Gli sposi promessi/Tomo I/Capitolo VII

Tomo I
Capitolo VII - La sorpresa

../Capitolo VI ../Capitolo VIII IncludiIntestazione 29 settembre 2013 75% Romanzi

Tomo I - Capitolo VI Tomo I - Capitolo VIII

[p. 117 modifica]


Cap. VII.

La sorpresa. * 1




Il Padre Cristoforo arrivava nell’attitudine d’un buon Generale, il quale, perduta senza sua colpa, una battaglia importante, afflitto ma non iscorato, soprappensiero, ma non istordito, a corsa e non in fuga, si porta ove il bisogno lo chiede a premunire i luoghi 1 minacciati, a dare ordini, disposizioni, avvertimenti.

«La pace sia con voi,» diss’egli, 2 entrando, 3 ansante, ma con voce ferma. «Non c’è nulla da sperare dall’uomo: tanto più bisogna confidare in Dio.» Benché nessuno dei tre sperasse molto nel tentativo del Padre Cristoforo, giacché 4 il vedere un 5 potente recedere da una soperchieria per preghiera e senza esser sopraffatto da una forza superiore era [cosa] 6 più inaudita che rara; nullameno la trista certezza fu un colpo per tutti.

Ma Fermo ne prese più sdegno che accoramento. Le ripulse7 7 replicate di Lucia, i suoi disegni cosi ben 8 meditati, e le sue speranze al vento, 9 il non saper più come uscire per altra via d’impaccio, un lungo diverbio, 10 avevano cresciuta e riscaldata 11 la stizza che egli covava già da due [p. 118 modifica]giorni; 12 l’amore, però, e il rispetto che Lucia gli ispirava anche rifiutando ciò ch’egli bramava sopra ogni cosa 13 avevan temperata questa stizza, e impedito ch’ella non iscoppiasse in escandescenza. Ma quando 14 a quella passione compressa si presentò un oggetto odioso per ogni parte, quello che ne era l’oggetto principale, la passione non ebbe più freno.

«Vorrei sapere», gridò Fermo colla bava alla bocca e come non aveva mai gridato in presenza del Padre Cristoforo, «vorrei sapere che ragione ha detto quel cane, per sostenere che Lucia non ha da esser mia moglie.»

«Povero Fermo!» rispose il Padre, con un accento di pietà e d’amorevolezza. 15 «Sai tu che se alcuno potesse costringere quei signori a dire le loro ragioni, 16 le cose non andrebbero a questo modo!» 17

«Dunque ha detto il cane che egli non vuole, perché non vuole?»

«Non ha detto nemmen questo. Piacesse a Dio che per poter commettere l’iniquità gli uomini fossero costretti di confessarla apertamente: 18 l’iniquità trionferebbe meno sulla terra.»

«Ma che 19 parole ha dette quel tizzone d’inferno?»

«Io le ho intese, Fermo, e non te le saprei 20 ripetere. Dimmi, se tu dopo un lungo giro uscissi da un sentiero intricato, pieno di oscurità 21 e di spini, sapresti tu 22 descrivere la via che hai percorsa? noverare i tuoi passi, segnare le giravolte e gl’inciampi? Povero Fermo! 23 Le parole della iniquità potente sono come il lampo che abbaglia, fa terrore, e non lascia vestigio. 24 Essa può minacciarti 25 di vendetta perché tu abbi sospetto 26 di lei e nello stesso tempo farti intendere che il tuo sospetto è certezza: 27 può dirti: guai a te se non mi 28 comprendi, guai a te se mostri di [p. 119 modifica]comprendermi, può 29 insultare, e mostrarsi offesa, schernire e lagnarsi, atterrire e chieder ragione, essere impudente e irreprensibile. Non cercar più altro. Colui non ha proferito il nome di questa innocente, né il tuo, non ha mostrato di sapere che voi viviate, non ha detto di voler nulla, ma... pur troppo quello che voi mi avete detto, 30 quello che io non avrei voluto credere, è vero. Mah! confidenza in Dio come v’ho detto: questa è l’ora 31 dell'uomo, ma va passando.
Voi poverette, non vi perdete d’animo, e tu, mio Fermo... oh! credi ch’io so pormi ne’ tuoi panni, ch’io sento quello che passa nel tuo cuore... ma abbi pazienza: io so che questa parola è amara: ma è la sola che 32ti possa dire un uomo che non sia tuo nemico. Dio stesso, che è onnipotente, non te ne vuol dir altra, per ora. 33 Io parto e vi lascio nelle mani di Dio... 34 Oh il sole è caduto e forse arriverò tardi; ma poco importa. Fatevi animo: 35 Dio mi ha già dato un segno di volervi ajutare. Domani non ci vedremo: io rimango al convento, ma per voi. Mandate Lucia un garzoncello fidato, che giri vicino al convento, alla Chiesa, e pel quale io possa farvi sapere quello che occorrerà: io sarò avvertito; e vi farò avvertite: 36 avremo dei mezzi che colui non sospetta, che finora non conosco nemmeno io: in Milano ho qualche protezione, e la vedremo. Sento una voce che mi dice che tutto finirà presto e bene. 37 Fede, coraggio, e buona sera.» Detto questo s’avviava frettolosamente, quando udì Fermo dire, mormorare con voce contenuta dal rispetto, 38 e39 velata dalla collera, ma intelligibilmente: «la finirò io.» La faccia e l’atteggiamento di Fermo non lasciava 40 dubbio sul senso di queste parole.

«Misericordia!» sclamò Agnese. Lucia si volse supplichevolmente al Padre Cristoforo, come se volesse dire:— ammansatelo. —

«Tu la finirai!» disse rivolgendosi il Padre Cristotoro, ed appostandosi sulla porta : «no Fermo, tu non sei da tanto: 41 [p. 120 modifica]non tocca a te. Dio solo può finirla, e guai a te se tu ardisci di prevenire il suo giudizio. 42

«Nasca quel che può nascere, ad ogni modo la voglio finire. E' di carne finalmente lo scellerato.»

«Fermo, in nome di Dio,» disse Lucia.

«Dio! Dio!» disse Agnese. «Voi perdete la testa: non sapete quante braccia egli ha ai suoi comandi? e quand’anche... oh misericordia! contra i poveri c’è sempre la giustizia.»

