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Le Mille ed una Notti/Storia d'Ibrahim, figliuolo di Khasib, e di Gemileh, Figliuola di Abuleis

Storia d'Ibrahim, figliuolo di Khasib, e di Gemileh, Figliuola di Abuleis

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Storia d'Ibrahim, figliuolo di Khasib, e di Gemileh, Figliuola di Abuleis
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NOTTE CMXXXI-CMXL

STORIA

D’IBRAHIM, FIGLIUOLO DI KHASIB, E DI GEMILEH, FIGLIUOLA DI ABULEIS.

— Un sultano d’Egitto, per nome Khasib, aveva un figliuolo di straordinaria bellezza, e voleva così esclusivamente godere della sua presenza, che il giovane principe non usciva dalla reggia se non il venerdì per andar alla moschea. Un venerdì, tornando al palazzo, mentre passava dinanzi alla bottega d’un libraio, smontò da cavallo per esaminare i libri. Volle il caso che il principe trovasse in uno di quelli il ritratto in miniatura d’una giovane beltà alla quale non mancava che la parola; la vista sola di quella pittura bastò per rapirgli la ragione. — Quanto vale codesto libro?» domandò. — E a’ vostri comandi, principe, nè voglio denaro,» rispose il libraio baciando la terra. Il principe gli diede cento zecchini, e portato via il libro, non passava il tempo che a considerare il ritratto, dimenticando persino cibo e riposo.

«Rammaricavasi assai di non aver domandato al libraio chi fosse l’autore di quel ritratto; ma si ripromise d’informarsene la prima volta che tornasse alla moschea, il che accadde il venerdì susseguente. Il libraio gli significò esserne autore un abitante di Bagdad chiamalo Abu-’l-Kassem Es-Sandelani, che dimorava nel quartière Altarakha, e godeva nell’arte [p. 300 modifica] sua di somma celebrità. Il principe formò il disegno di lasciare il proprio paese e tentare quell’avventura, senza farne parola a nessuno. Presa adunque una borsa piena di gioie, e che conteneva inoltre trentamila zecchini, uscì segretamente dal palazzo, ed incontrata una caravana, chiese al primo Beduino quanto fosse distante da Bagdad. — Figliuolo,» il Beduino rispose, e ci sono almeno due mesi di cammino. — Se mi ci volete trasportare sano e salvo, vi darò venti zecchini, ed inoltre il mio cavallo, che ne val mille.» Accettò l’altro la proposta e lo condusse a Bagdad. Il principe adempì dal canto suo alla promessa fatta alla guida, e subito informossi dove fosse il quartiere Alkarakha, al quale recandosi, passò dinanzi ad una bellissima casa, la cui porta girava su cardini d’argento, ed aveva anelli e serratura del medesimo metallo. A ciascun lato della porta vedevasi una panca di marmo coperta di cuscini; su d’una sedeva un vecchio, presso al quale stavano quattro schiave. Il giovane salutò il vecchio che gli rese il saluto, e gli domandò dove andasse. Rispose il principe d’essere straniero, e che, cercando alloggio, si stimerebbe felicissimo di poterlo trovare in quella casa. — Gazella!» chiamò il vecchio. — Che volete?» rispose una giovane schiava, che per la bellezza degli occhi era in fatti degna di tal nome. — Va,» le disse il padrone, «prepara uno de’ miei appartamenti per questo giovinotto.» Il principe offrì denaro al vecchio, ma questi ricusò di accettarne. — Sole!» disse poi» — Che bramate?» rispose un’altra schiava, il cui volto risplendente la rendeva pur meritevole di tal nome, come la prima del proprio. — Recami gli scacchi; giuocheremo una partita.» Giuocarono, ed il giovane vinse. — Giuocate da professore,» gli disse l’avversario; «siete il primo di Bagdad che m’abbia battuto.» Nel [p. 301 modifica] tempo venne la schiava a portare al principe la chiave dell’appartamento per lui preparato, ed il vecchio lo invitò a cena alla sera. Accettato dal giovane l’invito, rimase stupito della bellezza degli appartamenti, tutti adorni di magnifiche pitture e di mobili ricchissimi. S’imbandì la tavola, ch’era opera dell’Yemen, e la cena fu egualmente notabile pel colore delle vivande e pel sapore squisito. Tolte le mense, si lavarono le mani e si misero di nuovo a giocare agli scacchi; ma il giovane perdette questa volta la partita, poichè l’oggetto dei suo viaggio ne occupava l’animo. — Veggo bene,» gli disse il vecchio, «che siete distratto; ditemi cosa v’abbia condotto a Bagdad.» Il giovane gli confessò di essere figliuolo di Khasib, sultano d’Egitto, e gli raccontò la sua avventura. — Sia lodato Iddio!» sclamò il vecchio; «io sono il pittore Abu-’l-Kassem Es-Sandelani; non potevate incontrarvi meglio.» Il principe gli si gettò tra le braccia e lo scongiurò di palesargli qual persona rappresentasse quel ritratto. Il pittore andò a prendere un portafoglio nel quale contenevasi l’originale del ritratto, poichè quello del giovane non n’era che una copia. — È questo,» gli disse, «il ritratto di mia cugina Gemileh di Bassra. Suo padre è governatore di detta città, e chiamasi ~ Abuleis. Gemileh è incontrastabilmente la più bella creatura che esista sulla terra, ma ha il singolar capriccio di non voler mai udir parlare d’uomini. Io l’aveva chiesta a mio zio in matrimonio, ma tutti i miei sforzi per ottenerla tornarono vani. Mi fece essa dire di lasciar sull’istante Bassra se mi era cara la vita, poichè dovete sapere ch’è altrettanto barbara quanto bella, e mi avrebbe in fatti data la morte. Abbandonai dunque la città, e da quel tempo mi occupai a fare il suo ritratto, del quale ho gran numero di copie. Capisco agevolmente, o figliuolo, come voi [p. 302 modifica] pure ve ne siate innamorato; ma d’altra parte io non rispondo ch’essa non lo divenga se vi vede; basta che volga su di voi una sola occhiata. —

