Le piacevoli notti/Notte II/Favola IV

Favola IV

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FAVOLA IIII.


Il Demonio, sentendo i mariti che si lamentano delle loro mogli, prende Silvia Ballastro per moglie e Gasparino Boncio per compare dall’anello: e non potendo con la moglie vivere, si parte ed entra nel corpo del Duca di Melfi, e Gasparino suo compare fuori lo scaccia.


La leggerezza e poco senno che oggi si trova nella maggior parte delle donne, parlando tuttavia di quelle che senza considerazione alcuna si lasciano abbarbagliare gli occhi dell’intelletto e cercano di adempire ogni suo sfrenato desiderio, mi dà cagione che io racconti a questa orrevole compagnia una favola non più per lo adietro intesa: la quale, quantunque breve e mal composta sia, pur spero darà alcuno ammaestramento a voi donne di non essere così moleste nell’avenire a’ mariti vostri, come siete state fin’ora. E se io sarò mordace, non accusate me che a tutte voi minimo servitore sono, ma incolpate la Signora nostra che mi ha lasciata la briglia che io possi, sì come ancor voi udito avete, raccontare quello che più m’aggrada.

Già gran tempo fa, graziose donne, che, avendo il Demonio presentite le gravi querele che facevano i mariti contra le loro mogli, determinò di maritarsi. E presa la forma d’un leggiadro e polito giovane e de’ denari e de’ poderi accomodato molto, Pangrazio Stornello per nome si fece chiamare. E sparsa la [p. 105 modifica]fama fuori per tutta la città, vennero molti sensali, i quali gli offerivano donne bellissime e con molta dote; e tra le altre gli fu proposta una nobile e gentil donna di somma bellezza, Silvia Ballastro per nome chiamata: la quale al Demonio molto piacendo, per moglie diletta la prese. Quivi furono le nozze grandissime e pompose, e molti parenti e amici da l’una e l’altra parte furono invitati: e, venuto il giorno di sposarla, tolse per compare dall’anello un messer Gasparino da ca’ Boncio, e finite le solenni e sontuose nozze, condusse la sua diletta Silvia a casa. Non passorono molti giorni, che ’l Demonio le disse: Silvia, moglie mia, più che me stesso da me amata, tu puoi agevolmente comprendere quanto cordialissimamente ti ami: e questo l’hai potuto vedere per molti effetti. Essendo adunque così come veramente è, tu mi concederai una grazia, la quale e a te sarà facillima e a me di sommo contento. La grazia che io ti dimando, è che tu ad ora m’addimandi tutto quello che imaginare si può, sì di vestimenta come di perle, gioie ed altre cose che a donna possino appartenere; perciò che deliberai, per l’amore ch’io ti porto, di contentarti di tutto ciò che mi addimanderai, se ben valesse un stato: con questa però condizione che nell’avenire tu non abbi a molestarmi per tal cagione, ma che queste cose ti siano bastevoli per tutto il tempo della vita tua: nè altro cercherai da me, perchè altro non averai. Silvia, tolto il termine di rispondere al marito, se n’andò alla madre che Anastasia si dimandava e, perchè era alquanto vecchia, era parimente astuta: e le raccontò ciò che ’l marito detto le aveva, e chiesele consiglio quello addimandare dovesse. La madre, sagace e saputa molto, intesa la proposta, prese la penna in mano e scrisse [p. 106 modifica]tante cose, che una lingua in un giorno intiero non sarebbe bastevole la minima parte a raccontare: e disse alla figliuola: Ritorna a casa, e dì al tuo marito che ti faccia tutto quello che si trova scritto in questa carta, che rimarrai contenta. Pangrazio, letta la scritta e ben considerata, disse alla moglie: Silvia, guata bene che non ci manchi cosa alcuna, acciò che poi non ti lamenti di me; perciò che ti fo sapere che, se tu poi mi chiederai cosa veruna, quella da me al tutto ti fia negata, nè ti valeranno i pietosi preghi nè le calde lagrime. Pensa adunque ai casi tuoi, e guata bene se nulla ci manca. Silvia, non sapendo altro che addimandare, disse che si contentava di quanto nella scritta si conteneva, e che mai più altra cosa non gli addimanderebbe. Il Demonio le fece molte vestimenta lavorate a compassi di grossissime perle e preciose gioie, e diverse altre ricche robbe, le più belle e le più care che mai fusseno state vedute d’alcuno. Appresso questo, le diede reti di perle, anella e cinture e altre cose assai, e molto più che nella scritta si conteneva. Il che sarebbe impossibile a raccontare. Silvia, che era sì ben vestita