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Atto I

../Personaggi ../Atto II IncludiIntestazione 31 luglio 2019 25% Da definire

Personaggi Atto II
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ATTO PRIMO.

SCENA PRIMA.

Donna BARBARA e LISETTA.

Barbara. È svegliato Mariano?

Lisetta. Credo di sì, signora.
L’ho chiamato due volte.
Barbara. E non si vede ancora?
Lisetta. Chi sa che di bel nuovo non si sia addormentato?
Tre ore non saranno, che a riposare è andato.
L’alba ancor non si vede. Dawer lo compatisco,
E se ho da dire il vero, ancor io ci patisco.
Barbara. Ma quando la padrona vi prega di un servizio.
Non si può per un giorno soffrire un sagrifizio?
Una serva, un staffiere son così delicati?
Lisetta. D’ossa e di carne umana siamo noi pur formati,
E compatir conviene.

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Barbara. Oh via, cara Lisetta,

Soffri per questa volta, e un buon regalo aspetta.
Ho bisogno di te, bisogno ho di Mariano,
Voglio segretamente confidarvi un arcano.
Lisetta. Dite pure, signora, sapete il mio buon cuore.
Barbara. Ma vorrei che ci fosse presente (’) il servitore.
Vanne, che si solleciti.
Lisetta. Tornerò a richiamarlo.
Propriamente dal sonno sento ch’io dormo, (; parlo.)
(parte)

SCENA II.

Dorma Barbara, poi Mariano.

Barbara. Certo la compatisco la povera Lisetta,

Ma il Conte in sulla strada impaziente aspetta.
E prima che si desti il padre e la famiglia,
L’affar di cui si tratta, sollecitar consiglia.
Ecco con mio rossore a qual risoluzione
Mi guida e mi trasporta la mia disperazione;
Ecco a qual passo ardito ridurmi io son forzata
Da un genitor dappoco, da una matngna ingrata.
Mariano. Eccomi qui, signora. (sonnacchioso)
Barbara. Mariano, ho da parlarti...
Dov’è la camenera ch’è venuta a chiamarti?
Mariano. Lisetta mi ha svegliato, poi nella sala è andata,
E sopra di una sedia la vidi addormentata.
Barbara. Ma questa è un’insolenza. Possibile che un giorno
Superare non possa?... Aspettami, ch’io tomo. [parte

SCENA 111.

Mariano, poi donna B.arbara e Lisetta.

Mariano. Ha bel dir la padrona. Tutto il dì fatichiamo.

Due ore dopo gli altri a nposare andiamo. (siede)
E quando non si dorme, in pie non si può stare,
(1) Edd.i Guibert-Orgeas, Zatta e altre: che presente ci fosse ecc.

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E un’ora innanzi giorno non ci possiamo alzare.

(sbadiglianJo)
10 non so questa notte che novità sia questa...
Sento cascarmi il cuore... non posso alzar la testa.
(si addormenta)
Barbara. Svegliati per un poco, poi tornerai sul letto, (a Liscila)
Mariano... Eccolo lì, che tu sia maladetto.
Mariano. (farle)
Mariano. Sì, signora.
(svegliandosi, ed alzandosi impetuosamente)
Barbara. Via, non facciam più scene, (a tutti due)
La cosa è di premura, ascoltatemi bene.
Mariano. Parli pure, comandi. (strofinandosi gli occhi)
Barbara. Tanto di voi mi fido.
Che un grandissimo arcano vi svelo e vi confido.
Ma pria di palesarlo, voglio che v’impegnate
A perpetuo silenzio, e vo’ che lo giuriate.
Mariano. Giuro al ciel ch’io non parlo.
Lisetta. Prometto al cielo anch’io.
Barbara. Se fedeli sarete, saprò l’obbligo mio.
Ma se per ignoranza mancaste, o per malizia,
Colle mie mani istesse mi saprò far giustizia.
Mariano. Per me non vi è pericolo.
Lisetta. Non manco al giuramento.
Barbara. Uditemi, figliuoli... Vi svelo il mio tormento. (siede)
Amo perdutamente, nè spero il mio riposo.
Se il mio tenero amante non conseguisco in sposo.
Ad onta di quel foco che arde d’entrambi il core.
Pavento la matrigna, pavento il genitore.
11 padre poco o nulla comanda in queste soglie,
Dispone a suo talento la sua seconda moglie.
(Lisetta si appoggia allo schenale della sedia, e si addormenta)
Ella ch’è nata dama, pretende di volere
Suppeditar mio padre, ch’è un ricco finanziere.
Arbitra della casa, arbitra del marito,

