Un romanzo/XVIII

XVIII

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XVII XIX
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XVIII.

Fatta la prima scoperta, che era la principale, tutte le altre vennero facilmente.

Seppe il nome, seppe la vita bizzarra e stravagante — le immense ricchezze, la libertà sconfinata, i gusti eccentrici. Nulla lo spaventò. Gli parve anzi che quella cornice fantastica crescesse nuovo splendore alla beltà superba.

Con preghiere, con raggiri pazienti e strategici riuscì a trovare persona che si incaricò di presentarlo. Quale fu il suo cuore varcando le soglie di quella casa! e come resse al di lei cospetto, quando, circondata da una pleiade di adoratori, ella sorrise benevolmente altera e gli porse con indifferenza la sua mano — nuda — senza alcuna gemma che ne palliasse le linee fidiache!

A Roberto si oscurarono le pupille, tremò, divenne pallido e l’emozione repressa gli uscì in parole rotte e balbuzienti: [p. 151 modifica]

— Così si dee restar colpiti quando si entra in cielo!

— Badate, mi chiamo Rèa!... disse ridendo la bellissima donna e scherzosa si volse a cinguettare co’ suoi spasimanti — fra i quali nessuno, di sicuro, spasimava come Roberto.

Da quel punto incominciò per lui un’esistenza tumultuosa di desiderii, di speranze, di folli ebbrezze, di disinganni cocenti, di rimorsi, di lagrime, di disperati propositi, di debolezze codarde — lotta sempre rinascente, lotta disuguale dove il suo orgoglio soccombeva, dove l’anima lanciata in voli eterei ripiombava avvilita a mordere la polvere.

L’amore, negli esseri troppo appassionati si muta frequentemente in idolatria servile — egli avrebbe voluto essere un cane per giacerle eternamente ai piedi.

Ella lo disprezzava un poco, ma si divertiva.

Povero, dovette inventare nuovi sacrificii per darsi il lusso di frequentare l’alta società dove viveva il suo idolo.

Oscuro, ingojava tacitamente l’umiliazione dell’ultimo posto.

Costretto a lavorare per vivere, si nutriva di solo pane per dedicare i giorni a lei.

Faceva freddo; egli non aveva nè maglie nè corpetti, ma comperò un frac nuovo per poterla seguire nei teatri e alle feste. [p. 152 modifica]

Perdette in tal guisa il credito. Dicevano di lui che era un vanesio, uno scioperato, un fanullone.

Egli non si curava più di nulla — non aveva che un pensiero — il suo amore.

Solo l’amicizia per Olimpio non pativa ribasso.

Basata sulla gratitudine, tenuta viva da quel fascino che Olimpio diffondeva intorno a sè, parve anzi a Roberto di poterla fondere nel sentimento esclusivo che lo dominava — l’amico divenne il suo confidente.

A braccetto, lungo le vie popolose di Milano, mentre Olimpio guardava per abitudine le belle signore e le ragazze leggiadre, il fervido innamorato, sordo e cieco, non aveva parole che per esprimere pensieri su questo tenore:

— Intendi? — ella è la mia vita. Prima di incontrarla vivevo forse? sapevo di avere un cuore? l’anima mia era come farfalla nella crisalide.

— Parli tedesco senza accorgerti mio povero amico! rispondeva Olimpio reprimendo uno sbadiglio.

— Ah! se tu provassi la voluttà d’un affetto profondo e sublime non giudicheresti con tanta indifferenza.

— Può darsi — ma che colpa ci ho io se non lo provo? Guarda che bei cavalli, che elegante brek!

— Per lei io divento poeta; per lei mi sento un eroe. Vorrei poterle sacrificare un trono, vorrei mettere a’ suoi piedi un regno. [p. 153 modifica]

— E cosa dice la signora di questa tua furibonda passione? È disposta a sacrificarti anch’essa, non dico un trono, ma un posto sul suo canapè?

Nell’altalena che sempre dirige gli umani affetti, accadeva qualche volta al povero innamorato di trovarsi a terra colle sue illusioni. Ella, superba e capricciosa, godeva tratto tratto umiliarlo perchè allora il suo amor proprio si ridestava, adiravasi, faceva rimproveri, giurava dimenticarla — e poi smaniava rabbioso nel suo letto bagnato di lagrime — e poi inventava castighi, sognava vendette, sentiva una voglia irrefrenabile di insultarla, di ucciderla — e poi tornava umile e vile implorando la pietà d’uno sguardo!

Così trascorrevano i suoi giorni fra il cielo e l’inferno.

Olimpio si trovava da oltre un mese in città; riannodate le antiche abitudini, abbracciati i vecchi compagni non si curò più di tornare al podere e non scrisse nemmeno a Giulia.

Libero, giovane, spensierato fu subito accolto in tutte le società — e non occorre metter pegno che egli sceglieva le peggiori.

