Epigrammi latini/Testimonia ac judicia

Testimonia ac judicia

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La villetta di Diego Vitrioli a Reggio Calabria - La villetta di Diego Vitrioli a Reggio Calabria
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TESTIMONIA AC JUDICIA

DOCTORUM VIRORUM DE XIPHIA


TESTO ITALIANO



Illustre e Gentilissimo Signor Cavaliere

Bologna, 26 giugno 1870.     

Nel ricevere lo Xifia m’ha preso a battere il cuore, come m’accade per forte allegrezza. Aprendo il libro ho visto a prima giunta, posti in fronte a quelle pagine eterne alcuni miei poveri versi, e indi a poco espresso in una nota com’Ella, illustre Cavaliere, mi onori di tale benevolenza che darà vita al mio nome. Se io, però, volessi significarle i sentimenti, che provo, scemerei efficacia al vero, massime parlando a lei, che sa comprendermi tanto. Accetti dunque quella gratitudine che mi legge nel cuore: io su di ciò non aggiungo verbo. Ma non posso tenermi dal manifestarle in parte l’impressione, che ho provata nel leggere il suo divino lavoro. Quì bene apparisce quanta potenza Ella abbia anco nel colorire con elegantissima lingua le forme dell’italiana poesia, sicchè la sua versione pare a me veramente un poema originale, pieno da capo a fondo di tali bellezze, che, posta l’aridità del tema, son tanto più sorprendenti. Quando il pesce giace morto, e le Nereidi

                «Emergono da l’onde, e colle dita
                Piaccionsi di tastar la spenta belva»

el tempo stesso che

                «Scherza di Ninfe semplicette un coro»

ed esce dall’algoso speco la Fata, e il mare si spiana, ed appajon sull’onde templi e castella, e


                «Tutta in alto ondeggiar vedesi Zancle»

[p. 102 modifica]e nel canto di Scilla abbellito dal sorriso più vago delle Cariti amiche, e nel Voto tutto sparso di fulgidissime gemme, io mi son sentita rapire da un maraviglioso diletto. Mi pareva d’essere in compagnia di quei Greci, dei quali vivo innamorata, per grazia delle migliori versioni italiane. L’immaginare leggiadro, che prese vita dall’amenissima Tempe, o lungo il Cefiso, o le sponde dell’Eurota, e tutto quanto più di bello e incantevole si creava eterno sotto quel beato cielo, mi tornò innanzi sì vivamente nel leggere lo Xifia, che io sclamava spesso, commossa fino alle lagrime, benedicendo al nome dell’autore:

                «Oh viva, oh viva
                Beatissimo Voi,
                Sin chè nel mondo si favelli o scriva!»

Ma quì, in faccia a tanta grandezza, la coscienza della mia nullità m’impone silenzio. Perdoni, carissimo Diego, se ho osato di dire una parola sull’opera sua immortale. Io già me ne vergogno, e se non fosse che molto m’affida la sua bontà, quasi mi terrei dal mandarle questa lettera. Basta: valgami il grande amore,

«Che m’ha fatto cercar lo tuo volume»

onde io sia mantenuta nel possesso della sua grazia, e possa ripetermi finchè vivo.
Bologna.

Obbl.a div.ma sua ammiratrice ed amica
Teodolinda Franceschi Pignocchi.





     Mi è giunto il prezioso dono dello Xifia, quando era fra noi la Teodolinda Pignocchi, colla quale si è letto ed ammirato l’impareggiabile traduzione italiana di quel Carme. Mi farei ridicolo, pretendendo unire le mie lodi a quelle de’ più grandi letterati del secolo, per celebrare le glorie del poeta calabrese, ma sento il bisogno di dirle, che per quanto fosse grande la mia prevenzione, venne superata dal fatto, e se alla lettura dello Xifia chiaro si mostra, che Ella non è meno perfetto nell’Elegia, che negli altri generi di componimenti, leggendo quei magnifici versi italiani si vede, che è egualmente profonda nell’idioma [p. 103 modifica]di Dante, come in quello di Virgilio. Abbiamo bellissime traduzioni dal latino; tali quelle del Caro, del Monti, dello Strocchi: ma tutti costoro, più o meno usano di una soverchia libertà, e malgrado ciò non di rado perdono lo spirito del loro autore. Ella solo ha vinto ogni prova, e la sua versione è ad un tempo fedele ed elegantissima, e più che una traduzione sembra un originale.

