Oro incenso e mirra/Idillio

Idillio

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Il canarino La notte di Natale

Secondo un motto di Pindaro «all’ingresso di ogni opera d’arte bisogna mettere una figura che brilli da lontano». Quale l’aveva dunque egli collocata nell’atrio del proprio tempio, di cui oggi non ci rimangono che poche ruine? Lo si ignora, ma se dagli scarsi rottami si potè conchiudere all’edificio, la statua, che ne ornava il vestibolo, dev’essere stata ben bella.

E questa legge di estetica, da lui liricamente formulata, si verificò poi in tutte le grandi opere d’arte. Forse la Grecia non ebbe sculture più belle del fregio del Partenone: all’ingresso della Iliade, serena ed a un tempo sanguinante epopea di battaglia, Omero aveva già collocato la patetica figura di Andromaca: all’ingresso dell’Eneide Virgilio pose il tragico fantasma di Didone, nelle prime bolgie dell’inferno Dante s’imbatte in Francesca, dalla soglia stellata del Paradiso gli viene incontro Beatrice: Angelica passa fuggendo nelle prime strofe dell’Orlando, il primo guerriero che arriva sulla piazza di Gerusalemme è Clorinda, la prima vittima che si presenta nel palazzo maledetto di Adelchi è Ermengarda: Margherita sta nel vestibolo del massimo poema moderno, Ofelia sulla porta del gran teatro del mondo! Zola stesso, l’implacabile pessimista, ha dovuto mettere davanti al proprio freddo ed enorme edificio borghese l’agreste e pietosa sembianza di Miette, figurina idilliaca, che nella storia dell’Idillio viene così a trovarsi fra la Simetha di Teocrito e la Regina di Tennyson, ingenua come la prima, devota a morte come la seconda. Ma fra queste due donne, fra Teocrito e Tennyson, non sono passati invano circa duemila anni.

Certo non tutte le epoche, e nemmeno forse tutti i popoli, possono produrre l’Idillio, quale apparve in Grecia, e da quella apparizione è rimasto nel nostro spirito. I romani, che derivarono dai greci tutte le arti e delle arti si applicarono tenacemente a tutti i generi, nel presentimento di una difficoltà insuperabile parvero affidare quest’ultima prova al loro poeta più dotto nella mano e squisito nel temperamento. La dura fibra romana non si piegò, Virgilio fece miracoli di artificio, ma la vittoria dell’arte rimase a Teocrito.

Nato in Sicilia, dentro il mare più bello, sotto il cielo più puro, in una isola nella quale la casa può essere un lusso e il vestito una decorazione: dove l’incanto della natura impone l’ozio, e il canto come linguaggio naturale dell’ozio può facilmente diventarne la sola preoccupazione, Teocrito si trovò sulla scena più adatta alla propria poesia. Intorno a lui la pastorizia durava da secoli e dura ancora ai nostri giorni, l’agricoltura non aveva maggior fatica del raccogliere, e la facilità del clima vi produceva colla condiscendenza nella vita il suo oblio.

Una moltitudine di barche dalle vele multicolori le facevano cintura: era libera come uno scoglio e potente come un regno, ferace quanto una pianura e poetica come tutte le montagne. Cornice, quadro, personaggi, tutto era pronto; l’epoca non poteva essere migliore. La Grecia, che avendo aperto con Omero il proprio lungo periodo di gloria doveva chiuderlo con Teocrito in una parentesi di grandezza e di grazia, aveva già troppa storia, troppo lottato, vinto e perduto, su tutti i campi di battaglia.

