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Le Mille ed una Notti/Storia di Mesrur e della sua diletta Zein-al-Mevassif

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Storia di Mesrur e della sua diletta Zein-al-Mevassif

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Storia di Mesrur e della sua diletta Zein-al-Mevassif
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NOTTE DCCCLI-DCCCLXX

STORIA

DI MESRUR E DELLA SUA DILETTA ZEIN-AL-MEVASSIF.

— Un mercante, chiamato Mesrur, viveva or molti anni sono. Era questi amico della buona tavola, del passeggio e dei piaceri. Una notte sognò di trovarsi in un giardino con quattro anelli ed una colomba di candidezza abbagliante, e prendeva colla colomba grandissimo sollazzo, allorchè piombando su di lei un grosso uccello, la rapì.

«La domane mattina, uscì Mesrur per cercare qualcuno che potesse spiegargli il sogno, ma non trovando nessuno, tornava a casa, allorchè, passando davanti ad una casa di bell’apparenza, udì una voce melodiosa che cantava queste parole:

«Il dolce profumo del mattino è refrigerio ai cuori che soffrono. Io gli dico: Te ne scongiuro in nomo di Dio, vedesti tu mai amore pari al mio? Una gazella mi ha rapito co' suoi vezzi la ragione: la sua taglia elegante ecclissa i rami flessibili del ban.1 »

«Sospinto da curiosità, Mesrur si avvicinò alla porta socchiusa, e vide un giardino magnifico, nel quale stava una signora di circa diciannove anni, seduta su cuscini di velluto e circondata da quattro belle schiave. La splendore de’ suoi occhi accendeva i cuori; le sopracciglia somigliavano ad arco delicato di muschio prezioso, e la sua bocca profumata offriva l’immagine [p. 217 modifica] del sigillo di Salomone. Acceso d’amore per tanta bellezza, s’inoltrò verso la giovane, e salutatala, essa gli rese il saluto con grazia incantevole. Mesrur, girando intorno gli sguardi, non iscorse che aiuole di fiori, boschetti di rose e gelsomini, freschi pergolati ed eleganti padiglioni. Bisognava passare sotto tre gallerie di colonne per giungere alla casa, che guardava sul giardino. Sulla prima galleria stava incisa questa iscrizione:

««Possa la tristezza non regnar mai in questa casa, nè affliggerne il padrone! Possa questa casa durar eternamente per aprire all’amistà le porte ospitali!»»

Sulla seconda leggevasi:

««Possa, o palazzo, abitare la felicità entro le tue mura, sinchè i tuoi boschetti echeggeranno del canto armonioso degli augelli! Possano gli abitanti tuoi esser felici, sinchè brilleranno le stelle sulla volta de’ cieli.»

E sulla terza:

«Possa, o palazzo, finchè le tue mura rifletteranno i roggi del sole, e finchè saranno avvolti nelle tenebre della notte, circondarti la gloria!»»

«Allorchè Mesrur ebbe esaminato tutto, la dama gli disse: — Chi v’ha indotto ad entrare in una casa che non vi appartiene? — La bellezza di questo giardino,» rispose Mesrur, «che ho veduto dalla porta semiaperta. Permettete che mi avvicini per contemplare più dappresso tutte le maraviglie che contiene. — Volentieri, soggiunse la dama con infinita grazia. Rapito da’ suoi vezzi, Mesrur improvvisò questi versi:

««Vidi una luna brillante nascosa dietro i gelsomini ed i fiori imbalsamati di questo giardino.

«Ho veduto il ramo di mirto celato sotto le viole, che spargono da lontano il lor profumo.

«O giardino! la sua bellezza ecclissa la tua; tutti i fiori a lei s’inchinano!»»

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«Allorchè Zein-al-Mevassif (era il nome di quella seducente beltà! ebbe udita quella dichiarazione d’amore, scossa sin al fondo dell’anima, rispose con parole che davano speranza a Mesrur, benchè paressero dire il contrario. Egli si pose con lei a tavola, e s’intertennero insieme fin a notte inoltrata. — Mesrur,» gli disse allora la giovane, «ho bisogno di distrarmi; volete giocare con me una partita di scacchi?» Dietro suo consenso, portarono uno scacchiere d’ebano e d’avorio, coi pezzi d’oro e d’argento. — . Volete i rossi od i bianchi?» domandò Zein-al-Mevassif. — Prendete i rossi, signora,» rispose Mesrur; «il rosso è il colore delle gazelle, e sotto tal rapporto, vi conviene perfettamente. — Può essere,» quella rispose, e si mise ad accomodare i suoi pezzi.

