Arabella/Parte quarta/3

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III.


Amore?


«Dio solo sa quel che è bene e quel che è male — scriveva Arabella qualche giorno dopo a Maria Arundelli — e tutte le volte che entriamo a giudicare delle cose di questo mondo siam tratte a sbagliare o dalla paura o dall’orgoglio. Al Corpus Domini ritornerò con mio marito, in una casa nuova, con animo nuovo, in campagna. Appena sia messa in ordine questa nostra casa, celebreremo le nozze d’oro del perdono. Dio provvederà al resto. La morte di mio suocero ha precipitato gli avvenimenti e rende utili e necessarie delle risoluzioni che prima mi parevano assurde. Non vi può essere che del bene in ciò che si fa con coraggio e con fede. Risponderò domani con una lunga lettera a mio marito e questa estate spero che verrai a trovarmi nella nuova casa di San Donato, una fattoria sul genere di quelle che troviamo descritte nei romanzi della Bremer. Se avrò altri figliuoli, spero di ritrovare anche quel resto di vita che m’è sfuggita e d’intessere ancora il mio idillio casalingo in un vecchio avanzo di castello viscontesco, in mezzo al chiocciare delle galline e al buon odore del fieno.

La mamma è felicissima e va ripetendo a tutti [p. 418 modifica]che io avrò cavalli e carrozze e una proprietà di non so quante pertiche milanesi: e pare che potrò godermi questa abbondanza senza rimorso al mondo, perchè lo stesso monsignor arcivescovo ha approvato e benedetto i nuovi accordi. Le figlie di Maria furono così soddisfatte del modo in cui è stata risolta o sarà risolta la intrigata questione dell’eredità Ratta, che, attribuendomi un merito che non ho, mi hanno regalata una copia della Madonna in trono, del Morelli.

Vuoi sentirne un’altra? Mio zio Borrola, che era solito mangiare un chierico a colazione e un prete a pranzo, mi scrive tutto commosso del modo con cui fu ricevuto da monsignore e vuole ad ogni costo avere il piacere e l’onore di presentarmi al venerando prelato.

O Maria, io non so perchè pianga, mentre ti scrivo queste cose così liete e così belle. Ci sono forse delle fortune che come le fiamme c’inseguono perchè fuggiamo?»


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Se durante il giorno, tra il molto scrivere e il dare udienza e il rispondere e il comandare, Arabella poteva illudersi d’aver ricuperata la pace, o almeno la forza d’accettarla, non era così verso sera, quando pare che la malinconia esca dalla terra oscura; non era così di notte, quando si trovava sola sola co’ suoi pensieri e col suo cuore.

Il cuore di notte si sente di più, come senti battere più forte l’orologio che hai deposto vicino al capezzale. Ora le capitava di non poter dormire mai, [p. 419 modifica]quantunque non avesse che a rallegrarsi di sè e della sua coscienza.

Rimaneva le lunghe ore cogli occhi spalancati, pieni di un mite incantesimo, fissi al biancore della finestra, colle mani sotto la testa, non provando che un caldo peso sul cuore.

Non era un dolore, o lo era quel poco che basta a mantenere nel corpo una dolce eccitazione morbosa, una febbrile sofferenza non ingrata, e nella fantasia un immaginare continuo di cose diverse, remotissime dalla realtà, nelle quali la mente poteva navigare mollemente senza urtare negli scogli.

Nel suo casto rigore il pensiero non osava dare alle immagini forme e contorni troppo determinati. Non osava nemmeno rispondere alle questioni che insorgono così curiose e tumultuose durante i momenti di maggior ribellione. Le lasciava gridare, conservando un assoluto dominio sopra sè stessa. Era possibile? no: era forse una momentanea ebrezza, un’indulgenza concessa a sè stessa, in compenso del suo lungo soffrire: no, essa non poteva, non doveva lasciarsi amare da quel ragazzo. Tutto sarebbe passato, al primo rientrare nel sacro tabernacolo del dovere, non lasciando che una leggiera striscia di dolore al capo, come fa ogni gioia che passa.

