La clemenza di Tito/Atto secondo

Atto secondo

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ATTO SECONDO

SCENA I

Portici.

Sesto solo, col distintivo de’ congiurati sul manto.

Oh dèi, che smania è questa!

che tumulto ho nel cor! Palpito, agghiaccio:
m’incammino, m’arresto: ogni aura, ogni ombra
mi fa tremare. Io non credea che fosse
sí difficile impresa esser malvagio.
Ma compirla convien. Giá per mio cenno
Lentulo corre al Campidoglio. Io deggio
Tito assalir. Nel precipizio orrendo
è scorso il piè. Necessitá divenne
ormai la mia ruina. Almen si vada
con valore a perir. Valore? E come
può averne un traditor? Sesto infelice,
tu traditor! Che orribil nome! E pure
t’affretti a meritarlo. E chi tradisci?
il piú grande, il piú giusto, il piú clemente
principe della terra, a cui tu devi
quanto puoi, quanto sei. Bella mercede
gli rendi invero! Ei t’innalzò per farti
il carnefice suo. M’inghiotta il suolo
prima ch’io tal divenga. Ah! non ho core,
Vitellia, a secondar gli sdegni tui:
morrei, prima del colpo, in faccia a lui.

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S’impedisca... Ma come,

or che tutto è disposto?... Andiamo, andiamo
Lentulo a trattener. Sieguane poi
quel che il fato vorrá. Stelle, che miro!
Arde giá il Campidoglio! Aimè! l’impresa
Lentulo incominciò. Forse giá tardi
sono i rimorsi miei.
Difendetemi Tito, eterni dèi! (vuol partire)

SCENA II

Annio e detto.

Annio. Sesto, dove t’affretti?

Sesto.   Io corro, amico...
Oh dèi! non m’arrestar. (vuol partire)
Annio.   Ma dove vai?
Sesto. Vado... Per mio rossor giá lo saprai. (parte)

SCENA III

Annio, poi Servilia, indi Publio con guardie.

Annio. «Giá lo saprai per mio rossor»! Che arcano

si nasconde in que’ detti! A quale oggetto
celarlo a me? Quel pallido sembiante,
quel ragionar confuso,
stelle! che mai vuol dir? Qualche periglio
sovrasta a Sesto. Abbandonar nol deve
un amico fedel. Sieguasi. (vuol partire)
Servilia.   Alfine,
Annio, pur ti riveggo.
Annio.   Ah! mio tesoro,
quanto deggio al tuo amor! Torno a momenti:
perdonami, se parto.

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Servilia.   E perché mai

cosí presto mi lasci?
Publio.   Annio, che fai?
Roma tutta è in tumulto, il Campidoglio
vasto incendio divora; e tu frattanto
puoi star senza rossore
tranquillamente a ragionar d’amore?
Servilia. Numi!
Annio.   (Or di Sesto i detti
piú mi fanno tremar. Cerchisi...) (in atto di partire)
Servilia.   E puoi
abbandonarmi in tal periglio?
Annio.   (Oh Dio!
fra l’amico e la sposa
divider mi vorrei.) Prendine cura,
Publio, per me. Di tutti i giorni miei
l’unico ben ti raccomando in lei. (parte frettoloso)

SCENA IV

Servilia e Publio.

Servilia. Publio, che inaspettato

accidente funesto!
Publio.   Ah, voglia il cielo
che un’opra sia del caso, e che non abbia
forse piú reo disegno
chi destò quelle fiamme!
Servilia.   Ah! tu mi fai
tutto il sangue gelar.
Publio.   Torna, o Servilia,
a’ tuoi soggiorni e non temer. Ti lascio
quei custodi in difesa, e corro intanto
di Vitellia a cercar. Tito m’impone
d’aver cura d’entrambe.

