Malmantile racquistato/Primo cantare

Primo cantare

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Vita di Lorenzo Lippi Secondo cantare

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MALMANTILE RACQUISTATO.


PRIMO CANTARE.

ARGOMENTO.

               Marte, sdegnato perchè il Mondo è in pace,
          Corre, e dal letto fa levar la suora:
          E in finto aspetto, e con parlar mendace
          Mandala a svegliar l’ire in Celidora.
          Fa la mostra de’ suoi Baldone audace:
          Indi all’imbarco non frappon dimora:
          E per via narra con che modo indegno
          Bertinella occupato avea il suo Regno.

1.
Canto lo stocco e ’l batticul di maglia1,
Onde Baldon sotto guerriero arnese2,
Movendo a Malmantile aspra battaglia,
Fece prove da scriverne al paese,
Per chiarir Bertinella e la canaglia3
Che fu seco al delitto in crimenlese4,
Del fare a Celidora sua cugina,
Per cansarla del regno, una pedina5.

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2.
O Musa che ti metti al Sol di state
Sopra un palo a cantar con sì gran lena,
Che d’ogn’intorno assordi le brigate,
E finalmente scoppi per la schiena;
Se anch’io, sopr’alle picche dell’armate,
Vòlto a Febo, con te vengo in iscena,
Acciocch’io possa correr questa lancia6,
Dammi la voce, e grattami la pancia7.
3.
Alcun forse dirà ch’io non so cica,
E ch’io farei il meglio a starmi zitto.
Suo danno; innanzi pur; chi vuol dir dica:
Fo io per questo qualche gran delitto?
S’io dirò male, il Ciel la benedica;8
A chi non piace, mi rincari il fitto9.
Non so s’e’ se la sanno questi sciocchi,
Ch’ognun può far della sua pasta gnocchi.
4.
Mi basta sol se Vostra Altezza10 accetta
D’onorarmi d’udir questa mia storia
Scritta così come la penna getta,
Per fuggir l’ozio, e non per cercar gloria:
Se non le gusta, quando l’avrà letta,
Tornerà bene il farne una baldoria11;
Chè le daranno almen qualche diletto
Le monachine quando vanno a letto.

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5.
Offerta gliel’avea già, lo confesso;
Ma sommene anche poi morse le mani,
Perchè il filo non va nè ben nè presso12,
E versi v’è che il Ciel ne scampi i cani.
Ma poi ch’ella la vuole, ed io ho promesso,
Non vo’ mandarla più d’oggi in domani;
Chè chi promette, e poi non la mantiene,
Si sa, l’anima sua non va mai bene.
6.
Ma che? siccome ad un che sempre ingolla
Del ben di Dio13, e trinca del migliore,
Il vin di Brozzi14, un pane e una cipolla
Talor per uno scherzo15 tocca il cuore16;
Così la vostra idea17, di già satolla
Di que’ libron che van per la maggiore18,
Forse potrà, sentendosi svogliata,
Far di quest’anche qualche corpacciata.
7.
Già dalle guerre le provincie stanche,
Non sol più non venivano a battaglia;
Ma fur banditi gli archi e l’armi bianche
Ed eziam il portare un fil di paglia:
Vedeansi i bravi acculattar le panche,
E sol menar le man sulla tovaglia;
Quando Marte dal ciel fa capolino,
Come il topo dall’orcio al marzolino:

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8.
Chè d’averlo non v’è nè via nè modo,
Se dentr’ad un mar d’olio19 non si tuffa:
E reputa il padron degno d’un nodo20,
Che lo lascia indurire e far la muffa,
Così Marte, che vede l’armi a un chiodo
Tutt’appiccate, malamente sbuffa,
Che metter non vi possa su le zampe,
E che la ruggin v’abbia a far le stampe.
9.
Sbircia di qua di là per le cittadi
Nè altre guerre o gran campion discerne,
Che battaglie di giuoco a carte e a dadi,
E stomachi d’Orlandi21 alle taverne.
Si volta, e dà un’occhiata ne’ contadi,
Che già nutrivan nimicizie eterne;
E non vede i villan far più quistione,
In fuor che colla roba del padrone.
10.
Ond’ei, che in testa quell’umor si è fitto,
Che l’uom si crocchi22 pur giusta sua possa;
Senza picchiar nè altro, giù sconfitto
L’uscio a Bellona manda in una scossa.
Niun fiata perciò, non sente un zitto,
Perch’ella dorme, e appunto è in sulla grossa;
Poichè la sera avea la buona donna
Cenato fuora e preso un po’ di nonna23.

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11.
Le scale corre lesto come un gatto:
Poi dal salotto in camera trapassa:
E vede sopra un letto malrifatto,
Ch’ell’è rinvolta in una materassa;
Sta cheto cheto, e con due man di piatto
Batte la spada sopr’ad una cassa:
La qual s’aperse, ed ei, vistevi drento
Robe manesche24, a tutte fece vento25.
12.
Ma non fa sì che la sorella sbuchi,
Di modo ch’ei la chiama e le fa fretta:
La solletica, e dice: Ovvía, fuor bruchi26:
Lo spedalingo27 vuol rifar le letta.
S’allunga e si rivolta come i ciuchi
Ella, che ancor del vino ha la spranghetta28:
E fatto un chiocciolin29 sull’altro lato,
Le vien di nuovo l’asino legato30.
13.
Oh corna! disse il re degli smargiassi:
E intanto le coperte avendo preso,
Le ne tira lontan cinquanta passi;
Ma in terra anch’egli si trovò disteso;
O che per la gran furia egli inciampassi;
O ch’elle fusson di soverchio peso;
Basta ch’ei battè il ceffo, e che gli torna
In testa la bestemmia delle corna31.

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14.
Ella svegliata allora escí del nidío:
E dicendo che ’n ciò gli sta il dovere,
E ch’ei non ha nè garbo nè mitidío32,
Non si può dalle risa ritenere;
Cosa ch’a Marte diede gran fastidio:
Ma perch’ei non vuol darlo a divedere,
Si rizza e froda33 il colpo che gli duole:
Poi dice che vuol dirle due parole.
15.
Dì’ pur, la dea risponde, ch’io t’ascolto:
Hai tu finito ancora? ovvía dì’ presto;
Ma prima di quei panni fa’ un rinvolto,
E gettalo in sul letto, ch’io mi vesto.
Quello non sol, ma quanto aveva tolto
Di quella cassa, ei rende, e mette in sesto:
E postosi a seder su la predella34,
Con gravità dipoi così favella.
16.
Sirocchia, male nuove; poichè in terra
Veggiam ch’all’armi più nessuno attende;
Onde il nostro mestiere, idest la guerra,
Che sta in sul taglio35, non fa più faccende.
Sai che la Morte ne molesta e serra,
Che la sua stregua36 anch’ella ne pretende;
E se non se le dà soddisfazione,
La ci farà marcir ’n una prigione.

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17.
Bisogna qui pigliar qualche partito,
Se noi non vogliam ir nella malora:
Ed un ce n’è, ch’è buono arcisquisito,
Qual’è, che si risvegli Celidora37,
C’ha dato un tuffo nello scimunito38,
Mentre di Malmantil si trova fuora;
E passandola sempre in piagnistei,
Pigra si sta, come non tocchi a lei.
18.
Ma come quella, pare a me, che aspetta
Che le piovano in bocca le lasagne,
Senza pensare un Jota alla vendetta,
La sua disgrazia maledice, e piagne.
Or mentre39 ch’ella in arme non si metta
Per racquistar lo scettro e sue campagne,
Molto male per noi andrà il negozio,
Che muoiam di mattana40 e crepiam d’ozio.
19.
Chi sa? forse costei se ne sta cheta,
Perch’ella vede esser legata corta41;
Che s’ell’avesse un dì gente e moneta,
Tu la vedresti uscir di gatta morta;
Ma qui Baldon farà dall’A alla Zeta;
42So quel ch’io dico, quando dico torta:
Ritrova tu costei, sta’ seco in tuono43;
Chè quant’al resto, anch’io farò di buono44.

