Il Canzoniere (Bandello)/Alcuni Fragmenti delle Rime/I - Canzone del Bandello de le divine doti di Madama Margarita di Francia figliuola del Cristanissimo Re Francesco I

I - Canzone del Bandello de le divine doti di Madama Margarita di Francia figliuola del Cristanissimo Re Francesco I

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I - Canzone del Bandello de le divine doti di Madama Margarita di Francia figliuola del Cristanissimo Re Francesco I
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I.


Canzone del Bandello

delle divine doti

di

Madama Margarita di Francia

figliuola del cristianissimo re

Francesco I.


È la Canzone di omaggio, già annunciata nella dedica in prosa.

La segnalò primieramente il Crescimbeni, ma la pubblicò poi l’Affò (vedi Bibliografia qui premessa a pp. 39-42, alla quale s’intende riferita ogni citazione).

Per la forma, essa non si discosta dalle consuete del Bandello.

Per il contenuto è un centone delle lodi più viete che allora si distribuivano da tutti i verseggiatori senza parsimonia. Della figlia di Francesco I, che pur conosce solo per fama, celebra essenzialmente l’umanità, la grazia, la cortesia, il bell’eloquio, i purgati e bei sermoni; nell’ultimo verso la proclama perfetta.

 
Di tanti eccelsi e gloriosi Eroi,
     E delle belle, e sì sagge Eroine,1
     Onor e pompa del Gallico regno,
     Qual, mia Musa, cantar ora t’inchine,
     O qual pria dirai, o qual dapoi,5
     A tal che ti riesca il tuo disegno?2
     O questi, o quelle che tu canti, degno
     Canto sarà, perchè di nostr’etate
     In lor è ’l pregio ed il perfetto onore,

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     Che ’n quelli albergan con ben saldo core10
     Quante ’l sol vede doti piú lodate.
     Ma la divinitate
     Non t’adeschi de l’alma Margarita,3
     Ch’unica al mondo di bontá s’addita.
Del Re de’ Regi la Figliuola dico,154
     Vergine saggia, e d’ogni tempo gloria,
     Le cui vertuti chi può dir a pieno?
     Chi avrá l’ingegno ugual, o la memoria
     A tant’altezza, se del tempo antico
     E del nostro verrebbe ogni stil meno?20
     Quegli che nacque di Parnaso in seno,
     Ed Ulisse cantò, e ’l grande Achille,5
     E quel che a Dite il pio Troian conduce,
     Di cui la fama ancor sì chiara luce,6
     Ben ch’ogni dir in lor Febo distille,257
     Appena una di mille
     Spiegar potrìan de le virtuti rare
     Di questa ricca Perla, e singolare.8
Chi potrà dir del bell’ingegno, quale
     La virtù sia, o quanto sia capace309
     Di ciò, che può capir uman sapere?
     Chi sarà che si mostri tant’audace,
     Ch’all’altezza di quel dispieghi l’ale,
     E possa il volo dietro a quel tenere?
     Qual Icaro costui vedrai cadere3510
     Arso dal fuoco di sua chiarezza,
     O qual Fetonte fulminato al basso11
     Con rovina cader, e con fracasso,
     Cieco al splendor de la sublime altezza,
     La cui chiara vaghezza40
     Abbaglia sì col lume ogni pensiero,
     Ch’umana lingua non arriva al vero.

