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Storia di Amina

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STORIA D'AMINA


«Commendatore dei credenti,» diss’ella, «per non ripetere le cose già note a vostra maestà mediante la storia di mia sorella, vi dirò che mia madre, avendo comperata una casa per passarvi la sua vedovanza, mi diede in matrimonio ad uno de’ più ricchi eredi di questa città, colla dote che mio padre mi lasciò morendo. Non era ancora trascorso il primo anno della nostra unione, che rimasi vedova ed in possesso di tutte le facoltà di mio marito, ascendenti a novantamila zecchini, la cui sola rendita bastava più che a sufficenza per vivere agiatamente. Passati i primi sei mesi di lutto, mi feci fare sei abiti diversi di sì grande magnificenza, che mi costavano mille zecchini l’uno, e cominciai in capo all’anno a portarli (1). [p. 227 modifica]

«Un giorno ch’era sola, occupata ne’ miei domestici affari, vennero a dirmi che una dama desiderava parlarmi. Ordinai di farla entrare, e vidi una donna d’avanzata età. Mi salutò essa baciando la terra, e mi disse, stando in ginocchio: — Mia buona signora, vi supplico di scusare la libertà che mi prendo di venire ad importunarvi: la mia fiducia nella vostra carità me ne somministra l’ardire. Vi dirò dunque, onorevolissima dama, che ho una figlia orfana, la quale deve oggi maritarsi; siamo entrambe forestiere, e non abbiamo conoscenza alcuna in questa città. Grande è il nostro imbarazzo, non volendo far conoscere alla numerosa famiglia colla quale siamo per imparentarci, di essere affatto sconosciute, e che abbiamo qualche appoggio. Per ciò, benefica signora, se gradiste onorare queste nozze colla vostra presenza, noi vi professeremmo tanta maggior obbligazione, in quanto che le dame del nostro paese conosceranno non esser noi qui risguardate come miserabili, allorchè sarà lor noto che una persona del vostro grado non isdegnò di farci tanto onore. Ma, oimè! se non cedete alla mia preghiera, quale mortificazione per noi! Non sappiamo a chi rivolgerci.

«Tale discorso, che la povera vecchia frammischiò di lagrime, mi mosse a pietà. — Mia buona donna,» le dissi, «non vi affliggete; sono disposta a secondarvi: ditemi dove debbo venire; non domando che il tempo di vestirmi con qualche decenza.» La vecchia, tripudiante di gioia a questa risposta, fu più pronta a baciarmi i piedi ch’io non lo fossi ad impedirnela. — Mia signora,» ripigliò alzandosi, «Dio vi

[p. 228 modifica]rimunererà della bontà che avete per le vostre umili serve, e vi empirà il cuore di contento come ora ne ricolmate il nostro. Non è ancora tempo che vi prendiate questa briga; basterà veniate con me verso sera all’ora che verrò a prendervi. Addio, signora, a rivederci.

«Appena fui sola, presi quello de’ miei abiti che più mi piaceva, con una collana di grosse perle, braccialetti, anelli ed orecchini di finissimi brillanti. Aveva il presentimento di quanto dovevami accadere.

«Già calava la notte, quando arrivò la vecchia dama con aspetto giubilante. Mi baciò la mano, e disse: — Mia cara signora, le parenti di mio genero, che sono le prime dame della città, trovansi già adunate. Potete venire quando vi piace; eccomi pronta a servirvi di guida.» Partimmo all’istante; camminò essa dinanzi, ed io la seguii con gran numero delle mie schiave convenevolmente vestite. Ci fermammo in una via assai larga, ben pulita ed inaffiata, davanti ad una porta illuminata da un fanale, alla cui luce potei leggere questa iscrizione, posta sopra la porta in lettere d’oro: Qui è l’eterno albergo dei piaceri e della gioia. Bussò la vecchia, e fu tosto aperto.

