Roma italiana, 1870-1895/Il 1882

Il 1882

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Il 1882.


Il Censimento — Il piccone — Il pellegrinaggio dei Veterani — Rivoluzione giornalistica — Legge elettorale e scrutinio di lista — La Camera morente vota tutti i progetti di legge — La morte di Giovanni Lanza e i pettegolezzi clericali — Lutti e lutti — La corsa dei barberi — Nuovi attacchi contro il Baccelli — Viene in iscena lo Sbarbaro — Scandali e processi — I progetti per il monumento a Vittorio Emanuele — Il premio a un francese — La politica nell’arte - Campidoglio o Esedra di Termini — La Camera e il monumento — Il processo per la Vittorio Emanuele — Il sindaco Pianciani e la sua epistola ai Romani — Il Comizio all’Alhambra spodesta il Consiglio comunale — Dimostrazioni — Pianciani si dimette — Don Leopoldo Torlonia assessore anziano dà prova di attività — Il Consiglio Comunale e l’Esposizione mondiale — S’incominciano le costruzioni in piazza Vittorio Emanuele — La morte di Garibaldi — Il lutto di Roma — Il Re a Menotti — L’on. Farini alla Camera — Esodo a Caprera — Le disposizioni testamentarie di Garibaldi non sono rispettate — La salma non è arsa, ma imbalsamata — Da piazza del Popolo al Campidoglio — Panico e borseggi — Ringraziamento della famiglia Garibaldi — La Santa Sede e la Prussia — Francesco Coccapieller e il Carro di Checco — La tragedia di via Vittoria — Le elezioni generali politiche — Соссаpieller deputato — I socialisti non giurano — Il caso Falleroni — Depretis ha un voto politico — Coccapieller alla Camera — Attentato contro l’Ambasciatore Austriaco presso il Vaticano — Muore don Michelangiolo Caetani — Aspettativa per l’Esposizione Artistica.


L’anno s’inaugurò col censimento della popolazione e gl’impiegati municipali ebbero un bel da fare perchè in moltissime case abitate da analfabeti dovettero riempire le schede. Queste servirono anche ai clericali come mezzo di protesta e non contentandosi di scrivere che erano nati a Roma, aggiungevano accanto al nome della città la qualifica di «pontificia». Dopo lungo attendere si conobbe il risultato del censimento. La popolazione ascendeva a più di 300,000 abitanti, cioè si notava nell’ultimo decennio un aumento di circa 70,000 abitanti. 134,156 erano nati in Roma, e 166,311 fuori. Soltanto 105,260 maschi e 69,725 femmine sapevano leggere e scrivere; poche migliaia leggere soltanto, il rimanente erano privi di qualsiasi cognizione. Nel complesso dunque vi erano 117,991 analfabeti, cifra spaventosa davvero. Le famiglie che costituivano la popolazione erano 53,235; esse abitavano 7145 case, ogni casa conteneva 7 famiglie e in media 38 persone. Case vuote ve ne erano 378 e in costruzione 76.

In quell’anno però il numero delle case in costruzione crebbe a dismisura; la febbre di edificare si manifestava in tutti, e anche i signori ne erano attaccati. Ne dette una prova don Maffeo Sciarra, il quale senza neppure attendere le risoluzioni del Consiglio comunale, prese a demolire quelle case dietro al suo palazzo, che dal vicolo Sciarra andavano fino al vecchio teatro Quirino, per inalzarvi invece case moderne. Sotto il piccone si vedevano rompere alla luce del sole e a quella delle torce a vento, perchè si lavorava giorno e notte, pezzi di parete, e tutte quelle case [p. 295 modifica]sventrate che lasciavano in mostra brandelli di carta sudicia, tele di divisioni, soffitti, davano alla città un aspetto strano. Si camminava sui calcinacci e l’aria era sempre annebbiata dalla polvere delle demolizioni.

La determinazione presa dal Comitato dei Veterani di Torino di fare un pellegrinaggio a Roma alla tomba del Re Vittorio Emanuele fu adottata pure dagli altri Comitati d’Italia per modo che ai primi di gennaio non si vedevano per le vie altro che uomini maturi, col petto fregiato di medaglie e vecchi che portavano con alterezza i distintivi del loro valore.

Il generale Crodara-Visconti, il colonnello Massulena, e i consiglieri della deputazione del Comizio generale dei Veterani di Torino erano accolti dalla Commissione organizzatrice di Roma, composta dai generali Cerrotti e Galletti, dai colonnelli Gigli e Antaldi e dai signori Pacifico, Aliberti e Ascenzi come pure dalle deputazioni di tutte le altre città italiane, che già si trovavano a Roma.

Il ricevimento solenne fu fatto dal sindaco Pianciani e dalla Giunta nella sala degli Orazi e Curiazi.

La mattina del 9 alle otto i Sovrani andarono al Pantheon e udirono la messa detta da monsignor Renier, custode della tomba. Appena essi furono usciti, incominciò il pellegrinaggio dei Veterani. Lo guidava il Sindaco di Roma, e i generali Crodara-Visconti, Cerrotti, Galletti e Haug. Ogni deputazione deponeva corone sulla tomba. Prima che vi fosse deposta quella di bronzo recata dai Veterani di Torino, il generale Crodara-Visconti pronunziò queste poche parole: «Noi che ti seguimmo in tutte le tue gloriose imprese, noi che ogni anno preghiamo a Superga pace all’anima dei tuoi cari, siamo venuti a Roma da tutte le parti d’Italia per inchinarci dinanzi alla tua tomba e deporvi una corona, testimone del nostro affetto».

Il pellegrinaggio fu bello per il numero dei Veterani e le accoglienze che essi ebbero a Roma spontanee e cordiali, ma i pettegolezzi non mancarono. Si disse che i Veterani, così devoti al loro antico duce, fossero scandalizzati dello stato in cui avevano trovato la tomba. Era stato decretato che essa sarebbe stata trasferita ov’è al presente, cioè nella seconda cappella a destra del Pantheon, e il Buongiovannini e il Massuero avevano fatto un progetto per dare alla sepoltura provvisoria un aspetto decoroso. Il preventivo della spesa ascendeva a 150,000 lire e se non erro per il rivestimento in bronzo si dovevano fondere alcuni cannoni tolti agli austriaci e conservati a Torino; la Casa Reale concorreva alla spesa. Ma il Baccelli non aveva lasciato effettuare quel progetto, perché aveva in animo di destinare il Pantheon a tomba dei nostri Re.

I Veterani avevano ragione di essere un po’ scandalizzati. Una semplice lapide indicava il luogo ove si custodivano le ossa del Gran Re; appena il Tevere era in piena, l’acqua inondava quella parte del Pantheon, dietro vi era un luogo immondo, dal quale esalava molto fetore.

