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Vita – Capo III

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Vita di Francesco di Giorgio Martini - Capo 2 Vita di Francesco di Giorgio Martini - Capo 4
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CAPO III.

Va in Urbino ingegnere del duca Federico, pel quale edifica molte rocche. Il ducal palazzo d’Urbino fecelo Luciano Schiavone. Si notano gli errori di parecchi scrittori. Però i bassirilievi di quel palazzo sono di Francesco. Confutazione dell’opinione di M.r Bianchini.


Una petizione che Francesco presentò alla repubblica nel 1477, ci palesa che in quell’anno egli era già al soldo del duca d’Urbino. Eccola (1): [p. 20 modifica]
«Dinanzi a voi magnifici

Francesco di Giorgio dipentore, vostro cictadino, minimo servitore, con reverentia expone come benchè lui si trovi al presente absente dala cictà vostra per trovarsi a servigi del M.° Duca d’Urbino, ha nientemeno speranza a qualche tempo repatriare lui e suoi figliuoli; et havendo una sua casa in Siena nela contrada di S.to Giovanni, che risponde dietro nel chiasso di Ghiacceto (Diacceto) dove ha un’altra casella, et desiderarebbe fare uno ponte de la decta sua casa a la decta casella, ad similitudine di quello che va facto Francesco Marinelli per tanto supplica a V. S. che si degni por li suoi oportuni consigli fare solennemente deliberare che li sia concessa licentia di potere fare decto ponte et lui singegnarà fare assai bello acconcio, et reputarallo a gratia singulare dala V. M. S. a la quale sempre si raccomanda pregando Dio etc.».

II ponte, ossia cavalcavia, gli fu concesso di fare, con questa nota, aggiunta di altro carattere, essendo la petizione autografa di Cecco: Anno domini 1477 indict. XI die viij novembr. lecta et approbata fuit dicta petitio intes: M. Dominos Cap: populi et per eos deliberatum quod ponatur ad ordines civitatis etc. (2)

Francesco passato al soldo del Principe Feltrio non aveva però scordata la patria: ed è bello il vedere gli attestati della confidenza che in lui poneva Siena sua ed il nuovo signore che mandavalo ad essa più d’una volta suo oratore, ed è non poco onorevole per l’artista, prova essendo che la mente sua non era ristretta ne’ soli limiti della professione. Con lettera del seguente tenore Federigo accomanda il nuovo oratore alla Signora di Siena (3): Magnifici et potentes domini fratres carissimi. «Serà exibitor de la presente Francesco di Giorgio vostro citadino et mio architector qual vi dirà alcune cose per mia parte. Prego le [p. 21 modifica]SS. VV. li prestino fede a quanto vi dirà in mio nome». Ex felicibus castris pontificalibus et Regiis aput Rencine xxv julii 1478.

Federicus Dux Urbini Montisferetri Comes et Regius Capitaneus. generalis et sanctae Romanae ecclesiae Confalonerius.

Direzione: Magnificis et potentissimis dominis gubernatoribus comunis dominis eapitaneo et prioribus populi civitatis Senarum.

Altra lettera simile a questa (dal campo della Castellina 28 luglio) fu edita dal dottor Gaye. Non è improbabile che Francesco servisse allora come ingegnere le armi della lega della quale era capitano generale il duca Federico, nella guerra mossa ai Fiorentini dopo la mala riuscita della congiura de’ Pazzi.

Era questo Federico duca d’Urbino uno de’ maggiori uomini dell’età sua: peritissimo nell’arte militare e della persona sua valente quant’altri mai, amatore delle lettere, dei virtuosi uomini, del bello e del buono per senno e per bontà che aveva, poichè la vita soldatesca che menò di continuo ne’ campi non avevagli concesso di acquistar per sè quella coltura che ammirava e premiava negli altri. Io non devo parlare delle imprese sue notissime, essendone piene le storie; dirò solo degli edifizi per esso fatti che molti sono e più assai che non parrebbe per un principe guerresco, e di piccolo stato: gli architetti da lui a tal uopo condotti talvolta conosconsi, talvolta conghietturansi, talvolta ignoransi affatto: io poi ho sin’ora aspettato a parlare delle opere di Federico, perchè a questi anni era in corte sua Francesco di Giorgio come ingegnere, scrittore di architettura, e lo vedemmo ora anche oratore pel Duca.

