Apri il menu principale

Giovani/Un giovane

< Giovani
Un giovane

../Miseria ../Una recita cinematografica IncludiIntestazione 31 dicembre 2018 100% Da definire

Miseria Una recita cinematografica
[p. 87 modifica]

Un giovane.


Alfonso Donati aveva diciassette anni.

Camminava come se la campagna si allargasse sempre di più, ad ogni suo passo. Siena si rannicchiava, e le sue case doventavano sempre meno. Le colline, differenti l’una dall’altra, scendevano al borro nascosto giù tra la fila doppia dei pioppi; e ognuna aveva i suoi vigneti. Mazzi di cipressi si stringevano insieme, sulla proda di qualche dirupo; e la serenità dell’aria si vedeva sopra tutte le cose come una rugiada. I pioppi erano chiari.

Ma Alfonso era in uno di quei momenti quando la giovinezza è attraversata da qualche melanconia che spaventa; quasi dall’odore della morte. Gli pareva di non avere nessuna ragione per essere triste; e voleva essere forte, anche dentro di sè. Qualche volta si sentiva ancora un ragazzo, e allora camminava più lesto [p. 88 modifica]per lasciare questo ragazzo, che era stato una parte di lui stesso, dietro di sè. Lo voleva mandare via a tutti i costi; e credeva che quella passeggiata gli facesse trovare definitivamente il senso della sua adolescenza; di cui non era abbastanza sicuro. Ma sperava che gli capitasse per istrada qualche cosa per provare a sè stesso che ormai poteva fidarsi del proprio animo. Già, passando rasente a qualche fonte del borro, s’accertava sempre di più che non provava ormai quella curiosità di fermarsi a guardarla come una volta: ora gli pareva di conoscere tutte le cose che vedeva, e a pena le degnava di uno sguardo, badando soltanto dinanzi a sè. Ogni tanto, però, aveva paura perchè l’erba frusciava sotto i suoi piedi.

Quando giunse a un piccolo prato quasi rotondo, ombreggiato di lecci e di querci, egli si stese su l’erba. Gli pareva di far male a non camminare ancora, ma forse stando lì sul prato gli sarebbe venuto in mente qualche pensiero di cui sentiva il bisogno per esaltarsi. E intanto si domandava perchè qualcuno gli avesse detto che le rose sono belle. Egli, invece, era capace di trattenere il fiato quando gliene avvicinavano [p. 89 modifica] una per non sentirne l’odore! Gli piacevano, invece, i pioppi, e si mise ad accarezzare l’erba. Quasi l’avrebbe baciata; perchè era silenziosa e, come lui, non poteva parlare.

Solo tornando a casa, a sera fatta, si ricordò che aveva litigato con il padre, e che da due giorni non si erano nè meno salutati. Da prima vi pensò come se non riguardasse proprio lui stesso: gli pareva, piuttosto, un racconto che gli avessero fatto; ma, sentendosi ripigliare da una specie di spavento diaccio, si perse d’animo, perchè non sapeva se facesse bene o male a persistere nei suoi sentimenti; e il senso di vivere gli dava la disperazione. Troppe volte, già, avevano litigato, senza che fosse stato mai possibile d’intendersi!

Suo padre, Filiberto, faceva il marmista: un berrettino rosso in testa, gli occhiali celesti e fasciati di cencio nero sul naso, un grembiule, e la camicia sempre impolverata. Secco, ma forte e robusto. Lavorava dalla mattina alla sera, e faceva colazione sulla pietra sepolcrale stesa sopra il banco che egli aveva da lavorare. Poi, pulitasi la bocca alle maniche della camicia, ripigliava gli scalpelli e la mazzuola. [p. 90 modifica]

In fondo alla bottega, c’era il banco di Alfonso. Gli affari andavano abbastanza bene, sopra tutto perchè Filiberto era molto bravo e conosciuto.

