La mano tagliata/Parte prima/III

III. La ricerca nell’ombra

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III.

la ricerca nell’ombra.

Nei piccoli avvisi del giornale La Tribuna del giorno ventisette gennaio, fra una casa da affittare e un professore di lingua francese che domandava degli alunni, era apparso questo annunzio:


«Quel signore che ha dimenticato o perduto un oggetto nel treno viaggiante fra Napoli e Roma, il ventiquattro gennaio, in partenza alle due e cinquantacinque, se vuol riavere ciò che ha smarrito si diriga all’Hôtel d’Europe, piazza di Spagna, dove, dando i necessari connotati, gli sarà restituito l’oggetto.»


Questo avviso fu portato anche dal Popolo Romano e dalla Italie, in francese: per quattro o cinque giorni esso fu ripetuto in tutti i giornali. Ma [p. 69 modifica]non dette, apparentemente, nessun risultato. Nelle ore in cui Roberto Alimena era in albergo, non uscendo egli prima delle undici della mattina e nel pomeriggio, dalle cinque alle sette, quando non aveva meglio da fare, nessuno sconosciuto si presentò a chiedere di lui. Veniva qualche amico, qualche conoscenza, qualche fornitore, ma niuno che potesse rassomigliare al gobbo dagli occhi verdi. Ogni volta che rientrava, il giovane gentiluomo s’informava minutamente, se fosse giunto uno straniero, un essere qualunque, che parlasse di un oggetto perduto. Niente.

Naturalmente, non aveva messo il suo nome, nel giornale, giacchè egli era molto conosciuto e non voleva avere domande da soddisfare, curiosità da appagare. Neanche al portiere dell’albergo aveva spiegato di che si trattasse. Gli aveva detto, così, che possedeva un oggetto non suo, ritrovato nel treno e che prima di depositarlo in questura, avrebbe voluto consegnarlo direttamente al proprietario. Quando costui si fosse presentato, bisognava condurglielo in camera: o se egli era assente per poco, pregarlo di aspettare: o se per molto non fosse rientrato, cercar lui, Roberto Alimena, dove si trovava e per questo lasciava sempre il suo itinerario. Infine, voleva assolutamente non lasciarsi sfuggire il padrone della scatola.

Assolutamente! Da quella notte in cui, in preda a una allucinazione di curiosità, spinto da un ardente desiderio che non giungeva a vincere, suggestionato dalle parole di Héliane Love, attratto invincibilmente da quel mistero, egli aveva forzato il cofanetto di cuoio nero e aveva visto la mano tagliata, egli era in preda a una febbre morale persistente e a un continuo urto nervoso. L’uomo tranquillo e indifferente, che non amava e non odiava nessuno, che aveva vissuto, viaggiato, goduto senza mai turbarsi gravemente, per nulla, [p. 70 modifica]Roberto Alimena, il gentiluomo scettico, aveva trovato una potente ragione d’interesse, nella vita.

La mano di quella donna, quella mano così bella, così fine, così adorna di gemme e così apparentemente viva, aveva preso la sua fantasia e forse il suo cuore, come nessuna altra cosa, mai, da che aveva senso di ragione. Quella prima notte non aveva più dormito e aveva passato il resto della notte, innanzi a quella scatola aperta, contemplando lo strano oggetto che vi era depositato sul velluto, osservando, ancora, sempre, meglio, tutto ciò che potesse dargli una nozione più chiara. Pian piano, egli aveva dominato la impressione d’orrore che naturalmente produceva su lui e avrebbe prodotto su chiunque quel braccio troncato, tolto al corpo di una donna giovane e certamente bella. Alla morte, a quel pezzo di cadavere, egli non ci aveva pensato più. La più volgare versione, che quell’uomo fosse un medico, un chirurgo e che avesse troncato quel braccio e quella mano a una morta e l’avesse adorno così, per una lugubre fantasia, non gli veniva neppure in mente.

La sua immaginazione e forse il suo cuore vedevano quella mano tagliata come viva, come appartenente a una creatura viva, poco lontana, appartenente ad essa come un oggetto di vestiario che avrebbe potuto riprendere a volontà. Nulla della morte, della sezione, dell’anatomia: nulla del lezzo cadaverico, del taglio sanguinolento, del coltello terribile. Ciò spariva. La mano era così bella, morbida, con un colore così vivace, con una levigatezza di pelle così umana, con le unghie così rosate e lucide, che tutta la tristezza della morte era ben lontana, da essa. Fredda, certo: ma anche sottilmente profumata!

Certo, l’indomani, Roberto Alimena aveva ripreso le sue occupazioni normali, a Roma. Ma a traverso le visite, le gite, le conversazioni, le [p. 71 modifica]partite a carte e le cene, egli aveva il suo spirito preso da quella ignota mano. Prima di escire, l’aveva chiusa, di nuovo, ma senza ricostituirne i cardini infranti: poi aveva collocato il cofano nel suo più saldo baule inglese, quello che chiudeva con una triplice serratura dove metteva i suoi valori e i suoi gioielli. Degli armadi e dei cassetti dell’albergo, non si fidava. Si annoiava, persino, che il suo appartamentino restasse aperto nella sua assenza. Vagamente, così, gli pareva di possedere qualche cosa di molto prezioso e che qualcuno desiderasse ardentemente di toglierglielo, come egli ardentemente desiderava che restasse in suo potere. Due o tre volte, trovandosi in qualche posto lontano dall’albergo, aveva avuto il presentimento che la bella mano ingemmata e troncata, gli fosse stata rapita: ed era tornato a precipizio all’albergo, entrando con una certa ansietà in camera sua. Il suo baule era sempre là, serrato: egli, cautamente, lo riapriva e vedeva la scatola nel primo compartimento. Richiudeva; andava via, sollevato. Anzi, per tranquillizzarsi un poco, aveva detto al cameriere Francesco, le premier, di ritirare subito la chiave del proprio appartamentino, appena fosse stata fatta la pulizia, e di non dare questa chiave che a lui.

