Delle notti/Quarta Notte

Quarta Notte

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Edward Young - Delle notti (1817)
Traduzione dall'inglese di Giuseppe Bottoni
Quarta Notte
Terza Notte Quinta Notte
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IV. N O l’T E.


ALLA DUCH E S SA DI P. D

Narcisa.,

Ignoscenda quidcm, scirent si ignoscere Manes!

Virgilio.


A R G O M E N T O


Delicatissima c questa Notte, in cui il mesto Poeta piange con iìiconsolabile gemito la morte di una sua figliuola di elezione, chiamata Narcisa. I più teneri tradii d’un vivissimo paterno affetto, che ama nella perduta figlia non tanto i doni graziosi delta. natura, quanto le più sàblimi traccie della virtù) sono felicemente delineati. Tatto s<?n?e a/ Poeto;w fór più’ terribile/ e più funesta a se medesimo questa perdita, ed ingrandire il sentimento del proprio dolore.;

Cve son? Chi mi desta?.. Oh Dio! Già fugge
/ Da questi lumi il sonno, e le sognate
Larve, che seco trae, seco si porta.
Di notte oscura il tenebroso manto " *
Ricuopre il mondo, e di ragion -la sola /
Lucida lampa a’ passi miei fa scorta.
Oh Dio! Pei" pianger solo in questi orrori
Apro i languidi lumi, e qtial amante,
Che timore non soffre, e dell’amica
Vola a’ bramati amplessi, anch’io ritorno
Pronto, e fedéle al mio dolore in braccio.
Questa è Torà promessa, e questa è Torà,
In cui vegliano insiem tutte le notti
I mali miei } con lor di queste il giro

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Passq, di lor favello, in lor mi pasco.
O dell’aline gentili amabil Dea,
Argentea Luna, tu, che in questi istanti
Regni tranquilla, e sola in seno agli astri >
Scendi, lascia le stelle, e tu mi detta
Cose, che il Cielo istesso ammiri, e Giove.
Tu Germana di Febo, allor ch’ei splende
In altro Cielo, il nobil corso, e vario.
Delle sfere tu reggi, e tu ben sai.
Qual armonia da’ moti lor si formi.
Sì dolce amabil suon mortale orecchio
Mai non giunse a ferir. Deh tu mi porgi
Estro divin, che nel mio seno accolto
Moderi l’alma afflitta, e lacinia cetra,
Che del mio piantp è la più fida amica,
Di celeste armonia tutta risuoni.
Già de 1 tuoi gravi e tristi influssi io sento
La forza, o Dea, che mi circonda e investe.
Un fremer dolce in te si desta, e grato ■
Il mio tenero pianto a te si rende.
Dolce, vaga, qual sei, qual sei modesta,
Io piango una beltà trofeo di morte.,
Amabile Narcisa io... sì... ti véggio
rallida, trista, e la tua voce io sento,
Che mi ricerca il cor, che all’aure chete •
In flebil mormorio tai note scioglie:
Cupa notte è per me. Di notte eterna
9 i II va*o fior degli anni miei, le mie
„, Più felici speranze or sono in preda., «.
No, la notte, pb-e sorse all’urna accanto
Di Filandro, non fu sì nera, e foscll,
Nè di nebbia sì tetra alJor mi cinse»
Oh Filandro! Oh Narcisa! Oh trista? ò amara
Catena d’infortunj! Un sol di questi
Di rado assale. In ampia folla all’uno
L’altro succede, e all’infelice oppresss
Tutti gravan la fronte. Ancor ben chiusa
1/ urna non era del diletto amico,
Che Narcisa il seguì. Mentre di pianto