Ma i Veterani prima di partire ebbero assicurazione che si sarebbe provveduto, e il pettegolezzo, che i giornali avevano ingrossato, non turbò l’accordo fra il Comitato generale di Torino, e quello di Roma.

Ai funerali del 16, fatti a cura dello Stato, fu eseguita per la prima volta la bellissima messa del prof. Eugenio Terziani, che piacque immensamente. Il Re, in ricompensa di quella ispirata e dotta composizione, lo creò commendatore.

Lo scandalo piccino si era calmato, ma ne nacque subito uno molto grosso per altra causa. A un tratto si seppe che il signor Oblieght aveva ceduto per 3,600,000 lire i giornali di sua proprietà e la sua azienda di pubblicità a un gruppo di capitalisti clericali francesi, dei quali era rappresentante il signor Frémy; essi, per i loro affari in Italia, fondarono la banca Franco-Romana e avevano bisogno di disporre della stampa.

[p. 296 modifica]Sorse un grido d’orrore a quel contratto e si capì un po’ tardi quanto fosse precaria la situazione dei giornali tra noi, appartenenti quasi tutti a ditte che potevano venderli come merce.

Il primo che si staccò dall’Oblieght fu l’on. Martini, il quale lasciò il Fanfulla della Domenica e il Giornale per i Bambini, sul quale per altro lasciò il nome, e andò a fondare col Sommaruga la Domenica Letteraria. Poi l’Arbib, che comprò la Libertà, poi il Torraca che abbandonò la direzione del Diritto, che fu comprato dal Civelli e ne prese la direzione l’on. del Vecchio; rimanevano all’Oblieght ancora l’Italie, diretta da un francese, l’Hardouin, il Fanfulla, di cui non era totalmente proprietario e che l’Avanzini riscattò nel luglio successivo, il Bullettino delle Finanze, il Bersagliere e il Pungolo di Milano, che credo vendesse poi a Leone Fortis. La combinazione andò in fumo, ma per molto tempo non si parlò d’altro a Roma che di quel fatto, e all’Associazione della Stampa ne discussero per più sere e, fatto strano, fu votato un ordine del giorno del mazziniano Fratti, direttore del Dovere, e dello Zanchi moderato, che lodava e approvava la protesta fatta dal giornalismo contro la vendita, ed esprimeva la convinzione che la stampa, grazie alla solidarietà di coloro che la rappresentavano, fosse sempre capace di conservare la propria indipendenza.

Però quel fatto fu fatale a molti giornali e a molti giornalisti. I giornali nelle mani di un uomo d’affari prosperavano; affidati, anche per la parte amministrativa ai direttori, decaddero rapidamente, perchè generalmente chi fa il mestiere del pennaiolo, non ha occhio per gli affari. Diversi di quei giornali sono morti, come la Libertà, il Bersagliere e il Pungolo; gli altri vivono ancora, ma non sognano più i tempi prosperi dell’Oblieght.

In tutto quello sconvolgimento la Rassegna settimanale si fuse con la Rassegna quotidiana, che fu diretta dall’on. Torraca.

Il fallimento dell’Unione Generale, di quella banca cattolica che travolse nella sua rovina tante case francesi e inghiottì il risparmio di tante e tante persone, si credè che dovesse avere un grave contraccolpo a Roma, perchè il duca di Bomarzo, il principe Bandini-Giustiniani e il marchese Merighi avevano alcuni anni prima fondato a Roma la Banca Cattolica, che era in istretti rapporti con l’istituto fallito. Ma dopo si seppe che essi se ne erano separati appunto perchè in quello era entrato il signor Bontoux, che aveva procurato la rovina dell’Unione e che il loro Banco di Roma non sarebbe stato per nulla coinvolto nella catastrofe. Ma chi soffrì del fallimento furono alcuni particolari, e il Vaticano.

Fra il gennaio e il febbraio la Camera compì un’altra parte, e forse la più essenziale del suo programma. Parlo della legge elettorale che dette a quasi tre milioni di cittadini il voto, mentre prima in tutta Italia erano appena 600,000 i votanti.

La legge elettorale era tornata dal Senato alla Camera con alcune modificazioni e appena approvata s’incominciò la discussione dello scrutinio di lista, abilmente staccato dal Depretis dalla legge elettorale. Pareva che dovesse incontrare gravi opposizioni, invece accettato che ebbe il Governo la rappresentanza delle minoranze nelle circoscrizioni alle quali erano assegnati cinque deputati, la legge passò, mentre nella Francia, retta a Repubblica, veniva quasi contemporaneamente respinta, provocando la caduta del Gambetta.

La Camera approvò pure il trattato di commercio con la Francia, la legge militare con un aumento di spese per più di 200 milioni. Mentre questa si discuteva venne di nuovo in ballo la quistione del tipo delle navi, e il ministro Acton fu salvato con la proposta di fare una inchiesta tecnica sui due tipi. Si discusse poi e si approvò il progetto di legge col quale s’istituivano a [p. 297 modifica]Roma e a Firenze le scuole superiori di magistero, e l’altro d’iniziativa Bovio e Cavallotti per equiparare i combattenti dell’Agro Romano a quelli delle altre campagne. Il ministro Depretis respinse la proposta e volle che su quel fatto si lasciasse facoltà ampia al Ministero di giudicare, e la Camera fu del suo parere, come era sempre, sapendo che i suoi giorni erano contati. Così votò il progetto di legge col quale era accordato potere al Governo di provvedere con decreti reali alla colonia di Assab, sulla quale già era estesa la sovranità dell’Italia, nonostante le opposizioni platoniche dell’Egitto e della Porta.

La Camera si prorogò alla fine di luglio e il Senato, che aveva lavorato con eguale alacrità, ne seguì l’esempio.

In marzo Roma pareva ridotta l’asilo dei morti invece che quello di una numerosa popolazione di viventi, e per più giorni non si vedevano altro che sontuosi carri funebri girare per la città ed erano tutti uomini insigni quelli che sparivano e lasciavano dietro a sè largo rimpianto.

Giovanni Lanza, colui che aveva avuto il coraggio di portare l’Italia a Roma, fu il primo a sparire. Si ammalò in un modesto quartierino, che abitava all’albergo di New-York e fu assistito amorosamente dagli amici, dal nipote Camillo e dalla povera signora Lanza, venuta per la prima volta a Roma in quella triste circostanza, ma nulla valse a salvarlo, e il 9 marzo spirava. Poco prima, quando era ancora in sè, ma l’asma era già tanto forte da impedirgli di parlare, fu chiamato il parroco di San Lorenzo in Lucina. Il prete rivolgeva in presenza della moglie e dei parenti le domande al moribondo, e questi assentiva con la testa. A un certo punto il sacerdote domandavagli se voleva ritrattare quanto potesse aver commesso «contro la religione e contro le leggi di Santa Madre Chiesa». Il Lanza lo fulminò con uno sguardo tale che il prete dette l’assoluzione senza aggiungere altro.

