In Valmalenco/Capitolo XV

Capitolo XV. L'anima della valle.

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Capitolo XV. L'anima della valle.
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L’anima della valle.


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XV.


“Mi tieni il broncio?”

La voce chiara e femminile mi fece volger la testa.

Dietro me, sbucata dal folto della macchia verde, stava Ninì con vezzo timido e birichino. Ella abbandonava lungo i fianchi le braccia morbide, e le mani si allacciavano per l’intreccio delle dita, languidamente, come troppo stanche; il viso, dall’ovale lungo e perfetto, era un po’ reclinato in avanti, ma gli occhi, d’un azzurro vivo, balenavano volti in su per guardarmi, e la bocca, fine, piccola, rosea, con un’increspatura maliziosa negli angoli, pareva lì lì per ischiudersi e fremere in una risata argentina.

Di tra il verde un raggio di sole veniva a indorarle i capelli biondi.

Ella ripetè, imitando i bimbi piagnucolosi:

“Mi tieni il broncio?” [p. 146 modifica]

“Ti pare?” risposi subito, rasserenando la fronte che il suo abbandono repentino e il sogno graziosissimo avevano fatta rugosa; “no, no, non sarei capace, specialmente con te!...”

“Guai se me lo tenessi!” scattò Nini, rizzando la testa e sollevando rapida un braccio verso di me, con il piccolo pugno stretto e l’indice teso, “guai!”.

Io sorrisi, sorrise anch’ella.

“Che castigo mi daresti se ti tenessi il broncio?!”

“Ah, ridi anche!... senti, io...” e mi si avvicinò d’un passo, leggera, sollevando con eleganza la gonna, che i ciuffi d’erba avrebbero rattenuta e guardandomi negli occhi con le sue pupille che parevano smeraldi chiari e luminosi: “io non ti farei ammirare e non ti commenterei, dalla sua sommità al suo profondo, l’anima della valle!” e mi guardò, balenando dall’iridi azzurre un raggio d’arguzia e un po’ di mistero.

Per un attimo la interrogai collo sguardo, quindi, per non essere meno birichino di lei, mi sporsi alquanto e le modulai con la mellifluità di un flauto:

“L’anima della valle sei tu. Nini; tu, apparita come una potaméiade lungo sponde fiorite, o come una chárite stellante su dalle acque del Mallero; tu, che sembri una naiade, una ninfa, una driade, un....”

Il ventaglietto di trina, che la fanciulla, con molle lentezza, ondeggiava dinanzi il viso, battè contro la mia bocca e spezzò la mia dizione [p. 147 modifica]complimentosa; mentre la voce garrula diceva trillando, veloce:

“Ma bene, benissimo! io sono dunque una naiade, una chárite, una po... po...; ripeti perchè quel termine si può confondere con ippopotamo.”

“No, no, potaméiade!”

“Sì, accettiamo la stranissima terminazione; ma tu, di grazia, se io mi trasformassi per davvero” e diede molta importanza e caricatura alla frase “nelle mitologiche parvenze accennate, tu, che cosa diventeresti?”

“Io?”

“Sì.”

“Io diventerei l’eterno Pan germinale.”

“Piacere. Ma che cosa fa questo Pan?”

“Suona!”

Ninì fece una smorfietta deliziosa, minacciò con il suo ventaglio e proseguì:

“Che cosa?”

“Un leuto, un flauto, uno zufolo di tre buchi insomma...”.

“Già, già, un piffero,” proruppe la demonietta pigliandomi per un braccio e trascinandomi verso i Giumellini, “un piffero. Dio, Dio, che effetto faresti con un piffero in bocca; altro che Pan e le po... po...” bisticciò per trovar la parola: non riuscendole, fece spalluccie e disse:

“Vieni dunque?...”

“Dove?”

“A veder l’anima della valle!”

E corremmo giù per il bosco, ridendo allegramente e folleggiando come due bambini. [p. 148 modifica]

D’un tratto ella scivolò e diè uno strillo. Io mi volsi, l’aiutai, e quando fu in piedi, rossa per la corsa, la caduta e le risa, giù di nuovo, fra

Hôtel Malenco, visto dal bosco


pianta e pianta, da una macchia ad un’altra, come camoscietti fuggenti.

E corri e corri e gira torno torno la costa, si [p. 149 modifica]arrivò al sentiero che, da una parte, conduce ai Giamellini, e, dalla parte opposta, guida al Grand-Hôtel.

La mia gentilissima Beatrice mosse verso l’albergo ed io le tenni dietro.

“Ma dov’è quest’anima?”

“Un po’ di pazienza!”

Apparve fra i larici, sopra uno spiazzo libero, il grande albergo.

“Ci aspetteranno, su presto,” disse la piccola guida che mi precedeva.

M’ero dimenticato dei compagni e quel richiamo improvviso mi fece arrossire.

“Guarda,” continuava intanto il bianco folletto che mi trotterellava dinnanzi, “guarda! non è bello?” e mi additava l’edificio, tutto cinto di alberi e coronato di monti.