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Servilia.   E ancor di noi

Tito si rammentò?
Publio.   Tutto rammenta;
provvede a tutto; a riparare i danni,
a prevenir le insidie, a ricomporre
gli ordini giá sconvolti... Oh, se il vedessi
della confusa plebe
gl’impeti regolar! Gli audaci affrena;
i timidi assicura; in cento modi
sa promesse adoprar, minacce e lodi.
Tutto ritrovi in lui: ci vedi insieme
il difensor di Roma,
il terror delle squadre,
l’amico, il prence, il cittadino, il padre.
Servilia. Ma, sorpreso cosí, come ha saputo...
Publio. Eh! Servilia, t’inganni:
Tito non si sorprende. Un impensato
colpo non v’è, che nol ritrovi armato.
          Sia lontano ogni cimento,
     l’onda sia tranquilla e pura,
     buon guerrier non s’assicura,
     non si fida il buon nocchier.
          Anche in pace, in calma ancora,
     l’armi adatta, i remi appresta,
     di battaglia o di tempesta
     qualche assalto a sostener. (parte)

SCENA V

Servilia sola.

Dall’adorato oggetto

vedersi abbandonar; saper che a tanti
rischi corre ad esporsi; in sen per lui
sentirsi il cor tremante, e nel periglio

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non poterlo seguir: questo è un affanno

d’ogni affanno maggior; questo è soffrire
la pena del morir senza morire.
          Almen, se non poss’io
     seguir l’amato bene,
     affetti del cor mio,
     seguitelo per me.
          Giá sempre a lui vicino
     raccolti Amor vi tiene,
     e insolito cammino
     questo per voi non è. (parte)

SCENA VI

Vitellia e poi Sesto

Vitellia. Chi per pietá m’addita

Sesto dov’è? Misera me! Per tutto
ne chiedo invano, invan lo cerco. Almeno
Tito trovar potessi!
Sesto. (senza veder Vitellia) Ove m’ascondo!
dove fuggo, infelice!
Vitellia.   Ah, Sesto! ah, senti!
Sesto. Crudel, sarai contenta. Ecco adempito
il tuo fiero comando.
Vitellia.   Aimè! che dici?
Sesto. Giá Tito... oh Dio! giá dal trafitto seno
versa l’anima grande.
Vitellia.   Ah, che facesti!
Sesto. No, nol fec’io, ché, dell’error pentito,
a salvarlo correa; ma giunsi appunto
che un traditor del congiurato stuolo
da tergo lo feria. — Ferma! — gridai;
ma il colpo era vibrato. Il ferro indegno
lascia colui nella ferita e fugge.

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A ritrarlo io m’affretto;

ma con l’acciaro il sangue
n’esce, il manto m’asperge, e Tito, oh Dio!
manca, vacilla e cade.
Vitellia.   Ah! ch’io mi sento
morir con lui.
Sesto.   Pietá, furor mi sprona
l’uccisore a punir; ma il cerco invano;
giá da me dileguossi. Ah! principessa,
che fia di me? come avrò mai piú pace?
Quanto, ahi quanto mi costa
il desio di piacerti!
Vitellia.   Anima rea,
piacermi! Orror mi fai. Dove si trova
mostro peggior di te? quando s’intese
colpo piú scellerato? Hai tolto al mondo
quanto avea di piú caro; hai tolto a Roma
quanto avea di piú grande. E chi ti fece
arbitro de’ suoi giorni?
Di’: qual colpa, inumano!
punisti in lui? L’averti amato? È vero:
questo è l’error di Tito;
ma punir nol dovea chi l’ha punito.
Sesto. Onnipotenti dèi! son io? Mi parla
cosí Vitellia? E tu non fosti...
Vitellia.   Ah! taci,
barbaro, e del tuo fallo
non volermi accusar. Dove apprendesti
a secondar le furie
d’un’amante sdegnata?
Qual anima insensata
un delirio d’amor nel mio trasporto
compreso non avrebbe? Ah! tu nascesti
per mia sventura. Odio non v’è che offenda
al par dell’amor tuo. Nel mondo intero
sarei la piú felice,

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empio! se tu non eri. Oggi di Tito

la destra stringerei; leggi alla terra
darei dal Campidoglio; ancor vantarmi
innocente potrei. Per tua cagione
son rea, perdo l’impero,
non spero piú conforto;
e Tito, ah, scellerato! e Tito è morto.
          Come potesti, oh Dio!
     perfido traditor!...
     Ah, che la rea son io!
     Sento gelarmi il cor,
     mancar mi sento
          Pria di tradir la fé,
     perché, crudel! perché...
     Ah! che del fallo mio
     tardi mi pento. (parte)

SCENA VII

Sesto e poi Annio.

