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478 ATTO PRIMO
SCENA V.
Il Conte, Mariano e detti.

Conte. Ah, qual grazia maggiore, bella, sperar poss’io?...

Barbara. Questa grazia, signore, non vien dal voler mio.
È un arbitrio, è un inganno di un servitore audace.
Conte. Dunque di rivedermi tanto, crudel, vi spiace?
Chi son io che vi possa tema recar, o sdegno?
Chi più dell’onor vostro dee sostener l’impegno?
Allor che alla mia sposa vengo ad offrir la mano,
Di chi mi aperse il varco voi vi lagnate invano.
Barbara. Conte, ve lo confesso, son dal rossore oppressa;
Se l’accordano i servi, vergogna ho di me stessa.
Presto. Prendete il foglio. Se è ver che voi mi amate,
Promettetemi fede; sottoscrivete, e andate.
Conte. Tutto per compiacervi, tutto farò, mia vita.
(va al tavolino a sottoscrivere)
Ecco soscritto il foglio che a giubbilar m’invita.
(rende la carta a donna Barbara)
Lisetta. Se da voi si allontana, che vale una scrittura?
Non può coi testimoni sposarvi a dirittura?
(a donna Barbara)
Mariano. Dice bene Lisetta. Talora un foglio è vano.
Alla nostra presenza porgetevi la mano.
Barbara. (Ah, mi stimola il cuore). (da se)
Conte.  E ben, che risolvete?
(a donna Barbara)
Lisetta. S’egli poi vi abbandona, di lui vi dolerete?
Quando s’ha l’occasione, conviene approfittarsi,
Non è vero? (a donna Barbara)
Barbara.  Ho capito.
Mariano.  E quando si è fuggita,
Torna difficilmente la sorte inviperita.
Dico ben? (a donna Barbara)