Alfonso, salendo le scale di casa, si sentì completamente diverso agli altri giorni. Egli stette fermo dinanzi alla porta, prima di mettere la chiave e di girarla; aveva udito la voce del padre, che andava da una stanza ad un’altra. Allora lo prese un grande abbattimento doloroso, e senti che gli occhi gli si facevano umidi. Tuttavia, entrò. Il marmista rattenne il passo per guardarlo, senza dirgli una parola; ma, brontolando, non si fece più vedere fino all’ora di cena, finendo di imbullettare una gabbia per tenerci i conigli. Il giovane capì che egli ormai non avrebbe potuto più evitare la cosa cattiva che doveva sorgere tra loro due. E gli sarebbe stato impossibile tentare qualche espediente. Tutti e due si sederono a tavola, l’uno dinanzi all’altro.

Filiberto gli disse:

— Per venire a mangiare, lo trovi il tempo; ma per stare in bottega, no!

Alfonso pensò: «Come potrei non venire qui [p. 91 modifica]a mangiare? Egli avrebbe ragione se io avessi potuto mangiare fuori di casa». E perciò non rispose niente.

Erano lui e il padre soltanto. Una vecchia portava i piatti: una vecchia grossa e zoppa, che spariva nell’ombra a pena si allontanava dal cerchio di luce che veniva giù dal lume. Alfonso si volgeva sempre a vederla sparire, per il bisogno che aveva di vedere come tutte le volte ella spariva allo stesso modo. Poi, mangiando, aspettava che tornasse. Quando ella metteva i piatti su la tavola, si vedevano soltanto le sue mani e un pezzo delle sue braccia; il resto era un’ombra incerta, che si muoveva e respirava quasi soffiando.

Alfonso aspettava con desiderio le parole del padre, qualunque fossero, per il bisogno di non sentirsi così lontano ed estraneo a tutto ciò che gli era intorno. Ma, anche per ricordarsi che lì dinanzi a lui c’era suo padre, dovette fare uno sforzo; solo il senso della paura gliene faceva sentire la presenza.

Filiberto, stizzito che egli non lo guardasse nè meno, si alzò dalla sedia e gli levò il piatto, mettendolo in fondo alla tavola. Il giovane lo [p. 92 modifica]lasciò fare; ma, dopo un poco, senza dir niente, rimise il piatto al posto e ricominciò a mangiare.

Allora il marmista, posati gli occhiali come per una faccenda qualunque, cominciò a gridare:

— Tu fai la marmotta con me!... Ti voglio aprire la testa, per vedere che c’è dentro!... La pappa!... La pappa, c’è dentro!... Smetti di mangiare!... Tu mangi le mie fatiche!...

Alfonso, per effetto dell’abitudine, intese soltanto le prime tre o quattro parole. Ma il marmista, accortosene, lo picchiò con i pugni chiusi su la testa, finchè non senti che si faceva male alle mani. Allora, mordendosi i polpastrelli arrossati, si riposò.

Il giovane, che era restato quasi fermo, rimise le posate come le aveva messe la vecchia; poi, scontento di dover rispondere, disse:

— Lasciami fare. Non mi picchiare.

Ma la propria voce gli fece venire da piangere; e le lagrime caddero sul pane e dentro il piatto, mentre egli cercava di continuare a mangiare: come se non fosse avvenuto niente. E pensò: «Non gli basta che io pianga? Non vede che piango?». [p. 93 modifica]

Poi si alzò, pieno di spavento, per chiudersi in camera. Era sfinito e aveva bisogno di buttarsi magari in terra. Ma s’era a pena voltato, che il vecchio, afferratolo per il collo e per un braccio, lo riportò indietro. Lo voleva vedere, diceva, dentro gli occhi. Ma Alfonso teneva la testa bassa. Allora il vecchio gli detto un colpo sotto il mento perchè l’alzasse. Il giovine pensò: «È proprio lui che mi picchia anche ora?». Non si reggeva più ritto, e avrebbe avuto bisogno di piangere e di abbracciare suo padre con un affetto che in quei momenti doventava immenso: anzi, solo in quei momenti, provava un vero affetto per il padre.