A quel ragazzo non poteva non volere un po’ di bene. Anche la compassione ha i suoi doveri. Eran cresciuti un pezzo insieme, lui povero, lei disgraziata. S’eran ritrovati dopo molti anni, lui più povero, lei più disgraziata. In mezzo alla gente che aveva congiurato a’ suoi danni, anche tra quelli che le volevano più bene, egli solo aveva sentito per lei una pietà pura e disinteressata. Quel povero Ferruccio [p. 420 modifica]non si era mosso dalla sua timida e scontrosa mediocrità, se non per soffrire atrocemente dell’ingiustizia umana. E se non aveva perduta la fede nella Provvidenza e nella vita, lo doveva a lei, che aveva lasciato cadere a tempo una dolce parola nel suo cuore.

Cresciuto anche lui insieme a’ suoi fratelli, non era per lei che il più grande e il più disgraziato de’ suoi fratelli, un ragazzo di poco spirito, un buon giovine cristiano, che la corruzione e lo scetticismo non avevano ancora corrotto. Toccava a lei salvare questa preziosa giovinezza dal contagio plebeo delle passioni, dai cattivi esempi, sostenere il coraggio nelle battaglie della vita, come già gli aveva insegnato il catechismo quando era piccina, come l’aveva preparato alla prima comunione da giovinetta.

Non c’è nessuno che si lasci persuadere più facilmente come un cuore che ha bisogno d’essere persuaso. Acchetata con queste dimostrazioni la coscienza, essa poteva chiudere gli occhi e dormire; ma le lunghe dimostrazioni stancavano le sue veglie, sentivasi soffocare nella chiusa stanza, balzava dal letto, e, spalancata la finestra, stava a contemplare estatica nel tepore della notte chiara la fila nera dei pioppi ondeggianti in fondo ai prati, su cui brillavano le sparse stelle del Carro, o cercava in capo alla strada l’ombra densa dell’abbazia, che raccoglievasi anch’essa in una specie di sonno profondo, mentre i grilli mandano l’acuto fischio dalle tane e il vento porta qua e là, strappandolo a cascinali, il buon odore del fieno.

Le parole di un discorso umano son troppo rigide e pesanti a confronto di quelle con cui essa cercava [p. 421 modifica]di giustificarsi e usarsi indulgenza. Il cuore parla a colpi come fanno i prigionieri.

Le pareva che potesse concedersi questa momentanea ebrezza, mentre ancora durava la sua libertà, come la mamma anche più rigorosa concede alle sue ragazze un festino la sera prima d’entrare in collegio.

Era amore questo bene?

Essa lo aveva trattato forse troppo rigidamente l’ultima volta, non rispondendo nulla a una tenera confessione, che era traboccata dal suo cuore, come sgorga l’acqua limpida e pura da una fontana abbondante.

La paura l’aveva resa superba. Eppure quanta bontà, quanta poesia, quanta freschezza d’animo nelle sue parole!

— Mi pareva che a una morta si potesse voler bene più che a una viva... — Chi aveva insegnato a questo povero figlio del popolo a dir parole così belle e così commoventi? Non certamente il poco latino studiato in seminario. No, era un’anima giovine che parlava; e le anime giovani sono ancora piene di cielo: e quando parlano fanno provare emozioni che sembrano reminiscenze di un altro mondo. Tutti veniamo da un luogo che non è questo, e tutti aspiriamo tornarvi. E il cuore batte ed esulta tutte le volte che ascolta una voce che gli parla della patria...

Eran sogni di questa natura ch’essa ricamava intorno a una stella, ripetendo una nenia funebre sopra sè stessa.

— A una morta si può voler bene...

E fra pochi giorni invece essa avrebbe dovuto essere più viva di prima.


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La mattina, appena una riga di luce bianca venata di carmino rompeva dietro i tronchi la lunga oscurità della notte vestivasi in fretta e scendeva, quando cominciano le gallinette a muoversi, prima ancora che sonasse l’Ave Maria alla chiesa.

È così bello uscire all’alba e mettersi per un viale di piante nella frescura mattutina, sotto il cielo bianco che si specchia nelle acque oscure! Le vaste campagne sono ancora deserte, non ancor sveglie di sotto alle coltri di nebbia: o non escono dai viottoli che le prime ombre dei lavoratori, colle vecchierelle che vanno alla messa, chiuse nello scialle nero, nella pia tranquillità del corpo che ha riposato e dell’animo che non desidera più nulla.