«Non gli parlate di questo,» interruppe il padre: «egli non se ne cura. Ascoltami Fermo: voglio che tu mi ascolti. Io ti leggo in cuore: io so che il tuo pericolo non ti fa terrore; so che in questo momento l’idea della morte non ti spaventa né per gli altri né per te. Ma ascolta. 43 Tu eri nella gioja e nella speranza; un uomo 44 ti si è parato sulla via, e ti ha gettato nella angoscia e nella miseria: tu credi che tolto di mezzo quest’uomo, ti ritroverai al posto dove tu eri prima d’incontrarlo. Povero ingannato! la tua via è cangiata, ti è forza intraprenderne un’altra: guai a te se ti poni in quella dell’omicidio. Poni che 45 tutto ti riesca a tuo grado: ebbene! che avrai tu fatto? l’odio è dolce ora al tuo cuore : ma sai tu... sai...» e cosi dicendo prese la mano di Fermo e la strinse a segno di dargli dolore... «sai come si volge il cuore dell'uomo che ha versato il sangue? Ve n'ha 46 che rimangono quelli di prima; ma tu non sei uno di loro: guai a te! son reprobi. Io ho perduto degli amici cari, ben cari... ma se Dio mi concedesse di poter far rivivere un uomo, credi tu ch’io sceglierei uno di essi? 47 Quegli ch’io vorrei poter risuscitare col mio sangue è un uomo 48 a cui io non aveva mai fatto il torto più leggiero: e che mi ha insultato. Poni che tutto ti riesca, poni che non vi sia giustizia, che tu sposi tranquillamente... che [p. 121 modifica]la colomba si unisca allo sparviero. Ma sarai tu Fermo? avrai sposato Lucia? Tu non potrai 49 attendere per un’ora ad un tuo fatto, pensare ad un tuo disegno senza che un pensiero vi si mischi, senza che un morto non ti si affacci.
Avrai tu figli? 50 Guàrdati dal trovarti in casa quando questa 51 sfortunata farà loro ripetere i comandamenti di Dio, e dirà loro: non fare omicidio. 52 Potrai tu ricordare 53 con tua moglie, le speranze e le traversie che hanno preceduto il tuo matrimonio: potrete voi dire una volta: ma Dio ci ha ajutati? Quand’ella si sveglierà al tuo fianco, penserà tremando che è coricata con 54 un uomo che ha ucciso; e quando la collera più leggera, un primo moto d’impazienza apparirà sul tuo vólto; ella 55 crederà di scorgervi le prime tracce 56 dell’omicidio. No Fermo: vedi: è notte: io già son colpevole di avere indugiato a tornare al convento: ma io non parto di qui se tu non mi giuri in faccia a quella Vergine» (e accennò una immagine attaccata al muro della stanza) «di aver deposto ogni pensiero di vendetta.»

«Io per lei ho tutta la stima, ma colui...» 57

«Ti parlo io per me? Che hai tu a perdonarmi? A colui, si a colui tu devi perdonare. Io te l’ho detto, e tu non hai più scuse: la maledizione del cielo cadrebbe sopra di te. 58 Tu non partirai di qui, se non 59 fai quel giuramento, o se non getti a terra il vecchio padre. Tu sei giovane e più robusto di me, ma se tu non 60 vuoi gettare a terra 61 un vecchio che non ti ha fatto mai del male, tu non uscirai di qui prima d’aver fatto quel giuramento.»

Fermo esitava: 62 Agnese stava attonita ed in aspettazione colla bocca aperta. «Ebbene Fermo» disse Lucia, come costretta, ed in modo che il Padre non intendesse tutto il senso delle sue parole: «fate quel che vi dice quest’uomo del Signore, ed io vi prometto che io farò tutto quello che si potrà, tutto quello che 63 vorrete perch’io possa esser vostra moglie.»

«Lo giuro,» disse Fermo.

[p. 122 modifica] «Chiama in testimonio quella Vergine,» disse il Padre Cristoforo, «che tu non attenterai alla vita del tuo nemico, che tu farai tutto per evitarlo.»

«Cosi la Vergine non mi abbandoni,» disse Fermo, commosso, ma risoluto.

«E non ti abbandonerà;» rispose il Padre gettandogli le braccia al collo. «Addio: ricordatevi del garzoncello. Dio sia con voi.»

64 Lucia lo salutò piangendo.

«Padre, padre,» gridò Agnese, trattenendolo, «quanto sono mortificata che in grazia nostra Ella torni cosi tardi al convento.» Il Padre Cristoforo pensò che 65 il miglior modo di corrispondere a questo complimento era di non perder tempo in altre parole, e partì.

«Me lo avete promesso,» disse Fermo a Lucia.

«Ve l’ho promesso e lo manterrò:» rispose Lucia colle lagrime agli occhi, 66 «ma vedete, come me lo avete fatto promettere. Dio non voglia...»

67« Perché volete farmi un tristo augurio, Lucia? Dio sa che non facciamo torto a nessuno. »

68 Agnese voleva riparlare della spedizione, e pigliare i concerti, ma Lucia pregò che tutto si rimettesse all’indomani, e Fermo parti 69 agitato lasciando le donne più agitate di lui.

70 Intanto il Padre Cristoforo, benché 71 fiaccato e frollo delle corse, dei disagi, delle inquietudini e delle parlate di quel giorno, aveva presa correndo la via per giungere al più presto al convento; e andava saltelloni giù per quel viottolo sassoso torto, e reso ancor più difficile dalla oscurità; 72 andava il povero frate, 73 parte ruminando gli accidenti della giornata e quello che poteva soprastare, parte 74 pensando all’accoglienza che 75 riceverebbe al convento 76 giungendovi a notte già fitta. Vi giunse pur finalmente, mezzo sconquassato, e toccò modestamente il campanello, aspettando quel che Dio 77 fosse per mandare. Il frate portinajo aperse, e accolse il nostro figliuol prodigo con quel [p. 123 modifica]maledetto misto di sussiego, di soddisfazione, di clemenza, 78 di commiserazione e di mistero, che gli uomini (tranne l'uno per milione) 79 mostrano sempre in faccia di colui che 80per qualche suo fallo o anche per qualche sventura, sembra loro stare in cattivi panni. «Il Padre Guardiano le vuol parlare,» disse costui al nostro amico, il quale segui la sua scorta pei lunghi corridoj e per le scale, rassegnato a toccare una buona gridata e 81 in 82 angustia di ricevere una penitenza la quale gl’impedisse di potere all’indomani trovarsi col servo di D. Rodrigo e fare per gl’innocenti suoi protetti ciò che il caso avesse richiesto.