Degli edifizi ch’egli nello stato d’Urbino condusse dal 1477, nel qual anno abbandonò Siena, sino al 1482 nel quale morì Federico, non si hanno altre notizie che quelle da lui stesso somministrateci, e poichè non se ne conoscono gli anni precisi, io li dirò qui riuniti (4). Dopo un lungo elogio fatto al Duca, già allora mancato ai vivi, aggiunge: «Non posso pretermettere la magnanimità sua che per li edifizi per lui fabbricati et ordinati si demostra, della quale io ne posso dare vero indicio, perochè per sua benignità et umanità amandomi teneramente come [p. 22 modifica]figliuolo, in un medesimo tempo a me haveva comisso cento et trentasei edificii (5) nelli quali continuamente si lavorava (f.o 20)».

Questi edifizi dovevano in gran parte essere militari, attenendoci al detto del nostro autore che parecchi ne indica: «Confidandosi el mio Ill.mo S. D. F. (Duca Federico) in la mia exigua intelligentia forse più che quella non meritava, gli piacque in più luoghi facesse fare di fondo Roche in nel territorio di sua Signoria, le quali al presente non mi pare inconveniente descriverle: la prima alla città di Cagli in uno monte supereminente tutta la città propinqua a quella piedi 300 ec..... In uno castello di sua S. chiamato el Saxo di Monte Feretro ho ordinato et facto fabricare una fortezza in questa forma ec.... In uno altro castello di sua S. chiamato Tavoletto ho fatto murare di fondo una rocha di questa figura ecc.... A la Serra (6) altro castello di detta S. ho fatto fare un’altra rocha di fondo in questa forma ecc.» (f.i 32, 33). Di queste quattro fortezze vedansene le figure e le descrizioni nel trattato stampato qui appresso, e le note apposte a luogo.

Queste sono le rocche certamente edificate coi disegni di Francesco: ma sue pur sono probabilmente quelle di Castel Durante (ora Urbania), e di S. Angiolo in Vado: queste rocche, dice Girolamo Muzio (7), fecele Federico, aggiungendo aver egli in tutte le terre dello stato fatto fabbricar rocche, da quella d’Urbino in fuori che in quel tempo n’haveva. Sono pure opera di quel tempo e di quel Duca le mura di Orciano e di S. Costanzo, accennate e descritte dal Reposati (8); e le altre che il Baldi nella sua aurea vita di Federico (9) dice da questi fatte a S. Agata, [p. 23 modifica]Pietragutola, Pietrarobbia, Montecirignone, S. Ippolito, Montalto, la Pergola, e questa amplissima ed ornata di bellissime abitazioni, quella di Cantiano indicata anche da Leandro Alberti (10), di Costacciaro, e di Mercatello, e finalmente quelle da lui risarcite a Sassocorbaro ed a Fossombrone, della qual città parla il nostro autore in modo da indicarvi una dimora fattavi (cod. Sanese f.o 10).