I giornali clericali misero fuori la solita storiella della ritrattazione del Lanza, la famiglia fece smentire; essi tornarono alla carica, ed allora comparve una dichiarazione firmata dalla vedova, dal nipote e da altri parenti che avevano assistito alla confessione, nella quale narravano i fatti come qui sono accennati, ed era tanto vero quello che la famiglia asseriva che il parroco fu sospeso.

Nello stesso giorno che Giovanni Lanza, l’integro, onesto e valoroso cittadino, il semper idem, come lo definì l’Abignente alla Camera, spariva dalla scena del mondo, dopo compiuta l’epopea nazionale, anche il generale Giacomo Medici, un soldato valoroso, un vero amico del paese e della dinastia, si spegneva. La sua perdita fu sinceramente pianta nella reggia, dove il suo consiglio era ascoltato; nell’esercito, ove si rammentava il suo valore, e nel popolo, che sapeva quanto fosse buono e quanto avesse fatto per i poveri colerosi in Sicilia.

Giacomo Medici morì all’Albergo del Quirinale, circondato dalla moglie e dal nipote Luigi. Attorno al suo letto di morte non si ripeterono i pettegolezzi che si erano fatti attorno a quello di Giovanni Lanza. Il parroco di San Bernardo giunse quando stava per ispirare, e lo benedì.

Il trasporto del Lanza, collare dell’Annunziata, fu sontuoso e il carro di prima classe era coperto di corone. La salma del primo aiutante di campo del Re fu posta su un affusto di cannone e dietro era portata a mano la cavalla Morena, datagli da Vittorio Emanuele, e che il generale montava ai funerali del suo Re.

In quei giorni moriva pure il comm. Giuseppe Civelli, uno dei più ricchi e potenti industriali del Regno; moriva il comm. Carlo Bombrini, direttore da più di 50 anni della Banca Nazionale ed efficace cooperatore di Cavour durante la guerra del 1859, e l’on. Tito Ronchetti, segretario generale al ministero di grazia e giustizia.

[p. 298 modifica] Poco tempo prima vi erano stati due lutti nel patriziato romano. Era morta donna Laura Ruspoli, moglie di don Emanuele, e il conte Napoleone Primoli, e nell’aprile moriva pure la buona baronessa Keudell, che aveva saputo meritarsi tante simpatie.

Così Roma non fu lieta come al solito in quella primavera, benchè tre nuove dame avessero fatto la loro apparizione nei balli in casa di don Leopoldo Torlonia, a quelli dell’ambasciata inglese, di casa Doria e di casa Pandolfi. Queste tre dame erano donna Maria della Gandara, sposatasi a Parigi, con don Ferdinando del Drago, principe d’Antuni; donna Emilia Rucellai, divenuta principessa Odescalchi e donna Flaminia Torlonia, maritata al marchese Marignoli.

In quell’inverno, oltre i soliti balli, la Regina inaugurò i grandi concerti al Quirinale e assistè ai corsi del Carnevale dal terrazzino del palazzo Fiano; il Re andava a quello del Club degli ufficiali e il Kedivè, insieme con i suoi figli, dall’orefice Bellezza a San Carlo al Corso.

Ma anche i corsi furono turbati da due incidenti luttuosi, uno dei quali avvenne sotto gli occhi dei Sovrani. Si faceva allora la corsa dei barberi per più giorni; il primo la gente non sentì il segnale della partenza dato alla ripresa dei barberi e si trovò i cavalli addosso. Vi furono due feriti piuttosto gravi, ma la corsa si ripetè nei giorni successivi. L’ultimo giorno di carnevale a San Lorenzo in Lucina un barbero fece cadere un individuo, e gli cadde poi addosso; l’altro barbero che veniva dopo ebbe eguale sorte e nella caduta travolse undici persone, due delle quali morirono. Il Re andò subito a vedere i feriti a San Giacomo, ne soccorse le famiglie, che ebbero aiuto anche dal comitato del carnevale. La cosa produsse tanta impressione in città, che fu oggetto di una interpellanza alla Camera, e l’on. Depretis promise d’interporsi presso il sindaco, affinchè le corse dei barberi non si facessero più, e la barbara usanza da quell’anno è stata abbandonata.

Ho accennato nella cronaca dell’anno precedente agli attacchi contro il Baccelli; in questo si fecero vivissimi.

Il ministro Baccelli aveva abusato di soverchia severità contro due studenti dell’università di Cagliari. Il professore Sbarbaro lanciò contro il ministro il nembo dei suoi furiosi telegrammi e delle sue sdegnose lettere; il ministro lo sospese dalla cattedra di Parma e il professore racimolò nel vocabolario gli epiteti più infamanti, e glieli scaraventò contro.

Lo Sbarbaro aveva fama di uomo dotto e di uomo onesto e attorno a lui si raccolsero tutti i malcontenti del ministro Baccelli. Anche il Bonghi mandò una circolare a tutti i professori di diritto, invitandoli a pronunziarsi sulla sospensiva pronunziata dal Baccelli contro lo Sbarbaro. Il celebre criminalista Carrara, uno degli interpellati, rispose che come membro del Consiglio Superiore della pubblica istruzione, si riserbava a pronunziarsi quando il Consiglio si sarebbe adunato. Questo si adunò e condannò lo Sbarbaro ad un anno di riposo forzato.

Il professore non seppe rassegnarsi tanto più che, debole com’era di carattere, subiva l’influenza di tutti quelli che gli si riunivano attorno, e che lo inducevano a sfogare i loro rancori contro il Baccelli. Erano impiegati licenziati, gente che facevagli credere di posseder documenti contro il ministro, e lo invitava al suo giuoco.

Lo Sbarbaro era nella miseria e la moglie di lui doveva ricorrere al ministro per sussidii. La polemica peraltro continuava e le minacce di scandali fioccavano sulla testa di Guido Baccelli. I giornali gettavano olio sul fuoco e paralizzavano l’opera delle persone bene intenzionate, che vedevano con dolore quella guerra nociva così al ministro, come al professore Sbarbaro. La Gazzetta d’Italia parteggiava per quest’ultimo insieme con la Capitale; il Capitan Fracassa era tutto Baccelli.

[p. 299 modifica]Una sera il ministro usciva dalla Minerva insieme col professore Struver quando s’imbatte nello Sbarbaro, che pare fosse esaltato dal vino. Lo Sbarbaro, vedendo il suo nemico, volle fargli il maggiore oltraggio, e gli sputò addosso. Il Baccelli non fu colpito, ma sporse querela e allora nei giornali incominciò una vera sbarbareide, cioè una polemica a base d’insulti e d’improperii.

Si fa il processo e il professore compare alla udienza con le manette, come un ladro. Il secondo giorno le manette gli sono tolte e uomini insigni depongono in suo favore. Nonostante è condannato a un mese di reclusione e a quattro mesi d’esilio; si appella ed è condannato di nuovo.