«Ibrahim (era tale il nome del figliuolo di Khasib), tacque alcuni istanti; poi: — Sì!» sclamò d’improvviso, «parto immediatamente per Bassra. — Attendete almeno,» disse il pittore, «che vi faccia allestire un battello, e che dia ai barcaiuoli gli ordini necessari per condurvi sicuramente colà. —

«Imbarcatosi Ibrahim, giunse felicemente in quella città, e congedò i marinai, dopo aver loro fatto dono di cento zecchini. S’informò quindi dove fosse il khan de’ mercatanti, e gliene fu mostrato uno detto Scialata. Vi si recò egli, e strada facendo, ciascuno, maravigliando, sclamava: — Che bel giovane!» Giunto al khan, domandò al custode una stanza, e quell’uomo gliene diede una adorna di dorature. Ibrahim si trasse di tasca due zecchini, e dandoglie, li disse: — Ecco per conchiudere il nostro negozio, e per vostra mancia. — Siate il ben venuto, giovane mio signore, rispose il custode ringraziandolo. — Ecco un altro zecchino,» soggiunse Ibrahim; «andate a prendermi qualche cosa da cena. —

«Recò il custode pane, arrosto, legumi e sorbetti, ed Ibrahim, mangiato pochissimo, fece del resto dono al custode, che sbracciavasi a lodarne la generosità. Tornato poco dopo nella stanza, trovò il prìncipe tutto in pianto. — Asciughi Iddio le vostre lagrime!» sclamò egli, baciando a’ suoi piedi la terra. — Pigliate questi cinque zecchini,» gli disse di nuovo Ibrahim; «fate il piacere d’andar a prendere un po’ di vino; passeremo la notte a bere insieme. —

«Mentre il custode del khan era andato a prendere il vino, il figliuolo del sultano d’Egitto diè libero sfogo a’ singhiozzi, talchè, al ritorno, il vecchio [p. 303 modifica] lo trovò tutto bagnato di lagrime. Via, via,» gli disse, «ecco del vino; bandite la melanconia: stanotte v’abbisogna una compagna per consolarvi. Non avete che a parlare; le più belle giovani di Bagdad sono per voi, e mia moglie, che vedete qui presente, vi procurerà quella che il vostro cuore avrà scelta, non essendovi zitella che possa resistere all’astuzie di mia moglie. — Ah! buon uomo,» disse il principe, «non sapete ch’io son figliuolo del sultano d’Egitto, ed amo perdutamente Gemileh, figlia di Abuleis? — Gran Dio!» sclamò la moglie del custode; «silenzio, figliuol mio, poichè se alcuno ci udisse, perderemmo la vita. Ve ne scongiuro, rinunziate a questa insensato pensiero!» A tai detti, le lagrime del principe raddoppiarono. — Povero giovane,» disse la donna, «persuadetevi che sagrificheremmo per voi la vita, se fosse possibile di servirvi ed esservi utile in qualche cosa.—