Essa invece trascinata dall’inquietudine giovanile, che desidera anche ciò che non conosce, andava a rifugiarsi in un angolo oscuro della chiesa, sotto la vòlta gotica, si prostrava sul marmo freddo d’un altare e assisteva alla messa, pregando or sì or no, dimenticandosi, o guardando come straniera d’un’altra fede la gente, le immagini, i lumi dell’altare. Come chiedere a Dio ciò che non è giusto desiderare? come chiedere ch’egli ti spenga nel cuore l’unica fiamma che lo scalda? perchè invocare che altri ti calchi sulla fronte la corona di spine che ti è toccato in sorte di portare?

Dopo la messa usciva colle donnicciuole e colle altre spose della sua età, con alcuna delle quali soffermavasi a discorrere di bambini e delle piccole peripezie che riempiono, come le ragnatele, la casa della povera [p. 423 modifica]gente. Parlavano di malanni, di stenti, di malattie croniche, di pellagra e di morti, colla placidezza lenta e rassegnata dei contadini che riferiscono tutto a quel lassù, sul quale la fede dei poveri scarica, insieme alla responsabilità, tre quarti dei proprî fastidi.

E le pareva, sentendole parlare, che appartenessero a un altro mondo o a un’altra razza. L’inquietudine sua la portava a camminare un pezzo per le strade di campagna, finchè sentiva il sole caldo sulla testa. Andava un pezzo a razzolare nel verde, a cogliere fiori di siepe, a cercare le ultime mammolette della stagione rimpiattate nei luoghi più oscuri, qualche volta fin verso la stazione di Rogoredo, o fin dove il canale si affossa e si allarga in un laghetto di acque sorgive.

Il cielo lucido, che si riflette nell’acqua di un color di acciaio, dà agli occhi l’illusione di due lucidi infiniti che si baciano. Arabella fissavasi nel limpido specchio fino all’incanto e lasciavasi trasportare a naufragare deliziosamente in una vertiginosa accondiscendenza.

Forse il suo povero papà era passato di lì.

Qualche volta spingevasi fino al passaggio della strada ferrata presso la stazione, che rompeva con una tinta rosea il verde delle messi e delle piantagioni.

I bambini del cantoniere impararono presto a conoscerla, perchè essa non vi andava mai colle tasche vuote. La loro madre una donna pienotta e sana, la intratteneva di cose comuni, di suo marito, di sè, dei suoi figli. Dopo sette anni di matrimonio, vissuti un po’ dappertutto nei quattro muri d’un casello, essa [p. 424 modifica]era per mettere al mondo il suo quinto figliuolo: e nascevano tutti sani, ingordi, con nessuna voglia di morire. Tratta a discorrere di questa faccenda, la donna nel linguaggio più naturale dimostrava come ciò possa accadere ai poveretti, che non hanno il teatro della Scala. Le parole della cantoniera suscitavano nel segreto dolore di Arabella improvvisi turbamenti.

Vedendola arrossire, la donna allungava il discorso alle solite celie, cercando di dimostrarle che in tre cose i poveri sono eguali ai ricchi: nel nascere, nel morire e nel fare all’amore, una parola quest’ultima che in bocca alla bassa gente, è più chiara che nei dialoghi di Platone.

Una mattina — due giorni prima del Corpus Domini — mentre ciarlavano di queste cose, il suono della cornetta interruppe a tempo certe confidenze, nelle quali la più giovine di quelle due donne provava una specie di malsana seduzione: subito dopo s’intese il rombo del treno proveniente da Milano.

Arabella, camminando lungo la siepe, aspettò che il treno, dopo la breve sosta alla stazione, ripigliasse la sua corsa. Il convoglio qualche momento dopo, venne ansando, rombando, e passò al di là della siepe colla veloce imponenza che ha sempre un treno in viaggio. Essa lo seguì cogli occhi, rapita da uno spettacolo che non invecchia mai e del quale non abbiamo ereditata l’abitudine.

Nell’uscir dalla sua contemplazione, si trovò davanti Ferruccio pallido come un cadavere.


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— Lei a quest’ora? che cosa c’è?

— Son venuto a consegnarle le ultime carte, perchè... perchè... scusi, non posso parlare. Mi è capitata una cosa, o Dio, Dio!

Il giovine si tolse il cappello e si asciugò la fronte madida di sudore.