Certo che per compiere il novero di cento trentasei edifici che Francesco condusse contemporaneamente pel Duca, troppi qui ne mancano, tanto più che di edifici civili, a lui altro con certezza non puossi attribuire fuorchè la stalla che costrusse pel Duca d’Urbino, non so in qual città, ma certamente non nel palazzo d’Urbino stessa, poichè la pianta e la descrizione che ne fa Bernardino Baldi nella sua Descrizione del palazzo d’Urbino (11), per nulla corrispondono colle misure e colla distribuzione esposte dal nostro autore (cod. Sanese f.o 81). Narrano il Muzio ed il Baldi come Federico facesse un palazzo ornatissimo e comodo alla Carda, altri a Sant’Agata, alla Pergola (quale dev’essere quello ch’era nella rocca), a Mercatello, a Sassocorbaro con tanto ornamento con quanto se egli havesse quivi pensato di dover habitar tutto il tempo della sua vita: un altro comincionne a Castel Durante, un altro a Gubbio, i quali morte gl’impedì di compire, e di quest’ultimo francamente scrive, ma non prova, il Reposati che fosse opera di Francesco di Giorgio da Siena. Ora, in ognuno di questi palazzi una stalla dovevavi essere, ma in quale fosse, è impossibile il dirlo.

Opera certa di quel Duca è pure la cattedrale di Urbino che egli non potè compire: questa è dal Vasari attribuita a Francesco di Giorgio nel proemio alla seconda parte delle Vite (12). Di Federico sono pure la chiesa ed il chiostro de’ Zoccolanti alle porte d’Urbino, per tradizione creduti di Baccio Pontelli; fece anche, come amante della caccia, due [p. 24 modifica]barchi sulle sponde del Metauro, uno a Casteldurante, l’altro a Fossombrone; e di chiese, di chiostri e di barchi, minutamente parla il nostro autore (Cod. membran. Saluzziano f.o 11, 12, 13: f.o 65: f.o 25).

Questi sono gli edifizi che Federico ergeva a comodità sua ed abbellimento e tutela del suo stato, e di questi abbiam veduto che molti possono essere disegnati da Francesco di Giorgio, quattro soli lo sono senza contesa, dico le rocche di Cagli, del Sasso di Monte Feltro, del Tavoleto, e della Serra di S. Abondio. Ho notato di sopra come l’entusiasmo de’ Sanesi pe’ loro artisti dia troppo spesso il nome di Francesco di Giorgio a tali fabbriche che una mente spassionata riconosce opera di altri: debbo qui scendere, e me ne spiace e sarà l’ultima volta, di bel nuovo in simile contesa a dimostrare che la più famosa tra le opere di Federico, quella alla quale le penne del Castiglioni e del Bembo e di molti tra i primari letterati italiani del decimoquinto e decimosesto secolo procacciarono più fama ancora di quella che a buon diritto gliene sarebbe tornata dall’ampiezza e dalla bellezza sua, dico il ducal palazzo d’Urbino (13), dal Vasari pel primo attribuito al nostro architetto, ora per gli autentici documenti dai moderni indagatori dissepolti negli archivi, chiaramente manifestato fu opera di un architetto il di cui nome viene, direi così, nuovo affatto nell’istoria dell’arte.

Bernardino Baldi, scrittore cultissimo fra quelli dell’età sua, curioso [p. 25 modifica]investigatore delle cose antiche ed architetto egli stesso (14), il giudizio del quale è perciò di gran peso nella storia di quest’arte, aveva già trovato il vero autore del palazzo d’Urbino essere un Luciano nato in Laurana di Schiavonia e mandato a Federico dal re di Napoli, aggiungendo di aver veduta la patente fatta dal Duca a Luciano (15). Pure gli scrittori sanesi, e quelli che copiarono il Vasari, e quelli che credettero onorar vieppiù Francesco di Giorgio apponendogli quanti più edifizi fosse loro possibile, forti dell’autorità del biografo aretino, a lui si fecer debito di attribuirlo: sono questi, dopo il Vasari, l’Ugurgieri (16), Egnazio Danti (17), Daniele Barbaro (18), il Baldinucci (19), il P. Della-Valle (20), il dottor De-Vegni (21), Lodovico Bianconi (22), il Reposati (23), l’Orlandi (24), il Del-Rosso (25), il Romagnoli nella manoscritta vita del nostro autore, ed altri inediti scrittori sanesi.

