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Vita – Capo IV

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Vita di Francesco di Giorgio Martini - Capo 3 Vita di Francesco di Giorgio Martini - Capo 5
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CAPO IV.

Federico lo accomanda alla Signoria di Siena. Ritornato in patria, vi è ingegnere, ed oratore pel Duca. Va un’altra volta in Urbino, e fa alcune rocche pel Prefetto di Roma. Chiamato dai Cortonesi disegna la chiesa del Calcinaio. Rimpatria, ed è fatto ingegnere provvigionato della repubblica.


Francesco domiciliato fuori di patria ambiva però in essa quegli onori che nelle repubbliche d’Italia erano sovrano desiderio e premio dei cittadini: valevasi a questo intento del bel nome di Federigo e del bisogno che correva pe’ Sanesi di obbligarselo: scriveva perciò il Duca a quel comune in questi termini (1): [p. 31 modifica]
Magnifici et potentes domini fratres carissimi.

«Io ho qui alli servitii miei Francesco de Giorgio vostro citadino et mio dilettissimo architecto qual desideria fosse messo in quello Magnifico Regimento perchè così recerca lingegno, bontà, prudentia et virtù sue. Per tanto prego Vostre M.tie che li piaccia de eleggerlo aciò et a numerarlo cu li altri dello stato, che da quelle lo riceverò in singolar apiaxer: come più largamente referirà el vostro M.co Ambaxiatore per mia parte, Et rendanose certe le S. V. che se io non fosse certo, che de lui non se po ma sperare altro che bene fedelità et utile de quello stato Io non lo meterìa nè pregarìa per lui, Et ultra ciò recomando ale S. V. Berardino di Lando et li fratelli che se non possono obtener el stato almeno non siano confinati che luno et laltro receverò in gratia di V. S.rie et mi serà tanto grato quanto cosa che per uno tracto lo potesse ricever da quelle alle quali mi offero et racomando. Ex Durante xxvj Julii 1480».

Federicus Dux Urbini Montisferetri ac Durantis Comes et Regius Capitaneus generalis ac Sancte Romane Ecclesie Confalonerius.

Direzione. Magnificis et potentibus dominis fratribus carissimis dominis Officialibus Baylie civitatis Senarum.

Non ottenne Francesco dalla lettera del Duca quanto sperava: ebbe però dal reggimento della patria la sovrastanza come architetto del comune di Siena per rifare il cassero di Sesta (2) pel quale furono dati fiorini 500, ed eletti operai Paolo di Vannoccio Biringucci ed Agnolo Benassai. Segue all’anzidetta una memoria dicente: «La fabrica di Cerreto è giudicata di grande importantia però si elleggono operai a quel lavoro Pandolfo Petruccio, Pavolo di Vannoccio e Francesco di Giorgio». E queste notizie ne indicano come il Martini dimorasse in patria qualche tempo, non cessando però dal servizio del Duca, chè anzi gli era ambasciatore in alcuni affari, come dalla presente lettera che Federico inviava ai signori della balìa di Siena (3). [p. 32 modifica]
Magnifici domini fratres carissimi.

«Io ho commesso a Franc.o da Siena mio architetto presente portator che per mia parte dica alcune cose ale S. V. Piaccia a quelle crederle et darli piena fede quanto a me. Aparecchiato ali piaceri dele S. V. Eugubii xxi iunii 1481 ec.».

E nel detto anno ei proseguiva la sua dimora in Siena leggendosi di propria mano la denunzia de’ beni per lui posseduti, in questi termini: «A. 1481. Dinanzi a voi spectabili cittadini eletti a fare la nuova lira dicesi per me Francesco di Giorgio di Martino avere li infrascritti beni. Una chasa di mia abitazione nel terzo di città posta in sula piazza di Santo Giovanni, el suo magazzino dietro detta chasa el quale tiene Battista Pianellaio per ponarvi ec..... Item cinque figliole femine e una di queste d’anni dodici e uno fanciullo maschio di sei mesi e la donna gravida. Rachomandomi ale vostre spectabilità» (4). Questo stabile nella tassa del 1498 è denunziato per lire 425. 4. In altr’atto del 1488, veduto dal Romagnoli nel tomo XXVI delle Denunzie, Cecco è detto padre di quattro femmine e due maschi.