«Mi condusse in fondo al cortile, in una gran sala, ove venni accolta da una giovane dama d’impareggiabile bellezza. S’affrettò costei a venirmi incontro, ed abbracciatami, mi fe’ sedere vicino a lei sur un sofà, ov’era un trono di legno prezioso ornato di diamanti. — Signora,» mi disse poi, «foste qui chiamata per assistere a nozze; ma io spero che queste nozze saranno diverse da quelle che v’immaginate. Io ho un fratello, il più bello e compito degli uomini; egli fu tanto allettato del ritratto che intese fare della vostra bellezza, che la sua sorte dipende da voi, e stimerebbesi infelicissimo se non ne aveste pietà. [p. 229 modifica]Noto gli è il grado che occupate nel mondo, e posso assicurarvi che il suo non è indegno della vostra parentela. Se le mie preci, o signora, possono qualche cosa su voi, io le unisco alle sue, e vi supplico di non ricusare l’offerta di volerlo per consorte.

«Dopo la morte di mio marito, non erami mai caduto in pensiero di rimaritarmi; ma non ebbi la forza di ricusare una sì leggiadra persona. Dato ch’ebbi il consenso con un silenzio accompagnato da vivo rossore, la giovane battè le mani; si aperse subito un gabinetto, e ne uscì un giovane di maestoso aspetto e di tanta grazia, che mi reputai felice d’aver fatta sì bella conquista. Mi sedè vicino, e conversando seco lui, conobbi che il suo merito superava di gran lunga quanto me ne aveva detto sua sorella.

«Appena questa vide ch’eravamo l’un dell’altro contenti, battè per la seconda volta le mani; entrò un cadì (2), il quale stese il nostro contratto di matrimonio, lo firmò, e fecelo pure firmare da quattro testimonii da lui condotti. La sola cosa che il nuovo mio sposo volle da me fu che non mi facessi vedere, nè parlassi ad altr’uomo fuor di lui, e mi giurò che a tal condizione avrei ogni motivo di lodarmene. Il nostro matrimonio fu dunque conchiuso di tal guisa, e così io fui la principale attrice delle nozze alle quali era stata soltanto invitata.

«Un mese dopo il nostro connubio, avendo bisogno di qualche stoffa, chiesi al marito il permesso di uscire per farne acquisto; avendomelo egli accordato, presi per compagna la vecchia dama di cui ho già parlato, ch’era di casa, e due delle mie schiave. Quando fummo nella contrada de’ mercanti, la vecchia mi disse: — Mia buona signora, se cercate [p. 230 modifica]una stoffa di seta, vi condurrò da un giovane mercadante che conosco, il quale ne ha di tutte le sorta, e senza stancarvi a correre di bottega in bottega, posso assicurarvi che da lui avrete ciò che non trovereste altrove.» Mi lasciai condurre, ed entrata nel negozio di un giovane e leggiadro mercante, e quivi sedendo, gli feci dire dalla vecchia dama di mostrarmi le sue più belle stoffe di seta. Voleva la vecchia che gli facessi quella domanda io medesima; ma le dissi che una delle condizioni del mio matrimonio era di non parlare a nessun uomo fuor di mio marito, e che non voleva contravvenirvi.

«Il mercadante mi mostrò parecchie stoffe, una delle quali essendomi piaciuta più delle altre, gliene feci domandare il prezzo. Rispose quegli alla vecchia: — Io non la venderò per oro nè per argento; ma gliene farò un dono, se vuol permettermi di darle un bacio sulla guancia.» Imposi allora alla vecchia di dirgli ch’io lo trovava ben ardito per farmi una simile proposta; ma invece d’obbedirmi, costei mi rappresentò, che quanto il mercadante chiedeva non era poi una cosa di grande importanza; che non si trattava di parlare, ma di presentare soltanto la guancia, e che sarebbe stato l’affar d’un momento. Avea tanta voglia di possedere quella stoffa, che fui abbastanza semplice di seguire il consiglio. La vecchia e le mie donne mi si posero davanti, acciò non fossi veduta, ed io mi levai il velo: ma invece di baciarmi, il mercadante mi morse a sangue. Il dolore e la sorpresa furono tali che caddi svenuta, e rimasi tanto a lungo in questa condizione, da dar tempo al mercante di chiudere la bottega e prendere la fuga. Ripreso l’uso dei sensi, mi sentii la guancia tutta insanguinata; la vecchia dama e le mie donne avevano avuto cura di coprirmela prima col velo, acciò le persone accorse non si accorgessero di nulla, e credessero fosse l’effetto d’un semplice svenimento.»