Aveva puranche il Baldi accennato l’opinione di coloro i quali tenevano, non fosse stato solo Luciano a condurre quell’opera, ed altri architetti gli aggiungevano od aiuti successori suoi: tra questi egli scarta con buona critica Filippo di ser Brunellesco, la di cui morte precede di molti anni la fondazione del palazzo, e di Leon Battista Alberti ritiene probabile che vi concorresse in qualche cosa, per la famigliarità grande ch’ebbe con Federico, al quale, dice il Baldi (26), di sapere da buona [p. 26 modifica]sorgente, aver egli vivente dedicati i suoi libri dell’architettura: concorda in ciò anche l’epoca della morte dell’Alberti che non fu che nel 1472 (27). Vi concorse pur anche Baccio Pontelli fiorentino, egregio architetto, alla di cui fama (ripeto un’antica doglianza) nocque il troppo numero di eccellenti artisti che erano allora in Italia: in argomento dell’opera sua vedasi l’epitaffio erettogli già in Urbino (28), nella chiesa di S. Domenico, [p. 27 modifica]e le parole di Oliviero Olivieri, che dicono come morto Luciano, Baccio Pontelli fiorentino succedette alla fabbrica del palazzo (29). Le cose dette dal Baldi, le ripetè poscia il Milizia nelle sue Vite degli Architetti.

Ora l’antica asserzione del Baldi fu confortata d’ogni prova: il P. Pungileoni ritrovò pel primo ed accennò sin dal 1822 la patente colla quale il duca Federico crea architetto del suo palazzo d’Urbino il maestro Luciano di Martino da Laurana, piccola città di Dalmazia (30); stampolla quindi nel 1836 nelle sue memorie di Bramante (31). Per tal modo resta destituita d’ogni fondamento l’opinione di coloro che volevano Francesco di Giorgio architetto inventore del palazzo d’Urbino: ne emerge anche una conseguenza di molta importanza, ed è che i principi Feltreschi tenevano il nostro Cecco in conto di ingegner di guerra anzichè di architetto, giacchè morto il Laurana nel 1482, tolsero a vece sua il Pontelli, e non Cecco, che pure era allora in quella corte (32).

Nè è che con ciò io voglia escludere affatto Francesco dalle opere di quel palazzo: bensì ho voluto far chiaro ch’egli poco fece di edifizi civili: un lavoro suo è in quel palazzo, ed è tutto militare, dico la serie de’ settantadue bassirilievi di marmo bianco che fregiavano il muretto in facciata, furono quindi nel 1756 per cura del legato Cardinale Stoppani tolti e collocati ne’ corridoi superiori. Questi bassirilievi costituivano un vero fregio, e forse per ciò equivocò il Vasari quando disse aver Francesco dipinto nel palazzo d’Urbino un fregio pieno di cose rare appartenenti alla guerra (33). [p. 28 modifica]

Giovanni Santi parlando di questo palazzo dice che Federico

Et per ornarlo ben d’ogni dilecto

Tirò de tucta Italia i più famosi

Intagliator de marmi ec.


e questo fregio fu intagliato da Ambrogio da Milano, che propagò in Urbino la famiglia Barocci (34); illustrollo monsignor Francesco Bianchini con settantadue tavole e lunghe spiegazioni scritte dapprima in latino, e traslate poscia in italiano per uniformarle colle opere del Baldi (35).

Il dotto illustratore stabilisce essere Roberto Valturio autore della maggior parte delle figure espresse in questi bassirilievi, citando l’opera di questo scrittor militare che si può dire coevo di Francesco di Giorgio, e di questi più versato nella conoscenza della milizia antica, meno assai nella moderna, uomo di lettere anzichè di guerra. Ho comparate anch’io le figure che sono nel libro X dell’Arte militare del Valturio con quelle di Urbino, e trovai che il bassorilievo XIII rappresentante un drago macchina (dice il Valturio) secondo li popoli di Arabia da conbatter cittade grande et piena di uomini ec. è veramente tolto dai disegni di quest’autore: che le tavole 12, 14, 16, 17, 18 sono comuni al Valturio ed a Francesco di Giorgio con poco divario: delle rimanenti poi (ne eccettuo quelle di ornamenti e trofei militari, ideate dall’intagliatore anzichè dall’ingegnere) quelle segnate 3, 4, 22, 29, 50, 54, 61, 68, 72 sono appunto quali vedonsi nel Codice regio di Torino (36), dall’autor nostro indirizzato al duca Federico; dal libro stesso provengono [p. 29 modifica]pure tutti i molini espressivi, le barche che sollevan pesi, ed altre meccaniche. E qui cade in acconcio di osservare che il Bianchini, che tali figure credè e disse del Valturio, viene poi senza saperlo nella opinione ch’esse siano veramente di Francesco di Giorgio, ed ecco le sue parole (37): «Prima d’ogni altra cosa si deve avvertire, che queste figure di catapulte, baliste e simili macchine militari scolpite ne’ bassi rilievi del palazzo di Urbino si ritrovano appresso Lipsio che afferma essere state ricopiate da un manoscritto antico della libreria di quei Duchi, che passò nella Reale di Savoia». Ora, il manoscritto accennato da Lipsio è quello appunto che conservasi in Torino nella privata biblioteca del Re, ed ha il nome dell’autor nostro, ed io lo descrivo nel Calalogo de’ codici, al N.° V.

Altre di queste macchine mancano presso il Valturio, mancano pure nel Codice regio, ed allora trovansi nel Codice membranaceo Saluzziano (38).

Parmi ora provato abbastanza che le macchine militari del fregio di Urbino siano di Francesco di Giorgio, e non del Valturio: e ciò sia detto senza colpa del Bianchini, non conoscendosi allora i codici dell’architetto sanese ed essendo dippiù tuttora ignoti affatto i due codici torinesi dai quali attinsi queste notizie (39).

Dell’epoca del fregio deve anche essere il Liber de architectura, copia antica del quale è il Codice regio torinese, dall’autore diretto con lunga prefazione o dedica a Federico Duca, e presentatogli per conseguenza dal 1474 al 1482. [p. 30 modifica]

Termino il discorso del palazzo d’Urbino, osservando che qualcheduno dirà forse che chiara testimonianza dell’essere stato Francesco architetto si ha nel suo epitaffio: qvae strvxi vrbini aeqvata palatia coelo ec.; al che io rispondo non essere sicuro che il Vasari istesso, che solo fra gli antichi lo cita, non abbia sbagliato da questo ad altro architetto: che i Sanesi stessi, ai quali più accomodava questo argomento, non furono mai concordi della chiesa nella quale esso fosse già locato: essere cosa nota che la maggior parte di quegli elogi, e fors’anche tutti, sono fattura (quasi direi esercizio scolastico) di letterati che visser dopo; e finalmente che cessa ogni raziocinio appetto a documenti sicuri e negativi (40).

  1. Archivio delle Riformag. di Siena. Scritture concistoriali. Fascio 21, trovato dal Romagnoli, come tutti i seguenti documenti, e stampato dal D.re Gaye al n.° CV.
  2. Le minute estratte dal Romagnoli portano la tassa da Francesco pagata il 15 nov. 1477 per la petizione mandata al Consiglio: e quella del 25 detto per la petizione che vuole mandare al chonsiglio. Abitava nella detta casa ancora nel 1498: i suoi eredi nel 1509 già se n’erano spodestati.
  3. Arch. delle Riform. Lettere. Filza 5.
  4. Valgomi per questa enumerazione del Codice Sanese autografo.
  5. Di tanti edifizi parte rovinarono per incuria, e moltissimi (poichè i più erano rocche e castelli) furono d’ordine del duca Guidobaldo disfatti dopo l’anno 1503, per la qual cosa, come di profonda politica fu assai laudato dal Machiavelli (Principe, capo 20), perchè essendo amato dagli uomini, per rispetto di loro non li voleva: e per conto de’ nemici, vedeva non poterli difendere, avendo quelli bisogno di uno esercito in campagna che li difendesse (Discorsi, Lib. II, capo 24), però le rocche della Pergola e di Gubbio furono demolite nel 1502 dal Valentino (Reposati, vol. I. 349).
  6. La Serra di S. Abondio.
  7. Historia de’ fatti di Federico di Montefeltro. Venezia 1605, libro VII, pag. 404.
  8. Della Zecca di Gubbio. Vol. II, pag. 395 segg.
  9. Descrizione d’Italia. Bologna 1550 f.o 260.
  10. Libro VII, pag. 56. Di questa vita stampata la prima volta in Roma nel 1824 si valse nell’opera sua più da plagiario che da istorico il Reposati.
  11. Cap. XI.
  12. Baldi, Vita, luog. cit. La facciata del duomo fu eretta solo nel 1782, la cupola che era opera del celebre matematico Muzio Oddi, nel 1604, cadde nel 1789 (Lazzari, Prefazione alla lettera di Gian Carlo Galli, pag. 71). Se ne ha la pianta presso il Bianchini.
  13. Non creda alcuno che io voglia con queste parole scemar punto di pregio a quel palazzo che veramente è ricco assai di bellissime parti; ma la verità mi costringe a dire che v’erano allora nelle città italiane molti nobili e mercanti che le case loro edificavano in modo più splendido assai, sia per la regolarità della pianta, che per la ricchezza dei materiali e per la eccellenza del disegno; valgano a prova del mio detto quanto tuttora vedesi in Firenze ed in Venezia, valga l’immenso palazzo di S. Marco in Roma, opera di quel Bernardo di Lorenzo fiorentino, del quale ho parlato di sopra, ed era sinora sconosciuto architetto: valga il bellissimo che Sante Bentivoglio fecesi in Bologna nel 1460 coi disegni di un Pagno, o Pago da Firenze, architetto poco noto anch’esso (Borselli, in R. ital. script. Vol. XXIII, col. 892. Gozzadini. Memorie di Giov. II Bentivoglio. 1839, pag. 233). Ma non so per qual destino, se pure non direi meglio per quale pigrizia ed incuria, gli architetti studiano sempre gli stessi edifizi nelle stesse città, gli scrittori della storia artistica impongono agli edifizi più celebri i nomi degli architetti più illustri, togliendosi così gli uni il mezzo di arricchirsi la mente d’idee nuove, gli altri il mezzo di onorar la patria onorando il nome di coloro ai quali fu ingiusta la fama.
  14. Sono noti gli scritti suoi sopra Vitruvio.
  15. Descrizione del palazzo d’Urbino, cap. II.
  16. Pompe Sanesi. Vol. I, tit. 21, pag. 661.
  17. Commenti alla Prospettiva del Vignola. Roma 1642. Annotazione 3.a alla regola I.
  18. Commenti ai dieci libri dell’Architettura di Vitruvio. Venezia 1556, lib. VI, cap. 10.
  19. Notizie de’ Professori del disegno. Vol. I, pag. 567.
  20. Lettere Senesi. vol. III.
  21. Lettere Senesi, vol. III, pag. 89 e 99.
  22. Lettere Senesi, vol. III, pag. 78 segg. Questa lettera postuma del Bianconi, qui stampata, manca alla collezione delle opere sue (Milano 1802), e dal Moreni (Bibliografia Toscana I, pag. 124) dicesi essere smarrita: ne dubitarono anche il Mazzucchelli ed il Fantuzzi, mentre il Mariotti nell’elogio del Bianconi accennò pure che non se ne sapesse altro.
  23. Zecca di Gubbio, vol. I, pag. 413.
  24. Abecedario pittorico, vol. I, pag. 413.
  25. Lettera Antellana II. Vedasi Serie degli uomini più illustri nella pittura, scultura ed architettura. Firenze 1769, vol. II, pag. 85.
  26. Vita di Federico, lib. VII, pag. 55.
  27. Chronicon Matthiae Palmerii, col. 256.
  28. Riferito dal Gaye in calce al documento CXVII ..... dum a Federico accitus aulam regionum omnium pulcheriimam edificiorum arte tota designaret ec. Vedasi il citato documento presso il Gaye, nel quale parlasi del disegno che Baccio ritrasse del detto palazzo, ed inviollo al Magnifico Lorenzo. Baccio era anche pittore, e le parole dell’epitaffio arte tota indicano che nel palazzo d’Urbino egli fu architetto, pittore e scultore. Non conosco quanto di Baccio scrisse il Gaye nel giornale il Kunstblatt, ben so che troppo poco è quanto, a modo di appunto, ne diede il Vasari nella vita di Paolo Romano: un’opera sua, per la quale v’è tutta la certezza morale, è la cattedrale di Torino, una delle migliori chiese di quell’epoca, solo monumento che questa città conservi del miglior secolo, e quindi da gente non avvezza al bello disistimata e pressochè tacciata di barbarie. Ridevole affatto è l’opinione di chi la dice edifizio de’ Longobardi: fecela il cardinal Domenico della Rovere e compiella nel 1498; il Pontelli era architetto dei Della-Rovere e segnatamente del cardinal Domenico, pel quale edificò in Borgo di Roma il palazzo ancora esistente; sappiamo d’altronde che la cattedrale nostra fu cominciata nel 1492 con disegno venuto da Roma, argomentandolo dalle misure espresse nei capitoli d’appalto (Torino nel 1335, descritto da Luigi Cibrario, pag. 13): le porte, pari alle più belle, sono opera di un Franceschino Caverna da Casal-Monferrato, una delle pile dell’acqua santa è di Sandro di Giovanni fiorentino, l’altra è di mano inferiore d’assai. D’altronde chi ha vedute, ma non coll’occhio del volgo, le chiese di S. Agostino e del Popolo in Roma, e quelle di Montorio e della Pace, non può dubitare che l’autore di queste non sia pur quegli del S. Giovanni di Torino: aggiungerò che questa chiesa non solo è opera sua, ma di più è la più bella tra le opere sue. Per l’onore di questa città io auguro che questo monumento sia più apprezzato e conosciuto. Avverto ancora che l’abside fu distrutta circa il 1656, e distrutto allora pure l’altar maggiore, opera lodatissima dall’Ughelli (in episc. taurinensibus). Gaudenzio Merula, uomo certamente dotto e vissuto in Milano colla scuola di Leonardo, scriveva di Torino: Templo ornatur S. Ioannis Baptistae, adeo ex simetria christiana deducto, ut unum vix et alterum simile in tota Italia reperies (Ms. negli Archivi Regi di Torino). Il Vasari lo chiama Pintelli; bene avverte il Gaye, che Pontelli è il nome suo, ma due altri documenti (oltre le parole dell’Olivieri e del Baldi) già lo accertavano, in uno de’ quali leggesi che dilectus filius Bartholomaeus Pontelli Florentinus è mandato da Sisto IV a vedere la fortezza di Civitavecchia (Frangipani, Storia di Civitavecchia, pag. 124): e Pontelli è pur anche appellato nell’antica cronichetta di Osimo edita dal Martorelli. Aggiungo che certamente del Pontelli intender deesi per quel mastro Baccio, detto da Urbino, perchè di là veniva, autore della rocca di Sinigaglia sullo scorcio del XV secolo (Pungileoni, Memorie di G. Sanzio, pag. 82).
  29. Presso il P. Pungileoni, Memorie di Giovanni Santi. Urbino 1822, pag. 83.
  30. Data dal castello di Pavia il 10 giugno 1468. Ved. Pungileoni, Memorie di Giov. Santi, pag. 71, ed ivi le testimonianze di questo pittore poeta.
  31. Pag. 63. La riprodusse il Gaye al docum. LXXXVII.
  32. Oltre i sinqui detti, enumera il Baldi nella vita di Federigo altri architetti di quel Principe, e sono un Gondolo tedesco, ed Ambrogio Barocci milanese avolo del pittor Federico: a questi io aggiungo Gentile Veterani urbinate che lo servì come ingegnere nell’assedio di Volterra (Vita cit., lib. X, pag. 219) del 1471, e Ciro ossia Scirro Scirri da Casteldurante, del quale belle notizie leggonsi alla pag. 28 della Cronaca di Castel delle Ripe.
  33. Ecco cosa ne dice il geometra Luca Paciolo contemporaneo (Divina proportione. Venezia 1509, parte I, cap. 2) «Federico feltrense tutto el stupendo edificio del suo nobile e admirando palazzo in Urbino circumcirca da piede in un fregio de viva e bella pietra per man de dignissimi lapicidi e scultori ordinatamente feci disporre. Si commo fra gli altri de Iulio Cesare de lartificioso ponte in suoi commentarii si legi». Questo ponte avevalo già descritto l’Alberti al cap. 6, libro IV, ed il bassorilievo, del quale non ho altra notizia, doveva essere suo disegno. Prima di questo periodo fa il Paciolo un breve elogio del Valturio, ma è cosa da questa staccata affatto.
  34. Memorie di Giov. Santi, pag. 85. Baldi, Descriz. del Palazzo ec., cap. 14.°
  35. Sono nelle Memorie concernenti la città d’Urbino. I rami stessi servirono ad una contraffazione sortita da non so qual città d’Italia col titolo Macchine et istrumenti militari degl’antichi Romani. Espressi in tavole di rame 1500. Cosa intendesse il contraffattore per quest’anno 1500 io veramente nol so: trovo bensì che in vece di settantadue bassirilievi, ve ne sono soli sessanta, coll’aggiunta di otto stampe di scudi argolici, dai rami dell’opera del Bianchini.
  36. Di questo codice vedasi la descrizione nel Catalogo ragionato de’ codici. ec. che sarà dato dopo N.° V.
  37. Descrizione delle Sculture del Palazzo d’Urbino, cap. 12.
  38. Tali sono le figure 1, 3, 4, 5, 10, 12, 14, 22, 30, 37, 40, 48, 49, 50, 53, 54, 57, 58, 60, 61, 62, 68, 69, 71 e 72, le quali trovansi in questo codice disegnate colla più minuta esattezza. Gli scrittori che al Valturio attribuirono quei bassirilievi non altro fecero che seguire il Bianchini senza esame. Per figura, il Muccioli nella Biblioteca Malatestiana, vol. II, il Battarra nella Raccolta milanese pel 1757, seguito dal Tiraboschi, il Venturi a pag. 43 della Memoria sulle artiglierie.
  39. Con miglior ragione potrebbesi apporre al dotto Prelato di non aver sempre spiegate bene le rappresentanze di quei bassirilievi. Per figura, la tavola 53.a contiene sotto l’odometro due navi dall’albero delle quali si abbassano ponti, ed egli (capo 15.°) le riferisce ad uso odometrico: nella tavola 20 è effigiata una bombarda sul suo letto, presso alla quale stanno, mal disegnate, due code a vite quali allora usavano, che egli (capo 19) scambia per una terebra da trapanar muraglie.
  40. Scrisse il Romagnoli caldo settatore dell’enciclico sapere del Martini, che nel suo taccuino che è nella biblioteca di Siena, sono segnati molti ornamenti di quelli intagliati nel palazzo di Urbino: io ho veduto gli uni e gli altri, e fui convinto che tra quei disegni e quegl’intagli corre solo quell’analogia che sempre sarà tra opere emananti da un tipo comune, ma identità non v’è.