Sesto. Grazie, o numi crudeli! Or non mi resta

piú che temer. Della miseria umana
questo è l’ultimo segno. Ho giá perduto
quanto perder potevo. Ho giá tradito
l’amicizia, l’amor, Vitellia e Tito.
Uccidetemi almeno,
smanie che m’agitate,
furie che lacerate
questo perfido cor. Se lente siete
a compir la vendetta,
io stesso, io la farò. (in atto di snudar la spada)
Annio.   Sesto, t’affretta!
Tito brama...
Sesto.   Lo so, brama il mio sangue:
tutto si verserá. (in atto di snudar la spada)

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Annio.   Ferma! che dici?

Tito chiede vederti. Al fianco suo
stupisce che non sei, che l’abbandoni
in periglio sí grande.
Sesto.   Io!... Come?... E Tito
nel colpo non spirò?
Annio.   Qual colpo? Ei torna
illeso dal tumulto.
Sesto.   Eh! tu m’inganni:
io stesso lo mirai cader trafitto
da scellerato acciaro.
Annio. Dove?
Sesto.   Nel varco angusto, ove si ascende
quinci presso al Tarpeo.
Annio.   No, travedesti:
tra il fumo e fra il tumulto,
altri Tito ti parve.
Sesto.   Altri? E chi mai
delle cesaree vesti
ardirebbe adornarsi? Il sacro alloro,
l’augusto ammanto...
Annio.   Ogni argomento è vano:
vive Tito ed è illeso. In questo istante
io da lui mi divido.
Sesto.   Oh dèi pietosi!
oh caro prence! oh dolce amico! Ah! lascia
che a questo sen... Ma non m’inganni?
Annio.   Io merto
sí poca fé! Dunque tu stesso a lui
corri e ’l vedrai.
Sesto.   Ch’io mi presenti a Tito
dopo averlo tradito?
Annio. Tu lo tradisti?
Sesto.   Io del tumulto, io sono
il primo autor.
Annio.   Come! Perché?

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Sesto.   Non posso

dirti di piú.
Annio.   Sesto è infedele!
Sesto.   Amico,
m’ha perduto un istante. Addio. M’involo
alla patria per sempre.
Ricòrdati di me. Tito difendi
da nuove insidie. Io vo ramingo, afflitto
a pianger fra le selve il mio delitto.
Annio. Férmati! Oh dèi! Pensiam... Senti. Finora
la congiura è nascosta; ognuno incolpa
di quest’incendio il caso: or la tua fuga
indicar la potrebbe.
Sesto.   E ben, che vuoi?
Annio. Che tu non parta ancor, che taccia il fallo,
che torni a Tito, e che con mille emendi
prove di fedeltá l’error passato.
Sesto. Colui, qualunque sia, che cadde estinto,
basta a scoprir...
Annio.   Lá dov’ei cadde, io volo.
Saprò chi fu; se il ver si sa; se parla
alcun di te. Pria che s’induca Augusto
a temer di tua fé, potrò avvertirti:
fuggir potrai. Dubbio è ’l tuo mal, se resti;
certo, se parti.
Sesto.   Io non ho mente, amico,
per distinguer consigli. A te mi fido.
Vuoi ch’io vada? anderò... Ma Tito, oh numi!
mi leggerá sul volto. (s’incammina e si ferma)
Annio.   Ogni tardanza,
Sesto, ti perde.
Sesto.   Eccomi, io vo... (come sopra) Ma questo
manto asperso di sangue?
Annio. Chi quel sangue versò?
Sesto.   Quell’infelice
che per Tito io piangea.

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Annio.   Cauto l’avvolgi,

nascondilo e t’affretta.
Sesto.   Il caso, oh Dio!
potria...
Annio.   Dammi quel manto: eccoti il mio.
  (cambia il manto)
Corri: non piú dubbiezze.
Fra poco io ti raggiungo. (parte)
Sesto.   Io son sí oppresso,
cosí confuso io sono,
che non so se vaneggio o se ragiono.
          Fra stupido e pensoso,
     dubbio cosí s’aggira
     da un torbido riposo
     chi si destò talor;
          che desto ancor delira
     fra le sognate forme,
     che non sa ben se dorme,
     non sa se veglia ancor. (parte)

SCENA VIII

Galleria terrena adornata di statue, corrispondente a’ giardini.

Tito e Servilia.

Tito. Contro me si congiura! Onde il sapesti?