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Di posseder credendo un merito infinito,

Le visite coltiva, coltiva i cicisbei,
E guai se uno mi guarda, li vuol tutti per lei.
Finor quanti partiti a me son capitati,
Con arte e con malizia li ha (’) tutti attraversati.
E intanto passan gli anni senza speranza alcuna.
Malgrado alla mia dote, di ritrovar fortuna.
Sol colla cara sposa il padre si consiglia,
E r ultima di tutti son io nella famiglia.
Fra l’amor che mi sprona, e il trattamento indegno.
Entrai da risoluta nel periglioso impegno.
So che CIÒ non conviene a giovane bennata,
Ma ragion non conosce un’alma innamorata.
Sì, maritarmi io voglio... Dormi, Lisetta?
Lisetta. Oibò. (svegliandosi)
Barbara. Cosa ho detto finora?
(Mariano si addormenta in piedi, barcollando)
Lisetta. In verità noi so.
Barbara. Dunque così mi ascolti? (a Lisetta)
Lisetta. Perdon, per carità.
Barbara. Usi colla padrona sì bella inciviltà?
Quel che finora ho detto, laverò detto invano?
Lisetta. Mi darei delle pugna.
Barbara. Parlerò con Mariano.
(voltandosi a Mariano, lo vede addormentato)
Povera me! Mariano. (destandolo)
Mariano. Seguiti pur.
Barbara. Vigliacco!
Mariano. Per carità, signora, datemi del tabacco.
Barbara. Piglialo, e se più dormi.... (gli dà una tabacchiera d’argento)
Mariano. No certo, infino a sera.
Se ho tabacco, non dormo.
Lisetta. (A lui la tabacchiera?) (da sè)
(1) Nelle edd. del Settecento è stampalo l’ha, o gì’ha.

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Barbara. E tu, se più ti vedo... (a Lisetta)

Lisetta. Sto ad ascoltarvi intesa,
E per star più svegliata, ne prenderò una presa.
Favorisca. (chiedendo tabacco a Mariano con ironia)
Mariano. Padrona. (le offre il tabacco)
Lisetta. La scatola. (chiedendo la tabacchiera)
Mariano. Perchè?
Lisetta. Di che avete paura?
Mariano. (Ha da servir per me). (da sè)
Barbara. Via, prendeste tabacco. Svegliati or mi parete.
Ascoltatemi dunque, e il desir mio saprete.
II cavalier che adoro, è il conte d’Altomare,
Che alla conversazione da noi suol frequentare;
Finch’ei fu la matrigna a coltivare intento,
Lodavasi di lui la grazia ed il talento.
Ma tosto che le parve all’amor mio inclinato.
Fu da lei, fu da tutti deriso e disprezzato.
In grazia mia sofferse tutte l’ingiurie e l’onte,
Quanto crescean gli ostacoli, più si accendeva il Conte.
Ad ambi il nostro foco a simular costretti.
Ammutolendo il labbro, giocavano i viglietti.
Mi capite? (alli due)
Lisetta. Ho capito.
Barbara. Stanotte, in conclusione.
Ho potuto col Conte parlar dal mio balcone.
Dissemi ch’ei doveva dopo doman partire.
All’annunzio improvviso mi sento illanguidire.
Mancanmi le parole per il dolor che m’ange,
A singhiozzar principio, egli sospira e piange.
Giurami etema fede dal mio dolor commosso,
Pregami ch’io favelli, io favellar non posso.
Meco tornar s’impegna, lo giura, e mi conforta;
Dicogli allor tremando: idolo mio, son morta.
Egli pria di partire m’offre la fè di sposo.
Io non rifiuto il dono, che d’accettar non oso.