e sì ben adornata, che non vi era altra donna nella città che se le potesse agguagliare, stava tutta allegra, nè aveva bisogno di addimandare cosa alcuna al marito, perchè nulla per giudizio suo le mancava. Avenne che nella città si preparava una solenne e magnifica festa, alla quale furono invitate tutte le famose e orrevoli donne che si trovassino: e tra le altre fu anche invitata la signora Silvia per esser nobile, bella e delle maggiori. Laonde le donne mutorono e portamenti, e a nuove foggie non più usate, anzi lascive molto si diedero; e i loro vestimenti erano sì differenti da’ primi, che nulla si assimigliavano. E [p. 107 modifica]beata colei, come al presente si usa, che poteva trovar abito e portamento per l’adietro non più usato, acciò che più pomposamente onorasse la solenne festa. Ciascheduna donna a più potere s’ingegnava di avanzare le altre in ritrovare nuove e disdicevoli pompe. Alle orecchie di Silvia era già pervenuto, come le matrone della città facevano varie foggie di vestimenta per onorare la superba festa. Onde s’imaginò che quelle vestimenta, che ella aveva, non fussero più buone nè al proposito suo, perchè erano fatte all’antica, ed ora si usavano vestimenta di altra maniera. Il perchè ella entrò in sì fiera e sì spiacevole malinconia e cordoglio, che nè mangiare nè dormire non poteva; e per casa non si udivano se non sospiri e lamenti, i quali discendevano dalle infime parti dell’addolorato cuore. Il Demonio, che quello che la moglie aveva apertamente sapeva, finse di nulla sapere: e, accostatosi a lei, disse: Silvia, che hai tu, che sì mesta e dolorosa mi pari? Non vuoi ancor tu andartene a questa solenne e pomposa festa? Silvia, vedendosi aver campo largo di rispondere, prese alquanto d’ardire, e disse: E come volete voi, marito mio, che io vi vadi? Le vestimente mie sono tutte all’antica, e non sono come quelle che oggidì le altre donne usano. Volete voi che io sia dileggiata e beffata? Veramente, no ’l credo. Disse all’ora il Demonio: Non ti ho fatto io ciò che per tutto il tempo della vita tua ti faceva bisogno? E come ora mi addimandi cosa alcuna? Ed ella di tal guisa vestimenti non avere rispondeva, ramaricandosi molto della sua mala sorte. Disse il Demonio: Or va — e questo ti sia per sempre, — e addimandami tutto ciò che vuoi, che per questa fiata da me ti fia concesso. E se più nell’avenire cosa alcuna m’addimanderai, tieni per certo che ti averrà cosa che [p. 108 modifica]ti sarà di sommo scontento. E tutta allegra Silvia li richiese infinite cose, che malagevol cosa sarebbe raccontarle a punto a punto. Ed il Demonio senza dimoranza alcuna la sfrenata voglia della moglie affatto adempì. Non passorono molti mesi, che le donne cominciorono far nuove guise de abiti, di quali Silvia vedeasi priva. E perchè ella non poteva comparere tra le altre donne che avevano foggie sopra foggie, ancor ch’ella fusse riccamente vestita e di molte gioie oltre modo addobbata, molto sospesa e di trista voglia si stava, nè dire cosa alcuna al marito ardiva, perciò che già due volte egli l’aveva accontentata di tutto quello che addimandare si poteva. Pur il Demonio, veggendola stare sì malinconiosa e sapendo la causa, ma fingendo di non saperla, disse: Che ti senti tu, Silvia mia, che sì trista e sì di mala voglia ti veggio? A cui arditamente Silvia rispose: Non debbo io contristarmi e star di mala voglia? Senza abiti che oggidì usano le donne mi trovo, nè posso comparer tra l’altre donne, che derisa e beffata non sia. Il che a l’uno e l’altro di noi è vituperevole molto. E la servitù che ho con esso voi, essendovi sempre stata fedele e leale, non merita cotale ignominia e vergogna. Allora il Demonio, tutto d’ira acceso, disse: In che io mai mancato ti sono? Non ti ho già due fiate accontentata di tutto quello che addimandare si puole? Di che ti lamenti di me? Io non so più che farti. Io voglio accontentare il tuo disordinato appetito, e tanto lontano andaronne, che più di me non sentirai novella alcuna. E fattele molti drappi alla foggia che all’ora si usavano, e sodisfattala del tutto, da lei senza fuor commiato alcuno si partì, ed a Melfi se n’andò: e nel corpo del Duca entrato, oltre modo lo tormentava. Il povero Duca, dal malegno [p. 109 modifica]spirito gravemente afflitto, tutto affannoso si stava; nè vi era in Melfi uomo veruno di sì buona e santa vita, che da dosso torre lo potesse. Avenne