Giunto alla cella del guardiano, bussò sommessamente, e vista la faccia seria del guardiano, si pose le mani al petto, curvò la persona, chinò la testa sul petto e disse: «Padre son balordo.» Era questa, chi noi sapesse, la formola usata dai cappuccini per confessarsi in colpa al loro superiore. Bisogna sapere che il guardiano era contento in fondo del cuore che il Padre Cristoforo avesse commesso un mancamento. 83 Un lettore di otto anni potrebbe qui domandare, perché faceva il vólto serio, se era contento? e gli si risponderebbe, che appunto era contento perche il Padre Cristoforo gli aveva dato il diritto di fargli il vólto serio. La condotta del nostro amico era tanto irreprensibile che il guardiano non aveva mai avuto occasione di far uso sopra lui della sua autorità, voglio dire della 84 autorità di riprendere e di punire, e alla prima occasione che ne aveva, gli pareva di esser daddovero il padre guardiano. In oltre il Padre Cristoforo, senza fare il dottore, senza disputare, dava però a divedere chiaramente 85 di non approvare alcuni tratti della condotta e della politica 86 dei suoi confratelli e del suo capo, e più d’una volta aveva ricusato di operare di concerto con gli altri; biasimandoli cosi indirettamente, ma 87 chiaramente: dal che veniva che i frati e il guardiano avevano per lui più 88 rispetto che amore. E il rispetto veniva, in 89 parte, anche dalla fama di santo che il padre Cristoforo aveva al di fuori, e che apportava [p. 124 modifica]al convento onore e limosine. Non è quindi da stupirsi se il guardiano si dilettasse nel vedersi davanti balordo quel padre Cristoforo 90e gustasse 91 a lenti sorsi l’umiliazione di lui, e il sentimento della propria autorità.

«È questa l’ora,» 92 diss’egli 93 gravemente, «di ritornare al convento?»

«Padre, confesso che dovrei esser rientrato da molto tempo.»

«E perché 94 vi siete dunque tanto indugiato? perché avete violata una regola che conoscete cosi bene?»

«Fui trattenuto da un’opera di misericordia.»

Il guardiano sapeva che 95 il reo era incapace di mentire; e vide tosto che se avesse voluto andar più ricercando, avrebbe facimente fatto rivelare al padre Cristoforo cose che tornerebbero in suo onore: onde gli parve meglio fargli una ammonizione generale sul fallo 96 di cui si era riconosciuto colpevole. Gli disse che preporre le opere volontarie di misericordia all’obbedienza era segno di orgoglio e di amore alla propria volontà: che non era bene quel bene che non è fatto secondo le regole: che bisogna prima fare il dovere e poi attendere alle opere di surerogazione: e 97 altre cose di questo genere. Aggiunse poi che egli, padre Cristoforo balordo, doveva conoscere di quanta importanza fosse la regola da lui infranta e per la disciplina e per evitare ogni scandalo; 98 ma che per l’età sua e per esser questo il primo suo fallo contro la regola, e perché si teneva certo che non v’era altro che la violazione della regola, si contentava per questa volta ch’egli prima di coricarsi recitasse un miserere colle braccia alzate: e cosi lo congedò e si 99 gittò sul duro suo pagliaccio, più soddisfatto però che se si fosse 100 posto sul letto il più delicato, poiché non è da dire quanta 101 consolazione si senta nel far fare agli altri il loro dovere, e nel riprenderli quando se ne allontanano.

102 Questa fu la mercede che il nostro padre Cristoforo ebbe della sua giornata, spesa come abbiam detto. Tristo [p. 125 modifica]chi ne aspetta altre in questo mondo. Egli recitò il suo buon miserere, e lo conchiuse dicendo: «Dio, fate misericordia a me e a quel poveretto che io... toccate il cuore di D. Rodrigo, 103 tenete la mano in testa al povero Fermo, salvate Lucia e benedite il Padre guardiano. 104 Abbiate pietà dei peccatori, dei penitenti, dei giusti, dei fedeli e degli infedeli, degli oppressi e degli oppressori, dei cappuccini, dei zoccolanti e di tutti i regolari, di tutti gli ecclesiastici e di tutti i laici, dei popoli e dei principi, dei carcerati, dei giudici, 105 dei banditi, dei ladri, dei birri, delle vedove, dei pupilli, dei bravi, dei zingari 106 degli indemoniati, dei ladri e dei birri, dei vivi e dei morti. Cosi sia.» Quindi si gettò anch’egli sul suo canile, dove lo lasceremo dormire; ché ne ha bisogno.

Ma i nostri tre altri personaggi passarono la notte come 107 sono tutte le notti che precedono una giornata destinata ad una impresa scabrosa e di incerto esito. Agnese appena levata cominciò a spiegare a Lucia tutte le parti del disegno, ad istruirla a puntino 108 sul da farsi e da evitarsi in ogni operazione, e a combattere di nuovo le obbiezioni che Lucia aveva fatte nel giorno antecedente. Ma Lucia 109 ascoltò le istruzioni, promise di eseguirle, e non oppose più nulla. Data la sua promessa, ella stimava 110 inutile ogni parola che tornasse a mettere in questione ciò ch’era stabilito: e non è senza ragione che noi amiamo Lucia come cosa rara non dirò nel suo sesso, ma nella specie. Del resto non 111 è ben chiaro se nella rassegnazione di Lucia non entrasse anche un po’ il pensiero ch’ella sarebbe stata di Fermo, e se, giacché l’iniquità degli uomini aveva voluto che questa si facesse come per forza, ella non era 112 un po’ contenta che forza le si facesse. La poveretta ad ogni modo era abbattuta, piena d’incertezza, d’angoscia, e di tristi presentimenti: in quella 113 agitazione insomma in cui pone una grande aspettazione, e che è più dolorosa che 114 la prostrazione che nasce dopo la sventura.

[p. 126 modifica] Fermo non fu tardo a lasciarsi vedere, 115 e concertò colle donne 116 la grande operazione della giornata, prevedendo ogni 117 contrattempo, parando ogni ostacolo, e ricominciando ad ogni tratto a descrivere la faccenda come si racconterebbe una cosa fatta. Appena partito Fermo, Agnese andò nella casa vicina a cercare un garzoncello suo nipote, chiedendolo ai parenti per quel giorno per fare un servizio. Quando l’ebbe ottenuto, lo introdusse nella sua cucina, gli diede da colazione, e gl’impose che ne andasse a Pescarenico, e si stesse un po’ in Chiesa, un po’ sulla piazza del convento, ma sempre in vicinanza, aspettando che il Padre Cristoforo lo venisse a chiamare. « Il Padre Cristoforo, quel bel vecchio... tu sai... colla barba bianca: 118 quel che chiamano il santo...»