Egli aveva riveduto la bella Héliane Love, il giorno seguente. Costei, subito, gli aveva domandato della scatola. Senza turbarsi, egli aveva dichiarato di non averla aperta, lasciando cadere il discorso: e, consecutivamente, aveva detto ad Héliane di aver messo degli avvisi nei giornali, per rintracciare il proprietario; che se questo mezzo non gli riesciva, avrebbe consegnato alla questura il cofanetto, senza più pensarci.

— Senza aprirlo?

— Senza aprirlo.

— È una imprudenza. [p. 72 modifica]

— Non preoccupartene, — aveva conchiuso lui, mostrando desiderio di parlare d’altro.

Del resto, fra lui ed Héliane Love correvano altri discorsi che quelli della scatola fatale. La giovane donna civettava assai con lui, e Roberto Alimena a cui ella piaceva molto, la seguiva in questo duello cortese. Egli, nella freddezza del suo buon senso, che molto raramente lo abbandonava, non voleva, certo, ingolfarsi in un’avventura che sarebbe stata un po’ complicata, mentre Héliane Love, annoiata di Fiorenzo Scotti, desiderava un legame serio. Alimena era cauto, ma la donna era bella, elegante, non stupida.... e il duello continuava.

Ma come egli era fuori di lì, quel potente interesse della mano tagliata lo riprendeva. Un istinto lo consigliava a non propalare come fosse venuto in suo potere quello strano oggetto e, salvo che con Héliane Love, per leggerezza, egli non si era confidato con nessuno. A malincuore, aveva fatto pubblicare quei tre avvisi nella Tribuna, nel Popolo Romano, nella Italie, ma, in questo, aveva obbedito a un senso di galantomismo che lo induceva a restituire quel che aveva trovato e a un vivo senso di curiosità, per veder di sapere chi fosse il proprietario di quel cofanetto.

Niuno apparve. Pure, vagamente, Roberto Alimena sentiva intorno a sè una sorveglianza, qualcuno che nell’ombra lo studiava: varî indizi glielo avvertivano. Una mendicante, una donna di sessant’anni, lo aveva aspettato, con una supplica, sotto il portone dell’Hôtel d’Europe e, malgrado che egli avesse preso questa carta, promettendo di fare qualche cosa, costei lo aveva seguìto sino alla porta del suo appartamentino, raddoppiando le sue querimonie, piantandosi sulla soglia; egli, infastidito, aveva dovuto chiamare il portiere per mandarla via, giacchè costei pareva volesse ficcarsi [p. 73 modifica]assolutamente nelle sue stanze. Ella se ne andò umilmente, mormorando, ma dando ancora delle occhiate oblique, a dritta e a sinistra.

Un altro giorno, egli aveva comperato delle cravatte e dei guanti da Laforet, dicendo che glieli mandassero a casa. Egli trovò il fattorino di questa bottega che lo aspettava, da due ore, passeggiando innanzi alla porta chiusa del quartierino numero undici.

— Che aspettate, qui? — gli disse Roberto Alimena, osservando che egli non aveva nessun segno sul berretto, di appartenere alla ditta Laforet.

— Per consegnare a Vostra Eccellenza questo pacchetto, — disse colui, pieno di ossequio, ma ad occhi bassi.

— Potevate lasciarlo al portiere: è persona sicura, — disse Alimena, freddamente, senza neppur dargli la mancia e senza neanche aprire la porta delle due stanze.

Costui se ne andò, lentamente, come a malincuore. Alimena seppe poi dal premier Francesco che questo fattorino aveva insistito, perchè gli si aprisse la porta e perchè egli potesse mettere sul tavolino del conte Roberto Alimena il suo pacchetto. Francesco si era negato.

— Non aprite mai a nessuno, ve ne prego, — aveva soggiunto Roberto.

Ma altri indizi si moltiplicavano. Spesso, rientrando, alla notte, per via Condotti, a Roberto era parso di essere seguìto. Un passo cauto, ma fermo, si era udito; non troppo presso a lui, ma dietro, sempre; egli si era voltato e, sempre, questa persona lontana aveva scantonato verso via Borgognona, verso Bocca di Leone, verso Mario dei Fiori. Una volta coraggiosamente, Roberto Alimena si era slanciato dietro a colui che lo inseguiva; ma costui, un’ombra alta e nera, aveva affrettato il passo e si era nascosto nel dedalo delle [p. 74 modifica]vie Belsiana, Frattina, senza poterlo scovare. Roberto Alimena era sempre armato; del resto, era provvisto di un sangue freddo a tutta prova. Anche in piazza di Spagna, spesso, alla sera, gli era parso che qualcuno sospetto passeggiasse, sempre, verso Propaganda, ma appena egli si era mosso per raggiungerlo, la persona aveva finto di essere un viandante ed era sparito verso Due Macelli o verso sant’Andrea delle Fratte. Nella notte, talvolta, gli era sembrato udire un passo sotto le sue finestre che erano elevate dal suolo un metro e mezzo. Lo sforzarle, sarebbe stato facile. Cercando bene, egli trovò delle spranghe di ferro che fissavano le imposte e che non aveva mai pensato di adoperare; ogni sera, adesso, chiudeva così. In piazza di Spagna, però, sotto le sue finestre, erano sempre due guardie che sorvegliavano piazza Mignanelli, dove dava la casa del Presidente del Consiglio e Roberto Alimena, malgrado che fosse valoroso, considerava con una certa compiacenza queste guardie, sorvegliatrici inconscie.