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20.
Vattene dunque, e in abito di mago,
Dopo il formar gran circoli e figure,
Conchiudi e dille che tu se’ presago
Che presto finiran le sue sciagure:
E quel tuo corazzon pelle di drago45,
Imbottito d’insulti e di bravure,
Mettile indosso; chè vedra’la poi
Far lo spavaldo più che tu non vuoi.
21.
Bellona, che ha il medesimo capriccio
Di far braciuole, va col sarrocchino46
E col bordone e un bel barbon posticcio,
Sembrando un venerabil pellegrino:
E fatto di parole un gran piastriccio,
Esser dicendo astrologo e indovino,
Che vien di quel discosto più lontano47,
La ventura le fa sopr’alla mano.
22.
Ove dopo mostrato ogni accidente
Di tutta la sua vita pel passato,
Soggiunge che per via d’un suo parente48
In breve tempo riavrà lo Stato;
Però si metta in arme, chè un presente
Le fa d’un panceron49, che, ancorchè usato,
Ripara i colpi ben per eccellenza:
E poi piglia da lei grata licenza50.

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23.
Già il termine di un anno era trascorso
Che Celidora avea perduto il regno;
Quando non pur le spiacque il caso occorso,
Ma volle un tratto51 ancor mostrarne segno.
Perciò richiesto ai convicin soccorso,
Che un piacer fatto non avrian col pegno,
E tenevano il lor tanto in rispiarmo,
Ch’egli era giusto, come52 leccar marmo;
24.
Fece spallucce53 a Calcinaia e a Signa54;
Ma la pania al suo solito non tenne55,
Perchè terren non v’era da por vigna56.
Calò nel piano, e ad Arno se ne venne,
Ove Baldon facea nella Sardigna57
Vele spiegare e inalberare antenne,
Fermato avendo lì, come buon sito,
D’armati legni un numero infinito.
25.
Costui, quando Bellona fu inviata
A Celidora, come già s’intese,
Da Marte avea avuto una fardata58,
Che lo tenne balordo più d’un mese:
E gli messe una voglia sbardellata
Di far battaglia e mille belle imprese;
Ond’egli, entrato in fregola sì fatta,
Fece toccar tamburo a spada tratta.

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26.
Poichè pedoni egli ebbe e gente in sella
Tanta, che al fin si chiama soddisfatto;
Render volendo il regno alla sorella,
E farle far bandiera di ricatto59,
Destinò muover guerra a Bertinella,
Che a lei già dato avea lo scacco matto:
Così con quell’armata e quei disegni,
In Arno messe i sopraddetti legni.
27.
Ov’anco in breve Celidora arriva
Con armi indosso, ed altre da far fette;
Perchè una volta al fin fattasi viva,
Ha risoluto far le sue vendette;
Chè l’usbergo incantato della diva
L’ha fatta diventar l’ammazzasette60:
Ed alle risse incitala talmente,
Ch’ella pizzica poi dell’insolente.
28.
Non così tosto al campo si conduce,
Come la suora vuol del dio soldato,
La Marfisa di nuovo posta in luce61,
Ch’ell’esce affatto fuor del seminato62:
E col brando, che taglia, com’ei cuce63,
Da far proprio morire un disperato64,
Vuol trucidar ognun, ognun vuol morto:
E guai a quello che la guarda torto.

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29.
Se guarda, è dispettosa e impertinente:
E sempre vuol che stia la sua di sopra65.
Talor affronta per la via la gente,
Cercando liti, quasi franchi l’opra66.
Ne venga, dice, pur chi vuol nïente;
Perocchè chi mi dà che far, mi sciopra67.
Giunta, in questa, in un campo pien di cavoli,
N’affettò tanti, che Beati Pavoli. 68
30.
Così piena di fumi, e d’umor bravi,
Che te l’hanno cavata di calende69,
Rivolge l’occhio al popol delle navi,
Là dove Brescia romoreggia70 e splende:
E va per infilarne sette ottavi;
Ma nel pensar dipoi, che, se gli offende,
Far non potrebbe lor se non mal giuoco,
Gli vuol lasciar campare un altro poco.
31.
Alfin, deposto un animo sì fiero,
In genio cangia appoco appoco l’ira:
E come un orsacchin che appiè d’un pero
A bocca aperta i pomi suoi rimira;
Ferma, impalata quivi come un cero,
Fissando in loro il sguardo, sviene e spira:
Nè può vivere alfin, se non domanda
Ove l’armata vada, e chi comanda.

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32.
S’abbocca appunto con Baldone stesso:
E sentendo ch’egli ha tal gente fatte,
Per rimettere in sesto ed in possesso
Una cugina sua, ch’è per le fratte71;
Ben ben lo squadra, e dice: Egli è pur desso!
Orsù, ch’io casco in piè, come le gatte:
Ed esclama dipoi: Quest’è un’azione
Che veramente è degna di Baldone.
33.
Maravigliato allora il sir d’Ugnano;
E chi sei, disse, tu, che sai il mio nome?
Io ti conosco già di lunga mano72,
Ella rispose, e acciò tu sappia il come,
Celidora son io del re Floriano,
Fratello d’Amadigi di Belpome:
E con tutto che già sieno anni Domini73
Ch’io non ti viddi, so come ti nomini.
34.
S’ell’è, dic’ei, così, noi siam cugini:
E subito si fan cento accoglienze:
Ed ella a lui ne rende mill’inchini;
Egli altrettante a lei fa riverenze.
Così fanno talor due fantoccini
Al suon di cornamusa per Firenze;
Che l’uno incontro all’altro andar si vede,
Mosso da un fil, che tien chi suona, al piede.

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35.
Poichè le fratellanze e i complimenti
Furon finiti, a lei fece Baldone
Quivi portar un po’ di sciacquadenti,
O volete chiamarla colazione.
Or mentre ch’ella scuffia a due palmenti74,
Pigliando un pan di sedici75 a boccone,
Si muove il campo, e sott’alla sua insegna
Ciascun passa per ordine a rassegna.
36.
E per il primo viensene in campagna
Pappolone76, il marchese di Gubbiano77:
Colui che nel conflitto della Magna
Estinse il Gallo e seppellì il Germano78.
È la sua schiera numerosa e magna:
E perch’egli è soldato veterano,
Ha nell’insegna una tagliente spada
Ch’è in pegno all’osteria di Mezzastrada79.
37.
Bieco de’ Crepi80, duca d’Orbatello,
Mena il suo terzo81, che ha il veder nel tatto;
Cioè, perch’ei da un occhio sta a sportello82,
Soldati ha preso c’hanno chiuso affatto.
Son l’armi loro il bossolo83 e il randello:
Non tiran paga, reggonsi d’accatto:
Soffiano, son di calca84, e borsaiuoli,
E nimici mortal de’ muricciuoli85.