“Come si presenta bene da questa parte, col tetto così acuminato, ecco, ecco, io ora vedo solo l’angolo; pare uno chalet svizzero: il sole, che si rifrange nelle vetriate, gli dà scintillii d’oro e fiamme; non vedi come è bello?” e si fermò battendo palma a palma e sorridendo con ingenua maraviglia.

“Quando saremo arrivati ti condurrò a visitarlo, vedrai!”

Si raggiunse la Piazza, e, camminandole a lato, io le richiesi ancora: “Ma, dov’è questa benedett’anima che andiam cercando?”

“Stai zitto, tu, curioso!”

I compagni e la mamma della signorina ci vennero incontro, uscendo dal vestibolo, e [p. 150 modifica]s’incrociarono le domande e le risposte solite; qualcuno mi diè del sognatore, la mamma si lamentò perchè non m’era lasciato vedere all’albergo; io mi scusai e, finalmente, dopo aver ammirato dal pianoro i tre rami della valle, si rientrò nel peristilio, come disse la fanciulla, facendomi notare


Vestibolo dell'Hôtel Malenco

con vezzo arguto, che, po’ poi, non ero solo a dir parole lunghe e difficili.

Mi prese sottobraccio, e, mentre gli altri chiacchieravano, ridevano e sorbivano un rinfresco, mi fece girare tutto il vestibolo, mostrandomi l’eleganza sobria della sua linea; la posizione [p. 151 modifica]invidiabile ed equamente soleggiata; le grandi finestre, per le quali entrava l’aria, ricca d’ozono e profumata di pini; la decorazione semplicissima.

Ella trovò meritevole d’osservazione e di lode anche i tavolini leggeri, le sedie di vimini, il pavimento a piastrelle, la luce elettrica, le tende; ed io, forse per le modulazioni della sua voce, vidi bellissimo quanto per lei era bello; e scopersi che, fino i piedi delle sedie e delle tavole avevano una certa curva e un certo ingrossamento gentile, e che i piedini della signorina poi, manchevoli di curve e di ingrossamenti, erano ben più gentili e graziosi.

“Vuoi sempre farti beffa di me!” interruppe Ninì corrucciata. “Finiscila una buona volta, altrimenti ti lascio qui solo soletto a girar per l’albergo!” e scivolò via, entrando nella sala attigua dove io la seguii.

Il pianoforte aperto sembrava aspettare.

Ninì, passando, sfiorò i tasti che diedero un suono morbido e languido; le prime note che preludiano uno sconsolato notturnino di Chopin.

“Me lo fai sentire?” le dissi con la voce e con gli occhi.

“Lo meriti, forse, tu?”

E, siccome io la guardava con un viso malcontento e desideroso, riprese:

“Dopo, quando avremo visitata tutta l’anima, faremo musica... va bene?”

“Come... tutta l’anima!”

“Auf!... i poeti come sono lenti nel capire; si l’anima. L’anima della valle è l’albergo: questo, [p. 152 modifica]che noi giriamo, che io ti faccio ammirare in tutte le sue parti.

So già che tu, democratico fino all’esagerazione, preferisci le baite dove dormono le capre e dove il fieno è invaso dai micrococchi, (tieni ben a mente questa parola neh!), dai micrococchi che fermentano: lo so, lo so, ma tu devi ascoltarmi, la mia è parola di redenzione: io ti catechizzo ad un altro genere di vita, e, se tu seguirai il mio consiglio, diventarai il catecumeno, il neofita (che belle parole, vero!) di una religione nuova, la religione dei propri comodi.”

Le prime frasi mi avevano lasciato un poco interdetto, le ultime mi permisero di dirle con burlesco sussiego:

“Siete voi la sacerdotessa di questa religione che mi si vuol imporre così soavemente?”

“Sì, e questo è il suo tempio!”

Io mi lasciai cadere sur una poltroncina di velluto, togliendomi rapidamente il berretto; poi mi abbassai e presi a slacciarmi le scarpe con una mano, battendomi il petto con l’altra.

“Che fai?!” chiese Ninì sbarrando gli occhi.

Ed io le risposi serio e compunto, come deve fare un neofita:

“Mi levo i calzari, domina, il suolo ch’io calpesto è sacro!”

“No, no, per amor di Dio” strillò la fanciulla ridendo.

Visitammo i vasti e ben arredati locali, soffermandoci nella sala di lettura, in quella del bigliardo, nell’altra da pranzo: e, nella sala a [p. 153 modifica]fumare, la signorina, dopo aver accettata una sigaretta che le offersi, incominciò a narrarmi, con la sua parola simpatica e disinvolta, il perchè ed il come era sorta nel 1904 l’ala principale dell’albergo, ampliata nel 1905, ultimata nel 1906 e continuò, lanciando fiocchetti di fumo dalle labbra e una striscia azzurra dal nasetto impertinente, descrivendomi, con rapidi cenni, alcuni degli azionisti dell’albergo.

