Atto I

../Personaggi ../Atto II IncludiIntestazione 10 agosto 2023 75% Da definire

Personaggi Atto II

[p. 119 modifica]

ATTO PRIMO.

SCENA PRIMA.

Camera di Pancrazio.

Pancrazio e Lindoro.

Pancrazio. Vieni fra le mie braccia, amato figlio.

Ma no, degno non sei
Della mia tenerezza. All’amor mio
Non corrispondi, no. Sei giorni sono
Che in Venezia sei giunto, ed oggi solo
A me veder ti lasci? Ah figlio amato,
Quanto piansi per te! Sei un ingrato.
Lindoro. Padre, amor fu cagione
Della mancanza mia.

[p. 120 modifica]
Pancrazio.   Ma se Cupido

Ha ferito il tuo cor, perchè non dirlo?
Sai pur quanto ch’io t’amo;
Sai pur ch’io solo bramo
Di vederti contento.
Lindoro. Pur troppo a mio rossor me lo rammento.
Pancrazio. Chi è la bella che adori?
Lindoro.   Ella è la figlia
Del conte Baccellone.
Pancrazio.   Ohimè! Conosco
Del villano rifatto
La superbia, la boria ed il maltratto.
T’ama la contessina?
Lindoro.   Anzi m’adora;
Però non mi conosce.
Pancrazio.   Oh bella!
Lindoro.   Io dico,
Ch’ella non mi conosce per Lindoro,
Di Pancrazio figliuolo: ella mi crede
Cavalier milanese
Ch’abbia il titolo illustre di marchese.
Pancrazio. Come facesti ciò?
Lindoro.   Ci ritrovammo
Nel burchiello di Padoa, a caso, insieme.
La contessa mi piacque, e in lei veggendo
Predominar un certo fasto altero,
Mi finsi, per piacerle, un cavaliero.
Il padre suo, cui diedi
Titoli in quantità superlativi,
Invitommi al suo alloggio; amor mi fece
Il partito accettar; la contessina
Mi diè segni d’amor, mi vuol suo sposo,
E l’acconsente il padre suo; ma entrambi
Credonmi cavaliero, ed a momenti
N’attendono le prove a lor promesse.

[p. 121 modifica]
Padre, ricorro a voi; deh voi, che amate

L’unico vostro figlio,
Porgetemi il soccorso ed il consiglio.
Pancrazio. Ecco pronto il consiglio, ecco il soccorso:
Io son mercante, è ver, ma ricco sono;
Potriano alle tue nozze
Molte figlie aspirar di sangue illustre.
A Baccellone chiederò la figlia
Per te, non dubitar.
Lindoro.   Ma se la niega?
Deh! non mi discoprite innanzi tempo.
Deh! salvatemi almen.
Pancrazio.   T’accheta. Io sono
Di te più vecchio e più sagace; anch’io,
Figlio, ne’ giorni miei
Giovine e amante fui, come tu sei.
  De’ giorni felici
  Ricordomi ancor:
  Brillavami il cor,
  Bollivami il sangue;
  Or tutto mi langue,
  Più quello non son.
  Mi resta per altro
  Purgato il consiglio.
  Rimettiti, o figlio,
  Vedrai la ragion. (parte

SCENA II.

Lindoro solo.

E poi critica il mondo

Il tragico poeta,
Che innamorar fa due persone in scena.
Ciò si può dar pur troppo, ed io son quello
Che ne fe’ l’esperienza in un burchiello.

[p. 122 modifica]
  Vidi appena il vago volto

  Della bella mia diletta,
  Che m’ha colto - la saetta
  Del bendato Dio d’amor.
  Restai preso in quel momento
  Dall’ignoto occulto laccio,
  E già sento - se più taccio,
  Lacerarmi in seno il cor.

SCENA III.

Cortile del Conte.

La Contessina, Gazzetta e Servi.