Un’altra lunga questione che occupò Roma nell’inverno del 1882, fu quella del monumento a Vittorio Emanuele. Più di trecento progetti erano stati esposti nei locali del Museo Agrario a Santa Susanna. La mostra, inaugurata dai Sovrani, era stata visitata da gran numero di gente e gli artisti avevano lungamente discusso sul merito dei diversi progetti. Il verdetto della Commissione era adunque atteso con viva impazienza, tanto più che molti concorrenti erano romani. La Commissione si adunò in aprile, e dopo lungo esame, assegnò il primo premio di lire 50,000 al progetto del signor Enrico Nenot, già pensionato dell’Accademia di Francia, il secondo di lire 30,000 a quello degli artisti Ettore Ferrari e Pio Piacentini, e il terzo al progetto di Stefano Galletti. La Commissione inoltre segnalò come degni di menzione i progetti del Becchetti del Montiroli, e di tre altri, ma non ne prescelse alcuno per l’esecuzione.

Se le discussioni erano state vive nel periodo di tempo dell’attesa, si fecero appassionate dopo che la Commissione si fu pronunziata, non tanto perchè nessuno dei progetti era stato prescelto, quanto perchè il primo premio era toccato ad un francese. Si arrivò fino a dire che la politica ci aveva messo la coda e col premiare un artista francese si era voluto attenuare l’impressione prodotta in Francia dalle feste per il centinario dei Vespri Siciliani, che appunto si celebravano in quei giorni a Palermo con molta pompa e molto sfoggio d’entusiasmo, suscitato principalmente dalla presenza di Garibaldi.

L’on. Martini si affrettò a far conoscere al pubblico che egli non aveva assistito alla seduta della Commissione nella quale erasi dato il voto.

Calmati un poco gli animi, incominciò a farsi la luce sulla maniera con cui le cose erano andate in seno alla Commissione e sul perchè del verdetto, che aveva scontentato anche i premiati. La Commissione aveva nominato una sotto-commissione composta di persone competenti e questa aveva riconosciuto che nessuno dei progetti aveva tanto valore artistico da meritare d’essere eseguito, che per altro i progetti degni di premio erano più di tre e fra quelli la differenza non era tanto grande da giustificare la grande differenza del premio. Per questo proponeva che le 109.000 lire fossero divise in un numero maggiore di premi.

A quella proposta si oppose energicamente l’on. Depretis. Egli sostenne che la legge assegnava tre premi ai progetti riconosciuti migliori, e che per conseguenza tre ne dovevano essere conferiti.

Camillo Boito, riconoscendo giusta l’obbiezione del presidente del Consiglio, disse che occorreva attenersi al tenore della legge e mediante diverse votazioni si giunse ad eliminare alcuni progetti, e fra i tre prescelti si distribuirono i premi, facendo menzione dei cinque che venivano dopo i primi, e raccomandandoli per un premio di 5 o 10 mila lire.

Per quel verdetto Enrico Nenot si battè col focosissimo scultore siciliano Grita, poi 38 concorrenti presentarono alla Camera una petizione contro il verdetto. L’on. Bonghi presentò pure [p. 300 modifica]una interpellanza per sapere se il Governo aveva conferito altri premi, se per il nuovo concorso sarebbesi servito della somma stanziata per il monumento, e se per il nuovo concorso avrebbe determinato il luogo ove doveva sorgere e il concetto cui avrebbero dovuto attenersi i concorrenti. Egli domandò inoltre se il Governo si univa al concetto espresso dal ministro della pubblica istruzione di aprire un Foro Vittorio Emanuele dietro il Pantheon d’Agrippa.

L’on. Depretis rispose che il ministero, conferendo i premi assegnati, era rimasto nella legalità, che sul conferimento di quelli suppletivi non aveva presa alcuna risoluzione, e che in quanto al luogo per il monumento la Commissione era divisa in due parti uguali: una proponeva il colle Capitolino e l’altra l’Esedra di Termini. Dopo la chiusura della Camera avrebbe adunato la Commissione per stabilire il concorso, perchè riconosceva l’utilità e la convenienza di affrettare la grande opera.

L’on. Baccelli per conto suo rispose che l’idea del Foro Vittorio Emanuele era una idea tutta personale e, dopo queste domande e risposte, del concorso non si parlò più per alcuni mesi.

La famosa inchiesta della Biblioteca Vittorio Emanuele ebbe per epilogo un processo contro Carlo Castellani, già prefetto di quella Biblioteca, Nazzareno Bartolucci, impiegato all’università, Luigi Gatti, impiegato giudiziario, Sante Donati, scrivano, Bartolomeo Podestà, direttore della Biblioteca nazionale di Firenze. Erano imputati di non aver comprati molti libri di valore, per i quali si voleva avessero fatto sborsare i danari, e di averne venduti molti preziosi a prezzo di cartaccia. Sei mila volumi erano stati rintracciati da un pizzicagnolo di Firenze. Il Bartolucci era accusato come agente principale; il Donati quale ricettatore, il Podestà e il Castellani quali complici non necessari per negligenza, e il Gatti quale agente principale. Il libraio Bocca non era accusato, ma designato come complice dalla pubblica opinione.

I testimoni d’accusa erano due: il professor Cremona e il barone de Renzis; di difesa un centinaio, fra i quali quasi tutti i ministri, che si erano succeduti alla pubblica istruzione da sette o otto anni. Tutti ammisero la grande confusione, la mancanza di sorveglianza, ma nessuno la colpabilità nel Podestà e nel Castellani, mentre invece molti esposero dubbi sulla moralità del Bartolucci.

Il comm. Novelli aveva detto che i codici preziosi di San Pantaleo dovevano essere ventisei e molti ne erano stati trafugati; il prof. Gnoli, bibliotecario della Vittorio Emanuele, ne presentò all’udienza centotrentadue. I giudici da questi e da altri fatti capirono che chi accusava non aveva studiato la faccenda; chi difendeva lo faceva per coscienza, ma che il Podestà e il Castellani non erano colpevoli certo e li assolse insieme col Donati. Carlo Castellani vedendosi circondato da amici che si congratulavano con lui, si strappò il lutto che portava al cappello dal giorno che l’accusa avevalo colpito, e si mise a piangere. Il Bartolucci fu condannato a sei mesi di carcere.

Un’altra questione grave fece consumare molto inchiostro ai giornalisti e dette argomento di discussione alla città per più mesi. Il Pianciani dal momento che aveva avuto la nomina di Sindaco capiva di non godere le simpatie della Giunta. Egli attese che l’on. Sesmit-Doda presentasse al Consiglio il piano regolatore per i lavori della città, e allora invece di manifestare in proposito le sue idee alla Giunta e al Consiglio, diresse una lunga lettera ai Romani nella quale diceva che secondo lui i 50 milioni del Governo non bastavano, che Roma doveva spenderne altri 50 in dieci anni e tante altre belle cose, che servirono a far credere al popolo che il Sindaco avrebbe voluto spingere i lavori, ma che aveva le mani legate dal Consiglio.