« Mesrur strabiliò allorchè, giocando, vide le dita della giovane, chè in sua vita non avea veduto dita sì eleganti e sottili. — Ah!» sclamò, «quanto è pericoloso giuocare a scacchi contro simili dita. — Badate a voi,» rispos’ella, «se non volete perdere: scacco al re! scacco ad re! e matto. —

«La dama, vedendo che l’ospite più non era in sè : — Onde rendervi più attento,» disse, «giuocheremo per ogni partita una somma: se perdete, mi darete dieci zecchini; se guadagnate, non avrete nulla. — Benissimo,» rispose l’altro, disponendo i pezzi. Allora Zein-al-Mevassif, si alzò il ricco velo che le copriva il volto, e comparve agli occhi di Mesrur quale una risplendente colonna di luce. Non potendo staccarne gli sguardi, egli non sapeva cosa si facesse, prendendo i pezzi d’oro invece di quelli d’argento, ch’erano i suoi, e così perdette partita sopra partita. — Oh!» disse Zein-al-Mevassif, «è d’uopo assolutamente insegnarvi a star attento; giuochiamo adesso cento zecchini alla partita.» Ma Mesrur non giuocò meglio, nè cessò di perdere sino alla mattina, [p. 219 modifica] che uscì per andar a prendere denaro. Al ritorno,» pregò la bella di dargli la rivincita, e non restandogli più nulla, giuocò la bottega, la casa, il giardino, gli schiavi, in una parola, quanto possedeva.

«— Mesrur,» disse allora Zein-al-Mevassaif «non voglio che abbiate a pentirvi di aver fatta la mia conoscenza; vi restituisco tutto quello che avete perduto. — Non ne ho alcun dispiacere,» rispos’egli. «O sovrana dell’anima mia! quand’anco mi chiedeste la vita, mi stimerei felice di sagrificarla per voi. — Andate,» rispose Zein-al-Mevassif, «e conducete il cadi per compilare una donazione in forma dei beni che vi restituisco.» Andò il giovane a prendere un cadi. Appena ebbe questi veduto le belle dita di Zein-al-Mevassif, poco mancò non gli cadesse di mano la penna; ma infine terminò l'atto di donazione, ed i due testimoni vi apposero il loro sigillo.

«— Ora potete andarvene; » disse Zein-al-Mevassif al mercadante. Allora quegli improvvisò una lunga serie di versi, che non era in sostanza se non un racconto rimato della sua avventura. — Lasciate stare la rima,» gli disse la dama, «ed abbiate un po’ più dell’intelligenza prosaica degli uomini. Vi siete rovinato agli scacchi; ora tornate a casa. — Un’altra sola partita!» sclamò Mesrur. — Con che cosa pagherete, se perdete? — Ho amici, che mi presteranno denaro. — Sappiate,» rispose la dama, «che io non acconsento a giocare questa partita se non per una grossa somma: non voglio giuocare con voi meno di quattro scatole di muschio, quattro libbre d’ambra, quattrocento zecchini, e quattrocento pezze di stoffe preziose. Portatemi tutte queste cose, ed allora, faremo una nuova partita di scacchi. —

«Mesrur uscì per andar a prendere tutto ciò che essa gli domandava, e Zein-al-Mevassif, dubitando che potesse trovarlo in prestito, comandò ad una [p. 220 modifica] schiava, chiamata Hubab, di spiarne i passi. Avendola Mesrur veduta, le chiese perchè lo seguisse; confessatagli dalla schiava la verità, egli dal canto suo le confidò di essere alla disperazione, non sapendo in qual maniera procacciarsi l’occorrente. La schiava, commossa delle sue lagrime, gli promise di far tutto il possibile per far riuscire presso Zein-al-Mevassif i suoi progetti.

«Tornata dalla padrona, le parlò di Mesrur e le disse, ed era vero, che non gli restava più nulla. Zein-al-Mevassif, riflettuto un istante, scrisse al giovane di non darsi il disturbo di portare il prezzo della partita di scacchi, ed aggiunse che venisse egualmente alla sera, che tutto gli sarebbe restituito, e di più che avrebbe giocato con lui un’altra partita.

«Hubab, cui la padrona incaricò di portare il biglietto, trovò Mesrur tutto in pianto e gemente sulla misera sua sorte; ma quella grata novella fece balzar d’improvviso dalla disperazione alla gioia più viva.