Servilia. Un de’ complici venne
tutto a scoprirmi, acciò da te gl’implori
perdono al fallo.
Tito.   E Lentulo è infedele?
Servilia. Lentulo è della trama
lo scellerato autor. Sperò di Roma
involarti l’impero; uní seguaci;
dispose i segni; il Campidoglio accese

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per destare un tumulto; e giá correa,

cinto del manto augusto,
a sorprender, l’indegno! ed a sedurre
il popolo confuso.
Ma, giustizia del ciel! le istesse vesti,
ch’ei cinse per tradirti,
fûr tua difesa e sua ruina. Un empio,
fra i sedotti da lui, corse, ingannato
dalle auguste divise,
e, per uccider te, Lentulo uccise.
Tito. Dunque morí nel colpo?
Servilia.   Almen, se vive,
egli nol sa.
Tito.   Come l’indegna tela
tanto poté restarmi occulta?
Servilia.   E pure
fra’ tuoi custodi istessi
de’ complici vi son. Cesare, è questo
lo scellerato segno onde fra loro
si conoscono i rei. Porta ciascuno
pari a questo, signor, nastro vermiglio,
che su l’omero destro il manto annoda:
osservalo e ti guarda.
Tito.   Or di’, Servilia:
che ti sembra un impero? Al bene altrui
chi può sagrificarsi
piú di quello ch’io feci? E pur non giunsi
a farmi amar; pur v’è chi m’odia e tenta
questo sudato alloro
svellermi dalla chioma,
e ritrova seguaci, e dove? in Roma.
Tito, l’odio di Roma! Eterni dèi!
Io, che spesi per lei
tutti i miei dí, che per la sua grandezza
sudor, sangue versai,
e or sul Nilo, or su l’Istro arsi e gelai!

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Io, che ad altro, se veglio,

fuor che alla gloria sua pensar non oso;
che, in mezzo al mio riposo,
non sogno che il suo ben; che, a me crudele,
per compiacere a lei,
sveno gli affetti miei, m’opprimo in seno
l’unica del mio cor fiamma adorata!
Oh patria! oh sconoscenza! oh Roma ingrata!

SCENA IX

Sesto, Tito e Servilia.

Sesto. (Ecco il mio prence. Oh, come

mi palpita, al mirarlo, il cor smarrito!)
Tito. Sesto, mio caro Sesto, io son tradito!
Sesto. (Oh rimembranza!)
Tito.   Il crederesti, amico?
Tito è l’odio di Roma. Ah! tu che sai
tutti i pensieri miei, che senza velo
hai veduto il mio cor, che fosti sempre
l’oggetto del mio amor, dimmi se questa
aspettarmi io dovea crudel mercede!
Sesto. (L’anima mi trafigge e non sel crede.)
Tito. Dimmi: con qual mio fallo
tant’odio ho mai contro di me commosso?
Sesto. Signor...
Tito.   Parla.
Sesto.   Ah! signor, parlar non posso.
Tito. Tu piangi, amico Sesto: il mio destino
ti fa pietá. Vieni al mio seno. Oh, quanto
mi piace, mi consola
questo tenero segno
della tua fedeltá!

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Sesto.   (Morir mi sento:

non posso piú. Parmi tradirlo ancora
col mio tacer. Si disinganni appieno.)

SCENA X

Sesto, Vitellia, Tito e Servilia.

Vitellia. (Ah! Sesto è qui. Non mi scoprisse almeno.)

Sesto. Sí, sí voglio al suo piè... (vuol andare a Tito)
Vitellia. (s’inoltra e l’interrompe) Cesare invitto,
preser gli dèi cura di te.
Sesto.   (Mancava
Vitellia ancor.)
Vitellia.   Pensando
al passato tuo rischio, ancor pavento.
(Per pietá, non parlar!) (piano a Sesto)
Sesto.   (Questo è tormento!)
Tito. Il perder, principessa,
e la vita e l’impero
affliggermi non può. Giá miei non sono
che per usarne a benefizio altrui.
So che tutto è di tutti, e che né pure
di nascer meritò chi d’esser nato
crede solo per sé. Ma, quando a Roma
giovi ch’io versi il sangue,
perché insidiarmi? Ho ricusato mai
di versarlo per lei? Non sa l’ingrata
che son romano anch’io, che Tito io sono?
Perché rapir quel che offerisco in dono?
Servilia. Oh vero eroe!