Tutto ciò non lo allarmava punto, anzi ne eccitava piacevolmente i nervi che erano molto indolenziti da una esistenza senza grandi avvenimenti, senza supremi interessi. Roberto Alimena sentiva che, suo malgrado, navigava in pieno romanzo; e questo romanzo, egli che non ne leggeva quasi mai, cominciava a predominarlo, ora che ne diventava un personaggio. Comprendeva che a quella mano tagliata si legava tutta una terribile istoria e l’averla lui, ora, in possesso, lo vincolava a gente sconosciuta, forse a malfattori, certo a personaggi bizzarri e crudeli. E man mano, egli si veniva convincendo che se colui che aveva smarrito il prezioso e tremendo cofanetto, non veniva a lui, lealmente, egli, Roberto Alimena, si sarebbe messo a cercarlo, in tutti i modi. Quella specie di rete misteriosa, le cui maglie sentiva affittire [p. 75 modifica]intorno a sè, lo attraeva, lo affascinava: egli intendeva che quella mano tagliata, la bellissima mano ingemmata e morbida, era il punto convergente di chi sa quale dramma, il centro di chi sa quale atroce delitto, di chi sa quale atroce amore.

Egli stesso ne era innamorato un poco, di quella mano. Due o tre volte, quando si era trovato solo nella sua stanza da letto e aveva chiuso a chiave la sua porta, egli aveva cavato dal baule il cofanetto di pelle nera e aveva contemplato a lungo quella leggiadrissima mano dalle forme fidiache, dal colorito così vivo. Essa lo affascinava. Una volta, lentamente, la sua testa si abbassò ed egli sfiorò con un bacio quella pelle liscia e morbida. Certo, la mano era fredda, ma egli non ne ebbe nessun orrore. Anzi, al suo cervello salì un sottile profumo di cui quella mano era impregnata. Affascinante! Egli la riponeva sempre dopo averla guardata con tenerezza e il sospetto che gliela potessero togliere, lo teneva sempre in guardia.

Malgrado che nessuna luce si venisse facendo sul mistero della mano tagliata, Roberto Alimena intendeva che una strana battaglia era impegnata fra lui e lo sconosciuto essere che aveva perduto o dimenticato il cofanetto. Forse come il gentiluomo, dal cuore duro e dalla fantasia arida, si era innamorato di quella mano mirabile, così colui che l’aveva, appassionato, doveva ricercare tutti i mezzi per riprenderla. Roberto Alimena sentiva che, qualche giorno, qualche cosa di grave gli sarebbe accaduto. Ciò, in fondo, lo divertiva. Pochi volti muliebri lo avevano interessato come quella mano! Così bella, così fine, così fragrante, ella doveva essere stata staccata da un corpo divino per gioventù e per beltà. Roberto Alimena non dubitava neppure un momento che la donna a cui apparteneva quella mano, non fosse viva. In qualche sua allucinazione notturna, quando [p. 76 modifica] troppo tempo egli aveva passato, solo, silenzioso, nella contemplazione di quella mano gli pareva di vedere la bellissima giovane, pallida, dai capelli nerissimi, dalla bocca rossa e carnosa, dalla fronte breve di Dea, avvolta in un classico vestito bianco, a grandi pieghe, che nascondesse il braccio troncato, mentre l’altra mano, la compagna, la sorella, esciva da quel biancore, seducente e tenue come un petalo di fiore.

Ogni tanto, però, Roberto Alimena usciva da queste sue visioni assorbenti e ridiventava l’uomo pratico, scettico, gelido, che era ordinariamente: in quei momenti gli pareva utile ricercare il gobbo dagli occhi verdi, il presunto proprietario del cofanetto; gli sembrava necessario portare alla Questura — non al Municipio, trattandosi di un oggetto eccezionale — quella singolare scatola, di sapere, infine, di conoscere un po’ di verità: o, almeno, di liberarsi da quell’imbarazzante e talvolta tormentoso deposito. Fu in uno di questi minuti di ritorno in sè stesso, che deliberò di portare la mano tagliata dal professore Silvio Amati.

Silvio Amati era uno scienziato di prim’ordine, un chimico e un anatomista superiore che, dalla natìa Napoli, aveva portato nella Università di Roma tutta la sua profonda dottrina. Ma il suo valore d’insegnante, sebbene molto grande, era, certo, inferiore alla sua immensa capacità di esperimentatore. Stimato in tutta l’Europa, in corrispondenza coi maggiori scienziati europei, eppure spirito raccolto e solitario. Silvio Amati viveva senza famiglia, senza amori, senza legami, tutto immerso nei suoi studî, nelle sue analisi, nei suoi esperimenti. Era uno strano tipo di scienziato e di uomo, scarno, alto, con una fronte alta e sguarnita alle tempie, con un arco sopracciliare profondo come un tetto, come è quello di Darwin, con un mustacchio già quasi bianco a cinquant’anni [p. 77 modifica] e una espressione vaga negli occhi abituati a fissare il mondo attraverso il microscopio. Egli era stato amico d’infanzia col padre di Roberto Alimena; e, ogni tanto, il giovanotto andava a fargli una visita, in quella villa Strohl-Fern, accanto a villa Borghese, dove egli occupava tutto un caseggiato separato, tra i folti alberi del giardino. Le finestre del suo ampio laboratorio davano sui colli Parioli e di lontano si vedeva il Tevere libero e triste della campagna romana.

Del resto, niuno entrava mai nel laboratorio di Amati, salvo due suoi muti aiutanti, giovani valorosi, che si avviavano, con ardore di discepoli, alla medesima adorazione della scienza del loro maestro. Egli riceveva tutti nel suo studio, un altro salone che dava sul parco Fern e più ameno, malgrado la farraggine dei libri e delle carte che lo ingombrava.