«Zein-al-Mevassif, postasi alla toletta, indossò una veste ricamata d’oro, e si pose in capo una lamina d’argento per sostenere un ricco diadema di perle, che per di dietro formava un nodo, i cui capi, ciascuno adorno d’un rubino di straordinaria grossezza, ricadevano sulle spalle di maraviglioso candore; i leggiadri suoi capelli neri erano profumati d’ambra e di muschio. — Dio vi mantenga così, e vi preservi dagli sguardi dell’Invidia2» le disse Hubub, [p. 221 modifica] sua schiava prediletta, vedendola così bella; poi diresse una quantità di complimenti in versi alla padrona, che la ringraziò, ed uscì per andar a ricevere Mesrur, ch’era già venuto.

«— Siete voi,» sclamò egli scorgendola, «oppure una delle celesti bellezze del paradiso?» Zein-al-Mevassif ordinò di servire il pranzo. Fu portata una tavola formata d’un sol pezzo d’argento3, e sulla quale vedeansi scolpite molte iscrizioni in versi. Si posero a mensa, e dopo aver mangiato, cominciarono a cantare ed a bere. — Mesrur,» disse Zein-al-Mevassif, «mangiaste il mio pane ed il mio sale: così mi siete ospite; non temete dunque che vi tolga la minima cosa: eccomi a rendervi tutto ciò che vi ho guadagnato. — Ah!» sclamò la schiava Hubub, «son lieta che cominciate a tornare in voi medesima! e vi giuro, che se la vostra precedente condotta avesse durato ancora, io non avrei più passata una sola notte in casa vostra. — Sta bene!» disse Zein-al-Mevassif; «eccomi a fare quello che brami; va intanto a prendere alcuni altri fiaschi di vino. —

«Tornarono di nuovo a bere, e Mesrur improvvisò una lunga tirata di versi, ne’ quali esprimeva sentimenti analoghi alla sua situazione; la giovane ne fu così incantata, che lo condusse in un gabinetto vicino, e vi giuocò con lui la partita di scacchi che gli aveva promessa. — Mio caro Mesrur,» gli disse poi, «la mia persona e le mie ricchezze sono tue; ormai tutto sarà tra noi comune: ecco la tua donazione, riprendi ogni cosa. Desidero soltanto di vedere il tuo giardino, se ne hai. — Certo,» rispose Mesrur, [p. 222 modifica] «ne posseggo uno bellissimo.» La condusse colla schiava a casa sua, dove le diede un magnifico banchetto. Alla fine del pasto, Zeih-al-Mevassif, preso un liuto, cantò una graziosa canzone, alternando le melodie col giovane sino alla mattina.

«— Mesrur,» disse allora la dama, « veggo spuntar l’aurora; è tempo che mi ritiri per non destar sospetti.» Ciò detto, si alzò, e Mesrur la ricondusse a casa.

«Menarono per qualche tempo simile vita deliziosa, sinchè Zein-al-Mevassif ricevette una lettera del consorte, poichè era maritata, nella quale le annunziava prossimo il proprio ritorno, — Che fare, Mesrur?» diss’ella; « mio marito ritorna, e la sua presenza sta per metter fine alla nostra felicità. Qual partito prendere? Me ne riporto intieramente a voi,» rispose il giovane, « che in fatto d’astuzia le donne superarono mai sempre gli uomini. — È un uomo violento e geloso,» ripigliò essa, «e non veggo altro mezzo d’introdurvi in casa nostra, se non facendovi passare per un mercante di colori e profumi che volete vendere a mio marito; ma sopra ogni cosa guardatevi dal contraddirlo.—