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Mille pensieri ho in mente. Vengo a svegliar Lisetta;

Faccio destar Mariano. Egli al balcon mi aspetta.
Tomo, e gli do speranza. Mi anima al passo estremo.
Se vi acconsento, io palpito; s’egli mi lascia, io tremo.
Da un lato amor mi sprona, dall’altro il mio periglio.
Da voi chiedo soccorso, da voi chiedo consiglio.
(alli due)
Lisetta. Convien pensare al modo... (a donna Barbara)
Barbara. II modo è periglioso;
Figlia non dee m tal guisa promettere allo sposo.
Ma a tanto mi trasporta l’animo duro e strano
Di una matrigna ingrata, di un genitore insano.
In brevissimi istanti ecco quel ch’io ho pensato.
Dalla finestra al Conte l’ho già comunicato;
Egli non disapprova la mia proposizione.
Fermata ho in questo foglio di me un’obbligazione.
Penso mandarla al Conte, che voi gliela portiate,
Che carta e calamaio al cavalier recate;
Ch’egli con altra simile s’impegni al matrimonio,
E che vo: due dobbiate servir di testimonio.
Lisetta. Perchè, signora mia, non far ch’ei venga su?
Pria che nessun si desti, vi von tre ore e più.
Voi potete col Conte trattar con libertà.
Barbara Ah no, non lo permette la fama e l’onestà.
Lisetta. Di passeggiare al fresco il Conte sarà stracco.
(a donna Barbara)
Che dite voi, Mariano? Datemi del tabacco, (a Mariano)
Mariano. Penso anch’io... con licenza. Vado, e ritorno presto.
(a donna Barbara)
Lisetta. Datemi del tabacco. (a Mariano)
Mariano. Servitevi di questo.
(ne mette un poco in un pezzetto di foglio, e lo dà a Lisetta,)
e parte.

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SCENA IV.

Donna BARBARA e LISETTA.

Lisetta. Che impertinenza è questa? (vuol correr dietro a Mariano)

Barbara. Non mi lasciar, Lisetta.
Lisetta. Vo’ veder dove corre.
Barbara. Ch’egli ritorni aspetta.
Per qualche sua faccenda sarà forzato andare.
Lisetta. Villanaccio insolente. Va pur; possa crepare.
Barbara. Credi tu che l’amore non m’abbia persuasa
Di far aprire al Conte, ed introdurlo in casa?
Ma no, l’amor finora tanto non m’ha acciecata;
So quel che si conviene a giovane onorata.
A costo anche di perdere l’amabile consorte,
Non soffrirò ch’ei ponga il piede in queste porte.
Farmi di sentir gente.
Lisetta. Sarà Mariano, io credo.
Barbara. Si, Mariano ritorna. Ah giusto ciel, che vedo!
Lisetta. Cosa vedeste?
Barbara. Il Conte. (agitata)
Lisetta. Quel briccon di Mariano.
Barbara. Voglio fuggir.
Lisetta. Fermatevi. Voi vi celate invano.
S’ei rimane deluso, se lo trasporta amore,
Potrebbe la famiglia sentir qualche rumore.
Alfìn non siete sola, lo riceviamo in tre.
Non abbiate paura, fidatevi di me.
Barbara. Ah, che il troppo fidarmi guidommi a questo passo.
Non mi tradir, Lisetta.
Lisetta. Zitto: parlate basso.

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SCENA V.

Il Conte, Mariano e detti.

Conte. Ah, qual grazia maggiore, bella, sperar poss’io?...