che messer Gasparino Boncio, compare dall’anello del Demonio, per alcuni delitti da lui commessi fu della città sbandito. Laonde, acciò che preso non fusse e per giustizia pienamente punito, indi si partì, ed a Melfi se n’andò. E perchè mistiero alcuno non sapeva nè che far altro fuor che giuocare e questo e quell’altro ingannare, diede fama per tutta la città di Melfi, come egli era uomo esperto ed aveduto ed atto molto ad ogni orrevole impresa; e nondimeno del tutto era inespertissimo. Or giuocando un giorno messer Gasparino con alcuni gentiluomini di Melfi, e avendoli con sue baratterie aggiunti, quelli molto si turborono: e se non fusse stato il timore della giustizia, agevolmente ucciso l’arrebbero. E non potendo l’uno di loro patire tal ingiuria, disse tra sè: Io ti punirò di sì fatta maniera, che, mentre tu viverai, sarai memore di me. E senza mettervi punto d’indugio, da i compagni si partì, ed al Duca se n’andò: e fattali la convenevole riverenza, disse: Eccellentissimo Duca e Signor mio, è in cotesta città un uomo, Gasparino per nome chiamato, il quale si va vantando saper trarre gli spiriti da dosso di chiunque persona: siano di qual qualità spiriti esser si voglino, o aerei o terrestri o di qualunque altra sorte. Onde sarebbe buono che vostra eccellenza ne fesse alcuna isperienza, acciò che da tal crucciamento ella rimanesse libera. Inteso che ebbe il Duca questo, incontanente mandò a chiamare messer Gasparino: il quale, intesa la domanda, al Duca se n’andò. Il Duca, guatatolo bene nel viso, disse: Maestro Gasparino, voi vi avete vantato di saper trarre gii spiriti da dosso; io, come [p. 110 modifica]voi vedete, sono ispiritato, e se vi basta l’animo di liberarmi dal maligno spirito che tuttavia mi cruccia e tormenta, vi prometto di farvi un dono, che sempre felice sarete. Messer Gasparino, che mai non aveva mossa parola di simil cosa, tutto stupefatto rimase, e negò sè mai aversi dà vanto di simil cosa. Il gentiluomo che poco discosto era, accostatosi a lui, disse: Non vi arricordate, maestro, quando voi diceste sì e sì? E messer Gasparino con intrepida ed aperta fronte il tutto negava. Stando adunque in questa contenzione ambeduo, e l’uno affermando e l’altro negando, disse il Duca: Ponete silenzio alle parole, ed a voi, maestro Gasparino, io do termine tre giorni di maturamente pensare ai casi vostri; e se voi da tal miseria mi scioglierete, io vi prometto darvi in dono il più bel castello che si trovi sotto il mio potere, ed oltre ciò voi potrete disporre di me come della persona propia. Ma se altrimenti farete, tenetevi certo che, oggi otto giorni, sarete tra due colonne del mio palazzo per la gola sospeso. Messer Gasparino, inteso il fiero voler del Duca, molto rimaricato rimase: e partito da lui, giorno e notte pensava come lo spirito trarre di dosso li potesse. E venuto il termine statuito, messer Gasparino al Duca ritornò, e fattolo stendere sopra uno tappeto in terra, cominciò il maligno spirito scongiurare che uscire di quel corpo dovesse e che più non lo tormentasse. Il Demonio, che indi quetamente si posava, nulla in quel punto li rispose, ma al Duca si fattamente gonfiò la gola, che quasi si sentì morire. Ripetendo all’ora mastro Gasparino il suo scongiuro, disse il Demonio: compare mio, voi avete il buon tempo. Io me ne sto bene ed agiato, e volete che quindi mi parti? Voi vi affaticate in vano; — e del compare assai se ne rideva. [p. 111 modifica]Tornato messer Gasparino la terza volta a scongiurarlo, ed addimandatolo di più cose, e di continovo chiamandolo compare, nè potendosi imaginare chi egli si fusse, al fine lo costrinse a dire chi egli era. A cui rispose il Demonio: Dopo che io sono costretto a confessarvi il vero e manifestarmi chi io sono, sappiate ch’io sono Pangrazio Stornello, marito di Silvia Ballastro. Non lo sapete voi? Pensate forse ch’io non vi conosca? Non siete voi messer Gasparino Boncio, mio carissimo compare dall’anello? Non sapete voi quanti trionfi abbiamo fatti insieme? — Deh, compare, disse all’ora messer Gasparino; che fate voi qua dentro a tormentare il corpo di questo misero Duca? — Io non ve ’l voglio dire, rispose il Demonio; andate via, e più non mi molestate, perciò che mai io non stetti meglio di quello ch’io mi trovo ad ora. All’ora messer Gasparino tanto lo scongiurò, che de necessità fu costretto il Demonio a raccontarli minutamente la causa