«Giunse il marito, e rimase altamente sorpreso vedendo sua moglie tutta gialla dalla testa ai piedi. Erasi ella soffregata con zafferano ed altri colori. — Dal dì della vostra partenza,» disse al marito, «l’inquietudine m’ha posta indosso una malattia che mi minaccia la vita. Ah! mio caro sposo,» soggiunse, fingendo di piangere a calde lagrime, «non viaggiate un’altra volta senza prendere con voi un compagno, affinchè io non abbia più a provar timori continui sulla vostra sorte.— Hai ragione, mia tenera sposa,» rispose il marito; «acchetati e sta certa che per l’avvenire farò quanto desideri.» L’abbracciò e recossi alla sua bottega. Mesrur già ve l’attendeva per [p. 223 modifica] amicarsi con lui, offrendogli colori a buon mercato. Il marito di Zein-al-Mevassif rimase sì contento del procedere del mercante, che gli propose, qualche giorno dopo, d’associarsi insieme, se aveva sufficienti capitali. Acconsentì il giovane, e compilato l’atto di società, alla sera lo sposo di Zein-al-Mevassif condusse a casa il nuovo socio, e come tale volle presentarlo alla moglie, la quale non capiva in sè per la gioia, sapendo ch’esser non poteva se non il suo amante, e fece portare sull’istante da cena. — Vieni,» le disse il marito, «a complimentare il mio socio. — Come!» gridò essa, «io, io farmi vedere da un forastiero! Dio me ne liberi! mi lascerei tagliare a pezzi! — Che vergogna fuor di luogo!» ripigliò il marito; «è un cristiano, e noi siamo ebrei: la tua dilicatezza è eccessiva. — Che esigi da me?» tornò ella a dire; «che mi scopra il volto davanti ad uno straniero, io che mi vergognerei di comparire così anche dinanzi a te medesimo?» Giubilò il marito di avere una moglie sì casta e virtuosa. Zein-al-Mevassif si fè trascinare a forza per andar a salutare il socio di suo marito. Fece Mesrur perfettamente la sua parte, chinando gli occhi, nè osando rimirare l’amata. Si posero a tavola, e finito il pasto, il socio se ne andò, provando un segreto dispetto di lasciare la sua bella sola col marito. Questi in breve concepì qualche sospetto. C’era in casa un uccello che amava Mesrur come un’antica conoscenza, mentre più non riconosceva il suo padrone, che una lunga assenza gli aveva reso affatto straniero. Il Giudeo stette attento, ed estremo ne fu il dolore quando intese sua moglie, che dormiva nello stesso letto, non parlare ne’ suoi sogni che di Mesrur. Non disse nulla, ed invitato il socio a cena per la domane, lo condusse a casa, e disse alla moglie di venir a salutare l’ospite. — Dispensatemene, ve ne prego,» rispos'ella; «che ho io a fare e con questo [p. 224 modifica] straniero?» In somma, fu d’uopo condurla di nuovo per forza alla cena.

«L’uccello fe’ mille carezze a Mesrur, nè riconobbe il padrone; condotta che rafforzò i sospetti dell’Ebreo, viemaggiormente confermati dai teneri sguardi che sorprese tra i due amanti. — Esco un istante,» disse, «per andar a trovare i miei parenti, e presentarvi come mio socio.» Ciò detto, si allontanò; ma invece d’uscire di casa, salì, per una scala segreta, in un gabinetto ov’era una finestra ingraticciata che guardava nella sala in cui trovavansi i due amanti, e per cui poteva, senza essere veduto, vedere tutto ciò che vi si faceva. Zein-al-Mevassif, chiamata la schiava, le comandò di chiudere la porta ed avvertirla se il marito tornasse. Poi, presa una tazza, e facendo sciogliere in acqua di rosa un po’ di muschio, si alzò e bevve alla salute di Mesrur. — La saliva della tua bocca,» gli disse, «è più dolce di questo liquore.» Allora gli sparse addosso l'essenza di rosa, ed il marito, il quale aveva tutto veduto, poco mancò non iscoppiasse dal dispetto e dalla gelosia; discese subito e trovò chiusa la porta della sala. Venuta la schiava ad aprirgli, il povero marito entrò con volto ridente, e celando il meglio che potè l’ira sua, invitò Mesrur, con molta gentilezza, a tornar a visitarlo. In tale circostanza non sapeva qual partito prendere. Doveva trattare come se non avesse nulla scoperto? avrebbe fatto comprendore alla moglie d’essere istruito della sua condotta? Cotale alternativa lo gettava in un mare di perplessità. Infine si decise ad allontanarla dall’amante, facendola viaggiare. Le mostrò una lettera supposta, nella quale un suo parente lo pregava di recarsi da lui per finire un affare urgente. — Quanto tempo starai lontano, mio diletto?» gli chies’ella. — Almeno dodici giorni,» egli rispose. — Ah! che lunga assenza! il tuo viaggio m’immerge nella disperazione. [p. 225 modifica] — Non affliggerti così, tenero oggetto dell’amor mio,» disse il marito; «verrai con me, se lo brami, ed ho già dato gli ordini necessari per la partenza. —

«Quella nuova fu un colpo di fulmine per Zein-al-Mevassif; ne fece all’istante avvertito Mesrur, e seco lui divise il timore che il marito non avesse formato il disegno di dividerli per sempre. Fece ella ogni sforzo per impedire quel viaggio, ma non avendovi potuto riuscire, fe’ imballare tutti i suoi oggetti, e non avendo avuto modo di parlare al giovane, prese una penna e scrisse sulle pareti e sulle porte versi ch’erano altrettanti dolorosi saluti al suo amante.