Quella mattina di febbraio, prima di avviarsi da Silvio Amati, col cassettino, Roberto Alimena esitò. Faceva bene a confidare quel segreto? Doveva mostrare quella mano? E le spie che lo sorvegliavano, non lo avrebbero veduto uscire, con quella scatola? E se gli accadeva qualche cosa? Ma, subito, il bisogno di apprendere qualche cosa di preciso sulla mano ingemmata, lo vinse. Fece venire una carrozza chiusa e la fece entrare nel cortile dell’Hôtel d’Europe. Non vi era nessuno, a quell’ora. Discese i due gradini, nascondendo sotto la pelliccia il cofanetto e si serrò subito in carrozza, dando l’indirizzo di Silvio. Ma, durante tutto il tragitto, dei ragazzetti cenciosi galopparono dietro la carrozza e si attaccarono alle balestre, malgrado le frustate irose del cocchiere; due o tre ingombri di vetture fecero fermare la carrozza e Roberto Alimena scorse dei viandanti, uomini, donne, che davano delle occhiate, di dietro ai cristalli. Egli un po’ inquieto, fu felice quando la [p. 78 modifica] carrozza penetrò nel grande viale di villa Strohl-Fern; erano le undici e Silvio Amati doveva essere rientrato da un pezzo dalla Università. Il villino era tutto biondo di un bel sole d’inverno, molte roselline invernali, in piccole aiuole, si stendevano fin quasi sulla soglia. Roberto suonò il campanello e il vecchio servo di Amati venne ad aprirgli. Lo conosceva, si fece da parte per lasciarlo entrare.

— È visibile? — disse Roberto.

— Sì, lavora: ma non è visibile.

— Solo?

— Solissimo. — Parlavano piano, come invasi dal sacro rispetto che ispirano le case dei pensatori, dei laboriosi.

— Ditegli che amerei vederlo: Roberto Alimena, ve ne ricordate? — Il servo sparve, silenziosamente, lasciando Roberto Alimena in un semplice salottino, arredato con gusto, con fiori freschi messi nei vasi.

— Non era senza donne, una volta, — disse fra sè, il giovane gentiluomo.

In questo, la porta di quercia dello studio si schiuse, e la scarna figura di Silvio Amati comparve, nell’arco.

— Vieni, vieni, caro giovanotto, — disse, abbracciando Roberto.

Lo trattava sempre affettuosamente, in memoria del suo amico morto così giovane, e anche perchè a quel profondo scienziato la gioventù e la bellezza piacevano.

— Non disturbo? — chiese Roberto, penetrando nell’ampio salone, coperto da libri, da cima a fondo, austero e pure lieto di sole.

— No, caro: non disturbi mai, — disse Silvio Amati, immergendosi in un vasto seggiolone di cuoio nero a borchie di metallo.

— Lavoravate, studiavate. ... — Lavoro e studio sempre, — e dette un [p. 79 modifica]fuggevole sguardo alle porte del suo laboratorio, ermeticamente chiuse.

— La vostra vita è felice, professore, — disse Roberto Alimena, con un lieve sospiro.

— Anche la tua potrebbe esser tale, figlio mio, — soggiunse l’uomo di scienza, sorridendo.

— Non credo!

— Dà una nobile ragione alla tua esistenza e risorgerai.

— Nulla, nulla ancora è arrivato a ispirarmi un interesse, una passione! — esclamò Roberto, malinconicamente.

— Cerca, cerca! Sei ricco, sei giovane, sei bello, troverai: ma bisogna cercare! Cercare è la parola della vita! — disse il professore, e un lampo illuminò i suoi occhi sempre vaghi.

— Cercherò. ... cerco qualche cosa, infatti, — disse, più piano, Roberto Alimena.

— Vuol dire che l’interesse vi è già? — domandò, guardandolo con occhio scrutatore, Silvio Amati.

— Sì. ... — E forse, domani, la passione. Posso io saperlo?

— Venivo, appunto, a confidarmi con voi, — e il suo viso mostrò tale turbamento che Amati ne fu colpito.

— È grave, dunque?

— Non so, non so, — mormorò il giovane gentiluomo. E aprendo la pelliccia che aveva tenuta chiusa sino allora, ne cavò fuori il fatale cofanetto di pelle nera. Lo collocò sul grande tavolone coperto di carte e di libri, di fronte a Silvio Amati. Lo scienziato guardò la scatola, coi suoi buoni occhi acuti, ma non la toccò.

— Che è questo?

— Questa scatola racchiude un segreto, professore. [p. 80 modifica]

— Tuo?

— Non mio. Un segreto strano, forse tragico, forse mortale, e che io dico a voi, all’uomo che tutto sa e che conosce quel che deve dire.

— E perchè me lo confidi? — chiese Amati, corrugando le sopracciglia.

— Perchè ho bisogno della vostra assistenza.

— In che?

— Nello scoprire la verità.

— Non tutte le verità è bene sapere, nè tutte è onesto voler conoscere, — mormorò Amati.

— Forse! Ma, oramai, il dado è tratto e per me, per il mio spirito, per il vago pericolo che mi minaccia, io debbo saper tutto, — disse Roberto Alimena, già esaltato.

— Spiegati, figliuolo mio, — disse Amati, guardandolo con meraviglia, perchè non lo aveva visto mai così eccitato.

— Aprite quella scatola, professore!

— Debbo io aprirla? Ricordati che dicesti non essere un tuo segreto!