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DI Filandro snargea la polve, e Tossa,
Una figlia difetta,... Oh Dio! Narcisa
Pianto mi chiede ancor; suoi far pretende
I dritti di Filandro, e vuol che il ciglio
Sol la spoglia di lei bagni, ed onori.
I/empia morte, che colpo a colpo addoppia,
Confonde i miei sospiri. Orrida pugna
Fan tra loro i miei mali, e ognuno aspira
Del trionfo all’onor. Il duol, che m 1 ange,
Scorre incerto, nè sa de 1 cari oggetti
Qual pianger debba. Oh figlia amata, oh dolce
Diletto amico! E basta un cuore in petto
Se diviso tra voi, da voi si strazia?
Era dunque, o Filandro, il tuo destino
Tetro così, che di dolor più fiero
Nunzio fosse per me? L’orrido fischio
Del primo strai seguì strai più funesto.
Come il maligno augel, che già volteggia
Sulla cervice mia, che la mia pace
Colle torte sue luci urta e minaccia;
Così la morte a divorarti accinta,
Tutta di sangue, e di furore accesa,
Di vittima novella avida sete
Fò nota a questo cor, del fiero pasto
Spettatore infelice; e poscia il ferro
Di Narcisa nel sen tutto nascose.
Nascose il ferro, allor che de’ suoi giorni
Correa l’Aprii, e che di lei lo spirto
Apprendeva qual sia la vita, e quale
Sia sincero piacer.... Piacere? Oh Dio!
Forse v’ha sulla terra? E’ questo un frutte
Che non lambì giammai labbro mortale*-/*
Quanto bella Narcisa era, ed oh quintoAmabile,
gentil! Quai cari vezzi
L’innocenza prestava al vago fiore
Di gioventù, che le ridea sul volto!
Qual vivezza! Qual brio! Perfetta, e piena
Era la sua felicita. Gli eccelsi
Doni versato in lei aveano a gara

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La sorte, e la -virtù. La vita sola
A Nareisa mancò. Splendor sì grande
Ferini morte il ciglio, e al carro avvinse
Così nobil trofeo. Come già cade
Il tenero mignuol, quando di morte
Sull’ali vola il lervido metallo,
E il fere appunto allor che più soavi
Spiega gli accenti, e più variato il suono,
Nè il bosco più di grate voci echeggia,
IWa silenzio vi regna orrido, e cupo,
Così cadde Nareisa allor dal trono
Della felicitade. Oh mia diletta
Figlia, in qual tetro e solitario orrore
Lasciasti un padre! Oh Dio! Dunque per sempr
Tace la voce tua, che del mio core
Tutte sapea le vie? Ma pure ascoltoIl
dolce mormorio de’ detti estremi.
Oh dell’anima mia delizia, e cura,
Quel tenero tumulto io... sì... lo sento,
L’anima sei rammenta. Un’ombra io provo
Di languido, piacer; mapoi trionfa
Il barbaro dolor. Figlia. mia figlia,
Se a me ti tolse il Ciel, l’idea funesta
Perchè di te mi lascia il Cielo, il fàtò?
Ridente età, soave accento, e brio,
Pura virtù, beltà, cuor, che capace
Era solo d’amor.... E putte il Cielo
Di più fregi vestir spoglia mortale?
Tutto godè Nareisa: il mio tesoro
Era Nareisa sola, ed era io stesso...
Era de* padri tutti il più felice.
Nome brillante, e vano! A me nascose
La miseria, Torror, l’informe abisso,
Ch’or mi circonda; e l’empia morte offesa
Di mia felicità, fè cenno al crudo
Al venefico verme, e sullo stelo
Volle cadente la purpurea rosa.
Apriva appena il seno a’ dolci fiati ’
Di icffiro gentil, che svelta a fòrza