Per far fronte alle spese che derivavano necessariamente da questo genere di vita egli approfittò dapprima della somma destinata al pagamento del podere; poi strinse conoscenza con certi galantuomini che gli [p. 154 modifica] stavano denari mediante il semplice scambio d’una firma — la quale firma egli apponeva con tutta serenità, pensando che avrebbe pagato la dote della moglie.

Lo zio Prospero quell’inverno non era a Milano avendogli i medici ordinato il soggiorno di Nizza; per tal modo nessun freno inceppava le sue ardenti sregolatezze.

Non tardò a venirgli a noja anche la stretta intimità con Roberto e se ne liberò facilmente con una delle sue solite menzogne.

— Amico, gli disse, penso che la mia diletta Giulia deve annojarsi sola in campagna; d’altra parte ho in vista alcuni affari che mi obbligano a fermarmi qui tutto l’inverno. Mi accomiato dunque, ti ringrazio dell’ospitalità e vado a cercarmi quattro o cinque modeste camerette per appendervi il mio nido.

A sì onesta e maritale risoluzione il buon Roberto non trovò nulla a ridire.

Olimpio cercò le camerette — due appena — ignoro se vi sospendesse nidi di sorta, ma molte sere lo si vide entrare nella sua nuova abitazione con una signora, al braccio che non era Giulia.

Dicono alcuni che non era neppur sempre la stessa.

Intanto Giulia languiva solitaria e abbandonata.

Il triste inverno le aveva preparato tutto attorno alla casa un deserto di ghiaccio. Internamente le camere [p. 155 modifica] vaste e nude, malissimo difese contro il vento e contro la pioggia avevano un aspetto di prigione; gli alti soffitti a volta rendevano quasi inutile il fuoco che ardeva al caminetto e la povera reclusa tremava di freddo e d’affanno nelle lunghe sere di gennajo.

Cantò forse per lei il poeta:

O mia povera bella e tu nascevi
Tra i felici del mondo! Oh va, ti fida
Nelle impromesse d’una culla d’oro!

Sì, ella era nata ricca, e la sua adolescenza trascorsa negli agi le aveva creato un bisogno del lusso — ora tutto le mancava.

Quanta virtù doveva albergare quel tenero cuore di diciasette anni per soffrire con pazienza, per tacere con rassegnazione, per chinarsi con dignità!

E non una persona cara che la compiangesse — non un petto amico in cui versare le sue lagrime — non una mano tesa a soccorrerla — non un conforto — non una speranza!

L’avvenire era bujo davanti a lei.

Un giorno, fatto insolito, fu bussato alla porta della vecchia casa e la serva introdusse un signore metà cittadino metà campagnuolo, con una faccia enigmatica e un contegno misterioso, che senza dir nulla consegnò a Giulia una gran lettera timbrata e si allontanò. [p. 156 modifica] Giulia prese il foglio tremando, chè un presentimento le diceva non essere buone novelle. Era indirizzato a suo marito — ma dove farglielo pervenire? Visto che la lettera portava il bollo d’Ufficio, credette bene di aprirla per sapere di che si trattava, e con dolorosa sorpresa lesse i termini di una minaccia di sequestro, se entro quindici giorni non aveva pagato il fitto del podere.

Che fare? Dove rivolgersi? A chi chieder consiglio?

Giulia non aveva più nulla — gli oggetti preziosi tutti venduti. Olimpio le misurava il denaro e non era sufficiente per le spese giornaliere.

La notte che seguì quel giorno infausto, ella non potè chiuder occhio; le parve di vedersi circondata dagli uscieri e per ultima disgrazia il marito in prigione.

Disperata, senza guida, senza pratica d’affari scrisse a Olimpio coll’indirizzo di Roberto; Roberto, meravigliato, le rispose che l’amico non abitava più in casa sua e che, anzi, credeva fossero ambedue a Milano.

Nuovo e impreveduto contrattempo.

Ogni filo si spezzava nelle sue mani; sembrava che il destino si facesse beffe di lei; che un genio malefico le scompigliasse le più semplici combinazioni.

Fra queste angoscie non trovò altra risorsa che scrivere al suo tutore — con che cuore lo fece! — ma non si trattava che di dare un consiglio, l’elemosina d’una parola... e l’ebbe. [p. 157 modifica]

Gentilmente, poichè non era cosa che lo incomodava troppo, le scrisse una lunga lettera piena di considerazioni inutili e di sterili lamenti, concludendo che per lei non vedeva partito migliore della separazione — e le indicava all’uopo un avvocato famoso che l’avrebbe diretta nel difficile passo..

Non era la prima volta che alla mente di Giulia si presentava l’idea della separazione — e come avrebbe potuto essere diversamente, se in realtà suo marito non era mai con lei? Ora poi c’era la quistione che continuando a vivere legalmente insieme, egli avrebbe finito per consumarle tuttaquanta la dote — e allora?