«Ho capito,» disse Menico, «quel che accarezza sempre i ragazzi, e che dà spesso qualche immagine.»

«Appunto, Menico: tu lo aspetterai, come t’ho detto: ma non ti sviare, ve’: bada di non andare cogli altri ragazzi al lago a far saltellare i ciottolini nell’acqua, né a veder pescare, né a giuocare colle reti appese al muro ad asciugare, né... »

«No no, madrina mia: non sono più un ragazzo.»

«Bene, abbi giudizio, e quando tornerai vedi, 119 due belle parpagliole nuove sono per te.»

«Datemele ora, che...»

«No no, tu le giuocheresti. Va’, e portati bene che avrai anche di più.»

Nel rimanente di quella lunga mattina, 120 accaddero alcune cose che posero in sospetto ed in agitazione l’animo già conturbato delle donne. Un mendico 121 più robusto e men cencioso che non fossero per l’ordinario i suoi confratelli, 122 con qualche cosa di coperto e di sinistro nell’aspetto, entrò a domandare per Dio, gettando gli occhi qua e là come per ispiare. Quand’ebbe ricevuto un pezzo di pane, lo ripose con molta indifferenza lasciando 123 come trasparire che 124 quello non era il suo fine principale. Si [p. 127 modifica]trattenne anzi con una certa impudenza e nello stesso tempo con esitazione, facendo molte inchieste, alle quali Agnese si affrettò di rispondere sempre il contrario di quello che era; e finalmente, congedato se ne andò. Di tempo in tempo poi passavano figure sospette, come di bravi travestiti, di servi oziosi, di contadini che girandolavano, 125 e si soffermavano e giunti dinanzi alla porta allentavano il passo, e sogguardavano nella stanza, 126 come chi vuol girare senza dar sospetto. Le donne 127 socchiusero la porta, per togliersi da quella persecuzione che dava loro molto da pensare. Ma questa precauzione fu causa che il sospetto divenisse più serio e più nojoso: perché avendo Agnese un tratto visto che tra le due imposte socchiuse s’era fatto un po’ di spiraglio, guatò più attentamente, e vide attraverso la piccola fessura un uomo che stava adocchiando nella stanza: ella si alzò, e l’uomo spari. Finalmente all’ora del pranzo la persecuzione cessò. 128

Agnese rincorata, non vedendo più pedate sospette, si alzava di tempo in tempo, si metteva sull’uscio, guardava nella via, a dritta e sinistra; 129 e non vide più altro 130 che le desse da pensare. Nullameno ne rimase alle donne, e particolarmente alla timidetta Lucia, una perturbazione indeterminata, che perciò le tolse una gran parte della risolutezza di che ella aveva bisogno in una tale giornata.

Alle ventitré ore tornò Fermo, come era stato convenuto, e disse: «Tonio e Gervaso son qua fuori, 131 noi andiamo all’osteria a cenare, come siamo intesi, 132 e al tocco dell'avemmaria, verremo a prendervi. Coraggio, Lucia, tutto dipende da un momento.»Lucia sospirò, e 133 rispose: «oh si, coraggio:» con una voce che smentiva la parola.

Fermo e i due suoi compagnoni trovarono questa volta l’osteria più popolata. Sul limitare stesso, 134 colla schiena appoggiata 135 ad uno stipite, colle 136 mani sotto le spalle, coll'occhio teso, e con una faccia tra l'annojato e l’agguatante, stavasi un uomo, che non aveva cera né di contadino, né di viaggiatore, né di benestante; non pareva uno

[p. 128 modifica]sfaccendato, ma non si sarebbe potuto 137 immaginare che faccenda egli s'avesse. Un uomo più sperimentato di Fermo, guardandolo attentamente l’avrebbe detto un servo travestito. 138 Costui non si mosse, e mirò fisamente Fermo, il quale dovette passare a sbiscia nella picciola apertura lasciata da quella cariatide. 139 I suoi compagni l'imitarono se vollero entrare.

Ad un deschetto stavano seduti due facce di scherani, 140 giuocando alla mora, 141 gridando quindi tutti e due ad un fiato come si farebbe in una controversia fra due dotti : fra i due giuocatori stava un gran fiasco di vino dal quale 142 andavano essi versando a vicenda. Questi pure adocchiarono Fermo con una curiosità molto significante. Finalmente ad un altro desco erano tre 143 vestiti di contadini, 144 ma con un contegno che indicava abitudini 145 più guerresche che casalinghe. E questi pure gli occhi addosso a Fermo: 146 quindi occhiate da un 147 crocchio all’altro, 148 dai crocchj alla porta. Fermo insospettito, e incerto guardava ai suoi due compagni come se volesse cercare nei loro aspetti una interpretazione di mistero: ma 149 quelli non indicavano altro che un buon appetito. L’ostiere stava aspettanto gli ordini dei sopravvenuti, Fermo 150 lo fece venire con sé in una stanza vicina; e comandò da cena.

— «Chi sono quei forastieri» 151 ? chiese Fermo a voce bassa all'ostiere, che stava stendendo 152 sul desco una tovaglia grossolana.

«Chi sono? Che m'importa chi essi sieno?» rispose l’ostiere. Non sapete che 153 la prima regola del nostro mestiere è di non impacciarsi dei fatti altrui? Tanto è vero che anche le nostre donne non son curiose. Quel che preme si è che quelli che frequentano la nostra casa siano galantuomini; del resto poi 154 non ci curiamo di sapere chi siano, come sono certamente questi di cui mi chiedete.»

[p. 129 modifica] «Ma se non li conoscete, come sapete che siano galantuomini?»

«Oh all’osteria un galantuomo si fa conoscere. Le azioni, caro mio: 155 l’uomo si conosce alle azioni. Quegli 156 che bevono il vino e non lo criticano, che mostrano sul banco la faccia del re, senza taccolare, e che non fanno questioni con gli altri avventori, e se hanno una coltellata da consegnare a uno, lo aspettano 157 fuori e lontano dall'osteria per non far torto, quelli sono 158 galantuomini.