All’anno 1482 spettano i lavori ch’egli pei suoi creati condusse in S. Francesco di Siena, giusta la cronaca dell’Allegretti: ma di ciò ho parlato quando cadde discorso dell’edificazione di quel convento. Questa notizia del cronista sanese è del 2 di settembre, e da essa impariamo che Cecco era in Urbino quando il duca Federigo moriva in Ferrara il 10 settembre del 1482: l’artista perdè in esso un patrono altissimo e di tutta efficacia, nè gliene fu ingrato, poichè nel trattato d’architettura ch’ei rifece dopo morto il Duca, impiegò alcune pagine a tesserne le lodi in modo che vedonsi in lui mosse da affetto di riconoscenza, apertamente dichiarando che l’animo suo sarebbesi smarrito nell’indagare le difese da opporsi alle nuove artiglierie, quando non gli fosse soccorso l’aiuto ed il fomento prestatigli da Federigo, dal quale siccome figlio fu amato, e signor suo sempre chiamandolo e venerandone la memoria; bene anche fece Guidubaldo figlio e successore di Federigo ritenendo al suo soldo quest’uomo confidente del padre, pratico delle cose di stato, [p. 33 modifica]e di più conoscitore perfetto ed autore della maggior parte di quelle rocche che formavano la difesa del ducato.

Ho notate le opere condotte per comando del duca d’Urbino: restanmi quelle accennate dal Vasari, dove dice che Cecco ritrasse Federigo in medaglia e di pittura: di questa non so che ne sia, la medaglia è forse quella riferita dal Reposati (5), la quale, se non mente il disegno, apparisce fusa, non coniata: quindi con maggior fiducia la crederei di Francesco che fu eccellente fonditor di bronzi. Trovò il Romagnoli nelle Riformagioni di Siena, una lettera data da Urbino 7 novembre 1457, colla quale Federigo dimanda alla signoria di Siena «uno maestro da gittare bombarde. Et perchè io sò informato, che lì in Sena è uno bono et sufficiente maestro, quale me satisfaria assai, chel conobbi fin dalora quando stetti lì amalato..... debbo sperare che le S. V. me compiacciano del detto maestro ec. (6)». Chi fosse questo maestro confessò il Gaye (docum. LXIX) di non saperlo, ma il Romagnoli credello il nostro Francesco appunto perchè rinomato gettator di bronzi: ciò è vero, ed è vero ancora che molti disegni di bombarde incontransi nei suoi libri; però quel maestro non è altrimenti Cecco, ma quell’Agostino da Piacenza bombardiere della signoria di Siena, il quale giusta l’asserzione di un contemporaneo: machinarum bellicarum, tormentorumque inventor longe omnium peritissimus per ea tempora habebatur (7): e fuse per Pio II tre bombarde dette la Silvia, la Vittoria e l’Enea (8).

Circa l’epoca stessa furono lo opere militari dal nostro architetto condotte in servizio di Giovanni della Rovere: era questi nipote di papa Sisto IV, il quale volendolo beneficare creollo nel 1475 signore di [p. 34 modifica]Sinigaglia e del vicariato di Mondavio (9) e poco stante prefetto di Roma (10), e duca di Sora e di Arce; diedegli pur anche in isposa la Giovanna figlia di Federigo, facendo egli intanto le prime armi sotto questo gran generale. Dice adunque il Martini (Cod. sanese f.o 33): «In una terra del signor Prefecto decta Mondavi ho facto edificare una rocha con queste parti (11)..... A Mondofi (Mondolfo) terra del dicto signore Prefecto ho fabricato una altra rocha dai fondamenti, composta per questa altra forma ec.» (12). Le quali rocche sono veramente sontuose, giacchè in uno scandaglio fatto, or è un secolo, valutossi la prima a scudi romani 30998, la seconda a sc. 50846 (13). Anche nella corte del signor di Sinigaglia trovò Cecco l’antico rivale Baccio Pontelli, che fece la rocca di questa città (14).