per la quale era partito dalla moglie ed entrato nel corpo del Duca. Disse messer Gasparino: caro mio compare, non volete farmi un grande piacere? — E che? disse il Demonio. — Uscire di questo corpo, disse messer Gasparino, e non darli più noia. — Deh, compare, disse il Demonio; voi mi parete un gran pazzo a dimandarmi cotal cosa; perciò che tanto refrigerio trovo qua dentro, che meglio imaginar non mi potrei. Disse messer Gasparino: Per la fede di compare che è tra noi, vi prego che mi vogliate compiacere per questa fiata; perciò che, se quinci non vi partite, io rimarrò di vita privo, e voi della mia morte sarete cagione. Rispose il Demonio: Non è oggidì nel mondo la più trista e scelerata fede quanto quella del compare, e se voi ne morirete, il danno fia vostro e non mio. Che desidero io altro che vedervi nel fondo [p. 112 modifica]dell’infernal abisso? Dovevate voi essere più prudente e savio e tenere la lingua tra’ denti, perciò che un buon tacere non fu mai scritto. — Ditemi almeno, compare, disse messer Gasparino; chi fu colui che in tanto travaglio vi puose? — Abbiate pazienza, rispose il Demonio, perciò che non posso nè ve lo voglio dire. Or partitevi di qua, e non aspettate altra risposta da me. E quasi mezzo sdegnato lasciò il Duca più morto che vivo. Essendo dopo alquanto spazio il Duca rivenuto, disse messer Gasparino: Signor Duca, state di buon animo, che tosto sentirete la vostra liberazione. Io non voglio altro per ora da voi, se non che fate che domattina s’appresentino al palazzo tutti i musici e sonatori, e che sonino tutte le campane della terra e siano tratte tutte le artigliarie della città, e che unitamente facciano grandissima allegrezza e trionfi: e quanto più strepito faranno, tanto più contento ne sarò; e poi lasciate l’impaccio a me. E così fu fatto. Venuta adunque la mattina seguente, e andatosene messer Gasparino al palazzo, cominciò scongiurare lo spirito del Duca; e mentre che lo scongiurava, si incominciorono sentire per la città trombe, nacchere, tamburi, baccini, campane, artigliarie e tanti stromenti musichi che ad un tempo sonavano, che pareva che ’l mondo venisse a fine. E seguendo messer Gasparino il suo scongiuro, disse il Demonio: Deh, compare, che vuol dire tanta diversità de stromenti con sì confuso strepito, che mai più non gli ho sentiti? A cui rispose messer Gasparino: Non lo sapete voi, compare mio? — No, disse il Demonio. — E come no? rispose messer Gasparino. — Perciò che noi, velati di questi corpi umani, non possiamo intendere nè sapere il tutto, che troppo grossa è questa materia corporale. — Dirovvelo brevemente, rispose messer Gasparino, se paziente [p. 113 modifica]starete ad ascoltarmi, e non molestarete il povero Duca. — Ditelo, vi prego, disse il Demonio, che volentieri vi ascolterò, e promettovi per ora di non molestarlo. All’ora messer Gasparino disse: Sappiate, compare mio, che il Duca, vedendo che da lui non vi volete partire nè cessare di tormentarlo, ed avendo inteso che voi dalla moglie, per la mala vita che ella vi dava, vi siete partito, per lei ha mandato: e del giunger suo tutta la città ne fa grandissima festa e trionfo. Il che intendendo, il Demonio disse: Oh malvagio compare: voi siete stato più astuto e scelerato di me. Non vi diss’io eri che non si trovò mai compare che a l’altro fido fusse e leale? Voi siete stato l’inventore, e quello che l’ha fatta venire. Ma tanto il nome della moglie aborrisco ed ho in odio, che più tosto nell’oscuro abisso dell’inferno mi contento di stare, che dove ella si trovi abitare. Laonde quinci ora mi parto, e si lontano me ne vo, che più novella alcuna di me non saperete. E fatto segno d’un grosso gonfiamento di gola e d’un volger d’occhi ed altri spaventosi segni, del corpo del Duca si partì. E lasciato un fetente puzzo, il Duca da lo spirito libero al tutto rimase. Non passorono molti giorni, che’l poverello Duca nel suo pristino stato rivenne e ricuperò le smarrite forze. E non volendo esser d’ingratitudine accusato, chiamò messer Gasparino, e d’un bellissimo castello signore lo fece, dandoli molta quantità di danari e serventi che lo servisseno; ed al dispetto de gli invidiosi il buon messer Gasparino con felice e prosperevole stato lungamente visse. E madonna Silvia, vedute le sue vestimenta e gioie e anella in cenere e fumo converse, tra pochi giorni disperata miseramente morì. [p. 114 modifica]

