Storia del reame di Napoli dal 1734 sino al 1825/Libro V/Capo III

Capo III

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Libro V - Capo II
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CAPO TERZO.

Ultimi fatti di quel regno.

XXIX. Il motto dell’imperatore Bonaparte che nella sola guerra di Germania consistevano i destini di tutte le guerre di quell’anno, si avverava. Mentre Mack, sicuro ed altiero, guardava i preparati campi della Selva Nera, le legioni francesi marciavano con tal ordine e misura di tempi e luoghi, che a’ primi dell’ottobre si trovavano nelle ordinanze definite dalla mente del capitano, il quale schivando i posti premuniti, tagliando il cammino fra ’l Tirolo e l’esercito tedesco, spiegandosi a battaglia nel fianco sinistro delle linee nemiche, aveva accertata la vittoria prima che le offese cominciassero. È difficil opera volger la fronte di un esercito dove finiva il fianco, ma il generale tedesco, se fosse stato altrimenti che [p. 325 modifica]Mack esperto alle teoriche ed a’ campi, poteva eseguire il cambiamento e presentarsi intero al nemico; colui, non credente per molti giorni alle annunziate mosse de’ Francesi, quindi attonito e smarrito, tramutò le schiere, le confuse, le disgregò; e l’oste intera francese, nel procedere, incontrava spicciolati i Tedeschi incapaci il ritirarsi in buon punto o soccorrersi tra loro, perchè mancavano in quella nuova ordinanza tutte le parti della scienza difficile della guerra. Il dì 6 d’ottobre cominciarono i combattimenti, e durarono cinque giorni sempre vincitori i Francesi; nè veramente per maggior valore, ma per numero assi più grande, come ho dimostrato, e per ordini serrati contro genti divise. La fortezza di Memminingen cadde in un giorno; legioni intere deposero le armi; artiglierie, munizioni, canove abbondanti furono prese; solamente nella fortezza e ne’ dintorni di Ulma erasi accolto sotto lo stesso Mack e l’arciduca Ferdinando numero considerevole di soldati, ma quasi accerchiato dalle squadre francesi. A queste infelici strette, per li ignavia di un solo, fu ridotta la fama ed il valore degli Alemanni.

Per successivi combattimenti, tra’ quali fu sanguinoso quello di Elchingen, i marescialli Soult, Marmont e ’l principe Murat, occupati gli sbocchi d’Ulma, chiusero la fortezza. L’arciduca Ferdinando, vergognoso di patire assedio e andar prigione a’ Francesi, uscì tacitamente, e con quattro squadroni di cavalli per vie deserte cercò ingannare o vincere i posti francesi, e riuscì per celerità di cammino e per arditi scontri a ripararsi con pochi seguaci nella Boemia. Il generale Mack in Ulma aspettava gli assalti del nemico, ma giunse araldo di pace che lo pregava evitar battaglie inutili e disperate. Ed entrando in parlamenti, quel capitano tedesco, inabile a’ trattati quanto alla guerra, cedè la fortezza e diessi prigioniero col presidio e con l’esercito accampato intorno; vent’ottomila fanti, duemila cavalli, sessanta cannoni, quaranta bandiere, magazzini traboccanti. Altra capitolazione fece abbassare le armi al corpo del generale Verneek, prima vinto, quindi accerchiato dalle legioni del principe Murat. E per terza capitolazione furono dati a cavalieri dello stesso Murat numero grande di carri che andavano a convoglio sotto scorta di fanti e di cavalli: Murat fra i luogotenenti dell’imperatore fu il primo favorito della fortuna. E così nel breve giro di due settimane (da che fu detta la guerra de’ quindici giorni) un esercito alemanno di cento mila soldati fu debellato, numerandosi di esso sessantamila prigioni, tra quali ventinove generali, il generale supremo, duemila uffiziali e poche migliaja di morti o feriti, molti dispersi e quindicimila spicciolati e fuggiaschi verso Vienna per unirsi a’ Russi che già spuntavano in Moravia. La gioja ne campi francesi fu grande; l’imperatore narrando le [p. 326 modifica]maravigliose geste al senato di Francia mandò a trionfo con l’esercito prigioniero ottanta bandiere, duecento cannoni, gli arredi de’ campi; e tanta vittoria essendo costata duemila soldati alla Francia e però poco lutto, la contentezza parve piena; e sempre più si dimenticavano le ultime lusinghe della libertà. Mack, tornato a Vienna, e condannato a perpetua prigionia, finì la vita in un castello della Boemia, egli è il medesimo general Mack condottiero dell’esercito napoletano l’anno 1798; e frattanto i suoi ultimi fatti e le vergogne di Ulma non poterono nelle opinioni del mondo assolvere i Napoletani de’ tristi casi di quella guerra, tanto la loro sventura soperchiava la infamia del capitano.