Faenza.                                                       Conte Annibale Ferniani.




     Tanta è la chiarezza e verità dell’esposizione, e la vivezza delle imagini di quel lavoro stupendo da paragonarsi piuttosto, massime in fatto di gusto semplicità e chiarezza agli eccellenti esemplari greci, che agli ottimi latini; e sì lo dico per vero sentimento, non solo mio, ma ancora dei migliori che io mi conosca quì in Bologna e fuori. Ella si è dato a divedere per sommo poeta, anche in italiano.

Bologna.                                                                           Luigi Badodi.




     Mostrerei ben d’essere un ingrato, se non la ringraziassi, tanto più se si ponga mente alla gran distanza, ch'è da V. S. illustre ed ammirata in tutta Europa, a me semplice cultore de’ studî ameni. E quì debbo proprio rallegrarmi colla S. V. del valore mostrato nel tradurre quel carme in bei versi italici, e sempre con quella vena di dolce e limpido stile, somigliante (dirollo in verso) A ruscelletto infra d’erbose sponde.

Rimini.                                                                 Giuseppe Bellucci.




     Lessi la traduzione che Ella ci ha regalato. Nessuno, al certo, era capace d’addentrarsi, del pari che l’autore, nei sensi e nelle bellezze di quel poemetto. Ma quanto all’interpretarlo con versi di forma così elegante e armoniosa, ciò poteva esser opera soltanto di chi è maestro nell’una e nell’altra lingua.

Firenze.                                                                 Giuseppe Bertoldi. [p. 104 modifica]

Il nostro Eminentissimo Vescovo mi ha fatto leggere il primo volume delle sue opere: ho letto lo Xiphias. Son rimasto incantato! Io credo, e credo assolutamente di non esagerare, che Virgilio non avrebbe potuto far versi più belli de’ suoi.— La traduzione è emula dell’originale, e rivela l’abilità somma dell’autore nel maneggiare lo sciolto colla disinvoltura del Caro, e la maestà del Monti.

Perugia.                                                                      Luigi Rotelli.




     Se io le dicessi che attendeva il primo volume delle sue Opere con impazienza smaniosa, le direi poco. Sentivo già parlarne da alcuni che lo avevano letto, ed io me ne struggeva di voglia, sicuro com'era di averlo proprio dalle sue mani. E mi è giunto alla fine, e ne ho divorato la lettura, come di cosa ghiotta, che tale è certamente, come tutti i savi e intelligenti consentono. Le dico il vero, che sapendo il suo valore in fatto di latinità, non mi ha tanto colpito l’originale, quanto la versione. Poffare! come si maneggia il verso italiano! come bello armonioso, ed elegante. Ha ben ragione il bravo Prof. Blancardi di asserire, che non sapresti qual sia l'originale, il latino o l'italiano. Evviva il valoroso ed altissimo poeta Calabrese! Se di questi non vi fosse tanta penuria in Italia, ancora starebbe il Palladio delle nostre lettere. Il peggio si è che cotali campioni vanno sempre scemando, senza speranza, che vengano surrogati dai giovani che studiano nelle scuole moderne!

Macerata.                                                            Bernardino Quatrini.




     Non ho parole a significarle nuovi argomenti di gratitudine per l’invidiabile stima, onde si è piaciuta privilegiarmi, inviandomi il 1.° volume delle sue opere, che ora in un sol corpo riunite riveggono la luce, e il cui autore per unanime consentimento dei dotti, vien salutato meritissimo successore del Cigno di Mantova. Ed in vero in rileggendo lo Xifia, ora in vari [p. 105 modifica]punti, non dirò migliorato, chè ottimo era, ma quanto di più non si può, divenuto bellissimo, non puossi non restarne compresi di dolce meraviglia e per la felice invenzione poetica, e per la condotta, e pel tutt’oro della lingua, e per la spontaneità e nettezza del verso, e per tutti quei pregi in somma, che campeggiano da cima a fondo in questo non mai lodato abbastanza didascalico poema. Una sorpresa m’era ancor riserbata; la traduzione fatta dallo stesso autore; traduzione, che per le stesse belle qualità, onde fregiasi l’originale, non invidia le più encomiate. Dissi sorpresa, perchè io ignorava, che il celebre latinista di Reggio poggiasse sì alto anche in fatto di poesia italiana.

Palermo.                                                                      Giuseppe Sapio.