«Alla domane, Ibrahim si recò al bagno e si vestì con molta cura. Il custode del khan e la di lui moglie vennero a salutarlo e gli dissero: — Abbiamo trovato quello che ne occorreva; è un sartore gobbo che lavora per Gemileh: andate a trovarlo, ed apritegli il vostro cuore; forse potrà prestarvi servigio. —

«Recossi dunque Ibrahim alla bottega del sartore gobbo, che trovò circondato da cinque giovani operai, belli come la luna. — Cucitemi,» gli disse Ibrahim, «questa tasca lacera.» Il sartore vi fece due punti, ed Ibrahim gli diede cinque zecchini. Il giorno dopo tornò dal sartore per far ricucire la medesima tasca, e gli regalò dieci zecchini. — Simile generosità,» gli disse colui, «mi conduce naturalmente a credere che siate innamorato: se in fatto lo siete, confidatelo a me; avendo relazione in tutti i serragli, niuno può esservi più utile. — Avete [p. 304 modifica] indovinato,» rispose Ibrahim, «e la mia storia è singolare; ma questo luogo non è opportuno per discorrere.» Il sartore condusse il principe in un gabinetto situato in fondo alla bottega, dove Ibrahim gli fece la sua confessione. — Ah! figlio mio,» sclamò il sartore, «custodite ben bene il segreto del vostre amore; siete perduto se aprite soltanto la bocca, chè Gemileh non vuol udir parlare d’uomini.» Ibrahim, dato un alto grido, non potè contenere i singhiozzi. — Ah!» sclamò, «avrei intrapreso sì lungo viaggio, ed abbandonata la casa paterna per nulla? rinuncerò piuttosto alla vita che rinunziare al mio disegno. — Figliuolo,» ripigliò il sartore, «ho una testa sola da esporre per voi; non ostante lo farò per compiacervi: domani potrò forse dirvi di più. — «La mattina dopo, Ibrahim, vestitosi de’ suoi più begli abiti, si recò alla bottega del sartore, portando una borsa ben guernita colla quale sperava guadagnarne l’affetto. — Andate,» gli disse il gobbo, «andate a far apparecchiare una buona colazione, ed imbarcatevi in un battello, ordinando ai barcaiuoli di condurvi ad una lega da Basra: allora vi troverete presso un vasto giardino, con una porta alla quale si ascende per parecchi gradini; è il giardino di Gemileh. Sui gradini vedrete seduto uno gobbo come me: doletevi a lui delle pese del vostro cuore; forse ne sarà commosso, e vi procurerà l’occasione di veder da lontano la donzella, chè s’ella vi vedesse, voi, io ed il portinaio, perderemmo tutti la testa. — «Ibrahim si recò sulla sponda del Tigri, e destando un battelliere addormentato: — Ecco dieci zecchini,» gli disse; «conducimi una lega sotto Basra. — Volontieri,» rispose il battelliere; «ma a condizione di non andar più innanzi, essendo vietato, sotto pena di morte, che i battelli si accostino al giardino di Gemileh.» Giunto al sito indicato, il giovane [p. 305 modifica] diede altri dieci zecchini al battelliere, che lo colmò di lieti auguri per l’adempimento delle sue brame. Ihrahim trovò infatti il gobbo seduto sulla scalinata davanti la porta e con in mano una mazza, e gli si gettò a’ piedi. — Chi siete, figliuolo?» gli chiese il gobbo, maravigliato di quell’atto, e più ancora della bellezza del giovane. — Sono,» rispose Ihrahim, «un povero forestiere, un giovane sfortunato.» Il gobbo si sforzò di consolarlo e se lo fece sedere vicino. — Non istate ad affliggervi, figliuolo,» gli disse; «se avete debiti, saranno pagati; se avete bisogni, vi si provvederà. — Non ho, grazie a Dio, nè debiti, nè bisogni; non manco di denaro. — Ma qual motivo,» ripigliò il portinaio, «potè indurvi ad esporre la vita avvicinandovi a questi luoghi?» Ibrahim allora gli raccontò tutta la sua storia. — Possa Iddio,» sclamò il gobbo, «rimunerare mio fratello sartore per avervi dato un sì bel consiglio! Lo giuro, se non provassi interesse per voi, la sua testa, la vostra, quella del custode del khan e di sua moglie avrebbero pagata la vostra temerità. Vedete questo giardino? non v’ha il suo simile al mondo, e si chiama il giardino delle perle. A mia cognizione, niuno vi è mai entrato, tranne il sultano e la bella Gemileh, alla quale appartiene. Da venticinque anni che sono qui giardiniere, non ho mai veduto alcuno che osasse chiedere il permesso di esservi introdotto. Gemileh viene qui ogni quaranta giorni, ma celata a tutti gli occhi da dieci schiave, le quali la portano in un padiglione di raso che la nasconde intieramente. Non ho che una testa da arrischiare per voi, pure l’arrischierò. Seguitemi, sono a condurvi nel giardino. —