— Tu non andrai via da questa stanza senza che m’abbia spiegato perchè oggi sei sparito di casa. Dove sei stato?

Alfonso si preparava a rispondere e sentiva una grande dolcezza. Ma non gli era possibile dire più una parola, come se avesse avuto la bocca cucita.

— Non mi rispondi?

— Te lo dirò quando non mi picchierai.

— Io ti fo quel che meriti. Credi tu che un altro figliolo si comporterebbe come te? [p. 94 modifica]

Allora, Alfonso pensò: «Perchè non ha un altro figliolo? Perchè non c’è qui un altro figliolo?». E girò gli occhi intorno, come per cercarlo; mentre gli tornava a mente la passeggiata limpida e tepida di sole.

Allora, ad un tratto, anch’egli chiuse i pugni. Ma il padre lo afferrò per il collo e lo spinse al muro. Il giovine ora si difendeva, senza vedere più nè la stanza nè il padre; mentre pensava al cielo così turchino e pieno di cose soavi. La vecchia andò, sempre silenziosa, per non impacciarsi troppo, a dividerli.

Il marmista, che era anche per azzannare il figliolo, smise; ma, per avere ragione, lo rimproverò di essersi rivoltato. Il giovine si senti così umiliato che fuggì in camera, senza rispondere più niente; trattenendo il respiro, per respirare quando non fosse stato più lì. Ma al vecchio non bastava ancora! E si attaccò con tutte due le braccia alla porla chiusa a chiave:

— Ti voglio ammazzare! T’ho fatto io, e io ti voglio disfare!

Il giovane fuori di sè, prese un coltello da sopra il canterano; e, con il cuore che gli sbatteva, stette pronto per quando la porta cedesse [p. 95 modifica] o si rompesse. Certo, se il padre fosse entrato, il figlio lo avrebbe ammazzato! Ma non poteva allontanare da sè la dolcezza della mattinata, che gli pareva sempre più soave; e, con il coltello in mano, pensava a cose che lo estasiavano. Egli sentiva che non lui soltanto ma anche la sua giovinezza reggeva la porta chiusa; che egli pigiava forte con tutta una spalla, perchè la serratura non sarebbe stata abbastanza forte.

Egli era pieno di un’ebbrezza che lo commuoveva; e pensava a giorni lontani e a dolcezze che nè meno lui sapeva che cosa fossero.

Alla fine il vecchio, non sentendosi più forte, lasciò la porta; e, prima di pigliare sonno, fumò due volte la pipa, seduto a tavola, con le mani in tasca; mentre la vecchia finiva di sparecchiare senza mai aprir bocca. Poi egli disse una bestemmia come se avesse fatto un sospiro, e si spogliò.

Ma Alfonso era restato dietro la porta. Il coltello gli cadde di mano; ed egli si addormentò vestito, d’un sonno pesante e chiuso, con la testa lì al muro. La mattina, senza essersi mai destato, si ritrovò steso su la sponda del letto. [p. 96 modifica]

Prima di uscire di camera, aspettò che fosse tardi per essere sicuro che il padre era già in bottega. Ed uscì con l’anima leggera; come se andasse a una gran festa dove soltanto lui fosse stato invitato. Era allegro e ilare. Ma, ricordandosi della sera avanti, gli sbattevano i denti e si sentiva spaventare.

Tornò al borro nascosto giù tra la fila doppia dei pioppi. Soffriva, perchè i pioppi c’erano ancora e gli uccelli volettavano. Egli si fermò a guardare, sentendo, attorno attorno, una gran cattiveria ostile. Perciò si rivolse subito, con la testa sconvolta.

E, ad ogni persona che incontrava, sperava di non essere veduto; perchè soffriva troppo.