— Che cosa?

— Sono chiamato in Questura... cioè, peggio... domani posso essere arrestato anch’io.

— Ma no: per qual motivo?

— Per ribellione alla forza pubblica.

— Lei? quando? o Gesù...

— È stato ieri sera da noi il signor Galimberti, un delegato che conosce da un pezzo le mie zie e ha detto che c’è ordine d’arresto contro di me. Le guardie hanno deposto ch’io mi son ribellato: dicono che io le ho ferite. Il signor Galimberti vorrebbe che io mi presentassi spontaneamente.

— Ciò è impossibile.

— Io non so d’aver ferito. La zia Colomba giura che non ero armato. Una delle due guardie mostra una mano slogata. Il signor Galimberti ha promesso d’interessarsi in mio favore, ma non garantisce nulla, perchè gli ordini sono rigorosi...

Il giovane disse tutto ciò con una grande freddezza, come se non si trattasse di lui.

— E voi, Signore, permettete anche questo?... — scoppiò a dire, con disperazione, Arabella, parlando irritata cogli occhi al cielo.

— Se mi presento da me, — riprese Ferruccio, cercando [p. 426 modifica]di rassicurare la sua voce — il signor Galimberti ha detto che potranno usarmi dell’indulgenza, altrimenti... Quale indulgenza? se è vero che ho battuto le guardie, se è vero che ho slogata una mano, dovrò scontarla per forza con cinque o sei mesi di carcere, con tutta l’indulgenza del mondo...

Egli finì con un sorriso ironico e amaro.

— Che, che... — esclamò essa duramente, con accento soffocato.

— A meno che non ne faccia una più grossa — balbettò coi lineamenti irrigiditi, portando le nocche della mano alla bocca come se volesse mordere.

— Fuggire? che cosa puoi fare, povero ragazzo? tu non devi andare in prigione. Tu non hai fatto nulla di male, non sei un ladro, tu non hai ammazzato nessuno. Hai difeso tuo padre e non si condanna un povero figliuolo per questa colpa. Ora vengo io a Milano. Andremo insieme dai giudici; parleremo a questo signor Galimberti. Capisci che se questa è giustizia noi potremmo, in nome della giustizia, dar fuoco alle case. No, no: non è possibile. Ah, mi diceva il cuore che non avevamo finito di patire. Era qui dentro il presentimento. Io porto la maledizione... Ora vengo a Milano. Tu non devi andare in prigione...

Parlava quasi incosciente, per abbandono, trattando Ferruccio come un vero figliuolo affidato alle sue cure, sconvolta improvvisamente da una ribellione di spirito, che rompeva argini e dighe, non sostenuta che da una irritazione fiera, cieca, audace, che aveva la forza di non lasciarla piangere. Accesa nel viso, fremendo in tutte le potenze più segrete dell’anima, passò sopra al suo stesso patimento e non si accorse [p. 427 modifica]che in mezzo ai dolori trionfava un sentimento più forte di tutti e due.

La stradicciola per la quale scendevano era perfettamente deserta, affondata, perduta tra due cigli alti, nella grande solitudine dei campi, e permetteva ai due infelici di parlar forte, di gridare e di piangere senza soggezione, sulla loro disgrazia.

Andavano a piccoli passi, soffermandosi spesso, incerti dove menasse la strada, occupati dal doloroso caso.

— Io credo che, se parliamo a qualche persona autorevole, possiamo evitare questa disgrazia. Sto pensando a chi potrei rivolgermi. Andiamo a Milano. Intanto il dottore potrà testimoniare che tu eri esaltato, che ti sentivi male. Anche tu sei stato ferito. Ecco, ci hai ancora il segno... — così dicendo, rimosse un poco i capelli del giovine. — Offriremo un bel compenso alle guardie. Denaro non manca. La zia Colomba potrà condurmi da questo signor delegato. Dimostrerò da chi è derivata la cosa, e che non è giusto che si seguiti a soffrir tutti per colpa di un morto. Parleremo anche all’avvocato; faremo scrivere, se occorre, da monsignor arcivescovo; e se ciò non basterà ancora, ti darò i mezzi di andar via, Ferruccio; ma tu non ti lascerai mettere le mani addosso, non è vero?

— No, no...

— Non lo voglio...

