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TESTIMONIA AC JUDICIA

DOCTORUM VIRORUM DE XIPHIA


TESTO ITALIANO



Illustre e Gentilissimo Signor Cavaliere

Bologna, 26 giugno 1870.     

Nel ricevere lo Xifia m’ha preso a battere il cuore, come m’accade per forte allegrezza. Aprendo il libro ho visto a prima giunta, posti in fronte a quelle pagine eterne alcuni miei poveri versi, e indi a poco espresso in una nota com’Ella, illustre Cavaliere, mi onori di tale benevolenza che darà vita al mio nome. Se io, però, volessi significarle i sentimenti, che provo, scemerei efficacia al vero, massime parlando a lei, che sa comprendermi tanto. Accetti dunque quella gratitudine che mi legge nel cuore: io su di ciò non aggiungo verbo. Ma non posso tenermi dal manifestarle in parte l’impressione, che ho provata nel leggere il suo divino lavoro. Quì bene apparisce quanta potenza Ella abbia anco nel colorire con elegantissima lingua le forme dell’italiana poesia, sicchè la sua versione pare a me veramente un poema originale, pieno da capo a fondo di tali bellezze, che, posta l’aridità del tema, son tanto più sorprendenti. Quando il pesce giace morto, e le Nereidi

                «Emergono da l’onde, e colle dita
                Piaccionsi di tastar la spenta belva»

el tempo stesso che

                «Scherza di Ninfe semplicette un coro»

ed esce dall’algoso speco la Fata, e il mare si spiana, ed appajon sull’onde templi e castella, e


                «Tutta in alto ondeggiar vedesi Zancle»