Appena i consiglieri avversi al Pianciani lessero l’epistola si adunarono in casa del duca Torlonia e rassegnarono le dimissioni. Si temè allora che il Governo volesse sciogliere il Consiglio, ma il Depretis era troppo avveduto per farlo, e lasciò che i signori del Campidoglio se la sbrigassero fra di loro.

[p. 301 modifica]Ma la prospettiva dei cento milioni di lavoro aveva creato una grande aureola di popolarità attorno al nome del Pianciani, e in fretta e in furia fu convocato un comizio all’Alhambra nel quale fu dichiarato decaduto il Consiglio Comunale.

Il Pianciani però capì che quel comizio lo poneva in una situazione difficile di fronte alla città e si affrettò a convocare il Consiglio e a presentare le proprie dimissioni. Poche sere dopo, mentre in Consiglio si discutevano le dimissioni della Giunta e si biasimava la condotta del Sindaco, che voleva impegnare il Comune nientemeno che per 50 milioni, in città si formavano due dimostrazioni composte di muratori, di scalpellini, di fabbri, di falegnami, che volevano andare al Campidoglio a ripetere quello che era stato deliberato nel comizio. La polizia impedì loro di giungere alla meta; la Giunta dimissionaria rimase al posto, e il Pianciani se ne andò. Il duca Leopoldo Torlonia, che voleva far nascere nel popolo il convincimento che il Consiglio non era contrario ai lavori, come asserivano gli amici del Pianciani, appena come assessore anziano prese a funzionare da Sindaco, fece approvare un concorso del Comune di 3 milioni alla Esposizione Mondiale per il 1885, repartendo la spesa in cinque esercizi, cioè da quello del 1883 a quello del 1887. Il Consiglio con molta speditezza approvava pure il piano regolatore e metteva mano ai lavori, tanto che il Re per la festa dello Statuto potè porre la prima pietra delle costruzioni in piazza Vittorio Emanuele, affidate all’impresa Marotti, Frontini e Geisser.

A quella cerimonia si volle dare molta solennità quasi come inizio di una serie di lavori proficui per il popolo.

In quell’anno lo Statuto non fu festeggiato come di consueto la prima domenica di giugno, ma bensì la terza, perchè Roma era in lutto per la morte di Garibaldi, avvenuta il giorno 2 a Caprera, e l’idea di feste, in mezzo a tanta sventura, sarebbe ripugnata ad ogni anima patriotica.

Roma sapeva quanto doveva a Garibaldi e mostrò in quei giorni di non aver dimenticato che egli avevala difesa strenuamente nel 1849 e dopo avera saputo infondere negli italiani la convinzione che senza Roma l’Italia non era unita, e finalmente, cessato il periodo storico delle conquiste, aveva rivolto la mente e l’ultimo resto di energia a volerla risanata e prospera.

La notizia si sparse per la città alle 10 di sera. La comunicarono alcuni deputati che l’avevano saputa dal Depretis e appena usci la Gazzetta d’Italia verso le ii furono presi d’assalto i rivenditori. Nei teatri fu sospesa la rappresentazione e nelle vie la gente non parlava d’altro.

Il Consiglio Comunale era adunato in seduta segreta quando in Campidoglio giunse la notizia e subito il duca Torlonia spedi un telegramma a Menotti e preparò un proclama che la mattina dopo fu affisso presto per tutta la città.

Il Consiglio dei Ministri si riuni in casa dell’on. Depretis e insieme con l’on. Farini stabili le onoranze da rendersi al Generale.

Il Re scrisse subito di suo pugno il seguente telegramma:


All’on. Menotti Garibaldi,

Caprera.

«Il dolore ch’io provo per la morte del suo illustre genitore è pari alla disgrazia da cui fu colpita la nazione.

«Mio padre mi aveva insegnato dalla mia prima gioventù ad onorare nel generale Garibaldi la virtù del cittadino e del soldato.

«Testimone quindi delle gloriose sue gesta, ebbi per lui l’affetto più profondo e la più grande riconoscenza ed ammiraxione

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Questi sentimenti e la memoria di quelli dimostrati dal prode generale verso di me e la mia famiglia, mi fanno sentire doppiamente la gravità della irreparabile sua perdita.

«Associandomi al supremo cordoglio del popolo italiano ed al lutto della famiglia dell’estinto, io la prego di essere interprete presso della medesima di quella vivissima condoglianza che divido con l’intera nazione.

«UMBERTO».


L’Università fu chiusa, e il telegrafo non fece altro che trasmettere telegrammi di condoglianza a Caprera e la Camera dedicò alla memoria di Garibaldi tutta una seduta. Lungamente parlò l’onorevole Farini:


«Ora più non risuona, concluse il presidente, di Giuseppe Garibaldi la magica voce nella quale dolcezza e forza, mirabilmente sposate, imperavano cittadine virtù. Gli austeri e nobili lineamenti di quel maschio volto sono ormai inerti. Più non scintillano quegli occhi fiammeggianti e soavi, specchio dell’animo, animo invitto, del cuore mitissimo.

«Più non batte quel cuore, che non ebbe palpito che non fosse per la patria e per la libertà. Più non vive il grande, alla patria presidio, ai nemici spavento!

«Una sciagura nazionale pesa sull’Italia.

«Ma il nome di Giuseppe Garibaldi, scritto a lettere d’oro negli annali italiani, accanto a quello del Re liberatore, ravviverà di nuova fiamma il culto della patria: culto che compone i dissidii, ritempra gli animi, rinvigorisce i popoli alla tutela dei proprii diritti.

«Interprete vostro, io propongo che la Camera sospenda le sue sedute per riprenderle il 12 corrente; che prenda il lutto per due mesi coprendo di gramaglia la bandiera e l’aula; che una deputazione della Camera insieme con una rappresentanza della presidenza si rechi a Caprera per accompagnare la salma dell’estinto, che tutta la Camera assista alle onoranze funebri che gli saranno rese nella capitale del Regno, che a perpetua memoria di lui una iscrizione ricordi il banco che egli occupò in quest’aula.

«Tutti noi abbiamo avuto genitori morenti; ci sarebbe stato conforto che ci fossero conservati anche malati ed inerti. Questo conforto ci è conteso oggi per Giuseppe Garibaldi».


Il Governo aveva presentato in quella stessa seduta tre progetti di legge, che furono approvati alla quasi unanimità. Uno rifletteva il differimento della festa dello Statuto; il secondo assegnava ai cinque figli di Garibaldi e alla vedova una pensione vitalizia di 10,000 lire annue; il terzo stabiliva che i funerali sarebbero fatti a spese dello Stato e che un monumento nazionale sarebbe eretto a Garibaldi in Roma.

La Giunta Comunale riunita d’urgenza decretava di concorrere per 80,000 lire al monumento da erigersi sul Gianicolo; di collocare due tavole di bronzo nella sala del Consiglio sulle quali doveva essere inciso il diploma di cittadino romano inviato a Garibaldi e la lettera con cui egli accettò quella onorificenza; di porre un busto al Pincio, di mandare a Caprera un assessore e due consiglieri; di porre lapidi sulle case abitate dal generale; di tenere il lutto per due mesi alle bandiere e al seggio della Giunta, di sospendere le sedute fino al 12 giugno.

Si sapeva che il general Garibaldi aveva ordinato di volere essere cremato, che anzi aveva incaricato sua moglie dell’eseguimento della sua volontà, e indicava che doveva essere costruita una piccola urna di granito per accogliere le ceneri dei due coniugi. Il duca Torlonia fece scegliere subito da Augusto Castellani un’urna antica di granito e la consegnò al Presidente del Consiglio perchè fosse inviata a Caprera. Era una gara generale di pietà per onorare il grande cittadino che spariva. I giornali liberali di ogni partito inneggiavano a Garibaldi e nel vasto campo delle sue imprese [p. 303 modifica]guerresche e civili sceglievano i più belli e i più poetici fra i ricordi, per gettarli, quali fiori, sulla salma di lui. I giornali clericali stessi tacevano per non urtare il sentimento nazionale; una sola voce discorde si udì in tanta armonia di compianto: quella del Cassandrino, uno dei tanti giornalucci denigratori che si stampava allora nella stessa tipografia della Voce della Verità. Gli studenti, aizzati forse, andarono alla tipografia guidati da Guglielmo Oberdank e se la presero anche con la Voce, e soprattutto col proprietario della tipografia, Giuseppe Nicola, al quale recarono danni ingenti, che nessuno gli ha mai risarciti. L’ispettore di Sant’Eustachio fu punito.

Appena fu stabilito il giorno dei funerali, le diverse deputazioni partirono per Civitavecchia e di là s’imbarcarono sull’Ortigia. S. A. R. il duca di Genova, quale rappresentante del Re, partì poche ore dopo insieme con i ministri Ferrero e Zanardelli, i generali Sacchi e Caravà, col tenente colonnello Morozzo della Rocca e i due maestri di cerimonie, marchesi della Stufa e Tolomei, col duca Torlonia e la deputazione del comune di Roma, composta dell’assessore Placidi, dei consiglieri Ferrari e Armellini e del segretario Colombo. Erano insieme col principe Tommaso, l’on. Farini, i due vice-presidenti della Camera e i senatori Vitelleschi e Corte. Sul Washingion, comandato dal Magnaghi, s’imbarcarono i giornalisti e il dottor Gaetano Pini, grande maestro aggiunto onorario ad vitam della Massoneria, grande apostolo della cremazione, che portava seco tutti gli attrezzi necessari, e non stava nella pelle dalla speranza di poter cremare il cadavere di Garibaldi, mentre molti erano indignati alla idea, che tacciavano di barbara, di veder ardere il corpo del generale su una catasta di legna aromatiche, come egli aveva prescritto, e fra questi vi era primo Francesco Crispi. Questo sentimento prevalse e nonostante le disposizioni testamentarie e le raccomandazioni a Prandina e alla moglie, la salma del generale non fu data al fuoco, ma imbalsamata dal dottor Albanese e consegnata alla terra.

Intanto che sulla deserta isola si compiva la funerea cerimonia, Roma si empiva di uomini che avevano seguito Garibaldi in tutte le guerre. Per le strade non si vedevano altro che vecchie camicie rosse, le quali riportavano il pensiero ai bei giorni delle trepidazioni e delle speranze, e camicie rosse, , nuove fiammanti indossate da giovani imberbi. Tutta questa gente giungeva per assistere alla commemorazione popolare del giorno 11, alla grande processione del busto e al suo trasporto in Campidoglio.

Dalla Francia vennero a Roma molti. Prima Leone Taxil, rubicondo, grassoccio, che fece una conferenza agli studenti nelle sale della Progressista, e disse che l’Italia doveva vomitare il prete, e che la France même, je vous en réponds, n’en voudra pas de ce vomissement de l’Italie; poi giunsero Lockroy, Vacquerie, Pelletan, Maret, Farie, Ronc, Ordinaire, Julien de Penel del Paris, Strauss del Voltaire, Eugenio Gentili del National, Rosati della Nouvelle Revue, De Georges dell’Intransigent, e i signori Songian, Guyot e Tharel rappresentanti del municipio di Parigi e il capo di gabinetto Verguaude, quattro consiglieri di prefettura della Senna. Queste due rappresentanze furono ricevute alla stazione dalla Giunta, che le accompagnò all’albergo Costanzi. Al Campidoglio le riceve l’assessore on. Seismit-Doda, nell’assenza del ff. di sindaco, don Leopoldo Torlonia, il quale era ancora a Caprera.

Il signor Songian, presidente del Consiglio municipale di Parigi, disse che i francesi, nel grave dolore che avevali mossi, erano lieti di poter venire ad attestare l’ammirazione, la riconoscenza della Francia per Garibaldi. Egli conchiuse il suo bel discorso vantando il suo primo esilio di cui fu causa la protesta a mano armata nel 1849 contro l’uccisione della repubblica romana.

Alle deputazioni parigine si unirono poi quelle di Marsiglia, Nimes, Lione, Versailles, e diversi reduci della campagna del 1870-71.

[p. 304 modifica]Il corteo mosse alle 2 da piazza del Popolo, e impiegò un’ora e mezzo a sfilare fra la calca del Corso. Sfilava muto, senza musiche. Attorno al carro sul quale stava la statua della Libertà incoronante l’erma di Garibaldi, sventolavano quaranta labari con l’iscrizione di altrettante battaglie combattute dall’eroe in Italia, in America e in Francia, ed erano preceduti dalle bandiere del comitato promotore Roma a Garibaldi, e seguiti da 186 bandiere di associazioni. Ma appena il corteo si mise in moto, un pànico, prodotto non si sa da chi, fece fuggire l’immensa folla nelle vie adiacenti, nelle case, nelle botteghe. Il Corso rimase vuoto assolutamente; la gente infrangeva i vetri delle botteghe e rompeva le porte delle case per trovare un rifugio, calpestava, era in preda alla pazzia della paura. I Reduci impedirono disgrazie maggiori e le persone dai terrazzi gridavano che non c’era ragione di fuggire; ma di lì a poco nuovo pànico. Si crede che una comitiva di ladri lo spargessero nella folla per far bottino; difatti furono commessi molti furti e borseggi.