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38.
La strada i più si fanno col bastone;
Altri la guida segue d’un suo cane;
Chi canta a piè d’un uscio un’orazione,
E fa scorci di bocca e voci strane;
Chi suona il ribecchin, chi il colascione;
Così tutti si van buscando il pane.
Han per insegna il diavol de’ Tarocchi86,
Che vuol tentar un forno pien di gnocchi.
39.
Dietro al Duca, che ognun guarda a traverso,
Vanno cantando l’aria di Scappino87:
Ma non giunsero al fin del terzo verso,
Che venuto alla donna il moscherino,
Fatto a Bieco un rabbuffo a modo e a verso,
Gli disse: S’io v’alloggio, dimmi Nino88;
Perch’io non veddi mai in vita mia
Pigliare i ciechi89, fuor che all’osteria.
40.
Signora, rispos’egli, benchè cieca,
Fu però sempre simil gente sgherra:
Con quel batocchio zomba a mosca cieca,
Senza riguardo, come dare90 in terra:
Sott’ogni colpo intrepida s’arreca,
Che non vede i perigli della guerra:
È cieca, è ver; ma pure il pan pepato91
È più forte, se d’occhi egli è privato.

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41.
Ovvia, diss’ella, tira innanzi il cocchio,
E se costoro a guerreggiar son atti,
Tienteli pure, e non mi stare a crocchio;
Mentr’egli è tempo qui di far di fatti.
Va’ dunque, o forte e invitto bercilocchio,
Chè i nemici da te saran disfatti;
Perchè in veder la tua bella figura,
Cascan morti, senz’altro, di paura.
42.
Ne segue intanto Romolo Carmari,
Cavalier di valore e di gran fama;
Ma sfortunato, perchè co’ danari,
Giocando, egli ha perduto anco la dama.
Colle pillole, date a’ suoi erari92,
L’affetto evacuò l’Arpia ch’egli ama;
Talchè, senz’un quattrino, ammartellato93
Alla guerra ne va per disperato.
43.
Dopo un’insegna nera, che v’è drento
Cupido morto con i suoi piagnoni,
Marciar si vede un grosso reggimento
Ch’egli ha d’innumerabili Tritoni94:
Al cui arrivo ognun per lo spavento
Si rincantuccia ed empiesi i calzoni95:
E da lontano infin dugento leghe
S’addoppiano i serrami alle botteghe.

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44.
Or comparisce Dorian da Grilli96,
Che nella guerra è così buon soggetto,
Che metterebbe gli Ettori e gli Achilli,
E quanti son di loro, in un calcetto97.
Scrive sonetti, canta ognor di Filli;
E, buon compagno, piacegli il vin pretto;
Rubato, per insegna, ha nel Casino
Il quattro delle coppe98, che ha il Monnino99.
45.
Fra Ciro100 Serbatondi, il sir di Gello,
Che in Pindo a Mona Clio sostiene il braccio101;
Egeno de’ Brodetti, e Sardonello
Vasari ch’è padron di Botinaccio,
Conducon tanta gente, ch’è un flagello,
Da far che le pagnotte abbiano spaccio:
Di cui102 (perchè il mestar diletta a ognuno)
Si pigliano il comando a un dì per uno.
46.
Di foglio103 per impresa, un bel cartone
Insieme colla pasta egli hanno messo,
Dei lor fantocci, i quali da Perlone
Soglion copiare, o disegnar dal gesso.
Nel mezzo v’han dipinto d’invenzione
L’impresa lor, nella quale hanno espresso
Sulle tre ore il venticel rovaio,
Che ha spento il lanternone a un bruciataio104.

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47.
Nanni Russa del Braccio, ed Alticardo
Conducon quei di Brozzi e di Quaracchi105,
Che, perchè bevon quel lor vin gagliardo106,
Le strade allagan tutte co’ sornacchi.
Hanno a comune un lor vecchio stendardo,
Da farne a’ corvi tanti spauracchi:
E dentro per impresa v’hanno posto
Gli spiragli del dì di Ferragosto107.
48.
Gustavo Falbi, cavalier di petto,108
Con Doge Paol Corbi or n’incammina
Gl’incurabili tutti, e ’l lazzeretto,
Gente che uscía di far la quarantina.
Van molti a grucce, in seggiola, e nel letto;
Perchè non son ancor netta farina,
Fan per impresa in un lenzuol che sventola,
Un pappino rampante ad una pentola.
49.
Bel Masotto Ammirato anch’egli passa,
Lindo garzon, d’ogni virtù dotato:
Che può, de’ soldi avendo nella cassa,
Pisciare a letto, e dire: Io son sudato;
Ma per l’ipocondria che lo tartassa,
Ei si dà a creder d’essere ammalato;
Ma e’ mangia, beve, e dorme il suo bisogno,
(Ch’è sino a vespro) e poi si leva in sogno109.

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50.
Collo scenario in mano e il mandafuora110,
Va innanzi a’ nobil suoi commilitoni;
Pancrazio, Pedrolino e Leonora
Lo seguon con un nugol d’istrioni,
C’hanno un’insegna non finita ancora;
Perchè Anton Dei con tutti i suoi garzoni,
In cambio di sbrigar quella faccenda,
È ito al Ponte a Greve111 a una merenda.
51.
Don Panfilo Piloti move il passo,
Chè, tracchè per usanza mai sta cheto,
Or ch’ei fa moto, fa sì gran fracasso,
Ch’io ne disgrado il diavol ’n un canneto.
Assorda il mondo più d’ogn’altro il grasso
Papirio Gola, ch’appunto gli è dreto:
Il qual vestì di lungo112, e fu guerriero;
Perocchè poco gli fruttava il clero.
52.
E n’ha fatto con esso de’ rammanzi113,
Che un po’ di campanile114 non gli alloga:
E questa è la cagion, che là tra’ lanzi115
Da soldato n’andò ’n Oga Magoga116:
Nè quivi essendo men117 tirato innanzi,
Posò la spada, e ripigliò la toga:
E per lo meglio si risolse alfine
Tornare a casa a queste stiacciatine118.

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53.
Al che tra molti commodi s’arroge
Quel ber del vin, ch’è troppo cosa ghiotta.
Qua119 birre, qua salcraut120, qua cervoge;
A casa mia dicea, del vin s’imbotta;
Però finianla: Cedant arma togæ:
Io non la voglio, in quanto a me, più cotta121:
Guerreggi pur chi vuol, s’ammazzi ognuno,
Ch’io per me non ho stizza con nessuno.
54.
Così rinunzia l’armi a Giove, e stima
D’essere il più liet’uom che calchi terra:
Pensa stato mutar cangiando clima;
Ma trovata l’Italia tutta in guerra,
È forzato ferrarsi più che prima:
«Ecco il giudizio uman come spess’erra!»122
Crede tornar tra genti quiete e gaie,
E fugge l’acqua sotto le grondaie.
55.
Tra Don Panfilo e lui uno squadrone
Dal Pontadera123 aspettano e da Vico,
Che parte per la via vanno a Vignone124,
E parte fanno un sonno a piè d’un fico.
Costoro empion di rena un lor soffione;
E quando sono a fronte all’inimico,
Gliela schizzan nel viso; ed in quel mentre
Gli piglian gli altri la misura125 al ventre.

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56.
L’insegna di costoro è un montambanco,
Che ha di già dato alli suoi vasi il prezzo;
E detto che son buoni al mal del fianco;
E strolagato, e chiacchierato un pezzo:
Ma trovandosi al fin sudato e stanco,
E non avendo ancor toccato un bezzo,
Si scandolezza126 ed entra in grande smania;
Poi dice ch’e’ si parte per Germania.
57.
Uomini bravi quanto sia la Morte,
Scandicci n’ha mandati e Marignolle127;
Gente che si può dir ch’abbia del forte,
Poich’ella ammazza128 gli agli e le cipolle.
Sue lance i pali son, targhe le sporte,
Archibusi le man, le palle zolle:
Va ben di mira, e colpo colpo imbreccia,
Massime quand’altrui vuol dar la freccia129.
58.
Vien comandata da Strazzildo Nori,
Ch’è chimico, poeta e cavaliere:
Ed è quei che in un quadro co’ colori
Fece quei fichi che divenner pere.
E perchè questo è il re de’ bell’umori,
Per dimostrar quanto gli piaccia il bere,
Ha per impresa un Lanzo130 a due brachette,
Che il molle insegna trar dalle mezzette.