Fermo non ne potè cavar altro: 159 la cena fu servita, ma 160 l’umore diverso dei convitati fe’ si ch’ella non fosse molto lieta. 161 I due fratelli avrebbero voluto 162 prolungarne le delizie; ma a Fermo parevano mill’anni di uscirne, e per andare a fare il fatto suo, e perché la presenza e gli sguardi di 163 tutti quegli ospiti gli avevano posto addosso, o per dir meglio cresciuta l'inquietudine.

«Che bella cosa,» disse Gervaso, «che Fermo voglia pigliar moglie, e abbia bisogno...»

«Zitto, zitto,» disse tosto Fermo, «per amor del cielo.»

La cena divenne somigliante ad un pranzo diplomatico; e ci crediamo dispensati dal farne la descrizione. Diremo 164 soltanto che Fermo, osservando per sé una rigida sobrietà, largheggiò nel mescere ai suoi convitati, per metter loro addosso del coraggio 165 per ogni evento.

Terminata la cena, dovettero i 166 tre compagni 167 passare un’altra volta dinanzi a quelle facce sconosciute, 168 le quali tutte si rivolsero a Fermo come la prima volta. 169 Quand'egli ebbe fatti pochi passi fuori dell’osteria, si volse addietro, e vide che due lo seguivano: 170 sostette allora coi suoi compagni, 171 piantando gli occhi in faccia a quelle ombre, 172 come se dicesse: — vediamo che cosa vogliono da me costoro. —
Ma i due quando s’accorsero che Fermo si era accorto di ess si 173 fermarono un momento, si parlarono sotto voce, e tornarono indietro. Se Fermo 174 fosse stato tanto presso da intendere le loro parole, 175 avrebbe inteso che uno di essi [p. 130 modifica]diceva al compagno: «s’è addato di qualche cosa: torniamocene per non guastar tutto: è troppo per tempo: non vedi che il paese è pieno di gente? lasciamoli andare tutti al nido.»

176V’era infatti quel movimento, quell'andare e venire, quel trambusto che si sente in un villaggio al cadere della sera, e che dopo pochi momenti 177 dà luogo alla quiete solenne della notte. Le donne venivano 178 dal campo 179 portandosi in collo i 180 bambini, e tenendo per mano i figliuoletti più adulti, ai quali facevano ripetere le preghiere della sera; giungevano gli uomini colle vanghe 181 e colle zappe sulle spalle; 182 si vedevano qua e là fuochi accesi per le povere cene; si udivano saluti di quelli che s’incontravano e colloqui brevi e tristi sulla 183 scarsezza del ricolto e sulle sventure di quell’anno tristissimo. 184

Quando Fermo vide che i due indiscreti serano ritirati, continuò la sua strada fra le tenebre crescenti 185 ripetendo a bassa voce 186 ai fratelli 187 gli 188 avvertimenti sul modo di condurre a buon termine l’impresa. Quando giunsero alla casetta di Lucia, era notte fatta.

Fra il primo concetto di una impresa terribile e l'adempimento, ha detto 189 un barbaro che non era privo d’ingegno, l’intervallo è un sogno, pieno di fantasmi e di paure.
La povera Lucia era da molte ore nelle angosce di questo sogno: 190 Agnese, la stessa Agnese cosi risoluta e disposta all’operare, era sopra pensiero, e trovava a stento le parole per rincorare la poveretta. Ma al momento 191 in cui l’azione comincia, e l’animo che fino allora 192 tollerava 193 i pensieri che gli passavano sopra, cacciandosi a vicenda, 194 e tornando, è costretto a comandare 195una risoluzione e a dirigere le azioni del corpo; allora egli si trova tutto trasformato: 196 al terrore e al coraggio che lo agitavano succede [p. 131 modifica]un altro 197 terrore e un altro 198 coraggio: 199 l’impresa 200 si affaccia alla mente come un’apparizione nuova, inaspettata, 201 si scoprono mezzi e ostacoli non pensati: ciò che sembrava più difficile si trova 202 talvolta fatto quasi da sé, l’immaginazione si ferma spaventata, le membra niegano 203 il loro uficio, ad un passo che era sembrato il più agevole: il cuore manca alle promesse che aveva fatte con più sicurezza. Quando s’intese bussare sommessamente alla porta, Lucia fu presa da tanto terrore, che risolvette in quel momento di soffrire ogni cosa, di esser sempre 204 divisa da Fermo piuttosto che 205 eseguire la risoluzione presa; ma quando Fermo entrato, la richiese, disse: «son qui, andiamo;» quando tutti si mostrarono pronti ad avviarsi senza esitazione, come a cosa già determinata, Lucia 206 come trascinata, prese tremando un braccio della madre, e un braccio di Fermo, e s’avviò senza far motto colla brigata avventurosa.

Zitti, zitti, nelle tenebre, a passo misurato, giunsero 207 in vicinanza della casa del nostro Don Abbondio il quale era ben lontano, pover'uomo! dal pensare che una tanta burasca 208 si addensava sul suo capo. Qui si separarono come erano convenuti: Fermo teneva Lucia a stento, e [questa] tremando lasciò il braccio della madre, 209 e la coppia innocente [prese] per un viottolo tortuoso che girava attorno all’orto del curato, 210 e sdrucciolando poi sommessamente dietro il muro di fianco della casa venne a porsi 211 presso all’angolo di essa, 212 per trovarsi 213 nel luogo più vicino alla porta, ed entrare quando il destro verrebbe. Agnese, 214 per uscire ad incontrare Perpetua nel momento opportuno si pose all' 215 angolo opposto, e Toni destro col disutilaccio di Gervaso che non sapeva far nulla da sé, e senza il quale non si poteva far nulla, si affacciarono bravamente alla porta e toccarono il martello.

[p. 132 modifica] «Chi è, a quest’ora?» gridò una voce alla finestra, che si aperse in quel momento: era la voce di Perpetua. «Malati non ce n’è: dovrei saperlo: è forse accaduta qualche disgrazia?»

«Son’io,» rispose Tonio, 216«con mio fratello, che abbiamo bisogno di parlare col sigr. curato.»

«È ora questa da Cristiani ?» rispose agramente Perpetua: «che discrezione! tornate domani.»

«Sentite: tornerò o non tornerò: mi trovavo alcuni pochi soldi per 217 pagare al signor curato quel debituccio che sapete: ma se non si può aspetterò un’altra occasione, 218 questi so come spenderli e verrò quando ne abbia guadagnati degli altri.»

