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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XV.djvu/488


Conte. Addio.

(mestamente, in atto di partire)
Barbara. Ah Conte...
Lisetta. Poverino! piange, signora mia.
(a donna Barbara)
Mariano. Se altro non comandate, bondì a vossignoria.
(a donna Barbara, in atto di partire sdegnato)
Barbara. Fermati. (a Mariano)
Lisetta. Siete pure... (a donna Barbara)
Conte. Eh, lasciatela in pace.
Ella è saggia abbastanza; chi la consiglia, è audace.
Cotanta ingratitudine io mi avrò meritata.
Barbara. Ah no. Conte, ascoltatemi; no, non vi sono ingrata.
Se la man mi chiedete della mia fede in segno.
Ecco (mi trema il core), ecco la mano in pegno.
Conte. Idolo mio...
Lisetta. Sposatevi.
Conte. Non proverò il martello...
Mariano. Fate la cerimonia, e datele l’anello. (al Conte)
Conte. Cara, se vi degnate, ve l’offerisco in dono.
(levandosi l’anello dal dito, lo presenta a donna Barbara)
Barbara. Sì, da voi l’aggradisco.
Conte. Siete mia.
Barbara. Vostra sono.
Lisetta. Ora che abbiamo fatto quel che s’aveva a fare.
Signor, l’ora s’avanza, ve ne potete andare.
Barbara. E vedervi partire dovrò dopo due giorni?
Mariano. Andiam, che il catenaccio a rifermare io tomi, (al Conte)
Conte. Parto per voi, mia cara, vado alla real Corte,
Per ottenere un grado da migliorar mia sorte.
Lisetta. Sento a passar la gente, sento abbaiare i cani.
Conte. Addio, sposa diletta, ci rivedrem domani.
Lisetta. Oggi potete dire: non lo vedete il sole? (al Conte)
Barbara. Voi venirete al solito... (al Conte)
Mariano, Non facciam più parole, (al Conte)