutto il viso assunse una trista espressione. Egli si baloccò con la stecca, battendola vivamente sulle dita.

«— Avete altro da chiedermi? — dissi io, accendendo una sigaretta e facendo per andarmene.

«— Poche altre cose e vi lascio in libertà.

«— Eccomi a voi.

«— Vi era mai stata lite, fra voi e il conte Ranieri?

«— Mai, mai.

«— Per nessuna causa?

«— Per nessuna causa.

«— Fu lui a presentarvi alla contessa Loredana?

«— Sì. [p. 235 modifica]

«— A vostra richiesta?

«— Per caso; per la via.

«— Egli vi condusse qui?

«— Sì, la prima volta.

«— Poi ci veniste solo?

«— Sì.

«— Varie volte?

«— Varie.

«— Ci trovaste Lambertini?

«— Mai.

«— Forse non veniva nelle vostre ore?

«— Non ci veniva, addirittura. Lambertini era innamorato di un’altra.

«— Ah! — e un sorriso ironico sfiorò le labbra dell’agente. — Dimenticavo.

«— Posso andare?

«— Ancora pochissimo. Questa notte, siete venuti insieme, qui?

«— Separatamente.

«— Voi, prima?

«— Prima, lui.

«— Vedete che ci veniva?

«— Lambertini voleva partire ed era venuto per licenziarsi. — «Detto questo mi morsicai le labbra, per aver detto troppo.

«Era possibile che un agente di polizia mi squilibrasse così, sino a cavarmi il mio segreto dalla bocca?

«In fondo, io sentiva qualche cosa di tragico che cresceva, intorno a me, senza che me ne potessi dare ragione; comprendevo che dal giorno in cui avevo schiuso il misterioso cofanetto e visto sul velluto oscuro la bellissima mano tagliata e ingemmata, il fato si appesantiva su me. Ma che io, Roberto Alimena, il conte Roberto Alimena, il giovane gentiluomo che aveva portato sino a trenta [p. 236 modifica]anni il suo nome come Baiardo, senza macchia e senza paura, dovesse trovarsi invescato da un agente di polizia, era enorme!

«— Il conte Ranieri Lambertini andò via prima di voi, è vero?

«— Sì: l’ho già detto, — risposi io, a malincuore, sempre più nervoso e agitato.

«— Perchè?

«— Perchè la contessa Clara Loredana mi trattenne un poco; disse volermi dire qualche cosa.

«— Ah! e che ne disse il Lambertini?

«— Nulla: andò via.

«— Era allegro?

«— Sì, al solito. Sereno.

«— Non si turbò della vostra dimora in casa Loredana?

«— No; perchè avrebbe dovuto turbarsene?

«— Così. ... non saprei. Sapete se era ordinariamente armato, il Lambertini?

«— Credo che portasse una piccola rivoltella americana.

«— L’avete mai vista?

«— Sì: una volta.

«— La riconoscereste?

«— Sì.

«— È questa? — disse il delegato, cavandola dalla tasca del suo soprabito.

«— Sì, questa.

«— È carica; non un solo colpo è stato tirato.

«— Era un agguato; Lambertini non avrà avuto il tempo di difendersi. ... «— Agguato, sì; ma ritengo che si sia difeso, — mormorò il delegato, pensando.

«— Vi erano tracce di lotta?

«— No.

«— E allora? — «Egli tacque: poi mi domandò:

«— Dove alloggiate? [p. 237 modifica]

«— All’Hôtel d’Europe, in piazza di Spagna, ma non vi rimarrò molto tempo.

«— Contate cambiar albergo? Prendere casa a Roma?

«— Conto partire.

«— Ah! Presto?

«— Volevo andare via domani. ... «— Volevate andare via domani? — disse lui, con un altro dei suoi sinistri aggrottamenti di ciglia.

«— Sì, ma mi tratterrò per due o tre giorni, per avere qualche notizia migliore di Ranieri.