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Vorrai forse lodar l’altiera e umana
     Maniera, ch’Ella in ogni cosa mostra,
     Di maestà servando il bel decoro?45
     Non vedi, come in Lei di pari giostra,
     Con quel divin favor, che l’allontana
     Da cose basse, d’ogni grazia il coro?12
     Quai donne al mondo mai famose foro,
     Tra le più celebrate in Elicona,50
     U’ tant’umanitá mai si vedesse,
     Che ’n lor superbia parte non avesse?
     Indarno a Lei s’aguaglia, o paragona
     Qual piú famosa suona.
     Chi dunque dirla quanto merta sape,5513
     s’umano ingegno il suo valor non cape?
O pensi di cantar la cortesia,
     Che ’n Lei sfavilla, sovr’ogn’altra chiara,
     Tant’è gentil e liberal, cortese!14
     Quest’una dote in Lei sì larga e rara60
     Fiorisce, e frutto fa di leggiadria,15
     Tanto mai sempr’a farsi chiara attese!
     Ma chi può farla col cantar palese,
     Se l’uno, e l’altro stile quest’eccede?
     Chi puote il giorno numerar le stelle,6516
     E la virtù narrar a pien di quelle,
     Esser potrá di tanta grazia erede,
     Che canti, e faccia fede
     De l’alta cortesia, che ’n questa splende,
     Sì ch’a adorarla tutto ’l mondo accende.70
Or l’accoglienze grazïose e schiette,
     D’umiltá piene, e piene di grandezze,
     Ma sempre grate, oneste e signorili,
     Chi scoprirà con quelle gentilezze,
     Ch’ivi natura saggiamente mette,75

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     Così leggiadre, vaghe e sì gentili?
     Ov'ha Parnaso sì sonori stili,17
     Che possino eguagliar questa virtute,
     E dirne quanto merta simil grazia?
     80Quivi il giudicio con mill'occhi spazia,18
     E scerne il tutto con le viste acute,
     Che fa le lingue mute
     Di tant’altezza dir la minor parte,
     Che avanza d’ogni ingegno il dir, e l’arte.
85Ma la dolce armonia delle parole
     Col perfetto parlar, e saggi modi,
     Ch'altro qui suonan che mortai concenti,
     Chi fia, ch’a par del ver esalti, e lodi?
     Perchè non parla come ogn’altra suole,
     90Ma del ciel spirto ragionar tu senti.
     Soavi, ben limati, e cari accenti
     Empion l'orecchie con sì dolci toni,
     Che fan che ’l suono al corpo l'alma involi,
     E ch’ella in quelle labbra ratto voli,
     95Ond’escon sì purgati e bei sermoni,19
     Che son pungenti sproni
     A trovar la virtù, e seguitarla.
     Di cose così belle, e saggie parla.
Chi l'ode, e non le resta servo eterno,
     100Uomo non è, che quel soave suono
     Fermar i fiumi può, far gir i monti.20
     E chi dal ciel acquista tanto dono,
     Che dinanzi le stia l’estate e ’l verno,
     E gusti le parole, e i motti pronti,
     105Dirà che d’eloquenza tutti i fonti
     Sorgono in questa così freschi, e chiari,
     Che senza par faconda Ella si trova.
     Indi forza è che l’uomo allor si mova,

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     E mille cose degne quivi impari
     110Dolci parlari, e cari,
     Che l’uom dal ben alzate a far il meglio21
     E sete delle Grazie il vero speglio.22
Qual parte dunque, Musa mia, dirai
     Di tanta Donna eccelsa, e gloriosa,
     115S’ogni in lei parte avanza il nostro dire?
     Quel divin spirto forse, dove posa
     Quanto di buon si vide in terra mai,
     Cerchi lodar, e quanto vai scoprire?
     Ma chi potrà tant’alto unqua salire?
     120Chi le virtù di questa s’affatica,
     Quali elle sono dimostrar al mondo,
     Vuol questi il largo mar, e sì profondo
     In picciol rivo por senza fatica.23
     Dunque altro non si dica
     125Se non del Re Francesco la Figliuola,
     E dirà donna vera, saggia e sola.24
Tu n’anderai, Canzon, sovra la Senna,
     U’ l’alma Margarita Francia ammira.
     Dille: Un che in riva alla Garonna stassi,25
     130A Voi m’invia con riverenti passi,
     E vostre lodi indarno dir sospira.
     Perciocchè Dio sì mira26
     Vi fa, che qui l’idea del Valor sete,27
     E ’l titol di perfetta possedete.28


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Note

  1. Vv. 1-2. Eroi, Eroine. E in novella 11-36: «Onde mosso dal testimonio mio il signor Giulio Scaligero nei suoi Eroi,... e ne le Eroine... ad instanzia mia ha fatto, ecc.». Così adunque suole il Bandello denominare i gentiluomini e le gentildonne di cui parla. Ed il medesimo epiteto adopera Giulio Cesare Scaligero quando, per sua istigazione, canta in versi latini nei Poemata, ediz. cit., le Heroinæ ad M. Bandellum.
  2. Vv. 4-6. Mia Musa, invocazione alla Musa e disegno, che solo in parte mandò ad effetto nei Canti XI in lode di Lucrezia Gonzaga, di cantare altre gentildonne ed altri gentiluomini emimenti di Francia.
  3. V. 13. T’adeschi, ti lusinghi, t’attragga.
  4. V. 15. Re dei Regi, Francesco I. Nei Canti XI vanta: «... il cor invitto | Di quel che Re dei Reggi può chiamarsi» (C. I.).
  5. Vv. 22-23. Questo richiamo agli antichi vati, aggiuntovi talvolta, il Petrarca, è spesso poi ripetuto nel Canzoniere, cfr. son. VI, V. 14; son. XVI, vv. 4-8; e, particolarmente, tutto il son. XCVII, e il CXCVIII.
  6. V. 24. È il dantesco, riferito proprio a Virgilio: «Di cui la fama ancor nel mondo dura» (Inf., II, v. 59).
  7. V. 25. Per quanto Apollo instilli, inspiri loro ogni valentia nel canto.
  8. V. 28. Perla preziosa e singolare, rara, unica nel suo genere, dal nome latino di lei Margarita. Il gioco di parola è già largamente usato in Francia a proposito dell’altra Margherita, la sorella di Francesco I, detta «la perle des Valois», della quale alcune poesie furono stampate a Lyon da Jean de Tournes, nel 1547, a cura di Simon o Silvius de la Haye precisamente col titolo encomiastico: Les Marguerites de la Marguerite des Princesses.
  9. Vv. 30-31. Capace ... capir, allitterazione forzata.
  10. V. 35. Icaro, figlio di Dedalo che volò sublime. Il paragone è sfruttato poi dal Bandello in un intero sonetto, il CLIX.
  11. V. 37. Fetonte, figlio del Sole e di Climene, che male guida il carro del sole, e che da ultimo, fulminato da Giove, precipita.
  12. V. 48. Il coro, l’insieme di tutte le grazie.
  13. V. 55. Sape, sa, se il suo valore non cape, non capisce, non può esser contenuto in mente umana?
  14. V. 59. Liberale e cortese; è, tra l’altro, l’augusta protettrice della Pléiade.
  15. V. 61. Verso, sapido e aulente; di sapore e di profumo dugentesco. È forse reminiscenza dell’esordio del Tesoretto di Brunetto Latini: «Lo Tesoro comenza: | al tempo che Fiorenza | fiorìo e fece frutto».
  16. V. 65. Idea petrarchesca, di cui fa uso, anzi abuso il Bandello; cfr. son. XXII, v. 14, nota.
  17. V. 77. Parnaso, il monte della poesia, ha poeti dallo stile sì poderoso ecc.
  18. V. 80. Mill'occhi, per indicarne la vigilante acutezza.
  19. V. 95. Sermoni, discorsi in genere, in bello stile, purgati e al tempo stesso moraleggianti, come dice il v. 96.
  20. V. 101. È il verso petrarchesco: «Che farìan gire i monti e stare i fiumi» (Canz., CLVI, v. 8), che ripete o rifà a suo modo più volte; cfr. XCVIII, V. 40.
  21. V. 111. Voi, donna, che elevate l’animo dell’uomo inducendolo a fare di bene in meglio.
  22. V. 112. Speglio, specchio e quindi l'imagine delle tre Grazie.
  23. V. 123. In picciol rivo, altrove, son. XXXVII, vv. 9-10, dirà costringere il mare in un vaso, imagine, del resto, tolta al Petrarca; cfr. ivi, V. 9, nota.
  24. V. 126. Sola, unica di tal fatta.
  25. V. 129. Un, un cotale, un tuo devoto che sta in riva alla Garonna.
  26. V. 132. Mira, meravigliosa e quindi mirabile, ammiranda.
  27. V. 133. Qui, nel mondo impersonate l’idea stessa della virtù, del valore.
  28. V. 134. Perfetta di corpo e d’animo.