     Ho ricevuto jeri l’altro la traduzione in versi sciolti da voi stesso fatta del vostro Xifia, e se mi sia tornata graditissima non è a dire: bastivi, che non mi son potuto tenere di leggerla e rileggerla più volte, anzi divorarla, dilettosamente, e mandarla leggere a quanti quì sono ammiratori del bello poetico. A tutti è ita incredibilmente a sangue; tutti son concorsi nella mia opinione, che, cioè, se tornassero in vita i tre potenti campioni della nostra letteratura, Monti, Caro e Leopardi, e leggessero questa vostra elegantissima versione, n’avrebbono invidia, e non troverebbero, che appuntare in essa. Ora veramente può dirsi, esser il verso sciolto, gran privilegio della nostra lingua, secondo l’illustre Salvatore Betti, pervenuto a quell’altezza nell’Italiano Parnaso, a che per spiriti e per armonia lo condussero que’ tre barbassori, traducendo le due maggiori epopee della Grecia e di Roma. Chè essendo le vostre principali delizie state sempre nell’oro dei Classici, di quell’oro parmi sieno i vostri sciolti, che tanto risplende nei classici poeti del miglior secolo. Che gentilezza e splendidezza di stile schiettamente italiano! che faciltà! nervo e grazia e venustà Raffaellesca di numeroso verso! Bravo il mio Diego! Vo’ dire [p. 106 modifica]una cosa, che forse non avran sinora detto tanti dotti vostri encomiatori ed ammiratori, e non se ne offenda la vostra rara modestia. Voi, voi, e non già Leopardi, come volea Pietro Giordani, siete il perfetto scrittore italiano, che questi aveva in mente; chè oltre alle perfezioni da esso indicate, le quali tutte in voi si trovano, la religione (che certo mancava nel divino, infelicissimo Leopardi) è in cima d’ogni vostro pensiero. Sì, inveni hominem; appena lo credo a me proprio; ma è vero.

Rotonda.                                                                      Giulio Forte.


TESTO LATINO


     Grazie, mio caro sig. Diego, e della memoria che serbate di me ultimo de’ cultori delle lettere, e del prezioso dono, che mi avete fatto delle vostre latinissime opere, che io stimo non meno di quelle del Fracastoro e del Sanazzaro. Voi non scrivete cosa che non sia perfetta, anzi scrivete miracoli. La prima volta, che mi favoriste un esemplare dello Xifia, io l’ebbi per cosa così compita, che meglio uom non potesse fare. Or ecco voi mi obbligate a ritirare il mio giudizio, perchè nella seconda edizione voi avete fatto di tali cangiamenti, che mi obbligate a meravigliare. Ritocchi magistrali, più magistrali aggiunte, quali non avrebbe potuto far meglio Virgilio stesso. Siate benedetto. Dirò quel che diceva Vincenzo Gravina della Siffilide: se mancasse la Georgica di Virgilio, in luogo suo leggeremmo la Siffilide; ed io dico: se mancassero esempî dello stile di Virgilio, noi leggeremmo le Poesie latine del Vitrioli, che ha l’anima di Virgilio medesimo. Io serberò sino alla morte il prezioso vostro dono, che ho per la più cara consolazione della mia vita, e Iddio vi rimeriti di tanto conforto, che mi porgete a ristoro della nojosa ed inferma vecchiezza mia. Ho amato per tutta la vita le lettere latine, le ho vedute in fiore, poi quasi appassire e languire, sì che ho temuto che perissero, Oggi Voi mi rassicurate, che non periranno, ma vigoreggeranno qual prima. Caro sig. Diego, quanto vi debbo io, anzi le lettere nostrali, che avete salvato da morte.... A voi grande amante [p. 107 modifica]e maestro della vera latinità io intendo di fare un regalo, dandovi a conoscere un nostro bravo latinista, il quale vi manderà la sua traduzione d’Omero. Graditela come un attestato, che due vecchi fanno all’ingegno d’un giovane, il quale ha rivolto verso di sè l'ammirazione di tutti.... Aspetto con impazienza il secondo volume delle vostre miracolose poesie.

Osimo.                                                       G. Ignazio Montanari.