Era seconda la guerra d’Italia: il maresciallo Massena la maneggiava per i Francesi, il principe Carlo per i Tedeschi, e le sorti dell’uno come dell’altro andavano legate, anzi soggette alla guerra di Germania. Che se Bonaparte era vinto o trattenuto sul Reno, forse il principe Carlo riconquistava l’Italia; ma poichè furono contrarie le vicende, e l imperator de’ Francesi, vincitore al Danubio ed all’Inn, procedeva sopra Vienna, il generale austriaco non aveva altre parti che le infelici di tardare il nemico e ritirarsi. Fu questo il carico dato al primo capitano della casa d’Austria, e per merito e nome fra’ primi di Europa. Dopo lunga sospensione d’armi, al termine d’essa, il 18 di ottobre del 1805 il maresciallo Massena varcò l’Adige in gran possa, ed aspettati sino al di 29 i progressi di Bonaparte, diede in quel giorno battaglia tra San Michele e San Martino, e la vinse. Seguì l’altra battaglia di Caldiero, felice a’ Francesi e sanguinosa tanto che vi fu triegua per interrare i cadaveri. Una legione tedesca sotto il generale Hillinger, combattuta, vinta, accerchiata, abbassò le armi. La città di Vicenza, fortificata da’ Tedeschi, espugnata da’ Francesi, diede trionfo di prigioni, di armi, di bandiere, e profitto di abbondanti magazzini. Per combattimento in San Pietro in Gru, i Francesi valicarono la Brenta; e il dì seguente, 6 di novembre, la Piave; e giorni dopo, senza contrasto, il Tagliamento. Presero Trieste: il principe di Rohan, tagliato nel Tirolo, cercando per forza passaggio tra Francesi, sempre vinto e attorniato da maggior numero, davasi prigioniero con seimila fanti e mille cavalli; la città di Laybach apriva le porte al vincitore. E in Laybach finì la guerra d’Italia, perciocchè l’esercito di Massena, col nome di ottavo corpo, confinava l’ala diritta del grand’esercito; e l’esercito del principe Carlo si confondeva negli eserciti alemanni intorno a Vienna. Ebbero i Francesi nelle battaglie durevole fortuna; quindicimila prigioni, armi, bandiere, tutte le dolcezze della vittoria; combatterono, egli è vero, valorosamente, ma non mancava nè valore nè scienza nella opposta parte, respinta da’ destini di altra guerra lontana ed infelice. [p. 327 modifica]

XXX. Bonaparte vincitore in Baviera, e già inteso dell’arrivo de Russi nella Moravia, ordiva il proseguimento della guerra; e quindi radunate in Monaco le sue legioni, le spediva per direzioni varie sopra base novella, donde poscia movendo per linee convergenti di operazione accennavano a Vienna; rincorava e rallegrava le sue genti nelle rassegne, che alla voce di libertà (magica ne’ Francesi per tre lustri) era già succeduta la voce di gloria, ed a quella di patria, Bonaparte. Le milizie di Wurtemberg e di Baden si unirono a’ Francesi, altre di Francia raggiungevano l’esercito; mossero perciò di Baviera ottanta mila combattenti. I resti dell’esercito austriaco acceleravano la ritirata, e spesso i retroguardi erano presi o sconfitti. Ma giungeva in Austria il dì 28 di ottobre la prima colonna de’ Russi; e su le rive dell’Inn, con alcuni battaglioni e squadroni il generale supremo Kutusow, noto nelle guerre di Russia, millantatore e superbo, che tenendo certa la vittoria dispregiava i Francesi, peggio i Tedeschi, e per arte o natura vantava quell’orgoglio a’ soggetti.