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Fu tra FeTia più vii confusa e mista»
Quanto fallaci mai, quanto incostanti * Son
della vita ì beni! un sol momento
Dan di piacer appena, e a lenti sorsi *
Il duol, che lascian poi, l’anima leve.
Più vivo in noi d’un ben perduto è il senso
Che il possesso "non fu. Di padre il ’nome
Giammai lieto mi fè, quant’or mi strazia.
Figlia, -qual ti vid’io? Quale arboscello
Ti vidi già, elle il- tempestoso Cielo
Svelse, fiaccò, quando di fior vestia
Le verdi chiome, e le ramose braccia.
Vidi d’oscuro vel que’ cari lumi
Gravi, coperti, e di color di motte
Tutto pieno quel volto, uppur oh quanto
Bella semLrommi in braccio a morte ancora
Si, la vidi morir. E qua! singhiozzi,
Quai tronche voci, e qual tumulto orrendo
Tenerezza, pietà, smania destaio
Nell’alma mia! Che dagli usati tifficj
Tratta nel vasto mar di tanti affetti
Trovar, no, non sapea la via del pianto.
V 1 ha tra* mortali un sì severo ciglio, Che
fermo resti, e il mio dolor condanni?
Sprtzzi ciascuno un cuor crudo, «feroce,
Che del pianto ha rossor. Nò, non è vile
L’uom, che lacrime versa, e non s’offende
Ragion, se piange un infelice: il solo
Eccesso ella non vuol. 0 voi, che l’empia:
Morte privò d’un’adorabil figlia,
Del mio dolor pietà vi prenda almeno.
Quando di quei begli occhi il vivo lume
Vidi languir, * sugli oggetti il moto.
Vago, incerto fissar, quando la viva
Rosa più non tingea la fresca guancia:
Pensi con quale ardor chi ha cuor di padre
Dal Ciel natio la tolsi, ove dì morte
Spira gelida fiato il freddo Arturo.
Sa queste braccia la portai vicina

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1 Al bel pianeta, e del pianeta il raggio
Credei capace a ridonarle un giorno
11 primiero vigor; ma l’astro ingrato
Fermo vide languir bellezza, e fiori.
Vide. ( e il potè? ) Narcisa vide in queste
Braccia cader qujil arso giglio al suolo
Di vilissimo insetto albergo, e nido.
Superbi gigli, e voi popol di fiori, <
Che i verdi prati di vivace smalto
Vestir sapete, e che l’ambrosia nutre;
Voi, che del Sol bevete i dolci raggi,
E il piropo, il zaffir da voi riflesso
Spiega i tesòri suoi $ voi, che più belli
Rendono ancor le rugiadose brine,
Quanto grata vi fu F eburnea mano,
Di Narcisa, ed oh quanto alteri foste
Di tesser colle grazie al crine, al seno
Di lei siepe gentil! Voi destavate
Entro quel seno un delicato e molle
Fremito di piacer, piacer sì puro,
Quanto pura colei, che in se v’accolse!
Vezzosi figli di natura, e cari
Esseri fuggitivi, all’uomo accanto
Sempre sorgete, e per formar più bella
[Nostra magion di mano usciste a Giove.
Quànto più lieta, e più felice sorte
DelPlimana v’attende! Un breve passo
Dal nascere al morir movete appunto,
Qual muove l’uom: ma voi di mali eterni
Privi siete, ei li soffre. Immobil fato
È per Tuoni, che piacer cercando, ei dee
Il contrasto soffrir di mille affetti.
Questi scopo si fan ciò che ben presto
Passa, si perde, e non ri man che il duolo.
Orgoglioso mortai, che sulla terra
Speri vero piacer, ignori* ancora.
Quanto vana è l’idea, felle la speme?
Lorenzo, tu, che di piaceri in traccia