— O cara signora, se lei mi salva da questa vergogna...

— Sì, sì, vedrai che ti salveremo. Ora, fatti coraggio; caccia i pensieri cattivi. Credi che fai dispiacere a me a pensar certe cose.

[p. 428 modifica]— Vedesse la povera zia Colomba, fa pietà ai sassi...

Ferruccio s’intenerì all’idea della povera donna e singhiozzò, per quanto un impeto furioso di sdegno cercasse di soffocare le lagrime. Arabella tocca da quella voce così piena di corruccio, gli pose le due mani sulle spalle. Un fitto velo di lagrime li nascose l’uno all’altra.

È la Madonna che mi ha messo in cuore di venire da lei...

— Che essa ci benedica... — e lo segnò colla croce. Gli accomodò la cravatta, e ripigliando il tono normale di voce, come se il grave pericolo fosse scongiurato, soggiunse: Perdona se ti ho dato del tu. Mi sei tornato davanti così bisognoso e così spaventato, che non ho visto in te che il povero ragazzo di una volta. Ora senti. Piglia questo viottolo e in dieci passi sei al camposanto. Va ad aspettarmi laggiù e intanto puoi fare un po’ di bene. Una mamma in paradiso l’hai anche tu... Intanto io torno alle Cascine; non dico nulla per non propalare la cosa. Piglio un po’ di denaro e con un pretesto parto subito. Credo che fra un’ora passi il treno di Genova; per mezzodì siamo a Milano. Prima di sera avremo aggiustata anche questa: e per il Corpus Domini verrai anche tu a fare un brindisi... Dio ascolta i voti.

Parlava ancora e già i piedi la portavano verso le Cascine, di cui vedevansi i tetti neri e disuguali uscir di mezzo al verde.

— Dio ascolta i voti — tornò a ripetere a sè stessa, camminando frettolosamente senza sentire la strada.

E ripetè con chiarezza quel che aveva confusamente promesso nel suo cuore. Avrebbe perdonato sinceramente, [p. 429 modifica]avrebbe amato suo marito sinceramente, se Dio salvava il povero figliuolo dal disonore. E come se avesse già ricevuto un affidamento di grazia, asciugò gli occhi, entrò in casa non vista, andò a prendere tutto il denaro che papà Paolino aveva messo in disparte per lei salì in camera, scrisse due righe alla mamma, scusandosi con un pretesto di dover andare improvvisamente a Milano, e consegnò la lettera al Pirello. La mamma fin dalle prime ore del giorno era occupata a San Donato e non tornava che a sera. Papà Paolino il martedì andava sempre a Melegnano.

Uscì col mantello piegato sul braccio, col velo in mano, e andò a raggiunger Ferruccio.

Questi s’era lasciato cadere sul praticello davanti al camposanto come se le gambe gli mancassero sotto. E rimase alcun tempo colla testa nelle mani, accoccolato, nella piena solitudine, sotto gli occhi dei morti a gemere, a soffrire, a languire, come se perdesse il suo giovine sangue da una ferita aperta.

Sul suo capo cinguettavano i passeri tra i rami di un vecchio noce. Con rapidi frulli d’ale stormi di uccelli scendevano e uscivano dal recinto, posandosi sulle povere croci avviluppate d’erba, quasi inghiottite dalla terra, in una pace dolce e profonda che abbiamo torto di temere.

A poche miglia da quelle croci lo aspettavano i più feroci dolori, una condanna, la reclusione, una macchia, la vergogna per tutta la vita. E il dolore delle due povere donne? Allo strazio si mescolavano non meno feroci impeti di sdegno. No, non l’avrebbero preso. Si sarebbe ammazzato prima.

A questi gridi della maggior disperazione sottentrava, [p. 430 modifica]quasi chiamata, l’immagine di lei. Come una così dolce figura potesse muoversi in mezzo a così grandi torture morali, non arrivava a capire; ma sentiva per istinto che la libertà e la salvazione dell’anima erano nelle mani di lei.

Non era più amore, il quale non deriva che da qualche idea che uno ha di sè; ed egli era nulla, peggio di nulla. Era la prosternazione di un uomo umiliato davanti a una divina e infinita misericordia.

— O mamma, o la mia povera mamma! — andava ripetendo, e non gli usciva altro di bocca.