Il suo pensiero era esaurito, la sua anima non aveva più la freschezza di sensazioni, quella stupefazione beata del risveglio della vita, che le aveva fatto inventare Pane prima di Apollo, il flauto innanzi alla lira. Ma nella Sicilia, sulla quale le tempeste politiche erano passate come i venti d’Africa scrollando solamente le cime degli alberi, la siringa era ancora l’istrumento più dolce, ancora durava l’accordo inalterato fra spirito e natura, mondo e pensiero. Forse le prime parole cadute nell’orecchio del poeta bambino furono un motivo di egloga modulato dalla balia: più tardi, giovinetto, era stato probabilmente giudice in più di una cantata, che riprodusse poi immortale nel verso. Partito da Siracusa per studiare nell’isola di Cos sotto Sileta, celebre poeta, vi aveva conosciuto il figlio di Tolomeo Lago; quindi, visitata Alessandria, allora centro intellettuale del mondo era stato di ritorno in patria, accolto alla corte di Gerone. Ma l’erudizione accumulata negli studi e nei viaggi non aveva indurito la fibra del suo temperamento: schietto siciliano aveva voluto apprendere dai greci i canti, non le canzoni. Così la loro decrepitezza non potè intristire la sua gioventù, mentre l’abbondanza del getto riempendogli costantemente le forme perfettissime da esse ricevute, gli tolse di cedere a quella vanità di ricercatezze, che già viziavano i suoi maestri e dovevano poi guastare tutti i suoi successori.

Laonde, ingenuo d’occhi e collo sguardo istrutto si trovò rapporto alle cose in quella condizione di mezza verità, la più favorevole alla immaginazione, come ha scritto un grande critico; la quale può egualmente insistere e sfuggire, stringere da presso la realtà e allontanarsene, cogliere il particolare e la prospettiva.

Dopo lui e il suo tempo, l’idillio scomparve, i romani n’ebbero uno degnissimo sebbene diverso nelle Georgiche, essi che avevano sentito l’agricoltura con la stessa tenace serietà della guerra e della politica.

Finalmente venne il cristianesimo e l’idillio inadatto all’anima di Roma diventò impossibile nel pensiero umano. Il concetto pessimista del mondo, che costituiva il fondo della nuova religione, dava necessariamente un altro aspetto alla natura e un altro significato alla vita; poi l’impero rovinante, il profondo avvilimento di una civiltà, che si sentiva esaurita e si presentiva distrutta mentre i barbari ruggivano a tutte le frontiere: l’esistenza ridotta un’orgia pei pagani fisi all’Olimpo e un’espiazione pei cristiani intenti nel Golgota; la terra abbandonata dalle antiche divinità e non ripopolata dalle nuove; il dubbio rimasto ultima affermazione di quanti pensavano ancora, l’indifferenza suprema virtù di coloro che resistevano tuttavia, il martirio estremo eroismo di quelli che ricominciavano a credere. Poi i barbari irruppero, l’impero sprofondò, la civiltà si spense, e sul suo cadavere morto di vecchiaia la natura non intese per molto tempo che canti di salmi e singulti di pianto.

Un grande spostamento aveva avuto luogo; nel mondo antico il tempio era all’aperto, di marmo bianco, giocondo come una terma, mentre l’Eliso stava nel centro della terra, freddo e scuro come un sepolcro. Nel mondo nuovo il primo tempio era stato sotto terra, e l’Eliso in cielo.

Quando i poeti ritorneranno a cantare, l’elegia avrà dunque la nostalgia del sepolcro e l’ode quella del paradiso: quindi l’una canterà con voce più bassa, l’altra volerà con ali più forti. Poi l’idillio, sopravvissuto e destinato a sopravvivere sempre nelle improvvisazioni popolari come prima ed ultima forma dell’egloga, tentò di risorgere artisticamente fra le fole, le ballate, le sirventi, ma la nuova fanciullezza del mondo, non era come l’antica, e la purificazione esercitata dal cristianesimo sulla natura aveva messo la diffidenza nell’uomo.

La bellezza era stata dichiarata un pericolo, l’amore un peccato. La coscienza atterrita dal problema religioso non poteva più bearsi nell’eterna giovinezza dei campi: l’arte avendo tutto obliato ricominciava bambinescamente sotto la ferula della religione, la vita ancora sofferente delle proprie crisi non aveva più abbandoni, onde fra la vergine e il cavaliere, i due tipi nuovi, l’idillio non fu possibile. Ma quando nella civiltà progredita rifiorirono le lettere, e la bellezza ridivenuta plastica restaurò il regno delle forme, l’idillio comparve nuovamente coll’imitazione di Virgilio in Italia, più tardi coll’imitazione dell’Italia in Francia per finire da noi in un’Arcadia di accademia, là in una Arcadia di corte colle pastorelle vestite di seta e il verso trapunto come i loro abbigliamenti. La letteratura aveva rinvenuto il modo, non il tempo dell’idillio. Poscia vennero il romanticismo e la musica; il primo invece di abbigliare le pastorelle di seta le ornò di sentimenti anche più fini, ed ebbe per la natura entusiasmi di sacerdote, tenerezze di amante; la seconda, più intima e quindi anche più vera della poesia, accennava già di riuscire quando il contatto del romanticismo e le false abitudini del teatro la viziarono così che nello stesso capolavoro immortale di Bellini, malgrado la freschezza dell’ispirazione e la grazia delle movenze, manca troppo spesso la semplicità.