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Cqrri, ludi, vaneggi, almen da’ miei
Disastri apprendi: più modesto, e saggio
L’altrui fato ti renda, e cessa ornai
Di fidarti alla terra, al mondo infido.
Ogni suo ben, più fral di mobil canna,
Sempre armato è di punta acerba e fiera,
Cbe immerge in petto allor che fugge, e gronda
Poscia a rivi dal cor vivido sangue.
Ah cruda rimembranza, oh Dio! che vuoi?
Fuggi da me, deh fuggi... Ah! vani sono
Tutti gli sforzi miei. No, la mia figlia,
No, Narcisa obbliar non posso: è troppo
La bella immago in questo seno impressa.
Quando si vuol da noi tetro fantasma
Spinger lungi, s 1 irrita, e truce in volto
Di tutti i mali nostri orrido cerchio
’ Si fa, ci assale, ci calpesta, e strazia.
Oh Narcisa, o mia figlia! Estinta appena
Degli anni in sull’April, quando la face
Scuoteva il biondo e vago Imene, quando
V instabil Dea nel tuo leggiadro amante
Di tutti i doni suoi forse il più grato
Ti porgeva ridente, ed ebbra Palma
Era in te di piacer! Quando i mortali,
Sempre ingannati, in te d’ogni altra amante
 Vedean la più felice, allor la bella
Spoglia, che ti vestla, fredda si resta "
In terreno stranie*. La tua sì fiera
Sorte, ah sorte crudeli trasse dal ciglio
Di que’ barbari il piantò, e allor che a forza
• Da lor volea natura e pianto, e duolo,
Eran forse più miti? Ah no, che fieri
Negar la tomba alla mia figlia, e poca ’
Polve con altra unir delitto enorme
Voller che fosse • Oh di barbarie esempio
Non più veduto ancor! Che far potea,
A ehi volgermi, e dove amica mano
Trovare allor? Con un pietoso inganno
L’urna seppi trovar; ma di Narcisa

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Le ceneri oltraggiai; sì, troppo vile
Nell’aspro mio dolor le sacre leggi
Trascurai del dover. Àllor che folto
Orror copria la terra, e tace il mondo
Di passo incerto, e rinserrando il duolo
Nel carcere del cor, non già qua! padre r
Ma qua! empio uceisor in flebil vece
Feci gli ultimi addio, chiusi la tomba
Fuggii qual uom, di cui lacera, e morde
Grave colpa l’interno. Ah padre ingrato %
Ah vilissimà padre, il. nome almeno*
Non scolpisti sul sasso! É fia Narcisa r,.
Quella figlija diletta in alto obblìi*
Posta, e barbaro piede or la calpesti?
Perdono, ombra diletta, oh Dio! perdono.*
Duolo, sdegno, furor, aspro governa
Fero allor di quest* alma, e in mezzo tristi
Sacri ufficj vibrò contro quegli empji
Fieri voti il mio cor. Olr, non potei
Senza fremer d 4 * curor lasciar sepolto
In sì barbaro suolo il sacro pegno.
Delle ceneri tuej quel suol mirai
Torvo, sdegnoso, e furibondo il piede
Per tre volte il percosse» Eppure ne’ miei
Furori ancor tanta pietade in seno*
Restommi a der, che a l’or concesso
Fesse il negato a te lugubre albe/go
Chi fia, che i sdegni miei chiami delitto?
Delitto enorme è l’oltraggiar gli estinti
Quanto questi son sacri. E non è forseLa
stessa man, che *T intarsiato argento*
Sparse l’azzurro vcf, che il Òiel nascondete
che fl Sole vestì di fulgid’oro
La man, che tesse i luminosi stami",
Che dell’uom son divisa > l’itì lui compone
Opra, che l’opre tutte orna, e corona!
Allor che tace ogni sconvolto affetto
Che nascon di pietà teneri sensi,.
Che Podio muore, ed il rivai perdona,