«Il principe entrò insieme al gobbo nel giardino, ove rimase incantato vedendo alberi magnifici esalanti il profumo del muschio, ruscelli argentei, [p. 306 modifica] uccelliere piene di augelli, boschetti d’ombra deliziosa.

Il gobbo lo condusse in un padiglione adorno di rabeschi d’oro e d’argento, ed al quale si ascendeva per cinque gradini; in mezzo stava una vasca fatta di piastre d’oro e d’argento, con intorno una moltitudine di figure d’animali di tutte le grandezze; il rumore che faceva l’acqua, cadendo dalle loro gole, imitava perfettamente la voce naturale degli animali rappresentati da quelle figure. A sinistra era una finestra, dalla quale scorgevasi un parco immenso pieno di gazelle e di selvaggiume. A destra, la vista spaziava sur un cortile, popolato d’uccelli, i cui diversi gorgheggi formavano un susurrio maraviglioso.

«Il giardiniere si allontanò, e poco dopo comparve con un arrosto e confetture. — Mangiale,» disse ad Ibrahim; «ecco un pollo degno d’un principe; mangiatene quanto potete e serbate il resto, poichè se Gemileh vien qui, non potrò portarvi nulla.» Poi con rami di palma fece una specie di pergola. Potrete nascondervi qui senza essere veduto,» soggiunse, «ed udir cantare la principessa: non verrà fino a domani, laonde potete sin allora passeggiare a vostro piacere. — «La domane mattina di buon’ora il gobbo corse tutto ansante al principe per dirgli di salire al più presto sulla palma, perchè erano già giunte le schiave mandate per fare i preparativi necessari ad accogliere la principessa.

«Salì Ibrahim sulla pianta, ed il gobbo se ne andò pregando il cielo per lui. Poco stante, il principe vide arrivare cinque schiave di gran bellezza, le quali entrarono nel padiglione, dove cavatisi gli abiti, lo aspersero d’acqua di rosa, lo profumarono di muschio e d’ambra, e ne coprirono il pavimento con tappeti di stoffa d’oro: furono poi seguite da cinque altre schiave armate, le quali portavano un ricco [p. 307 modifica] padiglione di raso che nascondeva Gemileh a tutti gli occhi. Giunte alla porta del padiglione, aprirono le cortine della tenda, e Gemileh entrò senza che fosse possibile vedere la minima parte della sua persona,

«Le schiave si misero poi ad apparecchiare il pranzo, e per tutto il tempo che la principessa rimase a tavola, cantarono e danzarono, accompagnandosi con vari stromenti, che formavano un delizioso concerto. Presto poi alzaronsi le cortine del padiglione, e Gemileh comparve in tutto lo splendore della sua bellezza, sfavillante d’oro e di gemme: portava un diadema di perle, ed i fermagli della cintura erano formati da due grossi smeraldi.