Finalmente l’idillio passò in Inghilterra, e là, dentro una letteratura, nella quale si era sempre notato il predominio di quanto oggi chiamasi con brutta parola realismo, si disse che Tennyson era risorto. Infatti a prima vista tutte le condizioni vi sembravano riunite. Un popolo coltissimo e non ancora in decadimento, abbastanza ricco per avere il gusto e l’abitudine della campagna, con un sentimento schietto della vita e una predisposizione alla malinconia corretta dalla fortezza della tempra. La sua campagna era feracissima, la sua religione quasi ragionevole, la sua filosofia poco teoretica, la sua poesia semplice per indole per tradizione.

Tennyson stesso non poteva essere meglio dotato dalla natura ed esercitato nello studio.

Ma il ferreo carattere inglese diventato di acciaio al fuoco della grande rivoluzione puritana, si era ancora più indurito nel lungo e fortunato esercizio commerciale: la religione agghiacciatasi dopo il trionfo aveva come coagulato il sentimento del popolo, il classicismo rimasto nelle lettere e nei costumi malgrado l’influenza di Byron e di Shelley irrigidiva ancora il gusto dell’aristocrazia. In Inghilterra più che altrove il concetto della vita e dell’amore erano in antitesi coll’idillio, L’agricoltura vi ha ridotto il podere come una fabbrica cogli stessi operai, le stesse macchine, la stessa speculazione crudele e trionfante: la bigotteria protestante, molto peggiore della cattolica, aiutata dall’indole del popolo e dalla sua storia vi ha costretto l’arte ad un ufficio puramente morale; quindi negate tutte le passioni, contati i generi e i tipi. Da molto tempo il teatro inglese è chiuso, per molti anni non si aprirà se la vita non vi ritorni coll’arte, quella vita, che oggi non si vuole nel romanzo perchè si condanna il romanzo nella vita. Così la ragazza inglese, ammirabile per la sua superbia d’individuo capace di bastare a sé medesimo, è forse meno di ogni altra incline all’idillio, mentre nella dignità del proprio carattere deve giudicare sconveniente ogni più ingenua confessione dell’amore.

Nella Grecia non era così.

La Simetha di Teocrito non è cortigiana, ma una piccola borghese come la Margherita di Goethe, camuffata così miseramente dal Gounod in angelo. Innamorata e tradita dall’amante ricorre agli scongiuri. La scena è la stessa che ai nostri giorni, solamente il rito n’è cambiato. Invece dei lauri oggi si usa il mazzo delle carte. È notte, il luogo deserto, un cortile o un giardino. La luna sogguarda dalle nubi. Simetha accompagna lo scongiuro cantando, e il suo canto esalato a voce bassa è di un effetto terribile. Si direbbe quasi un canto calmo se il ritornello indirizzato al fuso, che girando sopra sè stesso deve attirare l’assente, non avesse uno stridore di arma omicida. I cani salutano dai boschi la luna, poi il mare si queta, il vento tace, ma non le tace nel petto la passione per colui, che doveva sposarla e invece ha fatto di lei una miserabile disonorata. Questo lamento di una bellezza funebre nei versi greci è tutto di amore. Simetha non piange la verginità perduta, ma l’amante involatosi dietro un altro amore, mentre ella mostrata a dito dalle compagne più fortunate dovrà subire le baie dei giovanotti più depravati del paese.

Allora il ricordo delle passate voluttà torna a fermentarle nel sangue e, levando verso la luna, che le confonde il proprio pallore sul volto, ella invoca la pianta famosa dell’Isyomane, che fa delirare cavalli e puledre lungo le valli di Arcadia.

- Ah! ah! odioso amore, perchè attaccandoti al mio petto come una mignatta di palude hai bevuto tutto il sangue nero del mio corpo? - esclama cacciando un grido quasi per un morso improvviso.