«— Andate in su?

«— Sì, in Alta Italia?

«— E all’estero, forse?

«— Forse: secondo il mio capriccio e secondo alcuni fatti miei.

«— Sta bene. Grazie, signor conte.

«— Addio, signor delegato.

«— A rivederci, — mormorò lui, con un tono tanto strano che io ebbi ancora un brivido.

«Uscii da quel salotto, inquetissimo. In anticamera tutto era illuminato e il servo sonnecchiava sopra una panca di legno scolpito. Gli chiesi se potevo vedere il conte Ranieri Lambertini. Andò di là; aspettai un pezzo. Ritornò, accennandomi di entrare per un’altra porta, al lato dove avevano condotto il mio povero amico. Attraversai così tre stanze, al buio quasi, e mi ritrovai in quella dove giaceva il ferito.

«Costui giaceva solo, su quel letto: e giaceva immerso in un torpore affannoso, col capo molto basso, per non provocare emorragia, col petto nudo dove premeva una vescica di ghiaccio. Era acceso nel volto; due macchie rosse e vivide, sui pomelli, indicavano che egli aveva la febbre. Un rantolo gli esciva dal petto e le mani distese sulle bianche coltri sembravano di cera. Io mi chinai su [p. 238 modifica]lui, a chiamarlo sottovoce. Non sollevò gli occhi, nessun tratto del suo viso si mosse.

«A un tratto, mentre mi sollevavo, per andarmene pian piano, sentii che qualcuno mi guardava. Nella penombra della stanza, dove una sola lampada era velata da un paralume oscuro, la contessa Clara Loredana era seduta in una poltrona; vestita di bianco, pallida, pareva un fantasma che vegliasse un morto.

«La sua testa era appoggiata a una mano; gli occhi avevano quell’aria stralunata di quando ella era apparsa nel giardino: e io non la riconoscevo più!

«Le augurai la buona notte, pianissimo. Ella mi levò gli occhi in fronte e un lampo vi passò. Di nuovo una espressione di orrore le turbò il viso e non rispose al mio saluto. Allora, sorpreso di nuovo, intendendo che il mistero tragico si addensava su me, le chiesi, sempre piano, ma con forza:

«— Signora, che avviene? — «Ella ebbe come un moto di ribrezzo e mi disse, enigmaticamente:

«— Voi lo sapete.

«— Non so nulla, non intendo nulla.

«— Non vi hanno interrogato?

«— Sì, lungamente.

«— E avete detto la verità? — ella mi chiese, con doppia intonazione di amarezza e d’ironia.

«— Io dico sempre la verità! — esclamai.

«— Così sia! Anche io dirò la verità, — ella rispose e mi guardò così tristamente che fui ripreso da tutti i miei terrori segreti.

«— Quale verità, signora? — domandai.

«— La verità sull’assassinio del conte Ranieri Lambertini.

«— Voi la conoscete?

«— Sì, la conosco, — replicò lei, sempre a bassa voce, ma con fermezza. [p. 239 modifica]

«— Sapete la causa dell’assassinio?

«— Sì.

«— E il nome dell’assassino?

«— Sì.

«— Lo denunzierete alla giustizia?

«— Sì. — «Tutte quelle affermazioni erano state fatte da lei guardandomi negli occhi, con voce bassa e dura, con le mani sui bracciuoli della sedia.

«— Siete sicura di non ingannarvi?

«— Sicurissima.

«— Una denunzia è cosa grave!

«— La giustizia ha una traccia sicura.

«— E quale?

«— L’arme dell’assassino, — e mi guardò, tenacemente.

«Io sorrisi, niente altro. Dopo un minuto, ero uscito da quella camera. Dopo quindici ero nella mia stanza all’Hôtel d’Europe.

«Vi dirò io di aver dormito bene, in quel restante di notte? No, certo. I miei nervi erano singolarmente eccitati e la figura del mio povero amico mezzo morto, giacente in quel letto di dolore, la spettrabile immagine di Clara Loredana nelle sue vesti bianche, quella bieca figura del delegato che era stato con me tanto scortese e tanto diffidente, mi tumultuavano nella mente. Dormii poco e male. Ebbi l’incubo, nel sogno confuso e tormentoso. Mi pareva continuamente di vedere il mio amico Ranieri Lambertini aggredito, alle spalle, dal gobbo con gli occhi verdi, che levava su lui un’arma che non giungevo a intravvedere, mentre io, sulla soglia del villino Loredana, guardava inorridito la scena, senza poter fare un passo, inchiodato a terra da un potere magico, senza poter dare un grido, soffocando; accanto a me, donna Clara, tutta vestita di bianco, guardava la scena con occhi scintillanti di gioia e portando sulle labbra un sorriso [p. 240 modifica]infernale. Che pena! E, cosa singolare, il maggiore mio tormento, in quel sogno che era un’allucinazione, era di non potere scorgere bene, quell’arme insidiosa e terribile di cui l’infame gobbo dagli occhi verdi si serviva per togliere la vita al mio infelice amico; vedevo risplendere sinistramente una lama, niente altro, non sapevo se fosse un pugnale, un coltello, non so troppo bene. Il non sapere mi torturava, come se nel vedere che fosse, quell’arma, potesse consistere il motto dell’enigma!

«Così era! Abbrevio. L’indomani, alle dieci antimeridiane, io era arrestato, sotto la imputazione di tentato omicidio, con premeditazione, sulla persona del mio amico Ranieri Lambertini; due prove terribili esistevano contro me, oltre la serata passata insieme, oltre l’avermi trovato disteso sul suo corpo e macchiato del suo sangue. Due prove: cioè, una prova, il pugnale, il mio pugnale, un magnifico e sottile pugnale di Toledo, un’arma spagnuola sul cui pomo era scolpito il mio stemma e le due iniziali del mio nome; un pugnale che io portavo sempre meco, non per servirmene, ma perchè era molto bello e le belle armi mi inebbriano. Il mio pugnale era stato trovato immerso nella ferita di Ranieri Lambertini! La seconda prova atroce, contro me, era invece una testimonianza, quella della contessa Clara Loredana, la quale aveva deposto che Ranieri ed io, da tempo, le facevamo la corte, e che questa rivalità, dove il conte Lambertini pareva a me il preferito — ella, naturalmente, non preferiva nessuno dei due — aveva suscitato delle liti continue fra me e il mio amico, fino a che, io era venuto via, come folle, dalla casa dove ella mi aveva ancora una volta respinto, e raggiunto, dopo cinque minuti, il Lambertini, nel viale oscuro del giardino, lo avevo assalito alle spalle e ferito in quel malo modo. Questa seconda parte, ella la induceva dal modo pazzo come io era [p. 241 modifica]andato via di casa, dalle minacce che avevo fatte e dal mio carattere impetuoso e violento; e aveva proprio detto che io ero uscito cinque minuti dopo! Tutto questo io seppi più tardi, in carcere, dal mio avvocato, l’illustre Sergardi; e la prova dell’infame complotto ordito dal gobbo, mi fu palese. Il pugnale, abilmente, mi era stato sottratto, e la contessa veneziana, di così nobile casato, bella, giovane, ricca, non era che uno strumento vile del gobbo. Credete, mi vidi perso: perso, sopra tutto, perchè il Lambertini è stato tre mesi fra la vita e la morte, passando di bronchite in polmonite, di pleurite in congestione cerebrale, sputando sangue, vomitando sangue, non potendo nè levarsi, nè parlare, nè scrivere. Perduto! Così, il gobbo aveva ottenuto il suo duplice scopo. Ranieri Lambertini non era morto, ma agonizzava ed era in suo potere, nella casa della Loredana; io era carcerato, sotto una imputazione tremenda: i suoi due nemici erano per terra, dunque, ed egli trionfava! Una sola cosa mi confortava, in tanta disgrazia, lo credereste? La mano tagliata era sempre in mio possesso, a Milano, nella mia casa, chiusa fra altri oggetti spediti da me; e nessuno, neppure lui, ne aveva potuto ritrovare le tracce. Io ritengo che egli aveva commesso quel delitto, facendomene accusare colpevole, solamente per poter riavere quel bizzarro e pauroso pezzo di persona umana. Difatti, nella mattina in cui ero stato arrestato, una prima perquisizione era stata eseguita, nel mio quartierino, all’Hôtel d’Europe, da falsi agenti di questura, come ho saputo più tardi, che misero sossopra tutti i miei bagagli e poi finirono per non portar via nulla; una seconda perquisizione, la vera, fu fatta più tardi nel corso della giornata e dai veri agenti furono portate via lettere, armi, altre cose, supposte necessarie al processo. Ma niente; la mano era mia e malgrado le mie [p. 242 modifica]sventure e quelle di Ranieri Lambertini, il nostro orrendo nemico doveva morir dalla collera.

«Più tardi, come vi ho detto, la mia posizione d’imputato si è venuta migliorando. Le deposizioni di una quantità di persone che mi conoscevano — la vostra, anche — la importantissima, capitale deposizione del conte Lambertini, che negò assolutamente ogni mio intervento nell’aggressione, che negò i nostri amori con Clara Loredana, che negò ogni rivalità e ogni lite, tutto ciò migliorò la mia condizione. Ma non mi ha potuto salvare, tutto questo.

«È sempre il mio pugnale, quello che è stato trovato nella ferita di Ranieri Lambertini; sono sempre io, che sono stato trovato disteso sul suo corpo; la Loredana seguita a sostenere, limpidamente, la sua versione. L’hanno interrogata in contraddizione con me, in confronto col Lambertini; si è ostinata a dire sempre la stessa cosa, con una audacia singolare. Io non sono salvo, giacchè la giustizia può supporre in Ranieri Lambertini un generoso perdono e un desiderio di scamparmi; giacchè lo stesso Lambertini non ha saputo e potuto dire nulla sul tentato assassinio di quella notte; egli non ha visto niente, è stato aggredito alle spalle, non sa da chi; e, sopra tutto, egli, come me, non avendo prove, non avendo che indizi sul gobbo e non volendo dire il suo segreto, ha taciuto sempre. Mi salverò? Chi sa! Mi hanno dato la libertà provvisoria e, probabilmente, il processo sarà fatto molto tardi; e, forse, mi lasceranno passare all’estero, senza molestarmi.

«E, credete voi, amico mio venerato, che io pensi a difendermi da queste terribili accuse, che io desideri essere assolto in questo processo per riabilitarmi, credete voi che io abbia escogitato tutto un sistema di difesa? No. Io ho invece escogitato un piano di attacco. Oramai, il dado è tratto. [p. 243 modifica]

Quel miserabile infame gobbo, dal pomeriggio in cui io l’ho incontrato in un vagone di prima classe, da quella sera in cui egli ha abbandonato in mio possesso la mano tagliata, questo atroce malfattore, domina la mia vita. Io non gli ho fatto niente; egli ha dimenticato il misterioso cofanetto nelle mie mani; egli è scomparso, lasciandomelo; egli non me lo ha chiesto; egli non s’è presentato a me, dopo gli avvisi nei giornali. Non è colpa mia, se io possiedo la mano tagliata, questa bellissima mano di donna, che deve appartenere ad una sua vittima, e che io ho finito per adorare come una persona viva. Sono innocente, dunque, nella fatalità che m’ha colpito; e questo scellerato mi perseguita senza ragione. Or dunque, un legame terribile mi unisce a quest’uomo, ed io debbo assolutamente cercarlo, conoscere il suo segreto, annientare la sua potenza, uccidere forse quest’uomo. Sapete che sono un gentiluomo, e che rifuggo dalle risoluzioni violente; ma, oramai, una lotta corpo contro corpo, anima contro anima, è sorta tra me e questo assassino; il primo colpo l’ho avuto io, debbo pensare a dargli il secondo colpo.