«Montata sul camello, si volse alla casa come per dirle addio. — Non dir addio alla nostra casa,» sclamò il marito, «che se lo permette Iddio, vi sarai presto di ritorno.» Sapeva benissimo Zein-al-Mevassif quanto poca fede prestar dovesse a tali parole, e non vide che troppo chiaramente di dover essere per sempre disgiunta dal suo caro Mesrur.

«Questi rimase oppresso da disperazione all’udire la subitanea partenza dell’amante. Sperava nondimeno di vederla a casa; ma oimè! allorchè vi giunse, ella era già partita. Percorse tutti gli appartamenti, e giunto alla porta ove lesse le iscrizioni, cadde svenuto.

«Ripresi i sensi, si accinse a seguire le tracce del camello che portava la sua diletta, e raggiunse la caravana alla testa della quale procedeva il marito di Zein-al-Mevassif, mentre questa ne chiudeva la marcia. Abbracciò Mesrur la lettiga, vi si attaccò, ed espresse l’amor suo coi più appassionati discorsi. — Per amor del cielo, allontanatevi,» gli disse la donna, «prima che mio marito si accorga di voi.» Ma tali parole non gli fecero veruna impressione, e non cessando dal seguire la lettiga, esalava l’ardore della passione in teneri lamenti.

«Alla fine, la donna ottenne colle sue preghiere e [p. 226 modifica] le lagrime, che Mesrur si allontanasse, nè si esponesse inutilmente alla vendetta del marito. Le coprì egli le mani di baci, bagnandole di pianto, e quando fu forza staccarsi dalla lettiga, cadde privo di sensi.

«Allorchè tornò in sè, più non vedendo la caravana, e notando che il vento veniva dal lato verso il quale dirigeva i passi, sclamò:

«Vieni, o notte! vieni a rinfrescarmi le guance ardenti, vieni a calmare le fiamme che m’ardono il cuore.

«È partita, ma il mio cuore sta con lei; sia fitto al pungolo che sollecita la marcia dei camelli.

«O zefiro! e tu, il cui soffio è imbalsamato dall’alito suo, non ti ha essa nulla ordinato per asciugare le mie lagrime e rianimarmi il corpo gelato per la di lei assenza?»

«Giunta al termine del viaggio, Zein-al-Mevassif scrisse a Mesrur per consolarlo ed assicurarlo d’eterno amore, e confidò la lettera ad una schiava che gliene riportò la risposta. Ma avendo il marito scoperto quella corrispondenza, pensò che bisognava allontanare ancor più la donna. Il luogo nel quale aveva dapprima destinato di stabilirsi non era distante da quello in cui trovavasi il rivale se non di dieci sole giornate; procedè adunque venti giornate più innanzi, di modo che i due amanti furono divisi dalla distanza d’un mese di cammino.

«Per tutto quel tempo, Mesrur non aveva riposo nè giorno, nè notte. Apparivagli la sua diletta in sogno, ed egli era beato con lei; ma allo svegliarsi, si dissipava l’illusione, ed ei ripeteva questi versi:

«Salute, immagine adorata, che mi apparisci in mezzo all’ombre notturne, e vieni calmare la violenza dell’amor mio!

«Mi desto piangente, e la dolce illusione svanisce.

«Ah! vera felicità sono i sogni pegli amanti infelici: chè calmano le pene dall’amore.

«Ella mi parla, mi sorride, mi fa mille tenere carezze; involo un bacio dalla sua bocca.

Sollevavami essa co’ suoi favori al colmo della felicità, e mi sveglio nelle lagrime!»

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«Passava la massima parte dei giorni nella casa della sua diletta. Siccome era abbandonata, la solitudine non faceva che vie maggiormente accrescerne il dolore, perchè rammentava tutti i piaceri gustati fra quelle mura. Era Mesrur immerso in melanconiche riflessioni, allorchè udì un corvo che aveva fatto il nido sul tetto della casa; e tosto improvvisò quanto segue:

«O corvo! che vieni tu a fare nella casa della mia diletta!

«Vieni a gemere, colla lugubre tua voce, sui tormenti dell’amor mio!

- Aimè ! aimè! il fuoco mi consuma. L’eco e le tue grida ripetono: Aimè! aimè!»