Trovavasi Francesco nel 1484 in Gubbio occupato non so in qual opera, seppur non era nel piccolo palazzo ducale, che tanto nel cortile ritrae di quello d’Urbino (e ciò io dico a modo di conghiettura, poichè stabilito il concetto di quelle elevazioni, ogni cosa è talmente data che grandissima analogia deve forzatamente risultare anche tra opere di autori disparatissimi), allorchè alcuni prodigiosi eventi accaduti in una città vicina, lo chiamarono in più splendida scena, e diedergli occasione a lasciare quell’opera che sola con certezza ci addita qual fosse l’ingegno suo nella civile architettura.

A mezza costa della montagna di Cortona, di contro a Montepulciano, in sito di amenissima vista che estendesi dai monti di Radicofani alla sottoposta valle della Chiana, eravi in una breve convalle un edifizio di concia per l’arte de’ calzolai di Cortona, e sul muro dipinta una [p. 35 modifica]immagine della Madonna. Era il giorno 18 aprile dell’anno 1484, allorchè una subitanea fama corse pei vicini paesi di prodigi ivi operati: accorrevano i fervorosi popoli, portavan doni, e tanto crebbe il concorso ed il grido, che pensossi pressochè all’istante ad innalzare dove non era che una povera concia, un magnifico tempio: padroni del sito pochi e poveri calzolai, il fondo tutto macigni e dirupi, protezione e conforti nessuni: d’altra parte, spiriti fervidissimi di religione, e ciò che tanto onora questa italiana natura, ingenito amore del grande onde ai popolani nostri nessuna opera fosse pure dispendiosa, metteva dubitanza, e gli edifizi destinati al culto di Dio, a decoro e tutela della patria magnifici li volevano, e magnifici veramente facevanli.

Concertato il pensiero del tempio, i calzolai furono da Luca Signorelli onore della patria loro, e questi che probabilmente in Orvieto aveva conosciuto Francesco, addossossi l’incarico, e sapendolo in Gubbio, vi si portò nel giugno dell’anno stesso 1484 (15). Assunta l’impresa, Francesco si portò in Cortona, attese le grandissime difficoltà della fondazione sur una ripida costa impedita dall’acque della concia: ed appena giunto fece tosto disegno e modello della chiesa. Prima opera fu il preparare la superficie: «L’ingombro insuperabile del monte, dice il Pinucci al capo VI, che circondava la valle, non permetteva il distendersi in quel ristretto terreno. La sorgente viva delle acque che copiose scendevano e s’allargavano intorno alla sacra imagine, non dava speranza di assicurarvi la fabbrica. Per rimediare all’uno ed all’altro impedimento, si ascoltò il parere di vari artefici e capi-maestri (libro di ricordi di Toto di Gulino camarlingo de’ calzolai, pag. 19), e furono speciosi i sentimenti delle diverse loro opinioni. Ma venuto appena sulla faccia del luogo Francesco di Giorgio, fece subito conoscere che l’unico riparo era il taglio del monte nella parte di sopra e lo scavo di straordinari fondamenti, onde le acque della concia avessero libero il passaggio di mezzo ad essi e sotto la chiesa. Così [p. 36 modifica]diviso ed appianato il monte, così regolate e ben dirette le acque, non meno provvide all’angustia del sito, che alla sicurezza dell’edifizio (16)».

Il giorno 6 giugno del 1485, accorsavi immensa moltitudine di popolo, fu solennemente murata la pietra fondamentale da Silvestro di Giuliano Ciaffini capitano della città di Cortona pei Fiorentini. Il libro I delle Deliberazioni del pubblico di Cortona, ne contiene un lungo rogito, del quale, essendo a stampa (17) io ne citerò quel tanto solo che è ad onore dell’architetto. Quidam Franciscus de Senis singularis architector residens ad servitia Ill.mi Domini Phederigi Ducis Urbini venit in eorum notitiam, qui ad eorum requisitionem se contulit ad dictam Civitatem Cortonae, et viso loco et situ aedifitii fundandi construssit formam templi sculptum in ligno, secundum cujus formam supra praescripta die fuit fundatum dictum templum modo et ordine infrascripto.

