Le odi e i frammenti (Pindaro)/Le odi eginetiche/Ode Nemea IV

Ode Nemea IV

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Pindaro - Le odi e i frammenti (518 a.C. / 438 a.C.)
Traduzione di Ettore Romagnoli (1927)
Ode Nemea IV
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ODE NEMEA IV

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I Cleandridi, ai quali apparteneva il Timasarco celebrato in questa ode, erano una famiglia di atleti e di musicisti. Il padre di Timasarco, Timocrito, era citarista; e musicista era anche il nonno paterno, Eufane, il cui figliuolo Callide, zio di Timasarco, era atleta, ed aveva vinto alle gare Istmiche.

«Nulla — dice Pindaro — per dar coraggio agli atleti, vale quanto il canto, che sopravvive alle gesta. Io canterò Timasarco: se fosse vivo suo padre Timocrito, accompagnerebbe con la cetera l’inno che io sciolgo per le vittorie da lui conseguite negli agoni dei Cleonî (i giuochi Nemei, che erano amministrati da cittadini di Cleona), d’Atene, e di Tebe: di Tebe, reggia di Eracle (1-26).

Insieme con Eracle Telamone distrusse i Meropi ed uccise Alcione (27-35).

Ma il tempo incalza: io vo’ dire il novilunio, in cui si celebrò la vittoria di Timasarco. Non si scoraggi questi per le mene degl’invidiosi che lavorano sott’acqua: alla luce del giorno trionferemo, egli, ed io che lo canterò (36-48).

In quanti luoghi della terra regnarono e riposano spenti gli Eacidi! Teucro a Cipro, Aiace a Salamina, Achille nell’isola Leucade, dove la madre lo portò dopo la morte, Tetide a Ftia, Neottolemo in Epiro, Peleo a Iolco (49-62). Mito di Peleo ed Ippolita. Dopo la fraudolenta denunzia della sposa infedele, il marito Acasto condusse Peleo per forre [p. 130 modifica] pericolose, e lí, mentre dormiva, gli nascose o gli sottrasse la spada, e lo abbandonò, che divenisse preda alle fiere. Ma Chirone accorse, e gli procurò una nuova spada. Ed ebbe poi dai Numi la divina Tetide, che, del resto, gli diede molto da fare, poiché quando egli la ghermí si trasformò via via in leone, in serpe, in fuoco. Ma Peleo tenne duro: ebbe la fanciulla, e vide l’Olimpo (63-76).

Ma bisogna tornare all’argomento: cantare i Teandridi. Timasarco ha vinto ora: il suo zio materno Callide aveva già vinto in altri tempi sull’Istmo; e per lui compose l’epinicio il padre suo Eufane. Ognuno canta meglio quello che ha visto coi propri occhi. Ma certo avrebbe buon giuoco chi cantasse Melesia, il maestro di Timasarco».

Come si vede, la parte mitica di questa ode è intessuta di motivi già svolti: la calunnia di Ippolito contro Peleo: le gesta di Laomedonte contro i Troiani: i Meropi: Alcioneo (I. V).

L’atteggiamento 49-62 (la enumerazione di luoghi celebri per gli Eacidi) ricorda quello 33-39 della Istmia V. La uscita: «non posso cantare tutte le glorie degli Eacidi e torno al vincitore», si riscontra identica nella Istmia VI, 58.

Da notare è la strana figura per cui, invece di pensare che noi avanziamo verso il futuro, si immagina che questo muova, dalle buie profondità del tempo infinito, verso noi (v. 46).

Negli ultimi quattro versi l’ufficio del cantore è paragonato a quello dell’atleta: chi lotta per lodare Melesia, trova tal soggetto da trionfare pienamente sui rivali (cantati da altri).

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PER TIMASARCO DA EGINA

VINCITORE NELLE GARE ATLETICHE DEI FANCIULLI A NEMEA


I


Cuore ilare è medico sommo di gesta sudate:
e i canti ch’àn madri le Muse,
molciscono l’anima
degli uomini a cui si fan presso:
né tepida linfa per rendere sciolte le membra
vai quanto l’elogio sposato alla cetera;
e piú che le gesta, longeva è parola,
cui grata alle Càriti
esprima la lingua da mente profonda.