Barbara. Questa grazia, signore, non vien dal voler mio.
E un arbitrio, è un inganno di un servitore audace.
Conte. Dunque di rivedermi tanto, crudel, vi spiace?
Chi son io che vi possa tema recar, o sdegno?
Chi più dell’onor vostro dee sostener l’impegno?
Allor che alla mia sposa vengo ad offrir la mano.
Di chi mi aperse il varco voi vi lagnate invano.
Barbara. Conte, ve lo confesso, son dal rossore oppressa;
Se l’accordano i servi, vergogna ho di me stessa.
Presto. Prendete il foglio. Se è ver che voi mi amate,
Promettetemi fede; sottoscrivete, e andate.
Conte. Tutto per compiacervi, tutto farò, mia vita.
(tìa al tavolino a sottoscrivere)
Ecco soscritto il foglio che a giubbilar m’invita.
(rende la carta a Janna Barbara)
Lisetta. Se da voi si allontana, che vale una scrittura?
Non può coi testimoni sposarvi a dirittura?
(a donna Barbara)
Mariano. Dice bene Lisetta. Talora un foglio è vano.
Alla nostra presenza porgetevi la mano.
Barbara. (Ah, mi stimola il cuore). (da se)
Conte. E ben, che risolvete?
(a donna Barbara)
Lisetta. S’egli poi vi abbandona, di lui vi dolerete?
Quando s’ha l’occasione, conviene approfittarsi,
Non è vero? (a donna Barbara)
Barbara. Ho capito.
MarI.ANO. e quando si è fuggita,
Torna diffìcilmente la sorte inviperita.
Dico ben? (a donna Barbara)

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Barbara. Dici bene.

Lisetta. Dovria venirvi in cuore
La matrigna contraria, l’incauto genitore.
Non è così?
Barbara. Pur troppo.
Mariano. E dir, se un tal partito
Mi fugge dalle mani, chi sa s’io mi marito?
Parlo mal?
Barbara. Non mi oppongo.
Conte. E un amator sincero
Più di me non vedrete nell’amoroso impero.
Pronto a soffrir per voi mille tormenti e pene,
Pronto a morir, mia cara, se anche morir conviene.
So che tai nozze un giorno odioso mi faranno
Ai vostri, ai miei congiunti per un opposto inganno:
Quelli, perchè non veggono in me l’argento e l’oro.
Questi, perchè sol amano di nobiltà il decoro.
Ma più del sangue illustre, più d’ogni altra ricchezza,
Amo in voi la virtude congiunta alla bellezza.
No, non curo la dote che il padre a voi contrasta;
Bramo la vostra mano, il vostro cuor mi basta.
Nè offesi i miei congiunti saran da un tale affetto,
Contento di sua sorte un cavalier cadetto.
Se una simile brama in voi sperar mi lice,
Godrem la nostra pace, vivrem vita felice.
Lisetta. Con vostra permissione, vi aggiungo due parole:
Ad ispuntar principia dall’orizzonte il sole.
E se non vi spicciate, si leveran dal letto.
Mariano E che il padron mi chiami prestissimo mi aspetto.
Barbara. Quali angustie al mio seno?
Conte. Donna Barbara, ho inteso.
Non è, qual mi credeva, il vostro cuore acceso.
Mancano solamente due giorni al partir mio.
Se più non ci vedremo....
Piì Barbara. lu non vederci:"...

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Conte. Addio.

(mestamente, in atto di partire)
Barbara. Ah Conte...
Lisetta. Poverino! piange, signora mia.
(a donna Barbara)
Mariano. Se altro non comandate, bondì a vossignoria.
(a donna Barbara, in atto di partire sdegnato)
Barbara. Fermati. (a Mariano)
Lisetta. Siete pure... (a donna Barbara)
Conte. Eh, lasciatela in pace.
Ella è saggia abbastanza; chi la consiglia, è audace.
Cotanta ingratitudine io mi avrò meritata.
Barbara. Ah no. Conte, ascoltatemi; no, non vi sono ingrata.
Se la man mi chiedete della mia fede in segno.
Ecco (mi trema il core), ecco la mano in pegno.
Conte. Idolo mio...
Lisetta. Sposatevi.
Conte. Non proverò il martello...
Mariano. Fate la cerimonia, e datele l’anello. (al Conte)
Conte. Cara, se vi degnate, ve l’offerisco in dono.
(levandosi l’anello dal dito, lo presenta a donna Barbara)
Barbara. Sì, da voi l’aggradisco.
Conte. Siete mia.
Barbara. Vostra sono.
Lisetta. Ora che abbiamo fatto quel che s’aveva a fare.
Signor, l’ora s’avanza, ve ne potete andare.
Barbara. E vedervi partire dovrò dopo due giorni?
Mariano. Andiam, che il catenaccio a rifermare io tomi, (al Conte)
Conte. Parto per voi, mia cara, vado alla real Corte,
Per ottenere un grado da migliorar mia sorte.
Lisetta. Sento a passar la gente, sento abbaiare i cani.
Conte. Addio, sposa diletta, ci rivedrem domani.
Lisetta. Oggi potete dire: non lo vedete il sole? (al Conte)
Barbara. Voi venirete al solito... (al Conte)
Mariano, Non facciam più parole, (al Conte)

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Conte. Verrò cogli altri unito, fino alla mia partenza.

Ma queinto ha da costarmi l’usata indifferenza!
Lisetta. Si muovono qui sopra. Il guattero si leva.
(additando il soffitto della camera)
Barbara. Io pur con tutti gli altri farò quel ch’io faceva.
Conte. E se talun vezzeggia? e se vi parla audace?
Barbara. Sarò, per occultarmi, una sposa sagace.
Mariano. Servo di lor signori. (m allo di partire)
Conte. Fermati, vengo anch’io. (a Mariano)
Ah, il mio martir preveggo. (a donna Barbara)
Barbara. Non dubitate.
Conte. Addio.
(parte con afflizione)
L’ha finita una volta Mariano. Stato saria fin sera.
Lisetta. Vo’ dell’altro tabacco. (a Mariano)
Mariano. In carta?
Lisetta. In tabacchiera.
Mariano. Mi creda in verità, signora mia compita,
Che quella tabacchiera è un pochino impedita, (parte)
Lisetta. Compatisca, signora, se son troppo sfacciata.
Dica, la tabacchiera gliel’ha forse donata?
Barbara. Sì, Mariano la merita; con te so il mio dovere.
Eccoti sei zecchini. Spendili a tuo piacere.
Lisetta. Grazie alla sua bontà, grazie alla mia signora.
(Ma vo’ buscar, s’io posso, la tabacchiera ancora).
Barbara. Lisetta mia, son sposa.
Lisetta. Con voi me ne consolo.
Barbara. Consolazion meschina, se ora principia il duolo.
La pace mia non veggio, consolazion non spero,
Finche de’ miei sponsali non svelasi il mistero.
Per or debbon celarsi, sa il ciel fino a qual giorno,
Sa il ciel quando lo sposo a me farà ritomo.
Ma più del suo distacco, più della sua partenza,
Deggio, pria ch’egli parta, temer la sua presenza.
So ch’è geloso il Conte, so che di ognun sospetta,
Il

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Ed io sarò con tutti a conversar costretta.

Anzi pubblicamente le labbra e gli occhi scaltri
Dovranno usar finezze a lui meno degli altri.
Ma ci son neir impegno, e ci starò, il protesto.
Finger non è difetto, quando il motivo è onesto.
Sposa son io del Conte; sarà quel che sarà.
Userò negl’incontri la mia sagacità. (parte)
Lisetta. E ver, son donna anch’io, ma son del vero amica:
Il fingere alle donne costa poca fatica. (parte)
Fine dell’Alto Primo.