Il Vasari, il quale attribuì a Francesco di Giorgio le fabbriche di Pienza ed il palazzo d’Urbino, cose certamente non sue, tace affatto della chiesa del Calcinaio (18), circa la quale non cade dubbio essere Francesco l’architetto. Egli veramente, tacendo, può essere accusato d’ignoranza, non già di errore: ma bastò che dicesse altrove (19) come il vecchio Antonio da Sangallo aveva fatto un modello della Madonna di Cortona, perchè i susseguenti scrittori, e dico de’ Cortonesi, che le cose loro [p. 37 modifica]dovevano conoscere meglio di qualsivoglia altri, tosto al Sangallo l’attribuissero, nè badando pure alle parole che vengon dopo, il qual modello non penso che si mettesse in opera, e confondendo evidentemente questo vecchio Antonio Giamberti col giovane Picconi da Sangallo che gli era nipote, e tanto lo vinse per ingegno e per impieghi avuti. Vedasi il Tartaglini che assicura che il disegno è d’Antonio da Sangallo (20), ed il Rondinelli che scriveva nel 1591, nè si può mai vedere il più bello, nè magnifico disegno di Antonio da Sangallo (21). Fortuna conservò i vecchi registri e per questi si dà lode della bella opera al vero autore. Dicasi puranche che l’errore degli storici non è errore del Vasari, il quale non asserì nulla.

La pianta e la facciata di questo bellissimo tempio furono incisi e stanno in calce al libro del Pinucci. V’è una sola nave con tre cappelle per fianco, la trasversa ha gli sfondi eguali a quello del coro, le cappelle sono semicircolari; le navi sono larghe m. 11,22: gli sfondi 8,74: la lunghezza totale interna 44,89: la lunghezza della transversale 27,70: il lato del quadrato sul quale posa la cupola 11,07: le mura fuori terra sono grosse 2,62. La facciata è a tre ordini di ottime proporzioni, coronata dal frontispizio, dietro il quale s’innalza la cupola ettagona colla lanterna e croce, avendo in totale altezza m. 49,26; la porta è graziosissima. La costruzione è di quella pietra serena della quale è formato il monte, bella all’occhio, ma soggetta a troppo pronto disfacimento, per essere arenaria. Montò la spesa ad 80,000 fiorini, somma egregia per que’ tempi, non computando l’opera gratuitamente prestata per voto da ogni sorta operai.

La lentezza colla quale sono soliti procedere simili edifizi, fece si che non erasi ancora messa mano alla cupola, e già Francesco era mancato ai vivi; aggiunge il Pinucci che erasi pur anco per incuria smarrito l’antico modello. Allora i capi della fabbrica si volsero a Firenze e da questa città ebbero un Pietro di Domenico di Norbo, il quale dovette nuovamente disegnare la cupola (22), e poscia, non trovandone [p. 38 modifica]ancora abbastanza solidi i piedritti, prima di collocar le centine raddoppiò gli archi: la muratura della sola cupola non fu finita che in capo a sei anni, cioè cominciata nel 1509, fu chiusa nel 1514. Buono stile usò nel complemento suo M.o Pietro e benchè l’invenzione non abbia grande analogia colla restante opera di Francesco, egli è scusabile perchè d’altronde l’anomalia nemmeno non è molta. Un disegno d’una chiesa, a f.o 14 del Codice membranaceo Saluzziano, e che nella parte inferiore assaissimo s’avvicina a quello del Calcinaio, ha la cupola senza finestre nel tamburro, un ballatoio sul cornicione, e la lanterna di sole colonnette isolate.

Da Cortona dove avevalo chiamato la fama della sua valentìa in architettura, non tardò Francesco a recarsi in patria: una nota del 19 dicembre 1485 riferisce una provvisione fatta dalla Balìa allo excellente architettore Francesco di Giorgio, passando in consiglio la proposta per lupini bianchi 174 contro 41 neri (23); e nell’ultimo bimestre dello stesso anno risiedè priore pel terzo di S. Martino nel supremo concistoro della repubblica con Lodovico Luti, Antonio Marri merciaio e Cione Urbani, essendo capitano del popolo Luca Vieri (24). Quindi nel volume 134 della classe C. del citato archivio nel luglio e settembre sono segnate varie partite di danaro amministrate e da riceversi da Francesco di Giorgio e da Antonio Barile conduttori del ponte a Merza (25): così pure le annotazioni già compilate da Celso Cittadini e citate dal Romagnoli c’indicano gli stessi architetti deputati a visitare il ponte di Petriolo, e quindi conduttori dell’opera di questo ponte e dell’anzidetto della Merza.