«Aspettate, aspettate: vado e torno: ma perché venire a quest’ora?»

219 «Se l’ora potete cangiarla, io non m’oppongo: per me son qui; e se non mi volete, me ne vado.»

«No no: aspettate un momento: torno con la risposta.»

Cosi dicendo richiuse la finestra: a questo punto Agnese si spiccò dai promessi e detto sotto voce 220 a Lucia: «coraggio; è un momento; come far cavare un dente,» venne a porsi dinanzi la fronte della casa aspettando che Perpetua uscisse per far vista di passare. Perpetua venne infatti tostamente, aperse la porta, e disse: «dove siete?» 221 Quando i due fratelli si mostravano, Agnese passò dinanzi a loro, e salutò Perpetua fermandosi un momento sui due piedi.

«Buona sera, Agnese,» disse Perpetua, «donde a quest’ora?»

«Vengo dalla filanda,» rispose Agnese, « e se sapeste... mi sono indugiata appunto in grazia vostra.»

«Oh perché?» rispose Perpetua; indi rivolta ai due fratelli, «entrate,» disse, 222 e aspettate che vengo anch’io.»
Quegli entrarono.

«Perché,» ripigliò Agnese, «una donna, pettegola! 223 credereste? si ostinava a dire che non vi siete sposata con Beppo 224 perch’egli non vi ha voluto. Io sosteneva che voi l’avete rifiutato...» [p. 133 modifica]« Certo sono stata io, ma chi è costei ? »

« Questo non fa ... ma non potete credere quanto mi sia spiaciuto di non saper ben bene tutta la storia, per 225 confonder colei.» . '

«Bugiarda, bugiarda,» disse Perpetua. 226 «Ehi, Tonio, socchiudete la porta e salite pure ch'io verrò poi. Tonio rispose di dentro che sì. » Perpetua cominciò la sua storia, e Agnese si avviò passo passo verso l’angolo della casa opposto a quello dietro cui erano in agguato 227 i due giovani, e quando pur passo passo vi fu giunta, lo voltò seguita da Perpetua: e voltatolo, tossì per dar segno. Il segno fu inteso, e Fermo traendo Lucia la quale correva come un leprotto inseguito, in punta di piè vennero fino alla porta, l'aprirono delicatamente e si trovarono nel vestibolo coi due fratelli che gli stavano aspettando.228 Chiusero sommessamente il 229 chiavistello per di dentro e salirono insieme, mentre Agnese moltiplicava le inchieste 230 per trattenere la fante.231 I quattro congiurati tutti diversamente commossi ascesero le scale 232 e posati che furono sul pianerottolo: Toni disse ad alta voce: «Deo gratias,» ed entrò col fratello, mentre D. Abbondio che gli aspettava rispose: «Avanti.» Fermo e Lucia ristettero dietro la porta: senza moversi, senza alitare: l'orecchio il più fino non avrebbe potuto ivi intender altro che il battito del cuore di Lucia. Toni entrato 233 socchiuse la porta dietro di sé. D. Abbondio convalescente della febbre,e non guarito della paura stava seduto su un vecchio seggiolone, ravvolto in una vecchia zimarra, coperto il capo d’un vecchio camauro, sotto il quale 234 si vedeva uno sguardo sospettoso e teso, un lungo naso, e 235 fra due guance pendenti una bocca 236 quale ognuno l'ha dopo d’aver sorbita una ostica medicina. Aveva dinanzi a sé una vecchia tavola e sulla tavola una piccola lucerna che mandava una luce scarsa sulla tavola e sui dintorni, e lasciava il resto

[p. 134 modifica]nelle tenebre. Presso alla lucerna era il breviario, e aperto dinanzi a D. Abbondio il Quaresimale

.     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     


237 «Ah! ah!» fu il saluto di D. Abbondio.

«Il signor Curato dirà che siamo venuti tardi,» disse Toni inchinandosi, come pure fece più goffamente Gervaso.

«Venite tardi in tutti i modi,» rispose D. Abbondio. «Basta, vediamo.»

«Sono venticinque buone lire di quelle con Sant'Ambrogio a cavallo,» disse Toni cavando un gruppetto di tasca.

«Vediamo,» replicò il curato: le prese, le volse e le rivolse e le numerò, e furono trovate irreprensibili. «Ora, signor curato, mi darà gli orecchini e la collana della mia povera Tecla.»

«È giusto» rispose don Abbondio; e andò ad un armadio e cacciata una chiave, guardandosi intorno 238 come per tener lontani gli spettatori, aperse una parte d'imposta, 239 riempí l’apertura colla 240 persona, introdusse la testa per guardare e un braccio per 241 ritirare il pegno: lo ritirò, chiuse l'armadio, svolse la carta dov’era il pegno, e guardatolo, «c’è tutto?» disse, indi lo consegnò a Toni. «Ora,» disse Toni, «mi favorisca di una riga di 242 quitanza.»

«Non vi fidate?» rispose bruscamente D. Abbondio. «Ecco volete darmi anche quest’incomodo.»

«Che dice ella mai ? S’io mi fido, Sigr. Curato, ma dalla vita alla morte...» «Bene, bene, come volete. Oh che seccatura!243 Bisognerà ch’io ponga inchiostro nel calamajo. Perpetua, dov'è costei? Perpetua!» 244

Cosi brontolando tirò un cassettino dal tavolo, ne tolse carta, penna e calamajo, e 245 si pose a scrivere 246 dettandosi ad alta voce la composizione. Frattanto Toni, e Gervaso, com’era convenuto, si posero dinanzi allo scrittore in modo da togliergli la veduta della porta; e come per ozio [p. 135 modifica]andavano soffregando coi piedi il pavimento, per coprire il romore che... per dar agio ai di fuori di venire avanti senza essere intesi. Don Abbondio tutto nella sua quitanza non badava ad altro.

Al fruscio dei quattro piedi, che era il segno convenuto, Fermo 247 strinse la mano di Lucia per darle risoluzione, la pigliò con sé,248 e pian piano entrarono nella porta (Lucia più morta che viva), e si collocarono dietro i due fratelli. Don Abbondio finito ch’ebbe di scrivere,249 rilesse attentamente da sé 250 e prima di alzare gli occhi dalla carta: «sarete contento» disse, e preso il foglio lo porse a Toni. Toni, allungando la mano per pigliarlo, si ritirò da una parte, Gervaso dall’altra, e i due sposi apparvero in mezzo, 251 come all'alzar d’un sipario. Don Abbondio intravvide, vide, si spaventò, 252 si stupì, s’infuriò, pensò, prese una risoluzione: tutto questo nel tempo che Fermo impiegò a proferire le parole magiche: «Signor Curato, in presenza di questi testimonj, questa è mia moglie.»