«Egli ha macchiato il mio nome di un’ombra, forse indelebile; egli mi ha additato al disprezzo e all’orrore della gente; egli mi ha teso un tranello infame; io non debbo difendermi, debbo aggredirlo. Ho dei denari, e non so che cosa farne; sto bene in salute, sono giovane, sono coraggioso, sono anzitutto freddamente deciso a conoscere il mistero di quella esistenza e a purgare la terra da questo mostro.

«Dedicherò la mia vita, il mio denaro, tutta la mia astuzia e tutta la mia forza a questo scopo; egli si è fatto un nemico mortale ed implacabile. Mi crede forse uno sciocco o un vile; non sono nè l’uno, nè l’altro; cercherò quest’uomo, lo troverò, [p. 244 modifica]mi misurerò con lui, direttamente; e Iddio giudicherà fra noi.

«Credete che io sia esaltato, in questo momento? No, sono freddissimo, tanto freddo, che ho già un piano. Bisogna che io riveda Ranieri Lambertini e che mi faccia dire da lui tutto quello che può riguardare Rachele Cabib, la donna che egli amava e che lo amava; bisogna che io ritrovi questa donna, la quale sparve misteriosamente, nella mattina dell’assassinio; bisogna che io ritrovi Mosè Cabib; bisogna che io ritrovi l’altra, la donna dalla mano tagliata; bisogna che io ritrovi il gobbo.

«Vi rammentate? Nel giorno, in cui vi feci vedere la bellissima mano tagliata, voi vi stupiste del modo mirabile come era conservata quella mano, e mi diceste che avevate sentito parlare di un medico, che avesse scoperto il segreto di conservare perfettamente i corpi, come se fossero vivi. Anche, mi diceste che avreste fatto l’analisi del liquido che traeste dalla vena punta di quella mano, e che me ne avreste comunicato il risultato.

«Avete fatto quest’analisi? Che cosa è quel liquido? Vi siete potuto ricordare quel nome, o qualcuno ve l’ha potuto suggerire? Scrivetemene; se non lo avete fatto, fatelo. Scrivetemi questo risultato, io ci tengo moltissimo. Ho un presentimento strano, che da voi mi verrà il più vivo raggio di luce, perchè io trovi il mio cammino, nelle tenebre. Ritengo fermamente che mi verrà da voi il più largo sussidio morale a questo tentativo che ha la sua nobiltà.

«Io rimarrò ancora quattro o cinque giorni in Milano, dopo di che lascerò l’Italia per Parigi, dove mi stabilirò, aspettando che il mio processo venga alla luce, ritornando solo, quando dovrò rispondere innanzi alla giustizia di una colpa che non ho commessa. Da Parigi, io credo, potrò agire più liberamente, tanto più che potrò colà trovare [p. 245 modifica] vare qualcuno di quei poliziotti, che perpetuano l’eredità del signor Lequoc. Se anche colà non dovessi trovare il mio uomo, o i miei uomini, per formare la mia polizia segreta, andrò a cercarli a Londra, dove la polizia ha quelle tradizioni che voi sapete.

«Ma tutto questo non è ancora certo: scrivetemi a Milano, aiutatemi, vogliatemi bene, beneditemi.

«Roberto Alimena.»


Una lettera del professor Silvio Amati giunse a Milano all’indirizzo del conte Roberto Alimena due giorni dopo che egli ne era partito. I suoi servi gliela rispedirono a Parigi, al Grand Hôtel; egli non vi era rimasto che due giorni, pur lasciandovi le valigie, dicendo che vi sarebbe ritornato, e facendosi indirizzare le lettere a Londra Hôtel Piccadilly. La lettera del professore Silvio Amati conteneva poche righe.