II


Con Giove e Nemèa, Timasàrco, che vinse la lotta
dirò nel proemio de l’inno;
e grato riesca
dei figli d’Eàco alla sede
turrita, ch’è luce del giusto per gli ospiti tutti.
Se il sole tuttora scaldasse Timòcrito
suo padre, la tinnula cetera, docile
seguace al mio canto,
farebbe nell’inno suonar la vittoria

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III


di lui, che l’intreccio dei serti mandò da l’agone
Cleonio, e dal fertile suolo
d’Atene fulgente;
e in Tebe l’eptàpila, pronte
le genti Cadmèe, d’Anfitríone vicino alla tomba
fulgente di fiori, lo cinsero, a gloria
d’Egina: ché amico giungendo ad amici,
all’ospite rocca
pervenne, alla reggia beata d’Alcide.


IV


D’Alcide, con cui Telamóne distrusse una volta
le mura di Troia, ed i Mèropi,
e Alcíone, l’immane,
l’orrendo flagello di guerra,
non senza ch’ei pria con un masso ben dodici cocchi
e due volte tanti guerrieri prostrasse,
che su vi pugnavano. Di guerre inesperto
bene è chi stupisce
di ciò: ché chi offende sovente anche è offeso.


V


Ma il freno dell’arte mi vieta ch’io dica piú a lungo,
e l’ore m’incalzano: e il cuore
mi strugge desio
ch’io dica la luna novella.

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Quand’anche t’avvolga del pelago la furia profonda,
rifletti e resisti: ché noi nella luce,
calcando i nemici, moviamo; ma l’invido
si pasce di vani
disegni, che a terra, nel buio, rovinano.


VI


Per me, la virtude qualsiasi che il Fato sovrano
mi diede, ben so che il futuro
rependo a me contro,
a fin l’addurrà, che si compia.
O cetera dolce, e tu súbito con lidia melode
intessi quest’inno diletto ad Enóna
e a Cipro. Ivi Teucro, figliuol di Telàmone
fu sire: riposo
offrí Salamina sua patria, ad Aiace:


VII


è Achille ne l’isola fulgida del Ponto ospitale:
è Teti sovrana di Ftia:
fu re Neottòlemo
de l’ampia contrada d’Epiro,
là dove i pianori ed i pascoli dei buoi, da Dodona
si spiccano, e giungono al valico Ionio:
e ai piedi del Pelio, Pelèo stese al suolo
le mura di Iolco,
la diede agli Emòni, che schiava lor fosse,

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VIII


poi ch’ebbe d’Ippolita, sposa d’Acasto, provate
le frodi. Ed Acasto, tramata
gli avea ne l’insidia
la morte, col ferro dedàleo.
Ma lui fece salvo Chirone, che a termine addusse
il fato di Giove. Poi ch’egli ebbe doma
la furia invincibile del fuoco, le branche
aguzze, le zanne
immani dai fieri selvaggi leoni,

IX


sposa ebbe una figlia di Nèreo. E vide l’Olimpo
che in giro distendesi, dove
seduti, i Signori
del cielo e del pelago, a lui
diêr doni e potenza, che fossero retaggio ai nepoti.
Ma gire oltre il buio di Gade si vieta:
rivolgi all’Europa lo scafo del legno;
ché tutte io non posso
narrar le leggende dei figli d’Eàco.


X


Araldo sollecito io venni per dire ai Teàndridi
gli agoni che assodan le membra;
ché l’Istmo e Nemèa
m’astringono, e Olimpia, ove, quando

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affrontan la prova, non riedono senza l’onore
dei serti alla patria, dov’è, Timasarco,
tua gente, sollecita dei carmi epinici.
Desideri forse
che pure per Càllide, german di tua madre


XI


io levi una stele piú candida che il marmo di Paro?
Rifolgora tutta la luce
dall’oro che fuse;
e l’inno per l’opere egregie
fa l’uom pari in sorte ai Sovrani. Or ei che dimora
sul fiume d’Averno, ben oda il mio canto,
il prode che cinto dell’apio corinzio,
fu già nell’agone
del Re del tridente dall’ululo lungo.


XII


E a lui con spontanea cura cantava, o fanciullo,
Eufàne, tuo prisco antenato.
Sono altri compagni
ad altri d’età. Ciò che ognuno
mirò, nutre speme che meglio ridirlo saprebbe.
E chi per lodare Melesia lottasse,
parole intrecciando, nessuno atterrarlo
potrebbe: benigno
pei buoni: agli ostili ben aspro vicino.