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59.
Morbido Gatti, Enrigo Vincifredi
A far venire innanzi ecco son pronti
I fanti che ne dà il Ponte a Rifredi131,
Che mille sono annoverati e conti.
Han certi santambarchi132 fino a’ piedi,
Che chiaman133 il zimbel134 di là da’ monti,
E paion con la spada in sulle polpe
Un che faccia lo strascico135 alla volpe.
60.
Nell’insegna han ritratto un uom canuto136,
Che troppo avendo il crin (per esser vecchio)
Fioccoso e lungo, un fanciullino astuto
Dietro gli grida: Gli abbrucia il pennecchio.
Da questa schiera qui s’è provveduto
Gran ceste, piene d’uova e di capecchio,
Con fasce, pezze e taste, accomodate
Per farsi alle ferite le chiarate.
61.
È General di tutta questa mandra
Amostante Laton137, poeta insigne;
Canta improvviso come una calandra138:
Stampa gli enigmi, strolaga e dipigne.
Lasciò, gran tempo fa, le polpe in Fiandra139,
Mentre si dava il sacco a certe vigne.
Fortuna, che l’avea matto provato,
Volle ch’ei diventasse anche spolpato140.

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62.
Passati tutti con baule e spada,
Serransi in barca come le sardelle.
Gli affretta il duca, e chi lo tiene a bada
O ferma un passo, guai alla sua pelle;
Ch’ei lo bistratta, comechè141 ne vada
Giù la vinaccia e il sangue a catinelle:
E benchè lesto ciaschedun rimiri,
Non gli dà tanto tempo ch’ei respiri.
63.
Perciò imbarcati tutti in un momento,
Poichè Baldon facea così gran serra,
Si spiegaron l’insegne e vele al vento.
Quando le navi si spiccar da terra,
Ed egli allora entrò in ragionamento
Di quel che lo spingeva a far tal guerra;
Ma per contarla più distesa e piana,
Incominciò così dalla lontana.
64.
Risiede Malmantil sovra un poggetto:
E chiunque verso lui volta le ciglia,
Dice che i fondatori ebber concetto
Di fabbricar l’ottava maraviglia.
L’ampio paese142 poi, che egli ha soggetto,
Non si sa (vo’ giuocare) a mille miglia:
V’è l’aria buona, azzurra oltramarina:
E non vi manca latte di gallina143.

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65.
Il re di questo regno, giunto a morte,
La mia cugina qui, che fu sua Donna
(Non avendo figliuoli, o altri in Corte
Propinqui più), lasciò donna e madonna;
Ma come volle la sua trista sorte,
Un certo diavol d’una Mona Cionna144,
Figliuola d’un guidone145 ignudo e scalzo,
Ne venne presto a farle dar lo sbalzo.
66.
Gobba e zoppa è costei, orba e mancina,
Ha il gozzo, e da due sfregi il viso guasto:
Scorse in Firenze ognor la cavallina146
Ne’ lupanari, con gran pompa e fasto:
E perchè ossequi avea sera e mattina,
E il titol di Signora a tutto pasto,
Fatta arrogante, alfine alzò il pensiero
A voler questi onori da dovero.
67.
Così la mira ad alto avendo messa,
A’ suoi frustamattoni147 un dì ricorsa,
Bramar dice una grazia, e che in essa
Non si tratta di scorporo di borsa,
Ma perchè aspira a farsi Principessa,
Desidera da loro esser soccorsa,
Col loro aiuto, volendo, e consiglio
Provar, se a Malmantil può dar di piglio.

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68.
Pronto è ciascuno, e vuol tra mille stocchi
Esporre il ventre, come un paladino;
Chè, per servire a dame, tali allocchi
Cercan l’occasion col fuscellino;
Ma non si parli o tratti di baiocchi,
Perchè non hanno un becco d’un quattrino,
E credon, promettendo Roma e Toma148,
Di spacciar l’oro della bionda chioma149.
69.
Era tra’ molti suoi più fidi amanti
Un ciarlon, che però detto è il Cornacchia150:
Ed è di quei pittor che i viandanti
Collo stioppo dipingono alla macchia151:
E perchè nella lingua ha il suo in contanti,
Molto si vanta, assai presume e gracchia:
E finalmente colorisce e tratta
Questo negozio come cosa fatta.
70.
Scrive un viglietto poi segretamente
Ad un compagno suo capobandito;
Dicendo, che veduta la presente,
Il suo bagaglio subito ammannito,
Di notte tempo meni la sua gente
A Rimaggio152, alla Svolta del Romito;
Ma vada alla spezzata e pe’ tragetti:
E senza pensar altro ivi l’aspetti.

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71.
Andò la carta: e quei ch’ebbe l’intesa,
Come quel che invitato era al suo giuoco,
Andonne e guidò seco a quell’impresa
Cent’uomin, colle lor bocche di fuoco.
Quivi il Cornacchia e quella buona spesa153
Di Bertinella giunsero fra poco,
Anch’eglino con grossa e folta schiera
D’una gente da bosco e da riviera.
72.
Dopochè insieme tutti fur costoro,
Si fece de’ più degni una semblea,
Del come, discorrendo fra di loro,
Sorprendere il castello si dovea;
Onde il Cornacchia, in mezzo al concistoro
Rizzato in piè, con gran prosopopea,
Ed una toccatina di cappello,
In tal modo cavò fuora il limbello154:
73.
Io so che a un ignorante, a un idiota
L’esser il primo a favellar non tocca;
Ma perdonate a questa zucca vota,
Signori, s’io vi rompo l’uova in bocca.
Scricchiola sempre la più trista ruota;
Così la lingua mia più rozza e sciocca
V’infastidisce, è ver, ma v’assicura
Che Malmantile è nostro a dirittura.

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74.
Credete a me: ciascun si stia nascosto
In queste macchie, in questi boschi intorno:
Ed io da voi frattanto mi discosto,
Nè questa notte farò più ritorno.
Rivedrenci colà doman sul posto;
Perchè, vicino al tramontar del giorno,
Vi farò cenno; or voi ponete mente,
E poi venite via allegramente.
75.
Parte il Cornacchia, e corre presto presto
Da certi suoi amici contadini,
Da’ quali le lor bestie piglia in presto,
E carica più some di buon vini:
E di soppiatto, come fante lesto,
Cavò di tasca certi cartoccini
Pieni d’alloppio: e dentro al vin gli pone,
Quello impepando155 senza discrizione.
76.
Così carreggia: e giunto a Malmantile,
All’aprir della porta la mattina,
Scarica in piazza il vino: ed un barile
A regalar ne manda alla regina.
Poi vende il resto a prezzo tanto vile,
Che ognun ne compra: e infin chi n’ha in cantina,
Per rivenderlo altrui il fiasco attacca156:
Si cala al buon mercato, a quella macca157.

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77.
Due o tre fiaschi davane a quattrino,
Ed a’ poveri davalo a isonne158;
Talchè tutti tuffandosi a quel vino
S’imbriacaron come tante monne159:
E subito dal grande al piccolino,
Tanto degli uomin, quanto delle donne,
Cascaro in sonnolenza sì gagliarda,
Che desti non gli avrebbe una bombarda.
78.
Quando il Cornacchia vedde il suo disegno
Già riuscito, andò sopr’alle mura,
Ed a’ compagni fece il detto segno;
Che bene avendo al tutto posto cura,
Saliro al poggio senz’alcun ritegno,
Senza sospetto aver, senza paura:
Dietro al Cornacchia, lor guidone160 e scorta,
Dentro al castello entraron per la porta.
79.
E perchè ognun dormiva come un tasso161,
La donna fece farne una funata,
E condursegli a’ piedi a baciar basso162,
E renderle il tributo ognun pro rata.
A Celidora poi restata in Nasso163,
Cioè da’ suoi vassalli rinnegata,
Giacchè tutti voltato avean mantello,
Comandò che baciasse il chiavistello164.

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80.
Ella ubbidì, temendo ancor di peggio:
E benchè fosse un pezzo in là di notte,
Il pigliarsene subito il puleggio165
Un zucchero le parve di tre cotte166.
Così finito il solito corteggio,
Con due strambelli167 e un par di scarpe rotte,
Trista e strascina poi, per la boccolica
Un tozzo mendicava all’accattolica.
81.
Intanto Bertinella del Reame
Garbatamente fecesi padrona:
E de’ villaggi e d’ogni suo bestiame
Prese il possesso in petto ed in persona168;
Poi per letizia cavalieri e dame
Regalò di confetti169 e di pattona170:
E segue ogn’anno di mandarne attorno,
«per la dolce memoria di quel giorno»171.
82.
Tostochè v’ebbe fitto il capo172, volle
Che ognun serrasse il traffico e il negozio,
Donando a ciascheduno entrate e zolle,
Acciò se la passasse da buon sozio,
Ed allegro, a piè pari, ed in panciolle173,
Senza briga vivesse in pace e in ozio.
Ognun vi s’arrecò di buona gana174;
Chè la poca fatica a tutti è sana.

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83.
Così mai sempre in feste ed in convito
Tirano innanzi questi spensierati:
Nè moverebbon, per far nulla, un dito,
Bench’ei credesson d’essere impiccati.
Non teme della corte175 chi è fallito;
Chè tutti i giorni a lor son feriati176:
Non v’è giustizia nè il bargel va fuora,
Se non per gastigar chiunque lavora.
84.
Ma, s’io non erro, il tempo è già vicino
Che n’ha a venir la piena de’ disturbi;
Mentre doman, per fare un buon bottino,
Andremo a dar addosso a questi furbi.
Così panno sarà di Casentino177:
Nè si lamenti alcuno, o si sconturbi;
Chè chi nuoce al compagno in fatti o in detti,
Deve saper che chi la fa, l’aspetti.
85.
Qui tacque il duca: e subito rattacca,
Col dire alla cugina in voce bassa,
Che, perch’egli ha la bocca asciutta e stracca
Il soggiungere a lei qualcosa lassa.
Non ho che dir, gli rispond’ella, un’acca;
Oltrechè la sarebbe carne grassa178.
Di’ piuttosto in che mo’ noi siam parenti,
Ch’io non paia a costor degl’Innocenti.

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86.
Ed io, che non ne ho gran cognizione,
E sempre me ne sono stata a detta,
(Chè tutta la mia gente andò al cassone179,
Come tu sai, ch’io ero fanciulletta)
T’udirò volentieri. Allor Baldone
Soggiunse: Or or ti servo: e a tanta fretta180,
Perchè non gli moría la lingua in bocca,
Ricominciò quest’altra filastrocca.

Note

  1. Canto lo stocco ecc. Dice il nostro Poeta in modo ridevole ciò che gli epici tutti col solito Canto le armi; e nomina lo stocco, specie di spada che ha forma quadrangolare, e il batticulo, parola già usata per giuoco a significare il giaco, arma del dosso.
  2. Guerriero arnese. Insegne militari, apparato bellico, e forse anche, fortezza, luogo fortificato. — Quando altri fa cosa da nulla e se ne vanta come di prodezza, gli si dice: hai fatto assai; scrivi al paese, e il modo è preso dal fatto di quelli che, andati alla guerra, d’altro non iscrivono al paese che di lor geste.
  3. Per chiarir. Scaponire, sgarire, far ricredere e pentire del fare ecc.
  4. Delitto in crimenlese, di lesa maestà.
  5. Fare una pedina è fraudare altri di ciò ch’egli è vicino a conseguire. Qui intende fraudarla del regno. Modo preso dal giuoco degli scacchi.
  6. Correr questa lancia. Tirare a fine quest’opera: dai giuochi degli anfiteatri.
  7. Grattami la pancia. Fa’ tu a me, divenuto cicala, ciò che a te si suole, per farti cantare. Grattare il corpo a uno vale, cercare di cavargli di bocca un segreto, o cosa almeno ch’e’ non vuol dire.
  8. Il ciel la benedica. Pazienza, quel che è fatto è fatto.
  9. Mi rincari il fitto, quasi il fisso, il fissato; come dicesse: mi faccio io forse pagare? usa per dire: non temo le male lingue.
  10. Vostra altezza Il cardinale Leopoldo de’ Medici.
  11. Baldoria è fiamma di materie aride, che presto finisce, fatta per lo più per allegria. — Quelle faville che prima di spengersi errano per le ceneri della carta arsa, diconsi dai bambini le monachine che vanno a letto.
  12. Nè ben nè presso, Tutti intendono: nè bene nè presso a bene. Ma poichè l’immagine è dal tessere, non potrebbe voler dire: il filo non va spedito bene), nè s’accosta (presso agli altri, sì che la tela riesca uguale?
  13. St. 6. Ben di dio. Grazia di Dio, vivande squisite.
  14. Brozzi è luogo sotto Firenze, che dà, o dava, un vino debole.
  15. Per uno scherzo. Per istravizio o tornagusto.
  16. Tocca il cuore. Va al cuore, gusta moltissimo.
  17. Idea. Intelletto mente.
  18. Van per la maggiore. Sono di prima classe; qui, di gran dottrina. Il modo è dai magistrati delle Arti di Firenze, le quali dividevansi in Maggiori o Minori.
  19. St. 8. Un mar d'olio. L’olio in cui si tiene immerso il marzolino, per conservarlo.
  20. Nodo, laccio, forca
  21. St. 9. Stomaco d'Orlando vale, Uomo di gran coraggio; ma qui l’aggiunta alle taverne, dà alla frase il senso proprio, che torna tanto più ridicolo.
  22. St. 10. Crocchiare, è il cantare della chioccia; esprime pure il suono di un vaso di terra cotta gesso; vale anche cicalare, e qui percuotere, dar busse.
  23. Pigliar la nonna. Il Minucci dice che questo modo è lo stesso che pigliar la mónna, imbriacarsi: ma il Biscioni afferma che il secondo modo soltanto è in uso, e così legge l’edizione di Finaro.
  24. St. 11. Manesche. Qui, pronte e comode a valersene.St. 11. Manesche. Qui, pronte e comode a valersene.
  25. Fece vento. Fece quel che il vento fa alle cose leggieri, che le porta via.Fece vento. Fece quel che il vento fa alle cose leggieri, che le porta via.
  26. St. 12. fuor bruchi. Via di qua, esci dal letto. St. 12. fuor bruchi. Via di qua, esci dal letto.
  27. Lo spedalingo. Il guardiano degli spedali ove si ricettano i pellegrini, per destarli e avvisarli che è tardi, suol gridare: S’hanno a rifar le letta.Lo spedalingo. Il guardiano degli spedali ove si ricettano i pellegrini, per destarli e avvisarli che è tardi, suol gridare: S’hanno a rifar le letta.
  28. La spranghetta o stanghetta è un particolare dolor di capo o stordimento che prova al destarsi chi ha bevuto troppo vino.La spranghetta o stanghetta è un particolare dolor di capo o stordimento che prova al destarsi chi ha bevuto troppo vino.
  29. Fare un chiocciolino. Raggrupparsi come la chiocchiola.Fare un chiocciolino. Raggrupparsi come la chiocchiola.
  30. Legar l'asino. Il villano preso per via dal sonno, lega l’asino a un ramo, e si mette a dormire.Legar l'asino. Il villano preso per via dal sonno, lega l’asino a un ramo, e si mette a dormire.
  31. St. 13. Gli torna in testa ecc. Si fa in fronte un corno, un bernoccolo, un biccio, come dicono a Siena.St. 13. Gli torna in testa ecc. Si fa in fronte un corno, un bernoccolo, un biccio, come dicono a Siena.
  32. St. 14.Mitidio. Giudizio, ordine. È parola corrotta da metodo.St. 14. Mitidio. Giudizio, ordine. È parola corrotta da metodo.
  33. Froda. Nasconde, dissimulaFroda. Nasconde, dissimula
  34. St. 15. Predella. Questa voce di varii significati, qui rappresenta quel mobile che oggi comunemente chiamiamo comodino.St. 15. Predella. Questa voce di varii significati, qui rappresenta quel mobile che oggi comunemente chiamiamo comodino.
  35. St. 16. Mestiere che sta in sul taglio, nel senso ovvio vorrebbe dire: Mestiere di chi vende drappi a braccia, al minuto, cioè tagliandoli. Ma qui significa: MestiereSt. 16. Mestiere che sta in sul taglio, nel senso ovvio vorrebbe dire: Mestiere di chi vende drappi a braccia, al minuto, cioè tagliandoli. Ma qui significa: Mestiere
  36. - Stregua. Qui, porzione dovuta, dazio.
  37. St. 17. Si risvegli dalla sua inerzia Celidora, che trovasi fuor del suo Stato di Malmantile, per esserne stata cacciata da Bertinella.
  38. - Dare un tuffo, nello scimunito, nel pazzo o simile vale fare atto, o diportarsi da scimunito, da pazzo ecc.
  39. St. 18. Mentre. Finchè.
  40. - Mattana. Malinconia.
  41. St. 19. Legata corta. Non ha forze bastanti, come cavallo che se è legato a corto, non può fare grandi sforzi
  42. - So quel ch’io dico ecc. Il Pulci nel suo Morgante nomina la tórta per significare un’altra cosa; poi aggiunge: So quel ch’io dico quando dico tórta. Questo verso è passato in proverbio per esprimere. M’intend’io.
  43. - Sta’ seco in tuono. Vacci d’accordo.
  44. - Far di buono. Giocar di danari e non di nulla; e perciò, stare attento, operare con ogni attenzione.
  45. St. 20. Corazzon Fatto di pelle di drago.
  46. St. 21. Sarrocchino. Mantello cortissimo di cuoio o di tela incerata.
  47. - Che vien più da lungi che da qual siasi più lontano luogo: ossia, di lontanissimo. Forse invece di quel è da leggere qual.
  48. St. 22. Un suo parente è Baldone.
  49. Un panceron. Arma da difender la pancia, è lo stesso corazzone nominato alla st. 20.
  50. Grata licenza. Ora si direbbe buona licenza; e cosi leggono alcune edizioni.
  51. St. 23. Un tratto. Una volta, finalmente.
  52. Giusto come, æque ac, per l’appunto come.
  53. St. 24. Fece spallucce. Si strinse nelle spalle in atto di chi si raccomanda.
  54. Calcinaia e Signa sono paesi in due collinette vicino a Firenze.
  55. La pania non tenne. Non trovò appicco, non riuscì a nulla.
  56. Terreno da por vigna. Gente facile a lasciarsi ficcar la carota, lasciarsi imbecherare, lasciarsi persuadere.
  57. Sardigna. Vuol far credere che parli dell’isola di Sardegna, ma intende un luogo fuor delle mura di Firenze, ove si scorticano le carogne.
  58. St. 25. Fardata. Qui, riprensione piena di villanie.
  59. St. 26. Far bandiera di ricatto. Ricattarsi, vendicarsi.