— Se mi volete bene, se avete amato mio padre, se amate la verità, aprite quella scatola e ditemi di che si tratta. — Senz’altro Silvio Amati aprì il nero cassetto. La bellissima mano troncata apparve, elegantemente e lievemente appoggiata sul velluto, tutta ricca di anelli fulgidi, col suo braccialetto d’oro dalle catenine che legavano il braccio.

Silvio Amati fissò lungamente i suoi occhi acuti su quella mano, senza che nessuna sorpresa si mostrasse sul suo volto; poi si volse a guardare Roberto Alimena.

Egli era pallidissimo e le sue labbra avevano un lieve tremolìo.

— Che è, questo, Roberto? — domandò l’illustre scienziato.

— Voi dovete dirmelo, professore. [p. 81 modifica]

— Io vedo una mano tagliata e null’altro, — disse Amati, semplicemente.

— Null’altro? Null’altro?

— Una mano di donna, una bella mano, — soggiunse il professore contemplandola ancora, con compiacenza.

— Essa non vi dice altro?

— No. Se tu non mi dai delle spiegazioni, io non vedrò che una mano, qui dentro.

— Questa scatola è venuta nelle mie mani, per caso.

— Come?

— Viaggiando, da Napoli a Roma.

— Qualcuno te l’ha data?

— Non so bene. Qualcuno l’ha dimenticata nel treno.

— Chi era con te?

— Un uomo piccolo, gobbo, con gli occhi verdi.

— Non sai altro?

— Era avvolto in un mantello e aveva il berretto abbassato sul viso.

— Sei certo che questa mano tagliata, nella scatola, era portata da lui?

— Certo!

— Certissimo? — insistette Amati.

— Certissimo, no.

— Ebbene, dunque?

— Il treno era vuoto, nessun altro ha viaggiato con me e io ho trovato la scatola tra la mia roba.

— Quando?

— La sera, più tardi, in albergo. ... — Ah! ... la cosa diviene anche più incerta.

— È sua, è sua, ci giurerei! — gridò Roberto Alimena, che parlava sempre piano.

— Ne hai la convinzione morale?

— Sì, sì!

— Questa vale molto, — disse Amati crollando [p. 82 modifica] il capo e seguitando a guardare la mano tagliata. — Ma puoi ingannarti.

— Infine, chi sia il possessore, non importa, amico mio! Importa conoscere a chi appartiene questa mano, è vero?

— Già.

— Importa sapere chi è la donna a cui fu tolta, che persona è, dove sta, questo importa! E voi potete saperlo!

— Io? Io?

— La scienza non può tutto?

— Può molto, — disse lentamente Silvio Amati — ma vi sono dei segreti che le sfuggono assolutamente.

— Tutto ciò che potete fare, per chiarire la mia mente, per dissipare qualche mio dubbio, per illuminarmi, sarà un tesoro per la mia agitazione.

— Ebbene, Roberto, lasciami questa mano e vattene.

— Andarmene?

— Sì: non vuoi lasciarmi tempo di studiare? Non debbo analizzare, osservare, fare qualche esperimento?

— Ve ne scongiuro, non mandatemi via. Resto qui un’ora, due ore, aspettando, purchè io sappia qualche cosa! — Il professore comprese che Roberto Alimena era in preda a un grande esaltamento: comprese che si trattava di una cosa molto grave. Amava quel giovane ed era buono. Volle contentarlo.

— Bene, aspetterai, — disse, e si levò.

— Grazie, grazie! — mormorò Roberto Alimena, veramente in preda a una grande commozione. — Dove andate?

— Di là, — rispose Silvio Amati, accennando al suo laboratorio.

Roberto lo interrogò con un’occhiata ansiosa, ma il professore gli rispose: [p. 83 modifica]

— No, — e il tono era secco, reciso.

Comprese, Alimena, che non gli era concesso di entrare anche lui nel laboratorio, mentre Amati faceva le sue osservazioni. Non osò insistere. Solo, quando Silvio Amati prese il cofanetto, disse ansiosamente:

— Che farete? Che le farete?

— Nulla: nulla che la guasti, — soggiunse Amati, con un lieve sorriso.

E sparve dietro la porta del laboratorio che si richiuse alle sue spalle. Alimena restò molto inquieto. Che avrebbe fatto, Amati? L’avrebbe toccata, voltata e rivoltata, forse, forse ferita, quella mano? Perchè? Perchè? E perchè lui era venuto a portare quella mano al freddo scienziato, che di nulla si poteva commuovere? Non era colpa sua? Perchè confidare il suo segreto?

Mentre tali pensieri agitavano la mente del giovane gentiluomo, egli dava delle occhiate d’impazienza verso quella porta; ma essa restava immobile, serrata.

Anche tendendo l’orecchio, non si udiva nessun rumore, di là: vero asilo di studioso, quel laboratorio, quella casa!

Molto tempo passò. Adesso un abbattimento aveva vinto i nervi di Roberto Alimena: ed egli, gittato in un seggiolone, aveva lasciato cadere spenta la sesta o settima sigaretta che aveva fumato, per ingannare il tempo e la sua nervosità. Aveva guardato l’orologio, più volte: ma, poi, si era stancato ed aveva perduto la nozione dell’ora. Due, tre ore, forse. Una sonnolenza, quasi, avvinceva la mente del giovane gentiluomo.

A un tratto, quando egli meno se lo aspettava, la porta del laboratorio si schiuse e Silvio Amati riapparve, portando sotto il braccio il cofanetto della mano troncata. La faccia del professore era tranquilla, come al solito, e gli occhi scintillanti [p. 84 modifica] non avevano nessuna traccia di stanchezza. Roberto Alimena si scosse dal suo torpore e si levò.

— Hai aspettato molto? — chiese lo scienziato.

— Non importa, — disse Roberto, fissando Amati negli occhi.

— Ho voluto veder tutto.

— Tutto?

— Tutto quello che si poteva vedere, — soggiunse Amati, pianamente.

— Dunque? Io muoio di ansietà, professore!

— Sii calmo e saprai. Anzitutto, riapriamo questa scatola. — Bella, bianca, la mano tagliata, tutta gemmata, riapparve fra loro. Involontariamente, Roberto Alimena la guardò con attenzione.

— Non le ho fatto male, — disse il professore, come se si trattasse di una persona.

— Oh, grazie!

— Tu sei innamorato di questa mano, è vero?

— Forse!

— Essa appartiene a una persona giovane, — cominciò il professore — non oltre i venticinque anni.

— Da che lo desumete?

— Dai tessuti, dalle fibre. La donna a cui è stata tagliata, non ha di più, certo. È bella, cioè sana anzitutto, come si osserva dalla pelle, dalla forma della mano, dal colorito delle unghie.

— È bella, n’è vero?

— Una donna di temperamento sanguigno, nervoso, di carnagione chiara e vivida, di capelli castagni che piegano al nero, di statura media, molto ben fatta.

— E gli occhi e la bocca? — chiese Roberto.

— Questo mi è impossibile di dirtelo. Una mano e un braccio dicono tanto e non più. Questa donna, anche, deve esser ricca, giacchè la mano non dà nessun segno di aver lavorato, mai, [p. 85 modifica] neppure ai piccoli lavori femminili. È una mano che è vissuta nell’ozio.

— Ah! — fece Roberto, che palpitava a ogni parola.

— Questa mano è perfettamente conservata. Ciò ha destato molto la mia curiosità. Per quanto io sappia, i segreti della conservazione umana, sopra un corpo o sopra un semplice pezzo, sono molto imperfetti. Tutte le imbalsamazioni, le pietrificazioni sono deficienti da molti lati. Una preparazione che lasci alla pelle tutta la sua freschezza, che non guasti le linee, che conservi la elasticità, non vi è!

— Eppure! — esclamò Roberto, guardando la mano tagliata.

— Eppure, — riprese lo scienziato — essa esiste, giacchè noi ne abbiamo una prova, dirò, quasi vivente. È un caso che mi ha interessato moltissimo, caro figliuolo. Qui, vi è un segreto.

— Un segreto?

— Sì. Il modo come è stata preparata questa mano, mi sfugge.

— Sfugge? A voi? — disse Roberto, tutto sorpreso.

— Ho tentato di conoscere per quale liquido questa mano si manteneva così. Difatti, qui, sotto al braccialetto, ho fatto una piccola puntura e ne è venuto fuori. ... — Del sangue? — gridò Roberto Alimena.

— Del sangue, no, — rispose pacatamente il professore — ma un po’ di liquido rosa pallido, del sangue, forse, mescolato a qualche altra cosa. Ho trattato questo liquido coi reagenti chimici; ma il risultato è stato molto incerto. La mano mantiene il segreto della sua vita fittizia, — conchiuse il dottissimo uomo.

— E non potrete sapere?

— Domani, forse, o fra otto giorni. Poche cose [p. 86 modifica] resistono all’analisi. Ma ci vuole pazienza. Una volta, io ho sentito parlare, vagamente, di un’invenzione mirabile, che qualcuno aveva fatta, per la conservazione dei corpi. ... — Qualcuno? Il nome?

— Ecco, il nome, non lo ricordo! Forse, non è stato pronunziato innanzi a me. Ma sapremo, Roberto, più tardi, sapremo!

— E che altro avete indotto?

— Ho scostato leggermente la pelle che copre il taglio: il taglio è stato fatto con una precisione chirurgica, con lentezza e con freddezza.

— Mio Dio! — esclamò Roberto, inorridito.

— Sì, è orribile, — seguitò a dire pacatamente il professore. — Ma vi è una cosa anche più orribile.

— Quale? Quale?

— Una cosa che solo una profonda e acuta osservazione mi poteva palesare. Ti dirò che, solo per questo, io mi son trattenuto tanto tempo su quella mano. Un risultato atroce, mio caro Roberto!

— Ma dite, dite!

— Dato il taglio fatto con quella precisione, vale a dire con lentezza e con freddezza, poteva sembrare a prima vista, che quella mano e quel braccio fossero stati tolti a un cadavere....

— Oh! — disse, solo, Roberto Alimena che si sentiva soffocare.

— Gli anatomisti non fanno altro, mio caro. Ma, per lo più, fanno il taglio alla carlona. Così preciso, così nitido, questo! Come se fosse stato dipinto! Solo a un cadavere che non sente nulla, che non si muove, che non freme, che non reagisce, si può fare un’operazione simile....

— Ebbene? — gridò Roberto.

— Ebbene, quel braccio è stato tagliato a una persona viva! — esclamò Silvio Amati, a voce [p. 87 modifica] alta, come riscaldandosi per la prima volta, in quel giorno.

— Io ne ero certo! — disse Alimena, a un tratto tranquillizzato.

— E come?

— Così: senza poterne dire la ragione.

— Io ne ho trovato la ragione; essa è molto sottile, ma è la vera. Quella donna era viva, quando le hanno tagliata la mano.

— La ragione?

— È nel colore del sangue, nella elasticità dei muscoli, in certe linee del palmo, del polso: un nulla, ti dico, ma un nulla che è la verità. Viva! Ma vi è dell’altro.

— E che cosa?

— Vi è che se la donna era viva, quando avvenne la terribile operazione, era però immersa in un sonno, in un torpore, cloroformizzata o catalettica.

— Dio mio!

— Già. Essa non avrebbe potuto sopportare quel dolore, mai. Più, il braccio si sarebbe contorto, rattratto: ella era priva di sensi, è certo.

— Una infamia!

— Chi sa! Un delitto, certo.

— Un delitto? Che volete dire?

— Voglio dire che l’uomo che ha fatto questo, è uno scellerato: e che meriterebbe di essere denunziato alla giustizia.

— E che gli farebbe, la giustizia?

— Imprigionarlo e processarlo, dopo aver cercato il corpo.

— Il corpo? Il corpo?

— Sì, la donna uccisa.

— Voi credete che questa donna sia stata uccisa? — gridò Roberto Alimena.

— Naturalmente, — rispose, con molta semplicità, il professore Amati. — Ella è morta di ciò.

— Lo credete? Lo credete? [p. 88 modifica]

— Senz’altro.

— E perchè?

— Perchè è difficilissimo resistere a una simile operazione, quando il braccio è ferito o infranto: impossibile, quando è sano. Una gamba si amputa con probabilità di riescita: un braccio, quasi mai. — Roberto Alimena guardava quella mano, guardava Silvio Amati, con occhi smarriti.

— Comprenderai, — riprese Amati, con la sua calma di scienziato — che la emorragia che ne sussegue, è terribile. D’altronde, vi è un’altra prova della morte.

— Un’altra??

— Il taglio del braccio è coperto, è chiuso da un pezzo di pelle, dello stesso corpo. Dove è stata presa questa pelle? Quel corpo è stato in balìa completa dell’operatore. Morto, dunque, dopo? Non mi meraviglierei che si trattasse di una donna tagliata a pezzi.

— E che egli possedesse degli altri pezzi? — domandò Alimena, con accento lugubre.

— Già, — disse Amati, con accento di soddisfazione.

Tacquero. Alimena, a poco a poco, si veniva calmando. Qualche cosa sorgeva nel suo spirito, che non comunicò subito ad Amati. Solo gli disse:

— E che debbo fare?

— Di che?

— Di questa mano?

— Possibilmente, restituirla al possessore.

— Irreperibile!

— Hai cercato?

— Ho messo degli avvisi nei giornali.

— Nulla?

— Nulla: cioè, qualche cosa.

— Vale a dire?

— Degli indizi; delle persone che mi seguono, [p. 89 modifica] delle altre che vogliono per forza entrare nella mia stanza, qualche vaga minaccia intorno a me.

— Non fantastichi?

— Non ho mai fantasticato.

— La cosa è grave, allora. Cerca di restituire questa mano, — disse Amati, il cui viso si era fatto oscuro.

— Vi dico che ho cercato e non mi è riuscito!

— Evidentemente, si tratta di un delitto, — mormorò il professore. — Colui che ha disperso quella mano, ne è desolato: ma non vuole fare un passo per farsi conoscere.

— Sono certo che egli non si arretrerebbe innanzi a un altro delitto, per riaver quella mano, — disse Roberto, cupamente, di nuovo esaltato.

Ambedue tacquero di nuovo. Amati aveva appoggiato la fronte sulla mano e meditava.

— E se tu la portassi alla questura? — disse, dopo un certo tempo, Amati.

— Avrei molti sopraccapi, certo, — osservò Alimena.

— Forse non crederebbero alla tua storia.

— È così poco verosimile! Io sono vittima di una fatalità.

— Vittima, no, speriamo! Cerchiamo un mezzo.

— Ve ne è uno solo, — disse Roberto, risolutamente.

— E quale? Ritrovare l’uomo gobbo, dagli occhi verdi?

— No. Ritrovare la donna dalla mano tagliata.

— Ritrovarla, dove? In un cimitero? Vuoi tu violare diecimila tombe? Diventare un vampiro? — disse Amati, con un risolino sforzato.

— Che! Non vi è bisogno di questo, — disse Roberto, sempre con risolutezza.

— Ti farai dare il permesso di aprire tutti i camposanti? [p. 90 modifica]

— Io non credo che quella donna sia morta, — replicò Roberto, quietamente.

— Hai torto, — disse, con freddezza Silvio Amati.

— Che volete? Non ci credo, — replicò il giovane gentiluomo, insistendo.

— È una follìa, mio caro.

— Ognuno di noi ne ha una, non è vero?

— Scegline un’altra. Questa può condurti a male, figliuolo. Chi sa dove, chi sa da quando, la poveretta, vittima di uno sconosciuto infame, giace morta, in qualche ignoto cimitero. Non perdere il tuo tempo e il tuo denaro per un cadavere!

— Essa è viva, vi ripeto.

— Se tu vuoi ingannarti, fa pure, mio buon Roberto. Ma tu segui una falsa traccia. Tu gitterai il tuo lavoro e i tuoi quattrini e chi sa! correrai anche qualche pericolo. Di ciò soltanto mi preoccupo, perchè ti voglio bene.

— Bah! Sono giovane e non ho paura. Troverò quella donna. — Il professore Silvio Amati ebbe un sorriso indulgente, ma pieno d’ironia e di sfiducia.

— Vedrete!

— Mio caro, chi studia non si stupisce di nulla. Ma la infelice a cui hanno tolto quella mano e quel braccio, è morta.

— Ne siete certo, professore?

— Certo.

— Ma non certissimo!

— Non si può essere certissimi di nulla, al mondo, mio caro. Ma sai tu la probabilità della vita di quella donna, contro la morte, sai tu come sta?

— Come?

— Uno contro novantanove.

— Io mi attengo all’uno, — ribattè, ostinatamente, Roberto Alimena.

— Fa’come vuoi, figliuolo mio, — disse il [p. 91 modifica] professore, oramai convinto che nulla avrebbe smosso Roberto Alimena dalla sua decisione. — Che intendi fare?

— Non so bene. Non ho un progetto determinato.