Questo urlo la esaurisce, ha bisogno di restare sola.

La stessa presenza della vecchia Testili le diviene insopportabile, quindi la manda ad ungere la porta di Delfi con una atroce mistura di veleni. Qui la scena muta, e comincia la seconda parte dell’idillio. Simetha si sdraia per terra come una bestia, in tormento e singhiozzando, cantando, racconta a sè medesima colla passione di tutti gli infelici il proprio male. Il racconto è un capolavoro di verità e di poesia. Il ritornello della invocazione a Diana, che lo riannoda interrompendolo, invariabile nelle parole muta significato ad ogni strofa coll’accento della voce languida o minacciosa, famelica o supplichevole. Un giorno, non è molto, la sua amica, Anasso, venne ad invitarla per la festa di Diana; vi si recarono coi canestri e videro molte fiere, fra le altre una leonessa, della quale le è rimasto il ricordo. Simetha aveva fatto la più accurata toeletta, perchè la giornata era splendida ed avrebbero incontrati molti giovanotti.

Infatti a mezza strada s’imbatterono in due dei più belli, Delfi e Eudamippo, che uscivano dalla palestra rossi, sudanti.

Vederlo, amarlo, fu un punto solo, un colpo di vento, uno scoppio di fulmine. Forse l’amore covava da lungo tempo nel suo cuore: l’atmosfera era favorevole, la stagione di primavera, il cielo quasi bianco a forza di essere puro, Simetha innamorata di Delfi oblia la festa e scappa a casa; se fosse rimasta, e Delfi le avesse rivolta la parola, sarebbe scoppiato uno scandalo.

Così Shakespeare molti secoli dopo ha fatto innamorare Giulietta e Romeo: la prima qualità dell’amore semplice è la prontezza. Appena in casa Simetha si caccia in letto e si ammala. Per dieci giorni, dieci secoli, non mangiò né bevve: un pensiero le tendeva il cervello, uno spasimo le bruciava il cuore, Delfi. La fisonomia le si emaciò, la pelle le divenne gialla come il topazio; allora pensò agli scongiuri, risorsa di tutte le immaginazioni deboli, ma gli scongiuri furono insufficienti. Ad ogni invocazione le crebbe la smania, quantunque volte pronuncia il nome di Delfi le labbra le scottano ancora. Non rimane più che un rimedio, mandare Testili da Delfi; la passione l’aveva trovato subito, ma la ragione esitava. Testili va e torna con Delfi. Qui è il punto culminante del poemetto. Parla Simetha: con un solo tratto Teocrito si rivela poeta ed osservatore di primo ordine, giacchè rivedendo con gli occhi della fantasia Delfi entrare dall’uscio ella interrompe il racconto per gettare il grido del ritornello come se la stessa emozione le si ripetesse nell’anima, e il medesimo strido della prima volta le rompesse dalle labbra.

Poi un freddo le tocca tutte le carni, un sudore abbondante come una rugiada la bagna, e non può parlare nemmeno come i bambini balbettano nel sonno vagendo verso la madre. Quest’ultima nota è di un patetico profondamente femminino, giacchè l’amore sveglia sempre la maternità nella donna. Delfi entra bello e fatuo conquistatore, anche adesso le pare di rivederlo; le siede con famigliarità quasi protettrice sul letto e per farle un complimento comincia a parlarle di sé stesso, dicendo che il suo invito lo ha prevenuto come l’altro giorno egli sorpassò il bel Filino alla corsa. Naturalmente cita il più bello fra i propri amici per provarle che non teme confronti. E Simetha gli dà ragione. Per le Delfi non è l’elegante antipatico di tutte le decadenze, ma il Delfi bello, dal petto largo, dalle membra agili, il vincitore della palestra. Simetha non ha torto. Oggi ancora le donne, che si avvicinano al suo modo di sentire, sono forse anche meno esigenti, non pretendono neppure che Delfi sia bello.

Ma come tutte le persone troppo amate, Delfi non ama; in pochi giorni si stanca di Simetha e la trascura; ella trema, piange, finché apprende da un’amica che Delfi è innamorato altrove, s’ignora se di un uomo o di una donna. Simetha stessa non lo ricerca: che le importa il nome? Ella non è gelosa, giacchè la gelosia discende quasi sempre dalla testa mentre ella ama coi sensi: esige Delfi, ma trova forse naturale che altri lo desideri, solamente non vorrebbe perderlo. In questo ultimo caso giura piuttosto di ucciderlo, ma anche allora non si preoccupa della rivale. Simetha ama troppo Delfi per odiare un altro.

Giammai vi fu idillio più povero e più bello; oggi dopo tanto mutamento di età noi lo sentiamo ancora, noi che non possiamo più scriverlo e, quello che è peggio, rifarlo. Teocrito ha messo l’elegia, fors’anche la tragedia, in fondo all’idillio giacchè Simetha può bene ammazzare Delfi in un incontro, a certe ore, in date circostanze. Tennyson ha fatto altrettanto, ma invece di Delfi è la regina che morirà: idillio, elegia e tragedia si seguono formando un solo componimento. Là un fatto che rivive in un racconto, qua un soliloquio nel quale si perde un fatto; Teocrito ha scolpito un gruppo, Tennyson fuso una statua; il gruppo è molto nudo, la statua molto panneggiata, il primo prorompe dalla vita, la seconda rientra nel sogno.

Siamo alla vigilia della festa di Maggio. La futura regina è nella propria casetta, sola con la madre, alla quale raccomanda di svegliarla presto l’indomani per avere il tempo di abbigliarsi: domani è la gran festa, si dà il premio della bellezza, la più bella sarà nominata regina. Essa ha già contato i voti, sono tutti suoi. Nella ingenua vanteria dei primi trionfi la regina non sa frenarsi e come Delfi particolareggia alla madre piangente di gioia le proprie bellezze. L’apertura della scena è vera, il ritornello, che come un’eco delle ovazioni imminenti interrompe quel soliloquio, ha una grazia e una leggerezza inimitabili.

Come le frasi leggermente retoriche tornano e vibrano nelle sue spezzature!

Ma ecco che dalla ragazza prorompe la vergine. Ella non ha mai amato e non ama: la hanno detto che ha un cuore selvaggio, ma non ha risposto perché non avevano colpito nel segno. Molti giovani, dei quali non ricorda più il nome l’amarono.

Uno solo, Rubino l’ha colpita. Ella lo vide sempre solo, raccolto in sé stesso, schivo della gente: Rubino l’ama senza averglielo mai detto. Questo riserbo è la sua superiorità sugli altri giovani, l’unica ragione per la quale ella talvolta pensa a lui; anche Rubino deve essere vergine, ma ha una fisonomia pura e malinconica, il riflesso dei lunghi sogni sulla fronte. Ma la ragazza ripiglia il sopravvento, e perdendosi già con la fantasia nel tumulto glorioso dell’indomani, con versi esultanti e sapienti, forse troppo sapienti, dipinge alla madre il quadro della festa entro il paesaggio calmo della valle che somiglia alle valli di tutte le descrizioni. Vi è persino il rivolo, che mormora tra i sassi, il sole, che al tramonto indora le cime delle colline.

All’ultimo scoppio del ritornello si sente lo scoppio del bacio, che la futura regina dà alla mamma intenta a rimboccarle le coperte.

Passò un anno.

La regina è ammalata di tisi, la malattia delle vergini e delle sante: quando l’anima sola vive il corpo non ha che morire. Si è levata sentoni sul letto e prega la madre di svegliarla all’alba per vedere l’aurora del nuovo anno. Il soliloquio prosegue lento e stentato: un lumicino rischiara la camera, nell’aria pesa la nausea di un alito viziato, ma l’inferma perdendosi nei ricordi della propria incoronazione vorrebbe vivere fino alla prossima primavera. Perché? È un rimorso, che le sale dal corpo disfatto come un bisogno supremo di sentire la natura prima di abbandonarla? O il desiderio di avere molti fiori al proprio funerale? Chi lo sa? Quindi coll’intenerimento contagioso dei malati parla della chiesetta parrocchiale, rammenta il piccolo camposanto, finché ripresa improvvisamente dalla vanità della ragazza, con un irresistibile impeto d’affetto espresso in versi mirabili, scongiura la mamma a seppellirla sotto la spinalba, che nel mattino trionfale di maggio le fece da baldacchino al trono. La vanità è dunque la sua unica passione, come la tisi doveva essere la sua unica malattia, s’ella non vuole che corone e non sogna che di mostrarsi dall’alto, sui gradini di un altare o di un trono? Forse, ma i sermoni del buon pastore le sovvengono a tempo e, soffocando tutte le voci dell’orgoglio, le sgorgano dalle labbra scolorite in tante consolazioni per la mamma.