[p. 231 modifica]Nel dire queste ultime parole, Scheherazade vide il giorno, e tacque.


NOTTE LXVIII


La sultana delle Indie volgendo, appena fu mattino, la parola a Dinarzade: — Ecco, sorella,» le disse, «in qual modo Amina ripigliò la sua storia.

«La vecchia che m’accompagnava,» proseguì essa, «sommamente mortificata di quel caso, cercò di farmi animo. — Mia buona padrona,» disse, «vi domando perdono; fui io la causa di codesta disgrazia. Vi condussi da questo mercadante, essendo egli del mio paese, nè l’avrei mai creduto capace di tanta iniquità: ma non vi affliggete: non perdiamo tempo, e torniamo a casa; io vi darò un rimedio che in tre giorni vi guarirà sì perfettamente, che non vi rimarrà alcun segno.» Lo svenimento mi aveva indebolita in guisa, che a mala pena poteva camminare. Giunta a casa, smarrii un’altra volta l’uso de’ sensi entrando nella mia stanza. Intanto la vecchia mi applicò il suo rimedio, ed io, tornata in me, andai a letto.

«Calata la notte, giunse mio marito, e vedutami la testa fasciata, mi domandò che cosa avessi. Risposi ch’era un mal di capo, e sperava che tutto là finisse, ma egli prese un lume, e vedendomi ferita nella guancia: — D’onde proviene questa ferita?» mi domandò. Benchè non fossi molto rea, non poteva risolvermi a contargli la cosa: fare tal confessione ad un marito, sembravami un offendere le convenienze. Gli dissi dunque, che andando a comperare una stoffa di seta, valendomi del permesso da lui conceduto, un facchino carico di legna erami passato sì vicino, in una via strettissima, che un bastone mi avea fatto una graffiatura nel volto, ma ch’era poca cosa.

[p. 232 modifica]«Codesta ragione fe’ montar sulle furie mio marito. — Simile azione» mi disse, «non rimarrà impunita. Darò domani ordine all’intendente di polizia di arrestare tutti quei facchini brutali, e farli appiccare.» Presa dal timore d’essere cagione della morte di tanti innocenti, risposi: — Signore, assai mi dorrebbe che si commettesse sì grande ingiustizia; guardatevi dal farla; mi crederei indegna di perdono, se fossi origine di questa disgrazia. — Ditemi dunque sinceramente,» ripigliò egli, «cosa debbo pensare della vostra ferita. Tornai a dirgli, che m’era stata fatta per l’inavvertenza d’un venditore di scope a cavallo del suo asino, il quale veniva dietro di me colla testa rivolta da un’altra parte; che l’asino mi aveva urtata sì forte, ch’io era caduta, battendo la guancia sopra un pezzo di vetro. — Ciò posto,» disse allora mio marito, «il sole non sarà appena alzato domani, che farò avvertito il gran visir Giafar di questa insolenza, e lo pregherò di far morire tutti questi mercanti di scope. — In nome del cielo, signore,» lo interruppi io, «vi supplico di perdonar loro; e’ non sono colpevoli. — Insomma, signora,» diss’egli, «che cosa debbo credere? Parlate; voglio sapere assolutamente la verità dalla vostra bocca. — Signore,» risposi, «mi colsero le vertigini, e sono caduta: ecco il fatto.

«A quest’ultime parole il mio sposo perde la pazienza, e sclamò: — Ah! è troppo ascoltar menzogne.» Si dicendo, battè le mani, ed entrarono tre schiavi. «Tiratela fuor del letto,» disse loro, «e stendetela in mezzo alla camera.» Gli schiavi eseguirono l’ordine, e mentre uno mi teneva per la testa e l’altro pei piedi, ei comandò al terzo d’andar a prendere una scimitarra, e quando l’ebbe recata: — Ferisci,» gli disse, «tagliale il corpo in due, e va a gettarlo nel Tigri, acciò serva di pasto ai pesci: e il castigo ch’io riserbo alle persone cui ho dato il mio cuore [p. 233 modifica]e che mi mancano di fede.» E vedendo che lo schiavo esitava ad ubbidire: «Colpisci,» soggiunse; «perchè ti arresti? Che attendi? — Signora,» mi disse allora lo schiavo, «voi toccate all’ultimo istante della vostra vita: guardate se avete qualche cosa da disporre prima della vostra morte.