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SCENA XI

Sesto, Vitellia, Tito, Servilia ed Annio
col manto di Sesto.

Annio.   (Potessi

Sesto avvertir. M’intenderá.) (a Tito) Signore,
giá l’incendio cedé; ma non è vero
che il caso autor ne sia. V’è chi congiura
contro la vita tua: prendine cura.
Tito. Annio, il so... Ma che miro! (a parte a Servilia)
Servilia, il segno, che distingue i rei,
Annio non ha sul manto?
Servilia.   Eterni dèi!
Tito. Non v’è che dubitar. Forma, colore,
tutto, tutto è concorde.
Servilia. (ad Annio) Ah, traditore!
Annio. Io traditor!
Sesto.   (Che avvenne!)
Tito.   E sparger vuoi
tu ancora il sangue mio?
Annio, figlio, e perché? che t’ho fatt’io?
Annio. Io spargere il tuo sangue! Ah! pria m’uccida
un fulmine del ciel.
Tito.   T’ascondi invano:
giá quel nastro vermiglio,
divisa de’ ribelli, a me scoperse
che a parte sei del tradimento orrendo.
Annio. Questo! Come!...
Sesto.   (Ah, che feci! Or tutto intendo.)
Annio. Nulla, signor, m’è noto
di tal divisa. In testimonio io chiamo
tutti i numi celesti.
Tito. Da chi dunque l’avesti?
Annio. L’ebbi... (Se dico il ver, l’amico accuso.)

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Tito. E ben?

Annio.   L’ebbi... non so...
Tito.   L’empio è confuso.
Sesto. (Oh amicizia!)
Vitellia.   (Oh timor!)
Tito.   Dove si trova
principe, o Sesto amato,
di me piú sventurato? Ogni altro acquista
amici almen co’ benefici suoi:
io co’ miei benefici
altro non fo che procurar nemici.
Annio. (Come scolparmi?)
Sesto.   (Ah! non rimanga oppressa
l’innocenza per me. Vitellia, ormai
tutto è forza ch’io dica.)
  (piano a Vitellia, incamminandosi a Tito)
Vitellia. (piano a Sesto) (Ah, no! che fai?
Deh! pensa al mio periglio.)
Sesto. (Che angustia è questa!)
Annio.   (Eterni dèi, consiglio!)
Tito. Servilia, e un tale amante
val sí gran prezzo?
Servilia.   Io dell’affetto antico
ho rimorso, ho rossor.
Sesto.   (Povero amico!)
Tito. Ma dimmi, anima ingrata: il sol pensiero (ad Annio)
di tanta infedeltá non è bastato
a farti inorridir?
Sesto.   (Son io l’ingrato.)
Tito. Come ti nacque in seno
furor cotanto ingiusto?
Sesto. (Piú resister non posso.) Eccomi, Augusto,
a’ piedi tuoi. (s’inginocchia)
Vitellia.   (Misera me!)
Sesto.   La colpa.
ond’Annio è reo...

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Vitellia.   Sí, la sua colpa è grande

ma la bontá di Tito
sará maggior. Per lui, signor, perdono
Sesto domanda e lo domando anch’io.
(Morta mi vuoi?) (piano a Sesto)
Sesto. (s’alza) (Che atroce caso è il mio!)
Tito. Annio si scusi almeno.
Annio. Dirò... (Che posso dir?)
Tito.   Sesto, io mi sento
gelar per lui. La mia presenza istessa
piú confonder lo fa. Custodi, a voi
Annio consegno. Esamini il senato
il disegno, l’errore
di questo... Ancor non voglio
chiamarti traditor. Rifletti, ingrato!
da quel tuo cor perverso
del tuo principe il cor quanto è diverso.
          Tu, infedel, non hai difese;
     è palese — il tradimento:
     io pavento — d’oltraggiarti
     nel chiamarti — traditor.
          Tu, crudel, tradir mi vuoi
     d’amistá col finto velo;
     io mi celo — agli occhi tuoi
     per pietá del tuo rossor. (parte)

SCENA XII

Vitellia, Servilia, Sesto ed Annio.

Annio. E pur, dolce mia sposa... (a Servilia)

Servilia.   A me t’invola:
tua sposa io piú non son. (in atto di partire)
Annio.   Férmati e senti.

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Servilia.   Non odo gli accenti

     d’un labbro spergiuro;
     gli affetti non curo
     d’un perfido cor.
          Ricuso, detesto
     il nodo funesto,
     le nozze, lo sposo,
     l’amante e l’amor. (parte)

SCENA XIII

Sesto, Vitellia ed Annio.

Annio. (E Sesto non favella?)

Sesto.   (Io moro.)
Vitellia.   (Io tremo.)
Annio. Ma, Sesto, al punto estremo
ridotto io sono, e non ascolto ancora
chi s’impieghi per me. Tu non ignori
quel che mi dice ognun, quel ch’io non dico.
Questo è troppo soffrir. Pensaci, amico.
          Ch’io parto reo, lo vedi;
     ch’io son fedel, lo sai:
     di te non mi scordai;
     non ti scordar di me.
          Soffro le mie catene;
     ma questa macchia in fronte,
     ma l’odio del mio bene
     soffribile non è. (parte fra le guardie)

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SCENA XIV

Sesto e Vitellia.

Sesto. Posso alfine, o crudele...

Vitellia. Oh Dio! l’ore in querele
non perdiamo cosí. Fuggi e conserva
la tua vita e la mia.
Sesto.   Ch’io fugga e lasci
un amico innocente...
Vitellia.   Io dell’amico
la cura prenderò.
Sesto.   No, fin ch’io vegga
Annio in periglio...
Vitellia.   A tutti i numi il giuro,
io lo difenderò.
Sesto.   Ma che ti giova
la fuga mia?
Vitellia.   Con la tua fuga è salva
la tua vita, il mio onor. Tu sei perduto,
se alcun ti scopre, e, se scoperto sei,
pubblico è il mio segreto.
Sesto.   In questo seno
sepolto resterá. Nessuno il seppe:
tacendolo morrò.
Vitellia.   Mi fiderei,
se minor tenerezza
per Tito in te vedessi. Il suo rigore
non temo giá; la sua clemenza io temo:
questa ti vincerebbe. Ah! per que’ primi
momenti in cui ti piacqui, ah! per le care
dolci speranze tue, fuggi, assicura
il mio timido cor. Tanto facesti:
l’opra compisci. Il piú gran dono è questo

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che far mi puoi. Tu non mi rendi meno

che la pace e l’onor. Sesto, che dici?
Risolvi.
Sesto.   Oh Dio!
Vitellia.   Sí, giá ti leggo in volto
la pietá che hai di me; conosco i moti
del tenero tuo cor. Di’: m’ingannai?
sperai troppo da te? Ma parla! o Sesto.
Sesto. Partirò, fuggirò. (Che incanto è questo!)
Vitellia. Respiro!
Sesto.   Almen talvolta,
quando lungi sarò...

SCENA XV

Publio con guardie, e detti.

Publio.   Sesto!

Sesto.   Che chiedi?
Publio. La tua spada.
Sesto.   E perché?
Publio.   Per tua sventura,
Lentulo non morí. Giá il resto intendi.
Vieni.
Vitellia.   (Oh colpo fatale!) (Sesto dá la spada)
Sesto.   Alfin, tiranna...
Publio. Sesto, partir conviene. È giá raccolto
per udirti il senato, e non poss’io
differir di condurti.
Sesto.   Ingrata, addio!
          Se mai senti spirarti sul volto
     lieve fiato che lento s’aggiri,
     di’: — Son questi gli estremi sospiri
     del mio fido, che muore per me.

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          Al mio spirto, dal seno disciolto,

     la memoria di tanti martíri
     sará dolce con questa mercé.
  (parte con Publio e guardie)

SCENA XVI

Vitellia sola.

Misera! che farò? Quell’infelice,

oh Dio! muore per me. Tito fra poco
saprá il mio fallo, e lo sapran con lui
tutti, per mio rossor. Non ho coraggio
né a parlar, né a tacere,
né a fuggir, né a restar. Non spero aiuto,
non ritrovo consiglio. Altro non veggo
che imminenti ruine; altro non sento
che moti di rimorso e di spavento.
          Tremo fra’ dubbi miei;
     pavento i rai del giorno;
     l’aure, che ascolto intorno,
     mi fanno palpitar.
          Nascondermi vorrei,
     vorrei scoprir l’errore:
     né di celarmi ho core,
     né core ho di parlar. (parte)