«Allorchè Ibrahim scorse la principessa, poco mancò che nel suo turbamento non si lasciasse cadere dalla palma. Le schiave si posero a ballare, e baciarono la terra davanti a Gemileh. — Madama,» le dicevano, «permetteteci di pregarvi di danzare; non vi abbiamo mai veduta tanto allegra.» La giovane si cavò gli abiti, non tenendosi indosso se non una veste trasparente, ricamata d’oro e di porpora; talchè Ibrahim rimase sì sbalordito de’ suoi vezzi, che nella sua estasi si lasciò cadere dall’albero, e fu veduto. La principessa cambiò a un tratto di colore, ed afferrato un pugnale, comandò alle schiave di continuar a cantare, mentr’ella, col ferro in mano, inoltrò verso il luogo nel quale aveva veduto cadere il principe. Ma pervenuta abbastanza vicino per distinguerne tutta l’avvenenza, le cadde il pugnale, sclamando: — Lodato sia Iddio che muta i cuori!» Quindi, volta a lui: «Giovane,» gli disse, «rassicurati; io ti perdono. D’onde vieni,» soggiunse, «e come sei penetrato in questi luoghi?» Il principe le raccontò tutta la sua storia. — Dio! Dio!» sclamò Gemileh; e tu sei Ibrahim, figliuolo di Khasib! È per cagion tua che manifestai tant’odio contro gli uomini; chè, [p. 308 modifica] venutami all’orecchio la fama della tua bellezza, concepii per te la più ardente passione, ed implorava il cielo che m’accordasse il favore di offrirti i miei voti. Se fossi stato un altro, lo avrei fatto impiccare al primo albero insieme col portinaio, il sartore, il custode del khan e sua moglie. Mangerei con te,» proseguì, «se lo potessi senza essere costretta a farci servire dalle mie schiave. — Sono a servirvi io medesimo,» rispose Ibrahim, traendo dalla borsa cibi e vini d’ogni specie. Gemileh rimase molto sorpresa. Seduta dunque sull’erbetta, si mise a mangiare, mentre le donne del suo seguito, senza nulla udire di quello che accadeva, continuavano i canti o le danze. — Ora bisogna separarci,» disse Gemileh, «prima che le mie schiave ci veggano. Lascio il giardino colla speranza di rivederti domani in questo medesimo luogo. Addio, diletto dell’anima mia.» Poi intimò alle schiave di prepararsi a tornare al palazzo.

«Le schiave furono maravigliatissime di quell’ordine di partenza. — Perchè,» dicevano, «partire sì presto, se non passiamo mai qui meno di tre giorni? — Mi sento indisposta,» rispose Gemileh, «e temo d’ammalarmi.» Obbedirono le schiave agli ordini della padrona, ed il giardiniere gobbo, non meno maravigliato di quella partenza, corse dal principe per sapere se avesse veduto la giovane. Ibrahim giurò di non aver lasciato il suo asilo sulla palma, e quindi, recatosi al khan, non parlò nè al custode, nè alla di lui moglie della buona ventura toccatagli, e dispose ogni cosa per partire.

«Giunta la notte, Ibrahim si recò al luogo indicato, ma d’improvviso presentossegli una persona armata d’arco e di frecce, e colla spada ignuda in mano. — Ibrahim, figliuolo di Khasib,» disse una voce minacciosa, «tu vuoi sedurre e rapire le donzelle [p. 309 modifica] virtuose; ma pagherai col sangue la tua audacia.» Credette Ibrahim di toccare l’ora estrema; ma Gemileh, che aveva voluto soltanto spaventarlo, gettò l’armi, ed allora, scoppiando dalle risa, lo indusse ad imbarcarsi seco lei in una nave, già pronta a far vela, ed in pochi giorni giunsero vicino a Bagdad, dove incontrarono un altro battello che discendeva il Tigri. Salutaronsi i marinai reciprocamente; fu domandato a chi quel battello appartenesse, e si rispose ch’era di Es-Sandelani, il pittore. Impallidì Gemileh all’udire tal nome. — Siete riuscito nella vostra impresa?» chiese il pittore al principe, ed alla risposta affermativa di questi, ripigliò: — Recatevi in nome di Dio a Bagdad; per me vado a terminare alcuni affari a Basra. Intanto prendete alcuni di questi confetti; son buoni, e vi solleticheranno il palato. — Ibrahim,» disse Gemileh, «sai tu che quest’uomo è mio parente, che mi chiese in matrimonio ed io l’ho rifiutato? Egli va ora da mio padre per tradirci. — Eh!» riprese Ibrahim, e saremo ben lontani prima che giunga a Basra. Ma assaggia di questi confetti, che sono veramente buoni.» Ne mangiarono, ma contenendo oppio in gran dose, ne rimasero assopiti.