253 Le labbra di Fermo non erano ancor tornate in riposo,che Don Abbondio aveva già lasciata cadere la quitanza fatta, afferrata colla 254 manca e sollevata la lucerna, 255 e tirato colla destra a sé un tappeto che copriva il tavolo, gettando a terra il breviale e il quaresimale, e balzando tra la seggiola e il tavolo s’era avvicinato a Lucia; la poveretta 256 con quella sua dolce voce tremante aveva appena potuto dire: «e questo ...» che Don Abbondio gli aveva gettato scortesemente il tappeto sulla testa e sul vólto, e tenendoglielo colle mani ravvolto e stretto sulla bocca, perché ella non potesse proseguire, gridava a testa come un toro ferito: «tradimento! tradimento! ajuto! ajuto!» 257 Il lucignolo della lucerna, che Don Abbondio aveva lasciata cadere a terra, si moriva mandando un ultimo chiarore, e la povera Lucia appoggiata a Fermo, coperta cosi di quel ruvido velo pareva 258 una [p. 136 modifica]statua sbozzata in creta, a cui un rozzo fattore dell'artefice copre, la testa con un umido panno. Cessata ogni luce, Don Abbondio lasciò la poveretta, la quale già per sé non avrebbe più potuto proseguire, e pratico com'era del luogo, trovò tosto a tentone 259 la porta della stanza vicina: v’entrò vi si chiuse, e continuò a gridare: «tradimento!260 Perpetua! accorr’uomo, gente in casa! clandestino: tre anni di sospensione! una schioppettata! fuori di questa casa! fuori di questa casa! Perpetua! dov’è costei!» Nella stanza tutto era confusione: Fermo, inseguendo come poteva il curato, aveva trascinata con sé Lucia alla porta e bussava gridando: «apra apra, non faccia schiamazzo: apra, o la vedremo»; Toni curvo a terra, girava le mani sul pavimento per trovare la sua quitanza; e Gervaso spiritato gridava, e andava cercando la porta della scala per porsi in salvo.Don Abbondio, vedendo che il nimico non voleva sgomberare, si fece ad una finestra, che dava sul sagrato, a gridare ajuto.261

Batteva la più bella luna del mondo,262 e l’ombra della chiesa e del campanile si disegnava sulle erbe lucenti del sagrato: per quell’ombra veniva tranquillamente 263 con un gran mazzo di chiavi 264 pendente alla mano il sagrista, il quale, dopo suonata l’avemaria, era rimasto a scopare la chiesa e a governare gli arredi dell’altare. «Lorenzo!» gridò il curato,265 «accorrete, gente in casa! ajuto.» Lorenzo si sbigottì, ma con quella rapidità d’ingegno che danno i casi urgenti, pensò tosto al modo di dare al curato più soccorso ch’egli non chiedeva, e di 266 farlo senza suo rischio. Corse indietro alla porta della chiesa, scelse nel mazzo la grossissima chiave, aperse, entrò, andò difilato al campanile, prese la corda della più grossa campana, e tirò a martello.

Note

    né con Anseimo [Suolavecchia] Stacchi

  1. che potrebbero esser
  2. con voce
  3. molto
  4. gli...
  5. soperchiatore
  6. Non riscritto questo necessario cosa dopo averlo cancellato con un piuttosto
  7. inespugnabili
  8. compiti
  9. un lungo diverbio
  10. gli avevan messa addosso una stizza che era stata però fin allora temperata dall’amore, e dal sentimento
  11. l’ira che [già da] egli
  12. ma
  13. [temperavano quest] temperavano ancora questa
  14. alla stizza si present
  15. ti pare che
  16. le cose andrebbero [altrim] non
  17. ?
  18. Qui diverse parole in lapis, alcune delle quali coperte dalla scrittura posteriore del Manzoni, altre cancellate. Leggibili «elle n'ajoute»
  19. cosa ha detto
  20. ridire
  21. di gira volte e d’inciampi,
  22. segnare la [str] via che hai percorsa,
  23. Tu cominci a tuo costo a capire
  24. della sua via
  25. perchè tu abbia
  26. farti intendere che cangiare il tuo sospetto in certezza
  27. Non cercar più oltre
  28. intendi
  29. [mostr] offendere e
  30. è vero
  31. sua
  32. un uomo
  33. [Il s | Io parto,]Il salire
  34. [oh! il sole è caduto e qua] oh! il sole è caduto, e arriverò troppo tardi, ma questo è poco
  35. domani non ci vedremo : io rimango in casa per voi : sappiate che
  36. Addio : sappiate che...
  37. Buona
  38. non
  39. inceppata
  40. Sic
  41. Dio solo può
  42. Con riferimento a queste parole di Padre Cristoforo e ad altre che seguono, è scritto, in lapis, a margine: «Tout cela, et surtout le discours du Capucin est fort beau, et il faut bien se garder d’y toucher. Mais il y a, dans un des chapitres précédents, quelque chose d'analogue a ceci et qui peut ce me semble en affaiblir un peu l’effet. Il faudrait donc voir si ce passage antécédent ne pourrait pas etre ou omi, ou traité plus expeditivement, ou enfin de maniere à ce que ce nouvel accès de colère de Ferme et ces nouveaux discours du Capucin ne fassent pas souvenir des precédents.» —
  43. [Tu eri per] Tu vivevi nella
  44. è venu
  45. [coll] questo tu possa
  46. di quelli
  47. [Povero] Quell
  48. che i
  49. pensa
  50. Fuggi
  51. innocente
  52. Parlerai tu con
  53. a
  54. un omicida: e quando
  55. penserà tremando a Dio
  56. Le parole le prime tracce sottolineale in lapis.
  57. Si, a colui tu devi perdonare.
  58. Io son
  59. giuri
  60. getti
  61. il vecc
  62. Lucia
  63. mi chiederete
  64. Padre
  65. la m
  66. [ma Dio non voglia] ma vedete che cosa avete d
  67. Non mi fate trist
  68. Agnese invitò Fermo a lasciarsi | Fermo
  69. commoss
  70. Il Padre
  71. stan
  72. oscurità [la quale] notte ormnai fitta
  73. pensoso
  74. pensando all'acco
  75. gli si arebbe
  76. a quell'ora
  77. mandasse
  78. e
  79. non lasciano mai di mostrare
  80. sembra loro
  81. inquieto di ricevere
  82. timore
  83. Ma se era contento, potrebbe qui opporre un lettore di otto anni, perché
  84. sua
  85. che
  86. [dei frati cappucc] cappuccinesca
  87. apertamente
  88. venerazione che
  89. gran
  90. approfittasse della circostanza assaporando
  91. a sorso a sorso,
  92. [di rito] di
  93. con
  94. avete dunque
  95. il pa
  96. [che era innegabile] egli aveva ricon
  97. alcune
  98. oltre
  99. pose sul
  100. coricato
  101. gioja
  102. Il nostro padre Cristofo
  103. salvate e d
  104. Quindi si gittò egli pure sul suo canile, dove lo lasceremo dormire, che ne ha bisogno.
  105. dei banditi, dei ladri, dei birri
  106. e
  107. va a tutti quelli che
  108. sulle cose
  109. non
  110. ciance inutili ogni discorso
  111. si sa
  112. con
  113. quello stato
  114. quella
  115. e prese colle donne i concerti opportuni
  116. le operazioni
  117. ostacolo
  118. quel che accarezza sempre i ragazzi,
  119. ti darò
  120. accaddero intan
  121. più [robusto] rubesto [e più | di più florido] e di più florido [aspetto] viso
  122. e collo
  123. quasi...
  124. non era venuto specialmente per conquistarlo,
  125. senza
  126. cercando
  127. contrastate e inquiete
  128. non si vide più.
  129. [e non si] non vi si
  130. [che] nulla
  131. come siamo intesi
  132. e alle
  133. diede un saluto a Fermo colla vo
  134. collo
  135. allo stipe
  136. braccia
  137. dir
  138. Questi [guardò] non si mosse [mirò fisa] Fermo [il quale] il quale si torse presentando il fianco [onde potere entrare nella pi] entrando per fianco nella
  139. Sic. Fermo e i [con un | con e i] con un
  140. con
  141. versavano a vicenda
  142. conta
  143. armati però
  144. più venturiere
  145. dimodoché
  146. gruppo
  147. dai gruppi
  148. questo
  149. essi no
  150. [gli disse che] andò nella
  151. disse
  152. una tovaglia
  153. noi siamo
  154. chi [sieno] sieno
  155. le azioni
  156. che non
  157. lontano
  158. è galant
  159. onde
  160. i convitati
  161. Toni
  162. [prol] assaporarne tranquillamente
  163. quelli
  164. Quan
  165. che
  166. nostri
  167. attraversare la
  168. Quando furo
  169. Uscito ch’egli fu, due
  170. si fermò
  171. quando
  172. [e aspettando quello | aspettando quell] come aspettando
  173. fermarono
  174. avesse potuto
  175. avrebbe
  176. In fatti nel villaggio si vedeva quel | In fatti
  177. cede
  178. tra
  179. traendo per mano i figliuoletti, e
  180. più
  181. sulla
  182. dalle
  183. sventura
  184. Frattanto [la squilla suonava e] più delle voci s'udiva il tocco misurato e solenne della squilla che [suonava] annunziava la fine della giornata.
  185. dando s
  186. la le
  187. la lezione che stava
  188. avvisi
  189. uno scrittore privo di buon gusto
  190. quando
  191. [in cui l’azione comincia] del destarsi, al momento
  192. aveva sopportato
  193. le immagini
  194. ed opprimen
  195. le risoluzioni necessarie
  196. un nuovo coraggio
  197. nuovo
  198. nuovo
  199. tutti i perigli
  200. appare alla mente
  201. nuovi mezzi e nuovi ostacoli
  202. quasi
  203. di moversi dinanzi
  204. dis
  205. pigl
  206. non ebbe spazio né cuore di far contrasto, e come strascinata
  207. dinanzi alla
  208. Sic. gli si formasse sul
  209. e [sola con Fermo] si strinse a Fermo, e [di | la compagnia] e [di compagnia] Lucia Agnese e Fermo presero un
  210. venne a porsi
  211. vennero a porsi sull
  212. [Fermo e Lucia] per essere
  213. senza essere visti
  214. per uscire ad incontrare Perpetua nel momento opportuno
  215. altro
  216. che ho bisogno
  217. ed ero venuto
  218. quando però non mi si | pazienza: verrò poi quando
  219. Vedete se l’ora potete cangiarla
  220. coraggio a Lucia
  221. I due fratelli pagatori si mostravano
  222. salite pure che
  223. non sanno quello che si dicono
  224. Calcarello
  225. confonderla
  226. E' una bugiarderia, disse Perpetua, la più nera. Sentite, come [fu] andò la faccenda: e ho testimoni, vedete.
  227. Fermo e Lucia | giù pel paese [allontan] traendosi dietro la narratrice appassionata.
  228. Salirono
  229. Variante saliscendi
  230. per non
  231. La quale
  232. e quando [furono] ebbero toccato
  233. romor | si chiuse
  234. usciva
  235. una
  236. faceva sempre
  237. Siamo venuti tardi
  238. perché
  239. e poi riempí
  240. sua
  241. [cav] togliere
  242. di una
  243. Ecco, signori
  244. Perpetua era da basso affaccendata a prepararle da cena: la lasci stare, Sigr. Curato: anche il calamajo che farà più presto.
  245. cominciò
  246. ripetendo col capo sulla carta
  247. stretta
  248. più morta che viva la
  249. alzò l'occhio dalle carte
  250. quindi fatta lettura ad alta voce, | quindi
  251. Don Abbondio non aveva avuto tempo di spaventarsi, né di maravigliarsi, né di vedere che Fermo aveva già pronunziate le parole magiche. Sig. Curato in presenza di questi téstimonj, questa è mia moglie.
  252. s'infuriò, si mor,
  253. La bocca di Fer | Le
  254. mancina
  255. e lasciata cadere per terra
  256. con voce
  257. La lucerna lasciata cadere a terra da Don Abbondio
  258. una statua
  259. una
  260. tradimento!
  261. Variante accorr’uomo
  262. e l'ombra della chiesa e
  263. il sagrestano | il
  264. in mano
  265. accorrere
  266. non porsi a rischio nello stesso
  1. Cancellato.