Con gran maraviglia de gli ascoltanti fu dal Trivigiano raccontata la favola: la quale dagli uomini con grandissime risa fu commendata molto, avenga che alle donne assai dispiacesse. Laonde vedendo la Signora il basso mormorio delle donne e le continove risa degli uomini, domandò che chiunque ponesse fine a’ suoi ragionamenti, e che ’l Trivigiano al suo enimma desse principio. Il quale, senza altra iscusazione fare del mordimento fatto delle donne, così disse:

Giace fra noi, signori, un bel suggetto
     Che parla, palpa, va, torna, ode e vede.
Sensi non tiene, ed è pien d’intelletto;
     Capo non ha nè man, lingua nè piede.
Nosco s’annida, intende il nostro oggetto;
     Amaci estremamente e porta fede.
Nasce una volta, e, per quanto ch’io scerno,
     Dov’egli è posto vive in sempiterno.

L’oscuro enimma dal Trivigiano per ordine narrato, diede grandissima considerazione a gli ascoltanti: e ciascuno di loro vanamente s’affaticava in darli la vera interpretazione. Laonde vedendo il Trivigiano i loro saperi esser molto lontani dalla verità, disse: Signori miei, non mi par convenevole di tenere questa orrevole compagnia si lungamente a bada. Se vi è a grado che io vi dica il parer mio, dirollo volentieri: se no, aspetterò da qualche soblime e risvegliato ingegno la risoluzione. Tutti ad una voce dissero che egli lo risolvesse. Disse adunque il Trivigiano, il suo enimma non dimostrar altro se non l’anima immortale; la quale è spirito, e non ha capo nè mani nè piedi, e fa ogni operazione: e dove è giudicata, o sia nel cielo o sia nell’inferno, eternamente vive. [p. 115 modifica]Piacque assai alla compagnia la dotta isposizione dell’oscuro enimma. E perchè oramai era passata gran parte della bugia notte, e i crestuti galli annonziavano lo sopragiungente giorno, la Signora fece cenno a Vicenza, a cui restava l’ultimo favoleggiare della seconda notte, che con qualche piacevole favola la notte terminasse.

Ma ella, tutta dipinta nel viso di vermiglio e natural colore, non già per vergogna che ella avesse, ma per sdegno ed ira della raccontata favola, con tai parole contra il Trivigiano si mosse: Signor Benedetto, io mi credevo che voi foste più piacevole e più parteggiano delle donne di quello che siete; ma, sí come io posso comprendere per la favola recitata da voi, le siete molto contrario. Il che dammi aperto indizio voi essere stato oltraggiato d’alcuna che era men discreta nelle dimande sue. Ma non dovevate per ciò le altre così vilmente biasmare; perciò che, quantunque noi siamo d’una stessa massa fabricate, nientedimeno, come ogni giorno si vede, una è più aveduta e più gentilesca che l’altra. Cessate adunque di più travagliarle; perciò che, se elle vi piglieranno a sdegno, i vostri suoni e canti poco vi valeranno. — Io, rispose il Trivigiano, non fei questo per oltraggiare alcuna, nè per vendicarmi con parole di lei: ma per dare ammaestramento alle altre, che dopo me si mariteranno, di esser più destre e più moderate con e mariti loro. — Ma sia come si voglia, disse la signora Vicenza, poco me ne curo, e meno queste altre donne si pensano. Ma acciò che io non paia col mio silenzio tenere la parte degli uomini ed esser contraria alle donne, intendo di raccontarne una che vi sarà di ammaestramento non picciolo. E fatta la convenevole riverenza, così a dire incominciò: