Traduzioni e riduzioni/Da Catullo

Catullo - Orazio - Virgilio

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Epigrammi Da Orazio
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DA CATULLO



Suffeno, o Varo, codest’uom che sai bene,
è uom di spirito, uom di garbo, uom di mondo:
ma d’altra parte troppi versi fa; troppi!
Io credo n’abbia scritti dieci e più mila;
nè già, com’usa, in una carta qualunque,
buttati là: no: carta nuova fiammante,
e capi nuovi e cuoio rosso; coperta
a fil di piombo; tutto pari, che lustri.
Tu leggi, ed ecco l’uom di garbo e di mondo
del tuo Suffeno, un villanzone, un capraio
ti pare, un tratto, tanto stuona e si muta.
Che abbiamo a dir che sia? Pareva un caro uomo
un bello spirito, un... non so che mi dire;
ebbene è più villano, che il villanume,
appena tocca i versi. Eppure mai, guarda,
non è felice, come quando ne scrive:
tanto egli gode in sè, tanto egli si ammira.
Ma tu, puoi dire: tutti erriamo; nessuno
è, che in qualcosa non riesca un Suffeno,
a quando a quando. I suoi difetti ha ciascuno;
ma sono dentro la bisaccia di dietro.

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la statua

E la Minoide di lungi, da l’alga, il dolore ne li occhi
simile a chiusa nel marmo immobile Menade, guarda,
euoe, guarda, ondeggia per gran tempesta di cuore,
senza sul biondo suo capo la morbida mitra di filo,
senza sul bianco suo petto nè un velo leggiero di veste,
sciolte dal cingolo torto le riluttanti mammelle:
tutte le vesti via via giù scivolate dal corpo,
stridula a’ piedi di lei l’ondata le patullava.

ariadna

     Lui non appena fissò curiosa con li occhi la pura
figlia del re, cui vedeva sbocciare la sua cameretta
piena di soavità, tra le blande carezze materne:
come un arbusto di mirto cui nutre con l’onde l’Eurota,
come i colori che suscita e sparge la brezza d’aprile:
ecco non prima di lui declinava l’ardore degli occhi,
che la trascorse una fiamma per tutta la bella persona
dentro, e sentì che pungea le midolle dell’essere il fuoco.
     Oh! Tu dell’anime immote, che dèsti la smania e il dolore,
inviolato fanciullo, che mescoli al dolce l’amaro,
oh! tu regina di Golgo, regina d’Idalio frondoso,
in che procella di flutti gettaste la vergine ardente
che sospirava al pensiero, sovente, del biondo straniero!
e che spaventi e che strette e che gridi nel languido cuore!
e che pallori nel viso, più giallo ed opaco dell’oro!
quando nel fiero desìo di combattere l’orrido mostro,
Teseo voleva la morte od un premio di gloria voleva.

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E promettendo agli dei non invano e non piccoli doni
essa col tacito labbro accendeva un incenso di voti.

baccanale

Ma d’altronde venìa, sull'ali, lo splendido Iaccho
cinto de’ satiri suoi, de’ Nisìgeni suoi Sileni,
te cercando, Ariadna, per te già caldo d’amore.
Rapidi fervidi qua là scorrazzavano fuor di
sè, urlando euoè, euoè, torcendo le teste.
Parte scotevano tirsi, ravvolti di pampane il ferro,
parte tiravano brani di dilanïato giovenco,
parte s’attorcigliavano al corpo viluppi di biscie,
parte tenevano l’orgie, coperte, ne ’l fondo de l’urne,
l’orgie che l’uomo profano desidera invano sapere.
Altre con larghe le palme sui timpani davano colpi,
altre dal cembalo tondo traevano squilli di bronzo.
Molte da comi di bue soffiavano strepiti rauchi,
ed uno stridulo canto esciva da’ barbari flauti.

catullo non oblia

Non lo pensare che, come affidate alle raffiche erranti,
     le tue parole dal mio cuore vanissero già:
come la mela che il damo mandò di nascosto in regalo,
     sfugge dal grembo alla pia vergine e sdrucciola giù:
sotto la morbida veste l’aveva riposta; ma viene
     mamma; ella s’alza, ed il pomo, eccolo, scivola, ahimè!
non ricordava. Ora l’uno è per terra che ruzzola: all’altra,
     ritta, dal volto confuso esce il rossore che sa.

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giuramenti

Dice che mia, sol mia vuol essere donna la donna
     mia; no, d’altri; se lei Giove solleciti, no!
Dice; ma quello che dice a l’adoratore la donna,
     scrivi nel vento ch’è vano, uomo, e ne l’acqua che va!

contradizione

Lesbia, un tempo volevi conoscere solo Catullo:
     Giove, di fronte doveva essere un nulla per te.
Bene ti volli allora; nè quel che si vuole a l’amica
     solo! oh! s’amano i suoi generi e figli cosi!
Ora ti so. Sicché più forte, è vero, la febbre
     m’arde, ma cara non puoi essermi, femmina, più.
Come? Perchè fa tanto un tradimento, a chi ama,
     bene volere di meno... ah! ed amare di più!

l’inestricabile

L’anima a tal m’è giunta per tua, mia Lesbia, colpa,
     tanto per amor tuo male si fece da sè;
che nè ti può più bene volere per buona che torni,
     nè per cattiva che resti, altro volere che te.

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odio e amore

L’odio e l’adoro. Perchè ciò faccia, se forse mi chiedi,
     io, nol so: ben so tutta la pena che n’ho.

alla tomba del fratello

Giunsi per popoli molti e per molta distesa di mari:
     vedo, fratello, che resta, ecco, una tomba di te!
Renderti sol poss’io quest’ultimo dono di morte,
     sol parlare a la tua tacita cenere... a che?
Cenere! te, te stesso la mia sventura mi tolse,
     misero fratei mio preso nè resomi più!
Ora però tu, questi che, quale fu l’uso de li avi,
     sono dei tumuli i doni ultimi e flebili, tu
prendili, chè grondanti di lagrime tante, fratello,
     son di fratello, e per sempre ave, e la pace con te!