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Pagina:Martini - Trattato di architettura civile e militare, 1841, I.djvu/44

24 vita

barchi sulle sponde del Metauro, uno a Casteldurante, l’altro a Fossombrone; e di chiese, di chiostri e di barchi, minutamente parla il nostro autore (Cod. membran. Saluzziano f.o 11, 12, 13: f.o 65: f.o 25).

Questi sono gli edifizi che Federico ergeva a comodità sua ed abbellimento e tutela del suo stato, e di questi abbiam veduto che molti possono essere disegnati da Francesco di Giorgio, quattro soli lo sono senza contesa, dico le rocche di Cagli, del Sasso di Monte Feltro, del Tavoleto, e della Serra di S. Abondio. Ho notato di sopra come l’entusiasmo de’ Sanesi pe’ loro artisti dia troppo spesso il nome di Francesco di Giorgio a tali fabbriche che una mente spassionata riconosce opera di altri: debbo qui scendere, e me ne spiace e sarà l’ultima volta, di bel nuovo in simile contesa a dimostrare che la più famosa tra le opere di Federico, quella alla quale le penne del Castiglioni e del Bembo e di molti tra i primari letterati italiani del decimoquinto e decimosesto secolo procacciarono più fama ancora di quella che a buon diritto gliene sarebbe tornata dall’ampiezza e dalla bellezza sua, dico il ducal palazzo d’Urbino (1), dal Vasari pel primo attribuito al nostro architetto, ora per gli autentici documenti dai moderni indagatori dissepolti negli archivi, chiaramente manifestato fu opera di un architetto il di cui nome viene, direi così, nuovo affatto nell’istoria dell’arte.

Bernardino Baldi, scrittore cultissimo fra quelli dell’età sua, curioso

  1. Non creda alcuno che io voglia con queste parole scemar punto di pregio a quel palazzo che veramente è ricco assai di bellissime parti; ma la verità mi costringe a dire che v’erano allora nelle città italiane molti nobili e mercanti che le case loro edificavano in modo più splendido assai, sia per la regolarità della pianta, che per la ricchezza dei materiali e per la eccellenza del disegno; valgano a prova del mio detto quanto tuttora vedesi in Firenze ed in Venezia, valga l’immenso palazzo di S. Marco in Roma, opera di quel Bernardo di Lorenzo fiorentino, del quale ho parlato di sopra, ed era sinora sconosciuto architetto: valga il bellissimo che Sante Bentivoglio fecesi in Bologna nel 1460 coi disegni di un Pagno, o Pago da Firenze, architetto poco noto anch’esso (Borselli, in R. ital. script. Vol. XXIII, col. 892. Gozzadini. Memorie di Giov. II Bentivoglio. 1839, pag. 233). Ma non so per qual destino, se pure non direi meglio per quale pigrizia ed incuria, gli architetti studiano sempre gli stessi edifizi nelle stesse città, gli scrittori della storia artistica impongono agli edifizi più celebri i nomi degli architetti più illustri, togliendosi così gli uni il mezzo di arricchirsi la mente d’idee nuove, gli altri il mezzo di onorar la patria onorando il nome di coloro ai quali fu ingiusta la fama.