Credendo debole la linea dell’Inn, accampò dietro all’Ens; e benchè accresciuto della seconda colonna, lasciò quei campi per attendere sopra i colli di Amstetten che guardano e difendono la città di Vienna. Pure in Amstetten assalito e vinto, desertò il campo, e valicando il Danubio lasciò Vienna preda facile al vincitore; sì che l’imperatore Francesco, uscendone colla famiglia, bandì saggio editto che imponeva ai popoli, non già resistenza inutile e rovinosa (come vedemmo in altri regni), ma ubbidienza al vincitore, e sempre durevole amore alla patria, alla indipendenza e al sovrano dato da Dio. Chi leggesse le costituzioni dell’Austria o giudicasse di lei dai paesi vinti, crederebbe sfortunati e scontenti i suoi popoli; ma chi vivendo in Austria meglio consideri la natura dei principi, ta natura dei popoli, l’amore veramente paterno dei primi, la filiale sicurezza degli altri, la polizia troppa ma giusta, il codice criminale barbaro ma sincero, le pene, benchè aspre, conformi al sentir tardo di quelle genti, e poi lo studio de’ magistrati di piacere al popolo, la povertà soccorsa, l’agiatezza comune, il viver lieto, e cento altre municipali usanze fondamento di civiltà; cessa la meraviglia di veder popolo, beato de’ suoi legami, correre volontario alta guerra dietro la voce dell’imperatore che paternamente lo invita. Debbesi a questa politica simpatia dei sudditi e del principe il miracolo, nel passato, di aver sostenuta mole sì grande di eserciti e di sventure, e nel presente la concordia, sola in Europa, dei soggetti e dei reggitori. Chè dal dominio assoluto, ma di padre o di principe benignamente riformatore, può derivare (per quanto dura il bisogno di passiva ubbedienza) stato comportabile o felice, come l’essere [p. 328 modifica]governati dalla sfrenata potenza di re nemico è la miseria estrema di un popolo.