«Ripreso che ebbe Ibrahim l’uso de’ sensi, si trovò solo in mezzo ad un edifizio in rovina. — Ecco,» disse, e l’effetto dell’astuzia di Sandelani.» In pari tempo vide venir di lontano una pattuglia del luogotenente di polizia. Per nascondersi, fuggì in certi bagni abbandonati che trovavansi là presso. Oscurissimo era il sito, ed Ibrahim scivolò, entrando, su qualche cosa di fresco ed umido. Nel toccare, si accorse esser sangue quello che lo aveva fatto cadere, e trovossi sopra un cadavere. — Non v’ha forza e protezione che in Dio!» sclamò egli atterrito. Ed avvicinatosi al cadavere, vide ch’era il corpo d’una giovane, [p. 310 modifica] la cui testa scorgessi alcuni passi più innanzi. Nel medesimo tempo entrò nel bagno, per visitarlo, il luogotenente di polizia, con dieci de’ suoi. — Giovane,» dissero, «siete voi che uccideste questa fanciulla! — Dio è testimonio,» rispose Ibrahim, «che ignoro l’autore d’un tal misfatto, e che non fui io ad ucciderla.» Ma il luogotenente di polizia, accorgendosi che le mani d’Ibrahim erano tinte di sangue, soggiunse: — Non abbiamo bisogno d’altra prova: gli si tagli la testa.» A tal ordine mandò il principe un altissimo strido, ed alcuni del seguito del luogotenente gli fecero osservare come quel giovane non avesse aspetto d’omicida; ma egli non volle ascoltarli. — Gli si tagli la testa,» ripetè. Si fece mettere il principe inginocchio, gli si bendarono gli occhi, e già il manigoldo stava per iscagliare il colpo mortale, allorchè mostrassi d’improvviso una truppa di cavalieri che, avanzando di gran galoppo, gridavano da lungi: — Ferma! ferma!» Ed ecco qual era la cagione dell’arrivo di quei cavalieri, capitati, sì a proposito.

«Allorchè Khasib, sultano d’Egitto, fu istruito della fuga del figliuolo, inviò il suo gran visir al califfo Aaron-al-Raschild, onde pregarlo di rimandargli il principe Ibrahim se mai si trovasse a Bagdad. Sollecitossi il califfo a far fare le indagini necessarie, e si seppe che il principe era partito per Basra. Allora Aaron diede al visir del sultano una scorta di cavalieri per accompagnarlo in quella città, ed erano appunto coloro che giunsero nel momento del supplizio. Il visir, riconosciuto da lontano Ibrahim benchè avesse gli occhi bendati, lo liberò dalle mani del carnefice, e fece amari rimproveri al vali per aver voluto far tagliare la testa ad un principe.

«Il luogotenente si scusò dicendo che le apparenze stavano contro il giovane; ma tacque allorchè i suoi [p. 311 modifica] arcieri condussero il vero assassino, da loro scoperto tra le ruine del bagno abbandonato. Recaronsi poi tutti insieme alla corte del califfo, il quale comandò di giustiziare l’omicida, e pregò Ibrahim di narrargli la sua storia. Il califfo mandò sul momento le sue guardie a cercare il pittore Abu’ l-Kassem Es-Sandelani, e fu trovato che maltrattava colle proprie mani la sventurata cugina Gemileh: l’aveva sospesa pei capelli, ed ella già stava per spirare sotto i suoi colpi. Le guardie li condussero ambedue dinanzi al califfo, ed Aaron comandò di tagliare le mani al pittore e quindi impiccarlo; sentenza che fu subito eseguita, e tutti i beni del condannato furono confiscati a pro d’Ibrahim.

«Nel frattempo giunse Abuleis, padre di Gemileh, a lagnarsi dal califfo che Ibrahim, figlio di Khasib, gli aveva rapita la figliuola. — È gran fortuna,» disse Aaron, «ch’egli abbia potuto addolcirne l’animo, poichè Dio sa qual sorte le preparava la vendetta di queste scellerato ch’era suo parente. Non consentirete voi che il figliuolo del sultano di Egitto divenga vostro genero?» Diede Abuleis il suo consenso: talchè, fatto chiamare il cadì con testimoni per istipulare il contralto, le nozze furono celebrate colla maggior pompa e magnificenza.»

La sultana tacque che già i raggi del sole irroravano di fulgida luce i reali appartamenti. Il consorte pregolla la notte seguente d’un nuovo racconto, cui ella s’accinse nei seguenti termini: