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Pagina:Le mille ed una notti, 1852, VII-VIII.djvu/722


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venutami all’orecchio la fama della tua bellezza, concepii per te la più ardente passione, ed implorava il cielo che m’accordasse il favore di offrirti i miei voti. Se fossi stato un altro, lo avrei fatto impiccare al primo albero insieme col portinaio, il sartore, il custode del khan e sua moglie. Mangerei con te,» proseguì, «se lo potessi senza essere costretta a farci servire dalle mie schiave. — Sono a servirvi io medesimo,» rispose Ibrahim, traendo dalla borsa cibi e vini d’ogni specie. Gemileh rimase molto sorpresa. Seduta dunque sull’erbetta, si mise a mangiare, mentre le donne del suo seguito, senza nulla udire di quello che accadeva, continuavano i canti o le danze. — Ora bisogna separarci,» disse Gemileh, «prima che le mie schiave ci veggano. Lascio il giardino colla speranza di rivederti domani in questo medesimo luogo. Addio, diletto dell’anima mia.» Poi intimò alle schiave di prepararsi a tornare al palazzo.

«Le schiave furono maravigliatissime di quell’ordine di partenza. — Perchè,» dicevano, «partire sì presto, se non passiamo mai qui meno di tre giorni? — Mi sento indisposta,» rispose Gemileh, «e temo d’ammalarmi.» Obbedirono le schiave agli ordini della padrona, ed il giardiniere gobbo, non meno maravigliato di quella partenza, corse dal principe per sapere se avesse veduto la giovane. Ibrahim giurò di non aver lasciato il suo asilo sulla palma, e quindi, recatosi al khan, non parlò nè al custode, nè alla di lui moglie della buona ventura toccatagli, e dispose ogni cosa per partire.

«Giunta la notte, Ibrahim si recò al luogo indicato, ma d’improvviso presentossegli una persona armata d’arco e di frecce, e colla spada ignuda in mano. — Ibrahim, figliuolo di Khasib,» disse una voce minacciosa, «tu vuoi sedurre e rapire le donzelle