Per lo editto dell’imperatore Francesco entrarono a Vienna i Francesi, quasi amici, nel giorno 18 di novembre, e le milizie viennesi guardavano i posti interni della città, e per fino le stanze dove l’imperator nemico albergava. Nel giorno medesimo l’avanguardo francese valicò il Danubio, e tutta l’oste nei seguenti giorni procedè verso di Olmutz, dove unito e possente stava l’esercito austro-russo. L’imperatore Alessandro tra le file dei soldati andava rammentando il facile trionfo dei popoli del settentrione sopra genti molli per natura e per uso, guerreggianti nel verno sotto cielo inclemente; ma più fiero il generale Kutusow prediceva poca gloria alle bandiere dei Russi, perchè al primo vederle fuggirebbe il nemico. Pronti così ad assalire stavano sessantacinquemila Moscoviti, diciottomila Alemanni, che il dì 28 dello stesso novembre mossero da Olmutz ad affrontarsi ai Francesi; ma questi non vinti retrocederono per comando di Bonaparte, il quale aspettava l’arrivo di altre legioni, e cercava terreno meglio adatto a dar giornata. Mai Francesi, giunti ai campi di Austerlitz il giorno 1 del dicembre, fermarono; e i due eserciti, però che la notte era vicino, apprestarono la battaglia per il dì vegnente. Quel terreno, acconcio a grandi geste di guerra, aveva pianura per i cavalli, colline l’une all’altre addossate, dicevoli alle arti della tattica, e laghi, e boschi, e impedimenti, venture a chi vince. Sorgeva in mezzo della linea dei Russi, a cavaliero, il colle detto Pratzen le cui pendici si perdono ne’ piani del diritto lato e negl’impedimenti del sinistro; l’occupavano i Russi, e nella notte i numerosi fuochi mostravano che vi accampassero molte genti. Ma nel mattino, movendo le schiere, non misurato il tempo, restò sguernito e quasi vuoto quel poggio, mentre le colonne russe dell’ala manca s’ingombravano nei viluppi detti di sopra, e le altre della diritta si spiegavano alla pianura in ordinanza di battaglia. Bonaparte, visto l’errore del nemico, facendo avanzare a corsa tre legioni, e comandando che in tutta la linea fossero gli Austro-Russi assaliti, disse a’ circostanti già vinta, benchè appena cominciata, la battaglia; e difatti rotta nel Pratzen la debole ordinanza nemica, furon le due ale battute in fianco ed a fronte. Il corpo maggiore dei Russi, quel di sinistra, formato in colonna, rattenuto nella fronte, impedito a spiegarsi dai muri e laghi e impacci stava a segno di strage sotto le artiglierie francesi, e più era in loco disciplina e valore, più erano le morti; ma infine per naturale istinto di vita si scomposero gli ordini, e ciascuno a proprio senno cercava salute fuggendo. Erano gelati due laghi, ma debolmente da non sostenere nè cavalli nè uomini, pure disperazione o necessità fece a [p. 329 modifica]parecchi tentarne il varco, e vi rimasero trattenuti, quindi presi o morti. L’annientamento dell’ala sinistra portò debolezza e scompiglio alla diritta ed al centro, così come nella opposta parte la certa vittoria doppiò l’animo e le forze; nè più si combatteva se il valore dei Russi comportava che avesse il nemico facil trionfo, ma durò la guerra l’intiero giorno. Suonando alfine a ritirata i tamburi russi, gli avanzi del collegato esercito soprastettero molte miglia indietro del campo, e l’oste francese riposò fortunata dove avea vinto. Rivolgo il pensiero dagli effetti dolorosi della giornata, che fu mesta da troppe morti anche al vincitore; e dirò di salto che all’esercito russo, per generosità di Bonaparte, fu concesso il ritorno alle sue terre, e che i legati degl’imperatori d’Austria e di Francia, convenuti a Presburgo per gli accordi, stabilirono (ciò fu a’ 26 del dicembre di quell’anno 1805) fra molti patti quelli che qui riferisco perchè importanti alla nostra istoria. Pace: aggiunti al regno d’Italia gli stati veneti posseduti dall’Austria per i trattati di Campoformio e di Luneville; i regni di Baviera e di Wurtemberg ed il ducato di Baden ingranditi di città e terre austriache in ricompensa della confederazione colla Francia; riconosciuto dall’imperatore d’ Austria il regno e re d’Italia, ed il nuovo stato di Piombino e di Lucca.

Per gli alleati dell’Austria non si trattò; l’esercito di Alessandro, con itinerario fissato dal vincitore, tornò in Russia; restò la gran Bretagna nemica, Napoli abbandonata. Ed in mal punto, perciocchè l’ira di Bonaparte contro la casa dei Borboni era grande e manifestata in un bullettino (così chiamava i commentarii di guerra) nel quale diceva: «di avere spedito Saint-Cyr con esercito poderoso a punire i tradimenti della regina di Napoli, ed a precipitare dal trono donna colpevole che tante volte sfrontatamente avea profanato quanto di più sacro hanno gli uomini; che le praticate intercessioni di potentato straniero erano tornate vane, la dignità della Francia, quando anche cominciar dovesse nuova guerra è «e durarla trent’anni, non comportando che malvagità sì grandi restassero impunite. Aver dunque i Borboni di Napoli cessato di regnare, e de’ suoi precipizii esser cagione l’ultima perfidia della regina; andasse ella in Londra, accrescesse il numero de’ briganti.»

Fa maraviglia osservare dalle narrate cose che a’ 17 di ottobre cadesse a’ Francesi la fortezza di Ulma dandosi prigione il maggiore esercito tedesco, ed a’ 26 di quel mese il re di Napoli ratificasse la lega con la già debellata casa d’Austria; che a’ 13 di novembre i Francesi occupassero Vienna, città capo dell’impero, non essendo bastati a difenderla i freschi eserciti austro-russi, e sette giorni più tardi ricevesse il re ne’ suoi porti le armate inglesi e moscovite, facendo la nemicizia e la mancata fede irrevocabili e manifeste; e che, [p. 330 modifica]già succeduta la pace di Presburgo, stessero le milizie napoletane a documento di ostilità, su le frontiere del regno, pronte con gl’Inglesi a prorompere negli stati d’Italia. Le quali stultizie traggono cagioni dall’odio cieco de’ sovrani di Napoli alla Francia, e dall’arrendevole servitù dei ministri, e da ignoranza comune.

XXXI. L’esercito di Saint-Cyr destinato a conquistar Napoli era forte di trentaduemila combattenti; ma stando in cammino, lo raggiunsero altre schiere, e duce sopra tutte il maresciallo Massena, il quale in tre colonne, una del centro di quindicimila soldati, altra di sinistra di dodicimila, e la terza di diecimila Italiani, procedeva a gran giornate verso il regno. Veniva con l’esercito, portando nome di principe dell’impero e luogo-tenente dell’imperatore dei Francesi, Giuseppe Bonaparte fratello a Napoleone; sì che celeremente avanzavano la vendetta, la conquista e nuovo re. I generali russi ed inglesi, agli annunzii che succederono rapidamente della presa di Vienna, della battaglia d’Austerlitz, della pace di Presburgo e del vicino al regno esercito francese, convenuti a consiglio nella città di Teano, deliberavano se difendere Napoli o abbandonarlo. Lasey e Greig erano per il secondo partito; Andres, generale russo, rammentando i patti della lega, la fidanza in essa del re di Napoli, la perdita certa del trono se fosse in quei cimenti abbandonato, la viltà e l’onta di fuggire innanzi a nemico non visto, il discredito al nome de’ sovrani di Russia e d’Inghilterra per aver volte le spalle nel bisogno maggiore a principe piuttosto sedotto che venuto libero all’alleanza, e per altri generosi argomenti, proponeva restare se non a vincere, a combattere, e se non a serbare il regno a’ Borboni, a pagare il debito dell’amicizia. Ma prevalendo la sentenza de’ primi, Andres replicò: «La storia dirà che io sedeva tra voi, ma che fu il mio consiglio contrario al vostro.» E difatti la giusta dispensiera del biasimo e della lode ha in questa pagina registrato il magnanimo intendimento dell’oratore.

Lasey scrisse al generale Damas, secondo nel comando de’ Napoletani, che, non potendo difendere con poco esercito tutta la frontiera del regno, andrebbe egli ad accampare nelle terre tra Gravina e Matera. Indi a pochi giorni l’ambasciatore di Russia denunziò al governo di Napoli: «Dovere le schiere moscovite uscire dal reame di Napoli, intendersi (aggiungendo al mancamento il dileggio) ristabilita la neutralità tra la Francia e le due Sicilie.» Nè andò guari che Inglesi e Russi, abbandonando gli accampamenti delle frontiere, bruciando il ponte di barche sul Garigliano, marciando co’ modi e le ansietà del fuggire, imbarcarono ne’ porti della Puglia, i Russi per Corfù, gl’Inglesi per Sicilia. E cotesti Inglesi, tornando dalla frontiera, tentavano d’impadronirsi, sotto specie di amicizia, della fortezza di Gaeta; ma il generale che la comandava, [p. 331 modifica]principe d’Hassia Philipstadt, gli respinse con lettere. con messaggi ed alfine con le armi.

XXXII. A quegli aspetti e pericoli, la casa di Napoli scordata ne’ trattati di pace, schernita dagli agenti dei re suoi collegati, sola con la memoria de’ suoi passati mancamenti, trepidava. Convocato consiglio, il re mostrandosi rassegnato alle male venture diceva unico scampo la Sicilia, e sola speranza di regno nell’avvenire; il principe Francesco, timido ed inesperto si taceva; i vili ministri del re, benchè in animo distaccandosi dal sovrano infelice, secondavano le voglie di lui perchè infingarde e sicure. Ma la regina, sempre animosa nelle avversità, rammentando i prodigi del 99, viventi ancora i campioni di quel tempo, spente co’ traditori le interne tradigioni, ordinato l’esercito su la frontiera, e già levate nuove milizie, diceva possibile il vincere, facile il difendersi. certo almeno l’onore di resistere, vergogna lasciare un trono da fuggitivi; spartiva le incumbenze fra il principe Francesco negli Abruzzi, il principe Leopoldo nelle Calabrie, lei stessa nella Terra di Lavoro e nella città, il re in Sicilia. La qual sentenza componitrice dei varii pareri, lasciando a’ timidi sicuro asilo in Palermo, ed agli ambiziosi vasto campo nelle agitazioni del regno, fu applaudita. Colei non avvertiva che erano i tempi mutati dai 99; che l’amore de’ popoli abusato strugge sè stesso; e che il pregio di fedeltà andò sì pieno di misfatti e d’infamia, che cerasi ormai voltato a dispregio e divenuta ingiuriosa la parola di santa fede. Ma le opinioni vere de’ popoli raro giungendo all’orecchio dei re, e la regina credendo facile il rinnovamento dei popolari prodigi, chiamò a sè gli uomini più noti di quella parte, frà Diavolo, Sciarpa, Nunziante, Rodio, e con maniere allettatrici delle quali abbondava, dato l’ordine di attruppar genti, gli avviò nelle province. Così nella reggia.

Il maresciallo Massena giunto a Spoleto, come arringa scritta (detta ordine del giorno) da leggere a’ soldati, manifestò il proponimento di conquistare il regno di Napoli da qualunque fosse difeso, e dopo i consueti ricordi all’onore, alla gloria, alla disciplina, raccomandò il rispetto ai popoli ed alle leggi. Ed un bando del principe Giuseppe, da Ferrentino, diceva: «Napoletani! Il vostro re ha mancato alla fede dei trattati, e l imperator Napoleone giusto quanto potente, per dimostrare all’Europa il rispetto che si debbe alla fede pubblica, darà castigo condegno alla colpa. Voi che non aveste parte alla perfidia, non ne avrete alla pena. I soldati francesi saranno come vostri fratelli.»

E lo stesso principe a’ soldati: «Noi combatteremo i Russi, gl’Inglesi; noi puniremo la corte che gli ha chiamati a dispregio delle più solenni e giurate stipulazioni; noi rispetteremo i popoli. Se i confederati del re non aspetteranno il nostro arrivo, se i [p. 332 modifica]Napoletani non vorranno partecipare alle colpe di una corte che ha sempre tradito i loro interessi, non resterà per noi altra gloria che la disciplina.»

Si leggevano quei fogli. 11 cardinale Fabrizio Ruffo, già capo della santa fede, mandato al principe Giuseppe e male accolto, proseguì verso Parigi; e la corte di Napoli temendo che il nome dell’ambasciatore avesse nociuto all’accoglienza dell’ambasciata, inviò il duca di Santa Teodora, nome nuovo e senza parti. Fu accolto; ma quando espose che il re aveva mancato alla neutralità con a Francia sol per forza patita da’ Russi e dagli Inglesi ({menzogna grossolana e manifesta), il principe francese ruppe l’udienza, dicendogli: rimanesse o partisse a suo bell’agio, ma col divieto di parlargli di accordi. Santa Teodora tornò in Napoli, e narrando le udite o viste cose, ebbe comando di aspettare presso a Giuseppe qualche opportunità per la pace. Procedendo le colonne francesi e quasi toccando la frontiera del regno, non rimaneva speranza che nel popolo.

Sorgeva nella città presso al mare su la riva di Chiaja piccola cappella votiva a sant’Anna, in antico scordata, chiusa, bruttata d’immondizie all’intorno, casolare deserto piuttosto che tempio; ma per il tremuoto di quell’anno, descritto in questo libro, salì nelle credenze a tanta santità che i devoti ne allargarono le pareti, le cuoprirono di presenti, ed andavano a folla ne’ dì festivi a pregare e cantar inni. A quella cappella si condusse aspettata la regina con la famiglia, tutti a piedi processionando vestiti a bruno, con altri segni di penitenza e di dolore, portando in mano ricchi doni al santuario. Popolo immenso la seguiva, ma lo scopo mancò; imperciocchè la regina che memore del valore di quelle genti nell’anno 1799, sperava di concitarle a simile guerra, osservò che al grido, viva il re, muojano i Francesi, di persone apprestate, seguiva silenzio degli astanti, o voce divota per sant Anna. Ne’ medesimi giorni tornavano dalle province i commissarii dei tentati sollevamenti riportando che le concette speranze erano cadute, la plebe indifferente ai travagli della reggia, e i possidenti armati per impedire il rinnovamento de’ disordini del 99. Più largo alle promesse era stato il brigadiere Rodio, e più sincero e sollecito fu al disinganno; il solo frà Diavolo attruppò duecento tristi ed andava con essi correndo e rapinando le sponde del Garigliano.

Sorte irreparabile percoteva la casa de’ Borboni: fuggire, lasciare il regno, scampar la vita in Sicilia, sperare nelle mutabilità del tempo e della fortuna, erano le necessità di quei principi. Il re, il 23 di gennaro del 1806, si partì alla volta di Palermo, lasciando vicario del regno il figlio primo nato principe Francesco. Furono intanto sguerniti di milizie i confini per accamparle intorno a Napoli, sciolti gli attruppamenti volontarii, nudato di guardie tutto il [p. 333 modifica]paese insino a Capua, è solamente guernite le fortezze. Indi a poco, per lo appressar del nemico e la freddezza dei soggetti, disperando difese fuorchè in Calabria dall’asprezza dei luoghi e dall’indole armigera degli abitatori, la regina inviò le schiere assoldate (sedicimila uomini) sotto il generale Damas nelle strette di Campotanese. E l’11 di febbrajo ella con le figliuole e quanti rimanevano ministri ed alti partigiani sopra vascello partì, mentre i due principi Francesco e Leopoldo per la via di terra celeremente raggiunsero e trapassarono l’esereito di Calabria, ponendo le stanze in Cosenza; e di là incitando per comandi e preghiere alla guerra.

Due bandi pubblicò il vicario partendo: uno esponeva la perfidia del nemico, la sua durezza in rifiutare gli accordi, la mira manifesta d’impadronirsi del regno; malvagità tanto peggiori (egli diceva) quanto più la corte di Napoli era stata mansueta, leale, e sempre amica di concordia e di pace. E che sebbene i sudditi si mostrassero pronti a sostenere con l’armi le ragioni del trono, l’animo pietoso del re non tollerava che il suo popolo sfidasse lo sdegno e la vendetta di barbaro nemico; e che perciò questa parte di regno vuotata da milizie piegasse al destino, e serbando in cuore costante affetto al re, padrone dato da Dio, aspettasse la sua liberazione dalle armi borboniche; le quali poderose e risolute distruggerebbero nelle Calabrie, sotto il comando suo e del suo fratello principe Leopoldo, le schiere francesi, per poi volgere alla capitale e riassumere il governo de sudditi amatissimi.

Detti fallaci e derisi. L’altro bando nominava al consiglio di reggenza il tenente-generale don Diego Naselli Aragona, il principe di Canosa uomo di onesta vita (padre a quello dello stesso nome noto oggi per diversa fama), il magistrato Michelangelo Cianciulli.

XXXIII. Era certa la conquista ma di alcuni giorni lontana; e certo il nuovo re, ma reggeva lo stato l’autorità dell’antico. La plebe, avida, scatenata, infrenabile da forze legittime perchè mancanti o svogliate, certa di perdono dal vincitore per allegrezza e prudenza della conquista, e perchè le colpe o i colpevoli si sperdono fra i tumulti, minacciava e impauriva gli onesti della città; mentre i reggenti, deboli per vecchiezza, inesperti al governo dei popoli ed a’ pericoli, timidi dell’antico re, timidi del nuovo, stavano fisi a mirar gli eventi e smarriti. I partigiani dei Francesi assembrati nascostamente per provvedere alla propria salvezza ed alla quiete della città, ma senza ordini o capi, varii d’animo e di senno, sperdevano le ore, che veloci e pericolose fuggivano; quindi tra loro moti agitati, costernazioni, timori; ma pure speranze ed allegrezza. E fu ventura che i primi della parte borbonica fossero fuggitivi, così che la plebe divisa pur essa ed incerta, ignorando il modo di prorompere, dissipava i tempi e le occasioni. [p. 334 modifica]

La reggenza, inviati al principe Giuseppe il marchese Malaspina e il duca di Campochiaro ambasciatori ad informarlo dell’autorità venuta in lei dall’editto regio, e proporre armistizio di due mesi, udì per assolute risposte, cedesse le fortezze, aprisse le porte della città, o si aspettasse render conto di ogni stilla di sangue francese o napoletano, che fosse versata per guerra stolta ed inutile. Così che stringendo il tempo e i timori, stando l’esercito francese presso alle mura di Capua, gli ambasciatori medesimi concordarono, a solo patto di quiete pubblica e di rispetto alle persone ed alle proprietà, la resa delle fortezze e de’ castelli del regno, il libero ingresso nella città, l’obbedienza al conquistatore. Così cessato il timore della guerra esterna, crescevano per lo avvicinamento dei Francesi e per la voce plebea che quegli accordi venivano da tradimento, i pericoli interni della città; insurgevano i prigionieri a rompere i ceppi e le porte, si assembravano a gruppi nelle piazze più frequentate i lazzari ed i già noti nel sacco del 99. Così finiva il giorno 12 di febbrajo e per molti segni l’alba vegnente pareva dovesse illuminare lo spoglio e le stragi nella città. Ma in quella notte, in un congresso di partigiani francesi, uomo risoluto così parlò:

«La nostra vita o la nostra morte, la quiete della città o lo scompiglio stanno nelle nostre mani. La reggenza è una forma vana di governo, sprovvista di credito e di forze, i tribunali sono chiusi, la polizia flagellata dalla mala coscienza si nasconde, mancano re, leggi, magistrati, ordini, forza pubblica; la società è dunque sciolta, ogni cittadino debbe provvedere alla sua salvezza; chi dimani sarà primo in armi, sarà vincente. Io propongo star desti a ed armati, e prima che il giorno spunti correre alle case dei compagni, unirgli, e andando, crescere di numero e di possanza. La piazza Medina sarà nostro campo, e di là, spartiti a pattuglie, percorreremo la città per raccorre i buoni, sperperare i tristi, opprimere i contumaci. Se al primo sole cento di noi andremo uniti, sarà nostra la città e la vittoria; ma se precederanno venti o meno lazzari armati gridando sacco e guerra, noi soffriremo guerra, sacco, ed esterminio.» L’animoso disegno fu applaudito. Altri più rispettoso alle leggi, con bel dire aggiunse che di quei pericoli si parlasse alla reggenza, e si ottenesse per decreto l’armamente de’ buoni, offerendosi ambasciatore. Ed il primo: «Tu andrai ad aringare i reggenti, io ad avvisare i compagni, e non cercando dei successi tuoi, sarò dimani primo ed armato per la città.»

La reggenza impaurita dalle udite minacce della plebe, come dall’ardire dei partigiani francesi, aderì all’inchiesta, e fece decreto che, stampato nella notte, fu affisso, prescrivendo quiete a’ cittadini, e di essa difensori i gentiluomini di ogni rione, facoltati ad armarsi ed a percorrere come forza pubblica la città. E così nel [p. 335 modifica]mattino del 13 di febbrajo alcune migliaja di cittadini onesti ed armati andavano a partite per le vie e le piazze; mentre i lazzari, maravigliati e dispettosi, accusavano la tardità dei loro capi. Stavano le armi in mano ai partigiani di Francia, quei medesimi che poco innanzi, seguaci di repubblica, avevano sofferto la prigionia o l’esilio; ed erano fresche le memorie, vivo il dolore delle patite stragi del 99, e con essi abitavano la città molti dei più feroci persecutori, e tutti i giudici delle giunte di stato, e giungeva esercito amico e potente. Così che invitavano alla vendetta, facilità di conseguirla, giusto dolore, istinto (quasi di umanità) e certezza di andare impuniti. Ma virtù civile si oppose; le case dei malvagi furono guardate, e dal timore che la mala coscienza suscitava, vennero quei tristi rassicurati per discorsi e per opere dell’opposta parte. Allora fu visto la utilità delle guardie cittadine nei politici sconvolgimenti; e poscia ricomposte ne’ moti civili degli anni successivi, tre volte salvarono la città e le province che della città si fanno esempio dalle nequizie del 99.

Durò quell’ordine due giorni, però che al mezzo del dì 14 di febbrajo del 1806 giunsero alle porte le prime squadre francesi. Quante passioni racchiude un popolo, quanti interessi un regno pendevano in sospeso; chi fuggiva, chi nascondevasi, chi andava incontro al vincitore; sospetti, speranze ambizioni agitavano a gara l’animo dei Napoletani.


FINE DEL TOMO PRIMO.