Povera mamma! Come dev’essere dolorosa la morale evangelica in bocca di una figlia morente, come consolerebbe di più il sentirla piangere nel dolore dell’abbandono che il vederla rassegnata alla necessità della partenza!

Il desiderio dell’ammalata fu esaudito: la primavera è tornata battendo con le foglie delle pianticelle rampicanti ai vetri della sua finestra. Perché mai questa vergine, che non ha amato il mondo, questa tisica che sta per abbandonarlo con gioia, si perde ad analizzarne con arte sì fina e talvolta con particolari così dotti tutte le loro bellezze alla madre? O fu un capriccio d’inferma, o è stato un difetto nel poeta. L’agonia si avvicina: il prete è uscito dopo aver benedetto la morente, mamma e figlia sono sole. Il canto del finale incomincia con un canto sacro; gli angeli sono passati a volo pel cielo suonando le arpe; Regina le ha sentite due volte, alla terza morirà. Un angelo librato nel vano della finestra, lontano, nell’azzurro, la chiama.

- Addio sorella, addio mamma!

La ragazza spirando rivela il proprio segreto di vergine, quindi il sogno di paradiso le ricomincia nell’anima, e in quel sogno s’addormenta.

Ecco la figura messa da Tennyson dinanzi ai propri idilli come quella che più altamente esprime la sua poesia idilliaca. Il paesaggio è inglese, colori freddi, aria umida, vegetazione rigogliosa. Una agricoltura sapiente ha migliorato ogni pianta: case, mulini, castelli, tutto a posto, il quadro pare il paese, ma il paese pare un quadro. La regina muore: che cosa farebbe nella vita? Diventerebbe prima sposa, poi madre, poi massaia: addio quindi poesia, perché tutta la poesia consiste nella verginità, primo grado dell’angelo. Invano parla sempre di fiori e li conosce, ne sa persino i nomi difficili: forse li imparò adornando l’altare della chiesetta, ma i fiori non le dissero una parola della loro vita così simile alla nostra, vita di amore e di generazione.

L’idillio di Tennyson è dunque un’elegia ancora più romantica che cristiana, alla quale Lamartine non è estraneo, giacchè nel canto o nell’accompagnamento, nella voce o nell’accento, qualche cosa di suo vi si intende. Che cosa pensa Tennyson della Simetha di Teocrito? Non lo so, ma si potrebbe forse saperlo, e forse ne pensa diversamente da noi, ma che cosa penserebbe Teocrito della Regina di Tennyson?

Adesso l’Inghilterra è per Tennyson, poeta laureato della regina, i lords lo accettano tra di loro, i borghesi lo venerano, i pastori lo citano, il pubblico lo paga come non ha mai pagato nessun poeta, i critici lo dichiarano superiore a Byron e si sono lagnati solo una volta, quando volle imitarlo dopo aver imitato tutti; ma il mondo è per Teocrito, il poeta della natura, che nessun periodo di civiltà ha ancora invecchiato, che forse nessun altro poeta sorpasserà. Teocrito vive in fondo a tutti i cuori: è laggiù nei nostri primi ricordi, nei nostri primi sogni d’amore, nel nostro primo risveglio alla vita e alla verità.

Tutti noi avemmo qualche Simetha e qualche Regina, vivemmo nell’elegia e aspirammo alla sana giocondità dell’idillio antico. Così la letteratura inglese, che ha avuto Shakespeare e avrà Tennyson ancora per poco, pare accenni anch’essa di ritornare all’antico per interrogare la natura con nuove intenzioni.

La Francia ha ritrovato Zola e Zola ha ritrovato la Miette; l’Inghilterra non può quindi tardare molto a rinvenire un altro poeta, che alzi nell’atrio del proprio monumento un’altra maggiore statua, perché secondo il motto di Pindaro «all’ingresso di ogni opera d’arte bisogna mettere una figura che brilli da lontano».