«Chiesi la libertà di dire una parola, e mi fu accordata. Alzai la testa, e guardando teneramente il mio sposo: — Aimè,» gli dissi, «in quale stato sono mai ridotta! E dunque mestieri ch’io muoia nel fiore degli anni?» Voleva proseguire, ma le lagrime ed i singulti me l’impedirono; il mio sposo non ne fu commosso; anzi, mi fece duri rimproveri, ai quali sarebbe stato inutile rispondere. Ricorsi alle preghiere, ma non volle ascoltarle, ed ordinò allo schiavo di fare il dover suo. In tal momento, entrata la vecchia dama, ch’era stata sua autrice, se gli buttò a’ piedi onde tentar di placarlo. — Figliuol mio,» gli disse, «in premio di avervi nutrito ed allevato, vi scongiuro di accordarmi la sua grazia. Considerate che chi di spada ferisce, di ferro perisce, e che voi siete per macchiare la vostra riputazione e perdere la stima degli uomini. Che diranno essi d’un’ira sì sanguinaria?» Pronunciò ella queste cose con accento sì pietoso, e le accompagnò di tante lagrime, che infine il mio consorte ne fu intenerito. — Ebbene,» diss'egli allora alla nutrice, «per amor vostro le dono la vita; ma voglio che porti de’ segni, i quali le rammentino per sempre il suo delitto.

«Ciò detto, uno schiavo mi diede, per suo ordine, con tutta la forza sulle coste e sul seno tanti colpi con una verga pieghevole che levava la pelle e la carne, in modo che smarrii i sensi. Dopo mi fece portare dai medesimi schiavi, ministri del suo furore, in una casa ove la vecchia prese grandissima cura di me. Quattro mesi rimasi in letto: finalmente guarii; ma le [p. 234 modifica]cicatrici che ieri vedeste contro mia intenzione, mi restarono. Quando fui in istato di camminare e d’uscire, volli tornare alla casa ereditata dal primo marito; ma non ne trovai che l’area: il mio secondo sposo, nel trasporto dell’ira sua, non contento di farla demolire, aveva persino fatta abbattere tutta la contrada ov’era situata. Questa violenza parrà al certo inaudita; ma chi accusarne? L’autore aveva preso le opportune misure per celarsi, e non mi fu possibile conoscerlo. D’altra parte, quand’anche mi fosse stato noto, non m’avvedeva forse che quel trattamento partiva da un potere assoluto? Come avrei osato lagnarmene?

«Desolata, priva di tutto, ebbi ricorso alla mia cara sorella Zobeide, qui presente, e le raccontai la mia sventura. Essa mi accolse colla solita bontà, e mi esortò a sopportarla con rassegnazione. — Ecco com’è il mondo,» mi disse «ci toglie di solito le sostanze, gli amici o gli amanti, e talvolta il tutto insieme.» Nel tempo stesso, per provarmi quanto diceva, mi narrò la perdita del giovane principe, cagionata dalla gelosia delle altre due sorelle, ed in qual modo erano state queste trasformate in cagne. Infine, avendomi dato mille segni d’amicizia, mi presentò alla sorella minore, la quale erasi ritirata nella propria casa dopo la morte di nostra madre.

«Così, ringraziando Dio di averci tutte e tre riunite, risolvemmo di vivere libere, nè mai più separarci. È molto tempo che conduciamo questa tranquilla esistenza; ed essendo io incaricata delle spese della casa, ho piacere d’andar, in persona a fare le provvigioni di cui abbisogniamo. Ieri andata a comperarne, le feci portare da un facchino, uomo di spirito e di allegra indole, che trattenemmo quindi per divertirci. Tre calenderi sopraggiunsero sul far della notte, e ci pregarono di ricoverarli sino alla [p. 235 modifica]mattina. Li accogliemmo ad una condizione ch’essi accettarono; ed avendoli fatti sedere alla nostra mensa, ci divertivano suonando a loro modo, quando udimmo bussare. Erano tre mercanti di Mussul di bella fisonomia, i quali ci chiesero la medesima grazia dei calenderi: noi l’accordammo alla stessa condizione. Ma non l’osservarono nè gli uni, nè gli altri; pure, benchè fossimo in grado com’anche in diritto di punirli, ci acontentammo d’esigere da essi il racconto della storia loro, limitando la nostra vendetta a congedarli, privandoli così dell’asilo invocato. —

«Il califfo Aaron-al-Raschid, assai contento d’aver saputo quanto desiderava, dimostrò pubblicamente la maraviglia cagionatagli da quelle avventure.

— Ma, sire,» disse Scheherazade a questo passo, «il giorno, che comincia ad apparire, non mi permette di raccontare a vostra maestà ciò che fece il califfo per metter fine all’incanto delle due cagne nere.» Schahriar, pensando che la sultana avrebbe terminata la notte seguente la storia delle cinque dame e dei tre calenderi, si alzò, e lasciolle la vita ancora fino all’indomani.


NOTTE LXIX


— In nome di Dio, sorella,» sclamò Dinarzade prima di giorno, «ti prego di raccontarmi in qual modo le due cagne nere ripigliarono la primitiva forma, e che cosa accadde de’ tre calenderi. — Sono a soddisfare il tuo desiderio,» rispose Scheherazade, e volgendosi quindi a Schahriar, proseguì in questi sensi:

«Sire, avendo il califfo soddisfatta la propria [p. 236 modifica]curiosità, volle dare segni della sua grandezza e generosità ai principi calenderi, e far provare eziandio alle tre dame gli effetti della bontà sua. Senza servirsi pertanto del ministero del gran visir, disse egli medesimo a Zobeide: — Signora, quella fata che vedeste già in forma di serpente, e che v’impose sì rigida legge, non parlò ella della sua dimora, o piuttosto non v’ha essa promesso di rivedervi, e ritornare le due cagne nel primiero loro stato? — Commendatore de’ credenti;» rispose Zobeide, «dimenticai di dire a vostra maestà, che la fata mi pose in mano un piccolo involto di capelli, dicendomi avrei forse un giorno bisogno della sua presenza, ed allora se avessi bruciato due soli di que’ capelli, essa mi comparirebbe sull’istante, quand’anche si trovasse oltre il Caucaso. — Signora,» ripigliò il califfo, «ove sono questi capelli?» Rispose la donna che da quel tempo aveva sempre avuta cura di portarli addosso. In fatti li trasse dal seno, ed aprendo un po’ la portiera che nascondevala, glieli fece vedere. — Or via,» replicò il califfo, «vi prego di far venire la fata; voi non la chiamereste a miglior proposito, poichè lo desidero io.

«Acconsentì Zobeide, e fattosi recare un po’ di fuoco, vi arse tutto il pacchetto di capelli. Al medesimo istante si scosse il palazzo, e la fata comparve davanti al califfo, sotto figura d’una dama splendidamente vestita. — Commendatore de’ credenti,» diss’ella al principe, «eccomi pronta ai vostri comandi. La dama che per ordine vostro m’ha chiamata, mi rese un importante servigio. Per dimostrarle la mia gratitudine, la vendicai della perfidia delle sue sorelle cangiandole in cagne; ma se vostra maestà lo desidera, posso restituirle alla naturale loro forma. — Bella fata,» rispose il califfo, «non potreste farmi maggior piacere; accordate loro questa [p. 237 modifica]grazia; cercherò poi i mezzi di consolarle di sì aspra penitenza, ma prima debbo farvi un’altra preghiera in favore della dama stata sì crudelmente maltrattata da un ignoto marito. Siccome sapete un’infinità di cose, è a credere che non ignoriate neppur questa; siate cortese di nominarmi il barbaro, il quale non sì contento di esercitare su lei sì rea crudeltà, ma l’ha financo privata ingiustamente di tutt’i beni che le appartenevano. Mi maraviglio come un’azione tanto ingiusta ed inumana, e che fa torto alla mia autorità, non sia venuta a mia cognizione. — Per far piacere alla maestà vostra,» replicò la fata, «restituirò nel primiero essere le due cagne, guarirò la dama delle sue cicatrici in modo che non apparirà sia mai stata battuta, e poscia nominerà chi la fece maltrattare.