«Un giorno Mesrur incontrò la sorella di Zein-atMevassif, là quale non ignorava il suo amore, volle essa consolarlo, ma i suoi discorsi, lungi dall’asciugarne le lagrime, non fecero che raddoppiarle. — Come volete sperare,» le diceva, «che rinasca in me la calma? Ahi perchè non sono un uccello! volerei ai luoghi dov’essa abita. — Eppure non vi rimane,» disse la sorella, «altro rimedio che la pazienza.

«La pregò Mesrur d’incaricarsi d’una lettera per Zein-al-Mevassif, ed avendo ella acconsentito, scrisse una lettera pateticissima. La donna la sigillò con ambra e muschio, e la affidò ad un mercante, pregandolo di consegnarla alla sorella in persona, oppure alla fedele sua schiava.

«Zein-al-Mevassif, ricevuta la lettera, se la portò agli occhi, l’innondò di lagrime, e le diede non men tenera risposta. Ma il marito, scoperto che ad onta della distanza d’un mese di cammino frapposta tra di loro, la corrispondenza durava sempre, risolse d’andare ancor più lungi, ed ordinò di disporre ogni cosa per la partenza. — Ma sin dove andremo adunque?! gli domandò Zein-al-Mevassif. — Sino in capo al mondo, se bisogna,» rispose il marito, «all’uopo di mettere [p. 228 modifica] un termine alla vostra bella corrispondenza. Vedremo se Mesrur verrà in tuo aiuto, perfida che sei! Ma prima di tutto voglio assicurarmi di te e delle tue schiave, che tanto ne sono degne. Olà! si chiami un sergente!» Fece quindi spogliare la moglie de’ ricchi suoi abiti, e rivestitala delle spoglie ordinarie degli schiavi, ordinò al sergente d’avvicinarsi. — Metti,» gli disse, «le catene ai piedi di queste tre donne. — Cos’hanno fatto per meritare tal castigo?» domandò quegli. — Sono,» rispose il Giudeo, «tre schiave che, dopo, avermi rubato, si diedero alla fuga. —

«Il sergente, abbagliato dalla bellezza di Zein-al-Mevassif, si battè sulle dita nell’attaccarle ai piedi un anello. Nondimeno le pose le catene, come anche alle due schiave, e le di lei attrattive gli fecero tanta impressione, che si mise a sclamare:

«Possano queste catene pesare su di voi, che le imponeste ai suoi dilicati piedi! Se foste giusto, sarebbero anelli d’oro che adornerebbero codesti piedi gentili, invece d’anelli di ferro che li offendono.

«Per grande che sia il suo fallo, son convinto che sarà dichiarata innocente allorchè comparirà davanti al giudice dei giudici.»

«La casa del cadi di quella città trovavasi vicina, ed il magistrato, avendo inteso i versi cantati dal sergente, lo fece chiamare per domandargli cosa significassero, Quegli fe’ al cadì un resoconto animatissimo della bellezza di Zein-al-Mevassif, e del trattamento brutale fattole provare dal marito; il cadì gli comandò di condurgli dinanzi la bella schiava per farle rendere giustizia. Il sergente incaricossi volentieri della missione, e recossi alla casa del Giudeo; ma la trovò chiusa, essendone il padrone uscito. Udendo però Zein-al-Mevassif cantare nell’interno: — Aprite!» le gridò bussando. — Come posso aprire,» rispose colei, «se l’Ebreo ha portate seco le chiavi? — Ebbene,» riprese il sergente, «ora [p. 229 modifica] butterò giù la porta e vi condurrò davanti al cadì. — Come,» aggiunse Zein-al-Mevassif, «come oserei comparire alla sua presenza con quest’abito di crini che puzza di zolfo? — Pazzie!» ripigliò il sergente; «il giudice non vi baderà: venite pure. —