Trattenuto da queste continue interruzioni il corteo giunse tardi in Campidoglio. Sulla piazza erano ad attendere il busto il duca Torlonia, tutti gli assessori, e i consiglieri Armellini, Carancini, Pericoli e Re. Il funzionante sindaco nel ricevere il busto disse:


«Reduce dalla pietosa cerimonia nella romita Caprera, ove Re e popolo confusero le loro lagrime alla tumulazione del grande cittadino, oggi chiamato dal popolo di Roma all’insigne onore di ricevere l’effigie in Campidoglio dell’eroe leggendario, al tributo popolare di affetto non aggiungo che una sola parola: è felice l’Italia di questa solenne testimonianza di concordia nazionale nel nome di Garibaldi».


Bovio presentò al popolo il signor Songian, presidente del Consiglio municipale di Parigi, e la cerimonia terminò senza altri incidenti.

La Società Operaia fece una solenne commemorazione a Garibaldi; il duca Torlonia offrì un banchetto ai francesi in Campidoglio; ma il funerale a cura dello Stato non si fece, forse perché quello popolare era riuscito così disordinato.

Roma ebbe però la sciabola e diversi altri oggetti appartenenti al Generale e formò il museo delle memorie di Garibaldi al Campidoglio. La sciabola era in possesso di un certo signor Chambers, inglese, che aveva seguito il generale nella campagna del 1866 e avevala avuta come pegno di riconoscenza delle cure prestate a Garibaldi da lui e da sua moglie.

Terminate le onoranze in tutta l’Italia, la famiglia Garibaldi pubblicò il seguente ringraziamento:


«Alle rappresentanze ufficiali, politiche, militari, amministrative, operaie, democratiche, ai Reduci, ai Mille, alle rappresentanze universitarie, agli studenti, alla stampa, agli amici:

«Al supremo cordoglio che ha colpito la nostra famiglia, fu conforto il suffragio che da ogni parte d’Italia ci venne di amore e di rimpianto. A tutti, con animo riconoscente e commosso, mandiamo dal più profondo del cuore le attestazioni della nostra ardente e costante gratitudine.

«Francesca Garibaldi Armosino — Menotti Garibaldi — Ricciotti Garibaldi — Teresita Canzio-Garibaldi — Clelia Garibaldi — Manlio Garibaldi — Stefano Canzio».


Il Papa aveva fatto parlare pochissimo di sè nella prima metà del 1882, ma aveva efficacemente lavorato al ristabilimento delle buone relazioni con le potenze.

In gennaio era venuto a Roma il signor Busch, funzionario intelligente della cancelleria tedesca, per studiare le norme necessarie all’amministrazione ecclesiastica del regno di Prussia. Il signor Busch ripartì, ma venne come inviato del re Guglielmo I il signor Schloezer, il simpatico e geniale [p. 305 modifica]PIAZZA DEL QUIRINALE E PALAZZO REALE [p. 307 modifica]diplomatico, che vi è rimasto tanti anni, e fu appunto lui che condusse il giovane principe Enrico, nipote di Guglielmo I, in Vaticano. Il signor Schloezer rappresentava soltanto Guglielmo come re di Prussia, perchè gli altri Stati dell’impero avevano speciali rappresentanti. A Berlino non fu mandato nessun nunzio, perchè non vi era mai stato, e quello di Monaco trattava gli affari col Governo prussiano; ma Leone XIII poteva vantarsi di aver fatta cessare la guerra fra la Prussia e la Santa Sede.

Roma ebbe altre visite principesche in quell’anno, fra cui quella del granduca Wladimiro e della granduchessa Pawlowna, che si trattennero qui prima di recarsi a Palermo; quella del Re del Wurtemberg, del Re e della Regina di Sassonia, i quali andarono egualmente al Quirinale e al Vaticano.

Ma più che la visita di questi augusti personaggi fece effetto la venuta di Sarah Bernhardt, la grande attrice francese. Ella dette quattro recite al Valle, alle quali non mancò mai la Regina. Tutta la parte intelligente del pubblico romano affollava il teatro, e rimase affascinata dal genio dell’artista, più che dalla sua eleganza e dai suoi regali gioielli. Sarah abitava nell’albergo Bristol, e non si fece vedere altro che una sera alle signore romane, che volevano conoscerla, nel foyer del Valle. Le ore che le rimanevano libere impiegavale nel visitare i monumenti. Passò come una meteora lasciando vivo desiderio nei romani di udirla di nuovo.

La morte di Garibaldi e di don Augusto Ruspoli, deputato del secondo collegio, richiesero nuove elezioni, pro forma, perchè si sapeva che la Camera doveva essere sciolta, e ci fu poca lotta; maggiore fu quella per le elezioni amministrative in luglio. Trionfò tutta la lista concordata fra i giornali liberali, e l’Unione Romana rimase soccombente.

In quel tempo aveva cominciato a far parlare di sè Francesco Coccapieller, atteggiandosi a Catone e a vindice della morale conculcata. Aveva fondato un giornale: L’Eco dell’Operaio, e poi un altro: l’Ezio II, che il popolo chiamava Il carro di Checco, e camminava per Roma con gli stivaloni guarniti di sproni, il frustino, un cilindro a larghe tese e il revolver alla cintura. Così si era presentato in tribunale per rispondere delle accuse contro il de Mauro, e si sentì condannare a 6 mesi di carcere e a 500 lire di multa.

Non contento di questa pena che avrebbe dovuto scontare, il Coccapieller prese di mira altri cittadini, fra i quali il Parboni e poi tanti e tanti, ribattendo per giorni e giorni le accuse, senza curarsi delle smentite. Tutte le sere c’erano dimostrazioni a piazza Colonna, perchè il popolo si divertiva a quella sudicia guerra di penna, e col suo proverbiale scetticismo, rideva di quelli che rimanevano schiacciati sotto le ruote del carro di carta di Checco, che si diceva tanto sollecito del bene del popolo, e parlava un linguaggio cosi chiaro da farsi ben capire dai suoi lettori.

Tutta quell’onda di calunnie, quel flutto d’odio sollevato, non potevano portare ad altro che ad una tragedia, e quella si svolse nell’osteria della sora Amalia, in via Vittoria, ove il tribuno soleva passare la serata insieme col suo stato maggiore. Entrò in quella un decoratore, certo Capponi, seguito da Angelo Tognetti, il fiero popolano di Borgo, e gli chiese conto delle calunnie che spargeva contro tante persone. Il Coccapieller impugnò il revolver e fece fuoco; Angelo Tognetti sparò pure, ma era già ferito alla testa. Nell’osteria vi erano guardie travestite, fuori passeggiavano i carabinieri, e quelle e questi impedirono una carneficina. Coccapieller fu arrestato e portato via in carrozza, deludendo l’aspettativa del popolo che voleva strapparlo dalla forza; Angelo Tognetti fu portato allo spedale e messo sotto la sorveglianza delle guardie, e dopo fu arrestato anche Ernesto Capponi. Però il processo non si fece in quell’anno; se ne fecero altri cinque contro l’Ezio II, [p. 308 modifica]uno fra gli altri promosso dall’avv. Raffaele Petroni, per essere stato accusato come ricettatore dei due milioni e mezzo rubati alla Banca Nazionale in Ancona, e dall’avv. Lopez, l’elegante abruzzese, che aveva acquistato a Roma tanta notorietà. Il giornale diffamatore non aveva tanto torto, perchè alcuni anni dopo il Lopez era appunto condannato per la parte avuta in quel furto, ma allora l’accusa parve una enormità. E reo di calunnia fu ritenuto il Pasqualini, redattore dell’Ezio II, e venne condannato a un mese di carcere.

Appena indette le elezioni generali con l’estensione del suffragio e lo scrutinio di lista, quelli che avevano fatto i comizi per ottenere l’allargamento del voto, chiesero tutto il resto che avevano serbato in petto. A Roma si chiese perfino di obbligare i padroni di casa a non esiger più il deposito per la pigione. Qui furono eletti deputati Guido Baccelli, Luigi Pianciani, Domenico Corazzi, Francesco Coccapieller e Augusto Lorenzini.

L’elezione di Coccapieller parve un fatto enorme a Roma, ma i voti dei suoi amici non sarebbero bastati a portarlo alla Camera, se con il loro solito scetticismo, o per fare una burletta, molti romani, che non erano dalla sua, ma gongolavano sentendo diffamare Tizio e Caio, non gli avessero dato il voto.

Allora sorse un nuovo giornale per combattere Coccapieller e prese il nome di Ciceruacchio, ma la lotta invece di diminuire aumentò.

La Camera si riaprì il 22 di novembre e il Re pronunziò un notevole discorso accennando al grave lavoro che incombeva ai deputati. Il discorso reale fu specialmente applaudito in quelle parti che si riferivano all’opera del ministero dell’interno, e accolto freddamente nelle altre rispetto ai disegni di legge degli on. Zanardelli, Baccarini e Baccelli.

Fu notato che una ventina di socialisti, che erano stati eletti, non erano presenti alla seduta reale per non giurare. Nella seduta successiva, nella quale fu eletto a presidente l’on. Farini a quasi unanimità, il Falleroni, deputato di Macerata rispose: non giuro. Fu uno scandalo. L’on. Pierantoni fece la proposta di dichiarare vacante il collegio di Macerata, ma il Depretis volle un provvedimento più radicale e presentò un progetto di legge per stabilire in quali casi un collegio poteva esser dichiarato vacante per il rifiuto del giuramento dell’eletto. Benchè Costa, Ceneri, Bovio, e anche Cairoli fossero scesi nella lizza per combattere il progetto Depretis, pure fu approvato a stragrande maggioranza, mercè le franche dichiarazioni dell’on. Zanardelli. E così il Governo prima delle vacanze ebbe campo di mostrare i suoi intendimenti e di misurare le proprie forze.

Contro l’elezione Coccapieller (che non fu convalidata subito, avendo chiesto la Camera notizie al Governo svizzero, sulle capitolazioni che si facevano con la Santa Sede nel reclutamento delle guardie, perchè il nuovo onorevole aveva servito in quel corpo) giunse alla presidenza una petizione. E allora Coccapieller chiese che la Camera ordinasse una inchiesta su tutto il suo passato.

Quando il direttore dell’Ezio II uscì dalla Camera dopo la seconda seduta per l’elezione del presidente, lo aspettavano i suoi elettori e gli fecero una calorosa dimostrazione, che non garbò ad altri. Allora incominciarono i fischi e Coccapieller si rifugiò nel caffè Ronzi e Singer, e forse la cosa sarebbe finita male, se subito non fossero comparse guardie e carabinieri a sbarrare il Corso.

Due ambasciatori erano stati cambiati; l’Austria aveva mandato il conte Ludolf invece del conto Wimpffen; la Francia aveva lasciato lungamente vacante il posto d’ambasciatore dopo il ritiro del marchese di Noailles. Finalmente nominò a Roma il signor Decrais, e l’Italia inviò a Parigi il marchese Menabrea.

[p. 309 modifica]L’ambasciata d’Austria al palazzo Chigi e quella al palazzo di Venezia erano continuamente sorvegliate dalle guardie e con ragione, ed esse facevano abortire ogni inizio di dimostrazione al grido di «viva Oberdank!» che sulla fine dell’anno era stato processato e giustiziato in Austria. Quelle dimostrazioni potevano creare delle noie gravi al Governo e rinfocolare le aspirazioni della Irredenta, tenute a freno dal Depretis. Un giorno mentre la carrozza del conte Paar tornava dal Vaticano, un certe Valeriani lanciò contro quella un sasso. Era un disperato che forse non sapeva neppure di tirare contro l’Ambasciatore, ma il Governo s’impensierì e l’on. Mancini non tardò un momento a recarsi dal conte Ludolf per deplorare il fatto.

Sul finire dell’anno si spense don Michelangelo Caetani, duca di Sermoneta, assistito amorosamente dal figlio e dalla figlia, contessa Lovatelli.

Il Re voleva che gli fosse fatto un sontuoso funerale quale spetta ai collari dell’Annunziata, ma il figlio valendosi del testamento lasciato dal padre, e che stabiliva le norme del trasporto, ottenne che la volontà del duca di Sermoneta fosse rispettata.

Molti anni prima don Michelangiolo aveva fatto costruire due casse: una d’olmo e l’altra di piombo e su questa aveva fatto porre una targa con la seguente iscrizione:

michael angelus cajetanus
mortem expectans
sepulchrum sibi paravit
anno domini mdccclxx


I funerali furono modestissimi. Sul carro di seconda classe era posta la sola ghirlanda di casa Triggiano, dietro due sole carrozze delle pompe funebri, dieci preti e venti cappuccini. L’assoluzione del cadavere fu data dal parroco di S. Angelo in Pescheria. Di ritrattazione in estremo non c’era stato bisogno, perché il cardinal di Pietro, parente ed amico del duca, aveva dato l’assoluzione in articulo mortis.

Una grande aspettativa riempiva gli animi alla fine del 1882: il palazzo delle Belle Arti era terminato, e il 14 gennaio doveva inaugurarsi la grande esposizione artistica, la prima che vedeva Roma; un lavoro affrettato si compieva nel palazzo riconosciuto già angusto per accogliere tante opere d’arte, e nei baracconi attigui. Gli artisti erano in parte giunti per assistere al collocamento dei lavori, e i giornali incominciavano a segnalare al pubblico quelli più degni di attenzione. Il popolo che di quella festa artistica poco si curava, non occupavasi d’altro che di Coccapieller e dell’Ezio II, che andava a ruba.