     Finalmente ebbi la sorte felice, e ciò che più mi tocca, di ricevere dalle stesse mani dell’autore il poema eroico Xiphias intitolato. La stampa è veramente reale, ma sempre infelice, se la si voglia corrispondente alla dignità dello scritto. Oh quanto di lusso ci avrebbe voluto a pareggiarlo. Tante bellezze Ella ha introdotto nel poema, che se altro non avesse scritto il Vitrioli, esso solo sarebbe bastato a dimostrarlo padrone dell’arte. Vivezza tale d’imaginazione, che fa concepire la vera idea dell’inspirazione Virgiliana, sublimità di pensieri, innesto difficile, ma pur felice di cose ad essere insieme legate, orditura meravigliosa, stile maestoso, e maravigliosamente espressivo, locuzione tersissima, ed eminentemente poetica, sono le doti, che rendono il suo Xiphias in tutte sue parti perfetto.

Treviso.                                                                      Pietro Nodari.




     Ho un debito con voi, sig. Blancardi, e grandissimo, che non ho soddisfatto finora, perchè prima ho voluto gustare i bellissimi versi del Vitrioli. Conosceva per fama l’insigne scrittore, ma non me gli era accostato mai, per avvisarlo da presso. A voi debbo questa fortuna, e ve ne rendo somme grazie. Oh che bellezza! Che vena di purissima poesia! Guizza ad ogni tratto da que’ versi una luce, un’armonia, che mi rimena ai sereni pensieri di una volta! Leggo e rileggo: qual più mi [p. 108 modifica]alletti se la versione, o l’originale, non so; e non mi par vero, in questo secolo di critici, avere innanzi una emanazione sì splendida e possente dell’arte antica. Attestate all’illustre poeta la mia alta stima, e non solamente stima, ma affetto; poichè l’opera sua torna tutta ad onore d’Italia.... Così rispondono gl’Italiani ai filologi stranieri, che dopo aver tanto almanaccato sulle lingue classiche, ti danno fuori delle barbare prefazioni.... È chiaro che dai classici nulla passa loro nel sangue, e si connatura in essi. Essi sillogizzano, noi facciamo. Lode e gloria al Vitrioli!

Firenze.                                                                      Raffaele Masi.




     Io non ho che un desiderio, cioè che ogni città ami ed ammiri il Vitrioli, come quello, che nel regno del bello classico tiene il primo posto in Italia e fuori.... Il Nodari di Treviso, alunno del Seminario di Padova, quando viveva Costa, Furlanetto ed altri, che resero quel luogo tanto celebrato in Europa, è, alla lettera, entusiasta pel di Lei Xifia.

Verona.                                                                 Prof. Pietro Dona.




     E perchè la Calabra Reggio è dalla mia Vinezia così lontana? Perchè non mi è dato di spiccar volo, e venirvi a conoscere di persona, chè le fotografie non mi bastano, ad abbracciarvi, a baciarvi?.... Voi e ’l padre vostro meritereste un poema in III Canti: LA VITRIOLIADE. Oh famiglia benedetta e largamente favorita da Dio! da quel Dio, che si bestemmia ora, ed ora si niega. Continuate a battere il retto e sicuro tramite della virtù, e proseguite a conoscere, che Dio solo è l’autor primo e vero di tutti i doni, che possedete d’intelletto e di cuore... Oh poesia! oh latinità pura! oh eleganza! oh artifizio! oh armonia! oh episodio tenero e delicato del vostro Xifia!.... [p. 109 modifica]Ella poi, Signor Tommaso prestantissimo, ha gran merito verso l’italiana letteratura; ma il suo maggior merito lo ha verso la religione santissima, e quì in terra, e poi lassù in cielo sarà, non ne dubiti, larghissimamente guiderdonato. E già quì in terra ha omai nel suo Diego, e nel suo Annunziato un compenso ammirabile ed invidiabile. Oh sorprendenti fratelli! Tutta, non pure Italia, ma e tutta Europa gli ricorda e commenda. Quel potente intelletto di Diego è una delle meraviglie più belle, che splendono oggi nelle colte provincie d’Italia. Io intanto leggo, anzi assorbo e assaporisco il suo Pesce, e vo traendo tutti i giojelli di quel latinissimo Carme, lavorato maestrevolmente sul tornio del gran Mantovano. Tratti tutti i giojelli, vo farne pubblica mostra in un articolo.

Venezia.                                                                    Alessandro Piegadi.




     Ma quì andava spesso fra me ripetendo, quì in questi versi io sento Virgilio, il suo fare, la sua forza, la sua eleganza... Oh bravo bravo il mio Vitrioli! Tu sei un altro Virgilio; un nuovo Virgilio, ma senza i difetti del primo. Dal poeta Mantovano bisogna traversando i secoli, venir sino al Poeta Calabrese per trovare un Virgilio, ma un Virgilio perfetto.