«Aperta la porta, il sergente tolse a Zein-al-Mevassif i ferri, e la condusse dal cadì. Colà, sbarazzatasi del vestito di crini, si pose nel bagno per iscancellare le vestigia che quelle grossolane vesti aveano lasciate sul suo corpo dilicato, ed indossò un magnifico abito di seta. Fortunatamente per lei, suo marito era quel giorno stato invitato da un amico; di modo che ebbe tutto il tempo di fare la sua toletta e comparire dinanzi al cadì che l’accolse benissimo. Gli raccontò dunque le violenze del consorte e la bella condotta del sergente. Il cadì poi le chiese se il Giudeo le fosse marito, e di qual religione. Rispose non essere con lui maritata, e che professava l’islamismo; fece quindi la sua professione di fede davanti al giudice, il quale la richiese perchè si fosse attaccata ad un Ebreo. — Dovete sapere, giudice dei credenti,» rispos'ella, «che mio padre aveva affidato a questo Ebreo quindicimila pezze d’oro per un traffico che facevano assieme. Morto mio padre, il Giudeo volle forzarmi a sposarlo ed abbracciare la sua religione. Irritato de’ miei ostinati rifiuti, disparve col denaro che aveva in mano: io ne seguii le tracce, e finalmente lo scopersi nella città di Aden. Chiestogli allora conto del mio denaro, mi rispose che lo aveva impiegato nel commercio: in pari tempo s’impadronì di me, mi caricò di catene, e da quel tempo non cessò di aggravarmi di maltrattamenti.» Il giudice poi domandò alla schiava Hubub se Zein-al-Mevassif fosse sua padrona e dicesse la verità; la schiava confermò quanto aveva detto la padrona, sicchè il cadi giurò di liberarla e farle restituire il suo [p. 230 modifica] peculio. Invaghitosi di lei, le propose la sua mano; la donna, guardandosi bene dal ricusare, gli disse che ogni cosa si accomoderebbe meglio alla domane.

«All'uscir dalla casa del cadì, Zein-al-Mevassif si recò presso il cadì d’un altro quartiere della città, al quale raccontò la medesima storia; e siccome questi non si mostrò meno del primo innamorato delle sue attrattive, promise anche a lui la mano. E lo stesso fece con due altri cadì, a tutti dando convegno in casa sua pel giorno appresso. I quattro magistrati, accompagnati da’ cancellieri, recaronsi allora indicata alla dimora di Zein-al-Mevassif, che li accolse con grazia indicibile. Ciascuno le intimò di mantenere la promessa fatta di sposarlo; ma essendo ciò impossibile, se ne partirono tutti com’erano venuti. Allora Zein-al-Mevassif scrisse a Mesrur una lettera nella quale gli riferiva tutto ciò ch’era accaduto, e poi: — Prendi questa lettera,» disse ad Hubub, «e conservala sinchè si presenti l’occasione di spedirla al suo destino. —

«In quel frattempo, tornò l’Ebreo che aveva passata la notte fuor di casa. — Oh! oh!» disse, «eccovi allegro e di buon umore! Vi sono certo capitate nuove di Mesrur che v’hanno spianata la fronte! Ma vedremo a che cosa ciò vi servirà. — Noi non attendiamo soccorso che da Dio,» rispose la donna; «fu egli che mi liberò da’ miei ferri, e mi libererà da tutti quelli de’ quali mi potreste caricare. Domani compariremo amendue davanti al giudice. —

«Il Giudeo uscì per andar a prendere nuove catene, e Zein-al-Mevassif, dal canto suo, corse dal giudice per mettersi sotto la di lui protezione. Il cadì mandò quattro arcieri per impadronirsi dell’Ebreo, e questi lo trascinarono dinanzi al giudice, battendolo per via. — Guai a te, nimico di Dio,» gli disse il cadì. «Perchè hai tu strappata questa donna dalla sua patria, dopo averla precipitata negli errori d’una [p. 231 modifica] falsa credenza, e spogliata delle sue sostanze? — O giudice!» rispose l’Ebreo, «vi giuro ch’essa è mia moglie. — Gli si diano le bastonate,» ripigliò il cadì. E gli arcieri, gattatolo per terra e stracciatigli gli abiti, lo maltrattarono crudelmente.

«L’Ebreo appellò di tale sentenza davanti un altro cadì, da questo ad un terzo, poi ad un quarto. Ma tutti lo dichiararono reo, condannandolo ad essere impiccato, ed aver tagliati piedi e mani. — Cosa dunque chiedete da me, o giudici?» sclamò l’Ebreo. — Confessa,» quelli risposero, «che questa giovane non è tua moglie; che le ricchezze delle quali ti sei impossessato le appartengono, e che volesti sedurla, allontanandola dalla sua patria. — Ohi» disse il Giudeo, «non occorre altro per salvar la vita? Ebbene, confesso che questa donna non è mia, che le mie ricchezze le appartengono, e che ho voluto sedurla allontanandola dalla sua patria. —

«Presero i quattro cadì nota di tale dichiarazione, e ciascuno sperava che finalmente Zein-al-Mevassif si pronunziasse in proprio favore. Li ringraziò essa delle loro cure, e verso tutti esercitò la sua civetteria per mantenerli in isperanza; tornò poi a casa, dove fece imballare tutti i suoi effetti, e giunta la notte, partì, portando seco tutte le ricchezze dell’Ebreo, ed accompagnata dalla fedele sua schiava.