La patria Sanese che aveva fatto l’architetto suo partecipe de’ pubblici pesi e degli onori, decretavagli ancora una provvisione, della quale il registro è concepito come segue (26): «Ultimo novembre 1486 certi [p. 39 modifica]cittadini..... provviddero et ordinarono come Maestro Francescho di Giorgio sia condocto ali servitii del Comune di Siena, ciò è dela camera della città di Siena, per li bisogni di quella et ali bisogni dele terre et roche et altre occorrentie pubbliche dela città, contado et iurisdictione di Siena, mentre che vive, secundo che per li Magnifici Signori officiali di Balia o officiali de la guardia, che per li tempi saranno, li sarà ordenato. Et sia obbligato a andare per lo contado et iurisdictione di Siena dove et quante volte per alchuno de dicti Magistrati li fusse ordinato senza alchuno pagamento.

Et per substentatione sua et de la sua fameglia et per provisione di dicta obbligatione a lui si intende ex nunc dato et attribuito possessioni et beni stabili incamerati o che si incamerassero per lo comune di Siena di valuta di fiorini 800 in mille di ll. 4 per fiorino non ostante qualunque cosa. Delli quali el prezzo abbi a dichiarare la Balia, non passando detta somma, et quali possessioni et beni habbino a essere habbino a dichiarare tre del collegio da eleggersi per lo Priore et Capitano: et dotto Francescho debbi tornare a stare a Siena familiarmente in tempo di mesi sei proximi». Ed altrove (27): Pro Francisco Georgii..... audita etiam infrascripta petitione Francisci Georgii ingegneri jam esaminata concorditer decreverunt adprobare et approbaverunt dictam infrascriptam petitionem et quod fiat et exequatur in dicta et predicta pro ut in ea continetur cum ista conditione quod teneatur facere dicta hedificia contenta in dicta petitione infra terminum de quinque annorum prossime futurorum.

  1. Biblioteca pubblica di Siena A. III, 8 f. 2. Questa lettera fu stampata dal Della Valle a pag. 77, dal Bottari nelle Pittoriche, e dal Reposati a pag. 263. Nei copialettere della repubblica non trovasi la risposta del Comune.
  2. Archivio delle Riform., fascio 22 e 23. Il Cassero di Sesta avevanlo comprato i Sanesi dagli Ubertini nel 1388. (R. I. S., vol. XIX 389). Il Cerreto sotto mentovato è certamente il castello detto Cerreto del Chianti in Val-d’Arbia a sei miglia da Siena.
  3. Arch. delle Riform., filza n.° 5. Gaye, nota al docum. CVIII. Anche a questa lettera manca risposta ne’ copialettere della Repubblica.
  4. Arch. delle Riform. Denunzie vol. 20. La lira è il catasto de’ Fiorentini.
  5. Vol. I, pag. 256. Il diametro suo è di 0,120: v’è nel diritto la testa del Duca col motto Hony soyt qy mal y pense, nel rovescio cinque putti sostenenti un bacile coll’aquila Feltria. Alcuni medaglioni di bronzo coll’immagine di Federico furono coniati da un Clemente plastico.
  6. Fu malato in Siena nel verno uscente l’anno 1453 (Baldi, Vita di Fed., lib. III, pag. 163); od a meglio dire nel 1452, come narra il Berni nella Cronica Eugubina.
  7. Franc. Contarini, Historia de rebus gestis a Senensibus adversus Flor. et Petiliani Comitem, lib. I, pag. 9, ad an. 1454.
  8. Pii II Comment., lib. V, pag. 245 (an. 1460). Bombardas, quas paulo ante Augustinus Placentinus eiusce artis egregius opifex, iubente Pontifice fuderat etc. Di questo maestro bombardiere si hanno belle notizie in parecchi scrittori di que’ tempi.
  9. Anonymus Vita Sixti IV (apud R. It. Script., vol. III, part. II, col. 1063).
  10. Id. ib. Diario dell’Infessura, col. 1145, ad an. 1475.
  11. Di Mondavio dice Sebastiano Macci (De bello Asdrubalis. Venetiis 1613, lib. III, pag, 46). Oppidum admodum nobile est, ac moenibus undique amplis communitum. Habet quoque propugnaculum ab Ioanne Ruvereo Senae et totius Vicariatus domino, olim extruetum.
  12. Id. pag. 37. A mari distat duo millia passuum Mondulphum . . . . in summo habet propugnaculum factum ab Io. Ruvereo, Senae domino, omni arte atque ratione munitum.
  13. Torri, Memorie di Mondolfo. Fano 1733, pag. 6.
  14. «Mastro Vaccio.... fu homo de grande ingegno. Lui designò la rocca do Senigaglia et altri edifici» ec. Memoria di F. Gratio di Franta nelle Memorie di G. Santi, pag. 87.
  15. Deliberazioni del Pubblico di Cortona, lib. I, c. 118 «A maestro Luca dipintore a dì 17 giugno 1484 lir. 17. 7. 6 quando andò a Gubbio per lo maestro per lo defizio per fare la Chiesa» (Memorie storiche della sacra Imagine del Calcinaio presso Cortona del P. Gregorio Pinucci. Firenze 1792).
  16. Pinucci, Op. cit., pag. 52. «A Maestro Francesco da Siena, che stava in Gubbio a dì primo di luglio lir. 75 per disegno e modello per edificare la chiesa..... a dì 5 aprile 1485 lir. 23, ventuna delle quali a Maestro Francesco che disegnò la chiesa, e due lire per farli onore. E più spese detto Simone (camarlingo della consorteria de’ calzolai) a dì 18 aprile lir. 30. 10, che diede per nostra poliza al medesimo maestro..... 30 aprile spese detto Simone lire 12 che diede per nostra poliza al maestro Francesco».
  17. Lettere Sanesi, vol. III, pag. 87 e 88. Il De-Vegni (pag. 96) appuntò la singolare denominazione che qui si dà a Francesco, di architetto cioè del duca Federico morto già nel 1482, ed assennatamente pensò che il notaio vi abbia scordato un quondam Ill.mi. Non regge però l’obbiezione fatta dal Bianconi, del leggersi assurdamente in questo rogito del 1485 residente Summo Pontifice Sixto Quarto, il quale morì nel 1484, perchè queste parole si riferiscano al breve del 1.° giugno 1484, col quale Sisto autorizzò i calzolai di Cortona a ricevere i doni e fabbricare il tempio.
  18. Calcinaio chiamavano i Cortonesi quell’edifizio della concia, e da esso ebbe nome il tempio, e tuttora lo ritiene.
  19. Vita di Giuliano da S. Gallo, vol. V, pag. 223.
  20. Nuova descrizione dell’antichissima città di Cortona. Perugia 1700, cap. 18.°
  21. Notizie di Cortona, edite dal Targioni nel vol. VIII de’ Viaggi in Toscana, pag. 521.
  22. Pinucci, pag. 114. Libri d’entrata ed uscita del Calcinaio. «Date dagli operai lire 57. 15 a maestro Pietro di Domenico di Norbo di Firenze che ha disegnato la cupola.... e più al medesimo lire 18. 15 per le spese del suo viaggio e per farli onore". Di nuovo a pag. 118.
  23. Consigli delle Riform., vol. CCXLV.
  24. Arch. delle Riform. Leone, vol. V.
  25. Merza, ed ora Mersa fiumicello influente dell’Ombrone di Siena.
  26. Deliberazioni di Balìa, tom. XXXI, col. 37. Gaye, vol. II. Appendice, pag. 451, del quale seguo la lezione, avvertendo che questi segna il 29 ottobre.
  27. Delib. di Balìa, tomo XXXIII, c. 51.