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Sorge lo sdegno contro fredda polve’,
Una salma innocente allor s’insulta?
Strano sistema è questo, e tal che svolge
Gli ordini di natura. E come paote
Luogo aver tra’ viventi, i qnai soltanto
Han dall’amor la vita, e questa ancora
D’amor si pasce, ed il piacer sincero
Non trovan che in amor, che per amarsi,
Hanno sol pochi istanti, e questi immerge
Tosto il destin d’eterna notte in setto?
No, natura non vede in se più strana
Belva, più.fiero, e più terrihil mostro
Dell’uom, che l’altrui mal non tocca, e muòve.
Quante volte le sue lusinghe istesse
Perfide sono! E se sollievo appresta,
L’orgoglio mischia i beneficj all’onte;
S’altrui porge talor la man pietosa,
La sua pietà quell’infelice offende
E quanto fia cruclel, quanto feroce
Quando è di rabbia, e di vendetta armato
Impallidisci, o Cinta; e voi fuggite,
O pacifiche stelle. Orida notte
Vi chiuda in sen per non udir de* mici
Detti il nero tenor. Di noi mortali
Il flagej più pesante, il più superbo
Fier* tiranno, che fuggir non lice,
È l’uomo. Àlmen sull’orizzonte aduna
Torbide nubi, e la tempesta accenna
La grandine • Le Torri aprono il fianco
Pria di tutte cader nelle profonde
Viscere della terra. In sen di questa
S’ode tetro fragor, quando i torrenti
Sboccan d’accesi zolfi, e questa ondeggia
Pria che genti, e città scuota, ed inghiòtta.
Foschi globi di fumo ondosi, e misti.
Di volanti faville orrido incendio
Mostran da lungi • Ma non stride, o splende
Quel folgore, che l’n’om scaglia; e’l trèmendo
Scoppio tuona sol quando atterra e schianta.

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Ei sotto il manto d’amistà nasconde
QueH 7 empio ferro, che già stringe, e vibra
Sol quando preme il sen l’orrida punta
Dell’odiato rivai. Forse che lungi
Troppo son io dal ver, fia ehi m’accusi?
L’Arbitro eterno il sa, lo sa quel Dio,
Che dell’uomo nel cor legge, e che volle
Di questo core all’uman germe ascoso
Il maligno, l’orrendo, informe aspetto.
Forse gli sdegni miei troppo ascoltai? v
Ma chi può mai tacer? Chi può tranquillo
Restar, se offeso sia nella più cara
Parte, ne’ dolci amici? Eppure oh Dio I
Oh de’ mortali vergognosa impronta!
Odiato fu quel di virtude esempio,
Queir amabil Filandro. Un sì funestoVero
seppe, soffrì. Sì trista sorte
Entrambi afflisse: ah questa sorte ingrata
Già più non ci minaccia! Oh mia Narcisa y
Ultima del cor mio cruda ferita,
Il duol, che mi lasciasti, ogni altro immerse
In alto obblìo: sì lacerarmi is sento
Da tanti dardi, quanto il fato avversoSul
tuo capo versò tormenti, e mali’.
Sembra, che il fato in te sfocar sua possa?
Voi esse, e più funesto il crudo eccidio
Rendermi in te; di te la tomba oscura
Rendermi più ferale- Oh figlia, oh cara,
Parte di me, seppur le voci intendi
D’un padre ancor, col genitore il guardo
Stendi a mirar que’ dolorosi e fieri
Tratti, co’ quai Ja morte in nuove forme
Compier le piacque la crude] vittoria.
Tutti mi stan presenti, ahi vista! Ognuno,
Qnal Idra fiera, che Tacciar non teme,
Il trafitto mio cor lacera, e tutto
Lordo del sangtie mio, di sangue Jia sete»
-Chi resister potria? Qual di virtude
Sforzo vinto non fora? E come mai

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Sotto il fasci© del duo], che m’ange, e opprime,
Erger poss’io la sventurata testa?
Bagn<a di pianto un mar gli aridi solchi
Dal tempo già sul volto mio segnati.
Dal pianto istesso il dolor mio ftprende
Vigor novello, e dal mio sen trabocca.
No, degli amici fidi il pianto, i lai >
No, le lacrime mie di sì funesta
Morte non mai saran sfogo che basti.
Àdorabil Narcisa, il mondo intero
Sappia i tormenti miei, le tue sventure
Intenda, e meco 1? universo pianga.
Ovunque il nome tuo porti la fama:
Ovunque giunca il canto mio, non vii*.
Tributo avrai di pianto, e di sospiri:
Ed il Garzon vivace, e d’amor caldo
Mesto sarà per te, per te tra l’urné
W andrà sovente, e tra gli ombrosi antichi
Cipressi fia, che taciturno e solo..
X tuoi casi rammenti, e poi ti pianga.

  1. A Montpellier