«Alla domane, informaronsi i quattro cadì della loro diletta, ed udendo che più non trovavasi a casa, saliti sulle loro mule, ne seguirono le tracce. Il caso volle che i quattro cadì s’incontrassero, ed in breve s’avvidero, dalle reciproche interrogazioni, di essere stati tutti e quattro delusi. Tornarono dunque alle case loro, e si posero a letto per disperazione. Il primo cadì fatto chiamare il sergente, lo minacciò delle bastonate se non gli dava notizie della dama: colui giurò che ignorava [p. 232 modifica] assolutamente cosa ne fosse stato; il che raddoppiò la disperazione del cadì e de' colleghi. Chiamati i più abili medici della città per curarli, tutti i loro rimedi fallirono. I quattro improvvisavano continuamente versi nel loro delirio, ed in termine di alcuni giorni soccombettero alla violenza della passione.

«Mentre la sua bellezza cagionava simili stragi, Zein-al-Mevassif era giunta felicemente a casa, dove sua sorella provò la gioia più viva, rivedendola, e le preparò subito un letto, circondato di coltrine profumate d’ambra e di muschio. Zein-al-Mevassif vi si distese così vestita, e riposò tranquilla. Narrò poi alle sue schiave tutte le avventure occorse per viaggio, e finito il racconto, fece portare da cena, ed allora mandò la fedele Hubub ad informarsi di Mesrur; poichè le donne preferiscono la conversazione ed i banchetti a tutto, persino ai loro amanti. Il povero Mesrur, che passava i giorni in mezzo alle lagrime ed a far versi, aveva sognato che la sua diletta era tornata; e siccome prestava fede ai sogni, corse alla casa di Zein-al-Mevassif per assicurarsi se il suo fosse verace. Era ancor lontano, allorchè senti il profumo dell’ambra e del muschio che lo zeffiro gli portava. Ma qual fu il suo giubilo scorgendo sulla porta Hubub, che gli manifestò il ritorno dell’amata! Egli volò tra le di lei braccia, e passarono il resto del giorno a prodigarsi le più tenere carezze.

«Per rianimarsi, la giovane fece preparare da Hubub zucchero, limoni e vino, e con essi compose una bevanda corroborante. La notte li colse in mezzo al racconto dei reciproci patimenti. Zein-al-Mevassif disse a Mesrur d’essersi fatta musulmana, e questi abbracciò tosto l’islamismo.

«Al domani, fatti venire cadì e testimoni, fu steso nelle forme il contratto del loro matrimonio.

«Intanto, Zein-al-Mevassif seppe che l’Ebreo, suo [p. 233 modifica] primo marito, più non era che a tre giorni di viaggio dalla città dove tra breve arriverebbe. Per trarsi d’impaccio, decise d’abbandonare la casa dell’Ebreo, e recarsi in quella di Mesrur, ordinando in pari tempo alla sua fedele Hubub di farla passare per morta presso l’altro marito allorchè fosse tornato. A tal dopo, fece erigere una tomba circondata d’arbusti odoriferi, e su quella intagliare un’iscrizione, la quale diceva che Zein-al-Mevassif era morta, vittima delle violenze del marito.

«Giunse l’Ebreo, ed Hubub il condusse presso al sepolcro; quivi gettatosi egli a terra, fu tanto vivo il suo dolore, che spirò in mezzo alle convulsioni. Zein-al-Mevassif passò coll’amante la più gioconda vita, sino al momento in cui realmente discese nella tomba.»

  1. Il ban è il salice d’Egitto: salex aegyptiaca.
  2. La credenza all’occhio della Malignità o dell’Invidia, il cattiv’occhio degl’Italiani, è sparsa per tutto l’Oriente, ma specialmente in Turchia. Nondimeno, l’antichità di tale credenza indurrebbe a credere che gli Orientali l’avessero piuttosto ricevuta che trasmessa. Tale superstizione esiste parimenti presso i montanari scozzesi e gli abitanti di Cornovagila. Trovasi pure nell’Illiria e nella Dalmazia, come si può vedere da una preziosa raccolta di poesie illiriche, intitolata la Guzla, comparsa qualche tempo fa.
  3. Le mense, presso gli Orientali, sono formate da una gran piastra rotonda di metallo, sulle quali non si serve mai che un sol piatto alla volta.