Carpi d’Emilia.                                                                    Gaetano Maini.




     Specialmente per due cose è mirabile questo lavoro: per l’eleganza, e per la temperanza dello stile. Nelle descrizioni trovi la semplicità di Lucrezio, nei fatti eroici la Virgiliana nobiltà, nella parte didascalica la concisione e l’austerità di Orazio. Nè, come spesso avviene di coloro che seguono i classici, punto ti accorgi di questa imitazione; perchè vi è uno stile che non è nè di Lucrezio nè di Virgilio, nè di Orazio, che serve a ridurre tutte le varie bellezze ad uno stampo, uno [p. 110 modifica]stile che è tutto di Diego Vitrioli; il quale ben a ragione da sè tradusse il suo lavoro, essendochè forse nessuno giammai avrebbe degnamente portato in volgare questo poema così grazioso e delicato. È da osservare inoltre ch’ei non si lascia trasportare dalla potente immaginazione, la quale da fino giudizio è frenata. In quei punti dove la ricca fantasia mostrerebbe a lui dovizie innumerevoli, quasi per farsi gioco di esse, trasvola rapidamente, prendendo il meglio e tralasciando il resto. Ciò è effetto di quel raro e profondo discernimento del bello, che fa vedere a quel fortunato ingegno la perfezione, la quale è un punto solo, che pochi incontrano, e che non è dato mutare.

Perugia.                                                                 Carlo Conestabile.




     Ella ha voluto porre il colmo alla sua liberalità, regalandomi quell’inestimabile tesoro di tutta bellezza, che è il suo Xifia! Caro Signor mio, quanto Le sono io tenuto per sì prezioso dono! che tanto più mi giunse caro, quanto io più mi struggeva di possederlo..... e gustarne a bell’agio le inusate e veramente miracolose bellezze. Ed ora questo desideratissimo libro io lo tengo proprio dalle mani del venerando Scrittore; che ha saputo in faccia alla culta Europa rivendicare a questa povera Italia la gloria antica de’ Virgilii, e la rinnovata de’ Sannazzari, de’ Pontani, e dei Vida. Questo pensiero m’empie l’animo d’una consolazione dolcissima, e d’una incredibile e quasi divina voluttà.... La prego di presentare il mio profondo ossequio al glorioso suo Padre, ed all’egregio suo fratello Annunziato.

Assisi.                                                                 Antonio Cristofani.




     Ma sa Ella che cosa non sarei capace di sostenere io, per poter dire: Ho visto l’autore dello Xifia, ed ho parlato con [p. 111 modifica]lui? Davvero, che, pensandoci, mi esalto in me stesso fin da ora. Possibile, che non debba venire quel giorno? Quello, che fecero giovinetti, Andrea Maffei ed il nostro Agostino Cagnoli, quello per andare a vedere Vincenzo Monti, e questo a sua volta per andare a vedere Andrea Maffei, non potrebb’essere che il facessi io pure per Lei, che pure è degnissimo di quell’onorata ed onoranda schiera?... Non potrei stare a lungo senza vederla, anche a costo di un viaggio a piedi fino costì.

Bologna.                                                                           Luigi Badodi.




     La ringrazio della benevola memoria ch’ella serba di me. Io pure ricordo con piacere di averla conosciuta in compagnia del suo dotto genitore, allorchè poetando io pellegrinava nelle Calabrie e studiava amorosamente i luoghi più cospicui della Magna Grecia.... Fui lieto di rileggere il Carme latino, lo Xifia, nel quale ella seppe con mirabile eleganza ringiovanire l’antico eloquio di Roma, e la Mitologia greco-latina. Per darle qualche segno della mia gratitudine, le spedii due miei volumi, ne’ quali troverà parecchie poesie tradotte in versi latini dal Genovese Ab. Cav. Giuseppe Gando, uno de’ più sinceri ed autorevoli di lei ammiratori.... Se prosperi destini mi ricondurranno a Napoli, avrò l'opportunità di rivederla, e di conversare con lei ragionando di storia e di poesia, cari argomenti che dalla turbinosa politica mi levano alla regione serena dell’Arte. Le stringo affettuosamente la destra.

Bologna.                                                                      Giuseppe Regaldi.