Il commendatore Ercole Gnecchi, alto, snello, bruno, con la mezza barba divisa alla russa, con gli occhi mobili, vivi, che dicono: — Su, facciamo! — l’altro il... il...: “peccato mi sfugga il nome... quel piccino, tondo! E l’ingegner Vitali lo conosci? E il cavalier Cornelio? ma sì che lo conosci! Grassoccio, pizzo alla Cairoli, aria da papà....”

“.... Forse quello che ha dedicato un capitolo a Valmalenco nel suo librone — Connubio d’anime? — ” domando risovvenendomi.

“Appunto, l’autore del messale, come dice lui.”

La sfilata degli azionisti continua mentre saliamo per l’ampia scala, e si tramuta nella descrizione comica dei tipi che frequentano l’albergo, quando passiamo in rivista il primo ed il secondo piano.

“Non hai mai veduto Isidoro C.? quell’arpione vestito d’alpinista?!”

“No!”

“Ah! se lo vedessi! è proprio un canchero; ieri però, sembrava un pallone. Per andare al laghetto d’Entova, ci si va con la cavalcatura, [p. 154 modifica]pensa, s’è armato di alpenstok, di picca, di corde, d’occhiali per la neve, s’è messo certe scarpe ferrate che sulle piastrelle squittivan come topi; non so come abbia dimenticato gli sky: poi, quasi non bastasse, su, a spalla, una grande bisaccia d’alpinista zeppa d’ogni ben di Dio, e su anche, sul petto, assicurato con la fune, uno di quei sacchi foderati di pel di martora che adoperano le guardie di confine; e su ancora, e finalmente, a coprir tutto, un ampio mantello impermeabile color oltremare.

Noi siamo stati a vederlo partire sul piazzale; era così gonfio che teneva tutta la strada, e così ridicolo, con quei due stecchi per gambe che gli uscivan da disotto l’impacco voluminoso, che pareva un cetaceo: laggiù poi, allo svolto...” e mi mostrò il punto preciso da una finestra “che è che non è, incespica e lo vediamo ruzzolare, come una botte. Poveretto! — E Gino B., lo conosci? quell’allampanato, vestito di nero, con la caramella, il ciuffo, i polsini schiacciati ad elisse che gli vengon fino sull’unghie?

Neppur quello?

È un musicista, così dice; però non fa che parlar male di tutte le musiche, fumare e rompere stecche di bigliardo...”

Ma ecco Ninì, rimasta alla finestra, battersi col ventaglio la fronte...

“È vero! il mio latte!...”

“Il tuo latte?” ripetei sorridendo...

“Sì, sì!” e giù per le scale, ella prima, io dietro, e con noi un bisticcio di affermazioni e di richieste. [p. 155 modifica]

“Il mio, proprio il mio!...”

“Il tuo? Ma via!”

Per poco non entriamo nel guardinfante di una signora che s’è fermata in fondo alla scala a interrogar su, con gli occhi, d’onde arrivi il vocio.

Balziamo, Ninì da una parte, io dall’altra; usciamo a bere il latte nella rustica latteria, poi, giacchè il resto della comitiva ci raggiunge, facciamo una partita al law-tennis. La signora dalla crinolina, che ha seco una bimba rosea, coi sandali e la chioma divisa alla preraffaellita, assiste, commenta, e, mano mano, saluta l’aristocratica colonia, che viene al solito ritrovo gentile. È uno sfoggio di abiti bianchi, celesti, lilla; di cappelli, di veli; un parlar animato e piacevole senza alcuna superfettazione ostentata; par d’essere in famiglia.

Però, non appena Ninì m’ha vergognosamente battuto, le ricordo la promessa che m’ha fatto.

“Quale?”

“Quella di sonare il notturnino di Chopin!”

La signorina fa i capriccetti, trova mille scuse, assicura, per esempio, che non abbiamo visitata tutta l’anima della valle, perchè non si sono ancora veduti l’ultimo piano e le cantine dell’albergo: alla mia interruzione: “Beh! andiamo in cantina” fa spalluccie, continua a dirmi che deve inaffiare una piccola felce trapiantata il giorno prima nel boschetto soprastante, che il pappagallino d’America aspetta l’imbeccata da lei, che un piccolo fazzoletto di batista si logora attendendo d’essere ricamato... [p. 156 modifica]

Insomma, finisco per afferrare un verde inaffiatoio, e dirle:

“Andiamo a trovar la felce, allora!”

La felce è presto trovata ed inaffiata. Ci volgiamo per ritornare, folleggiando, come sempre, quando Ninì mi chiede a bruciapelo:

“Che cosa c’è per me, se tocco il cembalo e ti faccio riudire il notturnino di Chopin?”

“Un bacio...” rispondo subito, scherzevole, mentre ella accoglie le parole con uno scroscio argentino di risa....

“Sì, sì; ma se tu hai il coraggio di sfiorarmi appena, ti mordo....”

È uno scherzo!