«Mandò il califfo a casa di Zobeide a prendere le due cagne; quando l’ebbero condotte, si presentò alla fata, che l’aveva chiesta, una tazza d’acqua, sulla quale pronunziò essa certe parole che nessuno intese, e la versò quindi su Amina e sulle due cagne. Queste cangiaronsi tosto in due dame di mirabile beltà, e le cicatrici di Amina scomparvero al tutto. Allora la fata disse al califfo: — Commendatore de’ credenti, bisogna adesso palesarvi chi è lo sposo sconosciuto che cercate. Esso vi appartiene davvicino, essendo il principe Amin, vostro figlio maggiore. Invaghitosi di questa dama, sulla descrizione fattagli della sua bellezza, trovò un pretesto d’attirarla in casa, e la sposò. Circa alle battiture che le fece dare, egli n’è in qualche modo scusabile. La sua consorte fu un po’ troppo facile, e le scuse erano tali da far credere che avesse operato più male che in fatto non fosse. Ecco quanto posso dire per soddisfare alla vostra curiosità.» Ciò detto, salutò il califfo, e sparve.

[p. 238 modifica]«Pieno quel principe d’ammirazione, e contento dei cangiamenti per suo mezzo accaduti, fece azioni delle quali si parlerà in eterno. Ei mandò prima a chiamare il principe Amin suo figlio, gli disse essergli noto il suo matrimonio segreto, e lo informò della causa della ferita di Amina. Non aspettò quel principe che il padre gli parlasse di perdonarle, ma la ripigliò al momento.

«Dichiarò poscia il califfo di dare il cuore e la mano a Zobeide, e propose le altre tre sorelle ai tre calenderi, figli di re, i quali con molta gratitudine le accettarono in consorti; Aaron assegnò a ciascun di loro un magnifico palazzo nella città di Bagdad, lì innalzò alle prime cariche dell’impero, e li ammise ne’ suoi consigli. Il primo cadì di Bagdad, chiamato coi testimoni, stipulò i contratti di matrimonio; ed il famoso califfo Aaron-al-Raschid, formando la felicità di tante persone che sofferto avevano incredibili rovesci di fortuna, si acquistò mille benedizioni.»

Non era ancor giorno, quando Scheherazade finì questa storia tante volte interrotta e continuata, e ciò le diede tempo di cominciarne un’altra; talchè, volgendo la parola al sultano, gli disse:

Note

  1. Quanto è qui detto sul lutto non solo è contrario egli usi dei meomettani, ma anche ai precetti del Corano. In generale, non si conosce lutto fra i settari di Maometto; su codesto punto espressi sono i divieti del Corano, e per punire una persona che si svellesse i capelli in segno di duolo: «L’onnipotente Iddio, dicono, le fabbricherebbe tante case nell’inferno, quanti fossero i peli svelti dal capo.» Credono inoltre che Dio ristringerà la tomba di tutti quelli che portassero abiti neri in vita, e che risusciteranno ciechi. Questa opinione dipende da quella della perfetta rassegnazione ai voleri di Dio, ch’è uno dei dogmi fondamentali della religione meomettana, e che fu spesso mal a proposito confusa col fatalismo. I Persiani, però, settari di Alì, osservano un lutto di quaranta giorni, nei primi dei quali usano portare vestiti di colore oscuro: ma hanno in avversione l’abito nero, al par di tutti gli altri maomettani.
  2. Questa parola araba, kadi, significa giudice. È il nome che si dà ai giudici delle cause civili in quasi tutto l’Oriente; essi fanno inoltre le funzioni di notai.