— Posso aiutarti?

— Sempre potete aiutarmi. Non farò un passo senza consultarvi.

— E se parti?

— Vi scriverò.

— Senti, Roberto. Non ti pare che la prima cosa sia di mettere al sicuro quella mano? — disse il professore che era animato da un vero affetto per quel giovane.

— Avete ragione. Ma nè alla questura, nè al municipio!

— Sta bene: ma un posto sicuro, bisognerebbe trovarlo.

— Presso me, professore.

— Tenteranno portartela via.

— La difenderò.

— Puoi pericolare: giuocheranno di astuzia o di violenza, vedrai.

— Lo so. Sarò più forte e più astuto di loro.

— Chi lo sa? Chi sa quale gente ha commesso tale misfatto! Forse un sol uomo, forse ha avuto dei complici.

— Sia chiunque, amico mio! Combatterò.

— Ma chi ti fa mettere a questa lotta?

— Mah! — esclamò Roberto Alimena, con un atto della testa. — È, per me, una occupazione, una curiosità, un interesse. E sono un po’ innamorato di quella mano, ve l’ho detto!

— Te la porteranno via!

— Potranno ammazzarmi, non portarmela via.

— Ascolta: perchè non cerchiamo di salvarla, in qualche modo?

— E dove? Dove? [p. 92 modifica]

— Ma, non so. Tu non hai casa, a Milano?

— Sì: con due servi, un marito e una moglie.

— Fidati?

— Fidatissimi.

— Non vecchi o malati?

— Nè vecchi, nè malati.

— Ebbene, portala colà. Ti avrei detto di lasciarla da me, Roberto, ma. ... — No, no, — disse subito costui.

— Io non ho paura di niente, — soggiunse Silvio Amati con un sorriso. — Ma neppure la mia casa è sicurissima: il servo è vecchio, io sono assente due o tre ore al giorno....

— E costoro già sanno che io sono qui, con la scatola.

— Ti pare?

— Ne sono certo. Aspettate. —

Dopo aver detto questo, Roberto Alimena si avvicinò a uno dei finestroni del laboratorio che dava sul grande parco di villa Fern. Giusto, innanzi al peristilio, un suonatore di organetto di Barberia si era fermato, guardando in alto. Era un vecchio, con una gran barba bianca, l’aria stanca e curva sotto il peso dell’organino, sospeso al suo collo per mezzo di una larga correggia di cuoio. Subito, si mise a suonare una malinconica aria antica, dell’Ernani, e la mano che girava la manovella era così fiacca, che la musica esciva lenta lenta, flebile, quasi discordante. E guardava in su.

— Quell’uomo è una spia, — disse Silvio Amati, che aveva raggiunto Roberto Alimena presso la finestra.

— Evidentemente, — mormorò il gentiluomo, che aveva aggrottato le sopracciglia.

— Cerchiamo interrogarlo, — disse Amati, subito.

— Sarebbe inutile. Partirà prima che noi scendiamo, o non risponderà. Vedete che la mano non [p. 93 modifica] potrebbe restare qui. Con qualche scusa, con un pretesto qualunque, vi sarebbe qualcuno che arriverebbe a introdursi in casa, e la mano sparirebbe. Non voglio nè arrischiare la vostra pace, nè perdere il prezioso oggetto.

— In albergo si corrono mille pericoli, — disse Amati.

— Partirò.

— Quanto più presto puoi, segretamente.

— D’improvviso. Lascerò il resto del mio bagaglio. Capisco che mi spiano, ma eluderò la loro sorveglianza.

— Non partire con la scatola!

— La manderò prima, in un baule, in un giorno, e in un’ora qualunque che l’omnibus dell’albergo andrà alla stazione. Per quanto sorveglino, non arriveranno a questo.

— Non andare direttamente a Milano!

— No. Mi fermerò a Firenze e a Bologna. Capiterò a Milano come per caso.

— Anche lì, dovrai avere una prudenza assoluta.

— Certo. Non dirò neppure ai miei servi che nel baule vi è un oggetto importante. Lo chiuderò in una stanza, e porterò via la chiave. Così, egli non saprà nulla: crederà che il mio bagaglio, a Roma, contenga ancora la mano tagliata. E allora, quando sarò arrivato a ingannare quell’uomo.... allora, mi metterò alla ricerca di quella donna.

— Io ti aiuterò! — disse Silvio Amati, che aveva finito per riscaldarsi anche lui.

— E in che modo?

— Ho un mezzo.

— Un mezzo buono?

— Buono, ma lungo.

— Ditemelo.

— Vuoi saperlo?

— Sì, sarà una speranza, una fiducia, per me. [p. 94 modifica]

— Ebbene, tu porti via la mano e hai ragione. Tu l’ami, — e sorrise — soprattutto ami l’ignoto. Ma qualche cosa, presso me, resta.

— Che cosa? — dimandò, meravigliato, Roberto.

— Resta il liquido composto di sangue e di un principio conservatore, finora a me ignoto. Ma, te l’ho detto, scoprirò quel principio. La chimica è una scienza alta e grande, mio caro.

— Ebbene?

— Ebbene, quando avrò saputo questo, io troverò la persona che ha preparato quel braccio. Non ti dissi che avevo udito parlare di una scoperta meravigliosa, per la conservazione del corpo umano morto?

— Ma non ricordavate il nome dell’inventore!

— Lo ritroverò, questo nome. Farò delle ricerche. Sono sicuro che quest’uomo è quell’uomo. Io te lo troverò, — soggiunse Amati, con un lampo negli occhi.

— Io troverò quella donna, — conchiuse trionfalmente Roberto Alimena.

In quel momento, l’organino suonava la marcia funebre della Jone.