Autunno
Terza pastorale

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Alexander Pope - Pastorali (1709)
Traduzione dall'inglese di Emidio De' Vincenzi (1767)
Autunno
Terza pastorale
State Verno
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A U T U N N O


TERZA PASTORALE



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A U T U N N O.


TERZA PASTORALE.


AL SIGNOR WICHERLEI.


Otto l’ombra, che spande un ampio faggio,
Ila, ed Egon le lor selvagge rime

Già cantavan un dì. Doleasi Questi
Dell’Amica infedel; Quel dell’assente:
5E i nom di Delia, e Dori empian il bosco.

Voi Ninfe Mantovane il vostro sacro
Almo soccorso or mi recate; Io canto
D’Ila, e d’Egone le silvane note.

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O tu, che dalle Nove unit’ ottieni
     Di Plauto il brio, e l’arte di Terenzio,
     E insiem il foco del divin Menandro;
     Il cui saver s’insegna, e ’l gusto alletta,
     E ’l cui giudizio ne comanda; e ’l cui
     Spirto ci rende ai ben oprar ferventi;
     O tu nell’arte di natura esperto!
     Deh! volgi il guardo a cor di pastorelli
     A passioni senz’arte, a pene innate.

Già tramontando Febo i raggi fulgidi
     Spargea sereno, e le fioccose nuvole
     Eran vergate di lucente porpora,
     Allor ch’Ila canoro con melodici
     Piant’ insegnava l’aspre nocche a gemere,
     E facea monti ancor sciogliers’ in lagrime.


[PAGINA MANCANTE NELLA FONTE]



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     Languidi fior, che al suol giacete stesi
     Perchè da primavera abbandonati;
     Mesti augelletti dal cantar sospesi
     Perchè la calda state v’ha lasciati;
     Alberi voi, che siete smorti, quando
     L’autunno n’ha i calori allontanati;
     Dite, non è di morte un fiero brando
     L’assenza a cor che langue in vivo amore?
Itene, aurette, i miei sospir recando,
     Maldette quelle aren, che le dimore
     Forman a Delia mia; sian vizzi i germi;
     Secchi ogni pianta, e moravi ogni fiore;
     Ogni cosa vi pera, e guasti e infermi
     Salvo sol lei . . . . . Che dissi mentecatto?
     Sia, dove Delia mia le piante fermi,
     Sia primavera sempre, e sorgan ratto...

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     Bei fior novelli; sian rose sbuccianti
     Anch’a nodose querci onore adatto.
     E veggansi ambre liquide, e fragranti
     Da’ pruni ancor, e bronchi distillare.
Itene aurette, e i miei sospiri ansanti!
     Pria cesseran gli augelli d’intonare
     De’ canti vespertini i dolci accenti;
     I venti cesseran pria di spirare;
     Il dolce mormorio alle sorgenti,
     E all’ondeggianti selve i moti usati
     Pria cesseran, ch’io mai d’amar mi penti.
     I gorgoglianti fonti non sì grati
     Sono al pastor che ha sete, o ’l dolce sonno
     A’ languidi bifolchi affaticati:
     Non alle Lodolette giammai ponno
     Recar tanto piacer le piogge care;
     Nè i raggi del bel Sol le pecchie vonno
     Nemmen per la metà cotanto amare,
     Quanto io veder il tuo viso vezzoso.

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Ite i sospir, aurette, ite a recare!
     Vien Delia, vieni: A che così nojoso
     Lungo induggiar? se. già per antro, e colle
     Di Delia il dolce nom s’ode famoso?
     Delia rimbomba ogn’antro, ed ogni colle
     Con Ecco risonar Delia si sente.
     Cieli! qual di repente pensier folle
     Del più dolce piacer m’empie la mente?
     Son sogni d’un’amante, o ver pur sia
     Che Delia mia gentil sia quì presente?
     Ella già vien; sì vien già Delia mia.
     Or cess’il pianto, e voi ancor cessate
     Aurette i miei sospir di portar via.

Poi cantò Egon, e ne furo ammirate
     Le selve di Windsor. Deh! muse il canto
     Qual lo dettaste allor, voi replicate.

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Deh risonate, o monti, del mio pianto.

     Per la spergiura Dori, i miei lamenti,
     Prima ch’io mora almen, udite intanto;
     Qui dove sceman mole i monti algenti
     Quanto s’ergono più, le valli al basso
     Lasciano, e dentro i ciel volan possenti,
     Or che il bue arator del caldo lasso
     E del lavor del campo si ritira
     Col giogo sciolto, e faticoso il passo;
     Mentre che il fumo inanellato gira
     Delle capanne in cima, e l’ombra scura
     Ratto cader sul verdebrun si mira.

Deh risonate, o monti, mia sventura!

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     Sotto quel pioppo oh Dio, passammo spesso
     Il giorno insiem, e i suoi voti d’amore
     Nella corteccia io avea sovente impresso;
     Ella intanto solea con vivo ardore
     Legar ghirlande in sù rami pendenti.
     Son secche ah! le ghirlande dal calore;
     I voti consumar le piogge, e i venti.
     Sì pere l’amor suo, sì la mia speme.

Deh risonate o monti, i miei lamenti!
     Il risplendente Arturo ora le vene
     Fa del frumento pur liete, e feconde;
     Or brilla ogni arbuscello, e carchi tiene
     Di frutti d’oro i rami; ora diffonde
     Anch’ il grato racem di mosto eletto
     I dolci rivi; or bacche rubiconde
     Pingon il bosco già reso gialletto,

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     Cieli! ogni cosa dunque fuorch’ Amore
     Ritorna il contraccambio, con diletto?
Deh risonate, o monti, al mio dolore!
     „Ila le greggi tue son mal guardate„
     Gridanmi i pastorelli a tutte l’ore:
     Ah! che mi giova mai d’aver salvate
     Le greggi, le me lasso! il core ho perso,
     Mentre pecore sol ho preservate?
     Pan venne, e me richiese in duolo immerso
     Qual’arte maga il faccia od occhio infesto
     Or ne saetti il fascino perverso;
     Ma in qual’altr’occhi ohimè! quel vivo innesto
     D’alto poter, che turba e mente, e core,
     Se non che in que’ di lei si trova intesto?
     E fuor di quella ch’or siede in amore,
     Dove magia mai si può trovare?
Deh risonate monti il mio dolore.

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     Se da’ pastor mi voglio allontanare
     Da’ greggi, e prati; Non mi si disdice
     Pastori, e greggi, e prati abbandonare.
     Ogni consorzio uman lasciar mi lice
     E ’l mondo tutto ancor. Amor, ahi pene!
     D’abbandonar non mai sarò felice.
     Or ti conosco Amor sin nelle vene;
     Crudele! come il mare tempestoso,
     Più feroce che Tigri in Libie arene!
     Fosti svelto dal rio ventre focoso
     D’Etna, poi dato fra tempeste, e venti
     D’onde col tuon veniste aspro e penoso.
Deh risonate, monti, i lai dolenti.
     Addio! voi selve, addio! luce del giorno
     Ch’un salto da quel monte a’ miei tormenti

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     Darà pur fin. Non più dunque d’intorno
     Non risonate monti i miei lamenti.
Così cantavan i pastori allora
     Mentre la notte era vicina, essendo
     Pur rosso il Ciel della partente luce,
     Quando cadendo il rugiadoso umore
     Ornava il suolo d’argentine stille
     E basso il Sol rendea l’ombre più stese.