  60. St. 22. Ammazzasette. Contano le donne una novella per trattenimento de’ fanciulli: e, per accomodarsi alla lor capacità. dicono: Fu una volta un bel giovanetto in Garfagnana, detto Nanni, il quale per la sua mendicità dormiva in una capanna da fieno. Quivi essendo egli un giorno per riposarsi, e ripararsi dal caldo, si messe a pigliar le mosche: e ne aveva ammazzato sette; quando comparve quivi una bella Fata, e gli disse, che, se le donava quelle sette mosche, per cibare una sua passera, l’avrebbe fatto ricco. Gliele concedette egli più che volentierí; onde ella, innamorata di questa sua cortese prontezza, lo prese per la mano, e lo condusse alla sua caverna: dove rivestitolo, e datogli danari ed armi, gli pose in testa un elmo, o berretta, in cui era scritto a lettere d’oro: Ammazzasette: e lo mandò al Campo de’ Pisani, i quali in quel tempo coll’aiuto de’ Franzesi guerreggiavano co’ Fiorentini. Arrivato Nanni a detto campo, chiese soldo a’ Pisani: e domandatogli del nome rispose: Io mi chiamo Nanni, e per avere io solo in un giorno ammazzato sette, ho per soprannome Ammazzasette. Fu per questo, e per esser anche ben formato, con buon soldo, e con non minore stima accettato. Essendo poi fra pochi giorni in una scaramuccia morto il Capo delle truppe Franzesi: e volendone essi fare un altro, erano fra di loro in gran differenza; perchè essendone proposti diversi, coloro a’ quali non piacevano i suggetti proposti, gridavano Nani, Nani; onde i soldati italiani, che credettero che dicessero Nanni, Nanni, e che avessero creato lui, cominciarono a gridar Nanni, Nanni, viva, Nanni: e così a voce di popolo Nanni detto l’Ammazzasette, eletto capo di dette truppe, e divenne ricco, siccome gli aveva promesso la Fata. E di questo intende il Poeta, volendo mostrare, che Celidora era divenuta brava, quanto questo Ammazzasette, il quale non fece maggior bravura, che ammazzar quelle sette mosche: siccome nè anche Celidora non fece maggior bravura, che affettar quei cavoli, che vedremo nella St. 29 e seguente. (Minucci.)
  61. St. 28. La Marfisa di nuovo ecc. Questa novella Marfisa. Vedi l’Ariosto.
  62. Esce affatto fuor del seminato, Perde il senno del tutto.
  63. Taglia com’ei cuce. Tanto è buono a tagliare, quant’e’ sarebbe a cucire.
  64. Morire un disperato. Dicesi delle armi arrugginite, che farebbero morir disperato per lo dolore uno che ne fosse ferito.
  65. St. 29. La sua opinione. Vuol sempre aver ragione.
  66. Quasi franchi l’opra. Quasi possa liberar dalle spese del litigare sè stessa e la parte avversa.
  67. Sciopra quasi da exoperare. Chi mi dà una bega, una quistione, mi leva da un’altra, tante io ne ho.
  68. Tanti che ecc. Un grandissimo numero. Un montambanco a chi comperava un suo contravveleno regalava la pietra di San Paolo, purch’e’ si fosse chiamato Paolo. Moltissimi affermarono d’aver questo nome; onde il cerretano: Oh quanti Paoli! e i rimasti senza la pietra: Oh beati Pavoli.
  69. St. 30. Cavata di calende. Impazzata, fatta cadere in estrema confusione, come avverrebbe a chi perdesse o dimenticasse affatto l’ordine dei giorni e dei mesi che è descritto dal lunario o calendario
  70. Brescia romoreggia, ecc. Ove sono tante armi. Di uomo tutto armato si dice: Ha tutta Brescia addosso
  71. St. 32. È per le fratte. È fra rovi e pruni, è condotta a mal termine, è rovinata.
  72. St. 33. Di lunga mano. Da gran tempo.
  73. Anni Domini. Anni moltissimi.
  74. St. 35. Scuffia Mangia ingordamente masticando con suono delle due ganasce, dette qui palmenti, cioè macine o ruote da molino. Modo basso.
  75. Un pan di sedici quattrini toscani. Un grosso pane.
  76. St. 36. Pappolone. Gran mangiatore: anagramma propriox 1 di Paolo Pepi.
    1. L'anagramma è proprio, quando esprime le qualità della persona. È puro, quando non vi son lettere variate o aggiunte. — In fondo al volume si trova la spiegazione di tutti gli anagrammi.
  77. Gubbiano è un castello, ma qui sta per ricordare la voce plebea ingubbiare, che vale empire il ventre.
  78. Magna, Gallo, Germano hanno un doppio senso patente.
  79. Mezzastrada è un’osteria così chiamata, perchè quasi a metà della via, tra Porta alla Croce di Firenze e Rovezzano.
  80. St. 37. Bieco de’ Crepi. Anagr. pr. di Pietro de’ Becci uomo mezzo cieco, e perciò duca di Orbatello.
  81. terzo. Un dato numero di soldati, una tribù.
  82. Stare a sportello si dice del bottegaio che in giorno di festa o mezza festa tiene aperto il solo sportello dell’uscio. Osserva come poi è ben continuata la metafora.
  83. Bossolo qui è Quel vaso che tengono in mano i ciechi per riceverci l’elemosine.
  84. Soffiano, son di calca. Fanno la spia e amano di frequentare le calche.
  85. Nimici de’ muricciuoli, perchè spesso vi danno dentro con le gambe e co’ piedi.
  86. St. 38. Tarocchi. Certe carte da giuoco, in una delle quali è effigiato il diavolo. Vedi c. VIII, 61 x 1
    1. Quando si cita il canto e la stanza, s'intende anche citare le note della medesima
  87. St. 39. L’aria di Scappino era una canzonetta che cantavano i ciechi in Piazza della Signoria a’ tempi dell’autore.
  88. Dimmi Nino. Dimmi pazzo, come fu Nino che, ceduto il regno per un giorno a Semiramide, fu da lei fatto uccidere.
  89. Pigliare i ciechi per farli cantare.
  90. St. 40. Dare. Percuotere.
  91. Il pan pepato si fa con molti aromati e canditi che, nel tagliarlo, restano come occhi in quella pasta scura. Cavati questi occhi che son dolci, il resto è più frizzante e acre, forte.
  92. St. 42. Con le pillole ecc. Questa arpia d’amante, che avea posto tutto il suo amore negli erari del suo Romolo, col purgar questi di danaro, purgò sè della bile amorosa.
  93. Ammartellato dall’amore e dalla gelosia.
  94. St. 42. Tritoni. Uomini vili e mal vestiti, quasi uomini triti.
  95. Empiesi i calzoni perchè dalla paura gli si muove il corpo.
  96. St. 42. Dorian da Grilli. Lionardo Giraldi, gentiluomo di bell’umore e poeta.
  97. Calcetto è un calzamento a foggia di scarpa. Mettere altrui in un calcetto vale superarlo e avvilirlo.
  98. Il quattro delle coppe è una delle carte da giuoco, v. VIII, 61.
  99. Il monnino è una bertuccia, effigiata in mezzo a quel quattro. Il Giraldi ha per insegna il Monnino perchè egli era solito dare i monnini. Quel che ciò sia, s’intenderà dal seguente esempio: Doriano disse ad un chierico: Non fu mai gelatina senza.... e qui si fermò come smemorato; il chierico finì subito il verso, dicendo alloro. E il Giraldi soggiunse: Voi siete il maggior bue che vada in coro.
  100. St. 42. Fra Ciro ecc. Vedi l’indice dei nomi anagrammatici. Questi personaggi erano scolari di pittura dell’autore.
  101. Sostiene il braccio ecc. Fa il letterato.
  102. Pagnotte, per pani, è voce viva in molte parti d’Italia. Di cui. Della qual gente.
  103. St. 46. Di foglio ecc. Eglino per loro impresa han messo insieme colla pasta un bel cartone di fogli con disegni dei lor fantocci ecc.
  104. Bruciataio chiamasi in Firenze il venditore di bruciate, cioè castagne o calde arrosto.
  105. St. 47. Brozzi e Quaracchi, luoghi vicini a Firenze.
  106. Gagliardo è detto quel vino ironicamente.
  107. Ferragosto. Ferie d’Agosto. Celebravano gli antichi le ferie augustali con grandi allegrie, e i Fiorentini festeggiavano pure solennemente i primi due giorni di agosto, per memoria delle due rotte di Monte Murlo (1° agosto 1537 e di Manciano (2 agosto 1554), Ma poichè le dette feste erano quasi dismesse al tempo dell’autore, per questo nomina gli spiragli (spirare, morire), cioè gli avanzi.
  108. St. 48. Gustavo ecc. Ugo Stufa, Balì della Religione di san Stefano, detto per giuoco cavalier di petto dalla croce dell’ordine che portava in petto. L’altro è Iacopo del Borgo. Essendo essi infermicci (non son netta farina) quando l’autore scriveva, si dà loro per insegna un Pappino, cioè portator di pappe al malati dello Spedale.
  109. St. 49. Si leva in sogno. Si leva, sognando che sia ora di levarsi, mentre non è. Ma è detto per iperbole ironica. Vuol dire: si leva a mezzodì, e afferma che s’è trovato in piedi prestissimo perchè sognava di levarsi, e si è levato di fatto.
  110. St. 50. Lo scenario ecc. Bel Masotto Ammirato (Marchese Mattias Bartolomei) dilettavasi di fare e recitar commedie co’ suoi amici Pancrazio ecc.; onde qui gli si danno in mano lo scenario e il mandafuora, che sono fogli in cui si descrivono i nomi dei recitanti, le scene ecc., perchè la rappresentazione proceda con ordine. — Il fatto narrato negli ultimi quattro versi par che sia vero: ma invece di stendardo, trattavasi di abiti da commedia.
  111. Ponte a Greve è poco lontano da Firenze sulla strada di Pisa.
  112. St. 50. Vestì di lungo. Vestì tonaca o abiti talari.
  113. St. 50. Rammanzo, Ramanzina, rabbuffo, diceria, lagnanza.
  114. Un po’ di campanile. Una chiesa, una cappellanía.
  115. Lanzi Guardie Tedesche.
  116. Oga magoga. Lontan lontano.
  117. Nè... men. Nemmeno.
  118. Stiacciatine. Tornare al pentolino, ai comodi di casa.
  119. St. 50. Qua. In Germania.
  120. Salcraut. Cavol salato.
  121. Non la voglio più cotta. Mi basta così. Chi va all’osteria ed ha, fame, dice all’oste, per isbrigarsi: portala cotta com’è.
  122. St. 50. «Ecco» ecc. Ariosto, I, 7
  123. St. 55. Pontadera, Vico, terre vicino a Pisa.
  124. Vignone o Vingone è un fiumicello tra Firenze e la Lastra: ma la frase qui usata significa anche: Andare nelle vigne altrui a côrre l’uva.
  125. la misura. La mira.
  126. St. 56. Si scandolezza. S’adira.
  127. St. 57. Scandicci e Marignolle, Ville vicine a Firenze.
  128. Ammazza. Fa mazzi.
  129. Dar la freccia, Frecciare, chieder danari in presto, e si dice di chi ha poco modo e meno voglia di renderli.
  130. St. 58. Un Lanzo. Un Tedesco delle guardie, gran bevitore, capace di scompisciare le due paia di brache che portava.
  131. St. 59. Ponte a Rifredi, luogo a vicino a Firenze.
  132. Santambarchi o saltambarchi specie di sopravveste o mantello rustico fatto di due lunghe strisce di panno cucito in croce con una buca in mezzo, per la quale passare il capo
  133. Che chiaman ecc. Che invitano a percuotere di zimbello chi porta quei saltambarchi.
  134. Zimbello qui è un sacchetto pieno di crusca o simile, coi quale i ragazzi, di carnevale percotevano i contadini: e mentre questi si voltavano per vedere, altri ragazzi li percotevano dall’altra parte.
  135. Lo strascico ecc. Per fare una certa caccia alla volpe si va strascinando per terra un pezzo di carnaccia fetida legata a una fune.
  136. St. 60. Un uom canuto. Questi è un certo dottor Cupers, con cui ragionavano spesso i due nominati nella St. precedente. Questo dottore da vecchio andava molto lindo, e credevasi d’invaghire di sè tutte le donne: onde i monelli gli davan la baia.
  137. St. 61. Amostante Laton. Antonio Malatesti scrittore di sonetti enimmatici.
  138. Calandra è una specie di lodola.
  139. Lasciò le polpe in fiandra si dice di chi ha gambe molto sottili; ma qui per doppio senso il poeta vuol far credere di aver detto che Amostante riportò gravi ferite nelle guerre di Fiandra.
  140. Matto spolpato vuol dire matto del tutto; ma qui pure il poeta pretenderebbe che s’intendesse matto senza polpe alle gambe.
  141. St. 60. Comecchè ecc. Quasichè si trattasse di grave danno, come è quando, cessato il bollire del mosto, la vinaccia cala a fondo e lo guasta, se la non si toglie in tempo.
  142. St. 60. L’ampio paese ecc. Io giuoco che non si trova chi sappia o possa giudicare a migliaia di miglia quanto paese gli è soggetto: e vi è equivoco in questa parola fra i due significati che essa ha, di situato sotto e sottoposto al dominio.
  143. Latte di gallina. Curioso è vedere come anche i Greci usassero questa stessa espressione, γάλα ὀρνίθων
  144. St. 65. Mona Cionna. Titolo che si dava a donna dappoco, ma impacciosa e mestatrice, Questa è Bertinella.
  145. Guidone. Uomo vile e tristo.
  146. St. 66. Scorrer la cavallina vale pigliarsi tutti i suoi gusti sfrenatamente; ma qui l’aggiunto ne’ lupanari gli dà un senso più particolare.
  147. St. 67. Frustamattoni. Consumatori di mattoni, cioè tali che bezzican sempre ad una casa o bottega, senza spendervi mai un soldo.
  148. St. 68. Roma e Toma. L’origine di questo detto, di cui a tutti è noto il valore, è molto incerta. V’è chi pensa che la parola Toma non abbia senso alcuno, e sia messa lì per fare rima con Roma; altri la vuol derivata dallo spagnolo tomar, pigliare, quasi dicesse: Ti si promette Roma? e tu toma, cioè piglia. Altri la crede una corruzione di τιμή onore; altri, plurale di tomo (volume o caduta da alto, precipizio); altri finalmente, e questa è la più probabile, crede che venga dal latino, Promittere Roman et omnia.
  149. L’oro della bionda chioma. Credono rendersi accetti con niente altro che le loro lisciature.
  150. St. 69. Il Cornacchia visse realmente e fu ladro e spia; e però dice il Poeta, che ebbe tutti i suoi capitali in contanti nella lingua.
  151. Dipingere alla macchia un ritratto
  152. St.70. Rimaggio (Rio Maggio, cioè rivo maggiore, come Via Maggio, cioè Via maggiore) è presso a Malmantile dalla parte di Firenze meno d’un miglio: quivi presso è pure la Svolta del romito.
  153. St.71. Quella buona spesa. Quella buona lana.
  154. St.72. Limbello e limbelluccio. Pezzo o ritaglio di pelle. Qui lingua. Cavare il limbello per lo più significa parlare o scriver contro qualcuno.
  155. St.75. Impepando. Per catacresi, spargendo di quella polvere d’oppio.
  156. St.76. Il fiasco attacca sopra la porta di casa per indicare che quivi si vende il vino a fiaschi. Questo si fa tuttora in Firenze.
  157. Macca. Abbondanza.
  158. St.77. A isonne. Per niente, senza spesa. È detto plebeo.
  159. Monna propriamente vale bertuccia, scimia. Vedi sopra, st. 10.
  160. St.78. Guidone. Guidatore, guida; ma con doppio senso Vedi sopra, st. 63.
  161. St.79. Come un tasso. Più comunemente: come un ghiro.
  162. Basso. Baciare il piede.
  163. In Nasso. nota la favola d’Arianna abbandonata da Teseo nell’Isola di Nasso. Di questo modo pare che sia corruzione l’altro più comune: Restare in asso, cioè abbandonato, senza aiuto nè consiglio, che dicesi anche Rimanere nelle secche di Barberia, restare in isola.
  164. Baciare il chiavistello. Andarsene senza speranza di ritornare.
  165. St. 80. Pigliare il puleggio. Andarsene.
  166. Di tre cotte. Raffinatissimo. Le parve d’averla a buon mercato assai.
  167. Strambelli. Vesti vecchie e lacere.
  168. St. 81. In petto ed in persona: Latinamente:animo et corpore.
  169. Confetti di montagna, cioè castagne secche sbucciate.
  170. Pattona. Polenda o polenta che in Toscana si fa con farina di castagne.
  171. Per la dolce ecc. Petrarca, Trionfo d’Am.
  172. St. 82. V’ebbe fitto il capo. Ebbe preso possesso di Malmantile.
  173. A piè pari ed in panciolle. Poltroneggiando: ma questo detto valeva anche, ritto e col corpo in avanti.
  174. Di buona gana. Di buona voglia. La voce gana di origine spagnola ora è antiquata.
  175. St. 83. Corte di giustizia.
  176. Feriati sono i giorni, ne’ quali, ancorchè non festivi, non si tien ragione dai magistrati.
  177. St. 84. Panno sarà di casentino. Casentino è una regione di Toscana ove si fabbricava certo panno che, bagnato, rientrava molto. Un tale ne comprò, e credè di avere ingannato il mercante nella misura. Ma dopo che fu bagnato, il panno rientrò tanto che fu anche meno della misura giusta, e così il mercante fu vendicato. Di qui il detto che viene a valere: Ci vendicheremo.
  178. St. 85. La sarebbe carne grassa. Farei al popolo come la carne grassa a chi la mangia, che gli cagiona nausea.
  179. St. 86. Cassone. Qui, Sepolcro, e il detto vale Morire.
  180. A tanta fretta. In tutta fretta, subito.