Contessina. Elà, servi ignoranti,

Precedetemi entrambi, ed inchinati
Fate spalliera alla padrona vostra.
Dammi braccio, Gazzetta.
Gazzetta.   Ai so comandi,
Lustrissima, son pronto.
Contessina.   Eh dimmi, dimmi;
Vedesti tu quel cavalier lombardo,
Come fissò nelle mie luci il guardo?
Gazzetta. Se l’ho visto! el pareva
Gatto maimon1 che fa la cazza al sorze.
Contessina. E quel giovin mercante,
Quanto gli occhi fissò nel mio sembiante!
Gazzetta. El stava là, come una barca in secco.
Contessina. Ma vi vuol altro! Un mercantuccio amante
Non è per me; non è per il mio grado
Un cavalier di nobiltà mezzana:
Io nacqui dama, e morirò sovrana.
Gazzetta. Certo, se fusse un re, alla mia patrona
Mi el scettro ghe darave, e la corona.

[p. 123 modifica]
Contessina. Quanto rìder mi (anno

Certe donne plebee, che voglion farla
Da signore di rango!
Si vede ch’io non son nata nel fango.
Gazzetta. Eh, se vede in effetto,
Che l’è nata tra l’oro e tra el zibetto.
Contessina. Guarda, se non m’inganno: ah sì, gli è desso;
È il marchesin mio caro.
Oh questo sì, ch’è degno
Dell’amor mio. Vanta fra’ suoi maggiori,
Ricchi d’immense entrate,
Seicento e più persone titolate.
Gazzetta. Schienza2! Co l’è cussì, la compatisso.
So el mio dover al par di chi si sia.
Dago liogo alla sorte, e vago via. (parte

SCENA IV.

Contessina, poi Lindoro.

Contessina. Ehi Lesbin3, ehi Taccone, ite alla porta:

Il marchese che giunge, ricevete.
Sapete il dover vostro, o nol sapete?
Ah per una mia pari,
Che tutto il galateo ritiene in mente,
È cosa da morir con questa gente.
Lindoro. Contessina, m’inchino.
Contessina.   Addio, marchese.
Lindoro. Permettete?
Contessina.   Anzi sì.
Lindoro.   Che bella mano!
Contessina. Da tanti e tanti sospirata invano.

[p. 124 modifica]
Lindoro. Ed a me si concede

Favor sì segnalato?
Contessina. A voi, che siete un cavalier ben nato.
Lindoro. (Oh se mi conoscesse!) E se non fossi
Adunque cavalier?
Contessina.   De’ miei sospiri
Degno voi non sareste; io vi odierei.
Lindoro. Vi scordereste dell’amor...?
Contessina.   Che amore?
Non ho sì vile il core.
Piuttosto morirei,
Che far un sì gran torto agli avi miei.
Ma parliam d’altro. Voi nobile siete,
Non è così?
Lindoro.   Senz’altro. Il dissi già.
(Vuol durar poco la mia nobiltà).
Dormiste ben nella passata notte?
Contessina. Ah!
Lindoro.   Sospirate?
Contessina.   Sì.
Lindoro.   Ma perchè mai?
Contessina. Sospirando e tacendo io dissi assai.
Lindoro. Ohimè!
Contessina.   Caro, che avete?
Lindoro. Nulla.
Contessina.   Ma pure a sospirar vi ascolto.
Lindoro. Quando vi dissi ohimè, vi dissi molto.
Contessina. Ah v’intendo, v’intendo.
Lindoro.   Ah sì, capisco,
Cara, del vostro cor la bella face.
Voi siete il mio tesor.
Contessina.   Voi la mia pace.
Lindoro. Ma dove, contessina,
Andavate sì tosto, e sì soletta?
Contessina. Dirò: prima mi aspetta

[p. 125 modifica]
La marchesa Fracassi, indi m’attende

La principessa dell’Orgasmo. Io devo
Poi visitar la cavaliera Altura,
Indi dalla duchessa mia cugina
Andavo a terminar questa mattina.
Lindoro. Se mi date licenza,
Vi servirò da queste gran signore.
Contessina. Oh caro marchesin, mi fate onore.
Lindoro. Ecco la man.
Contessina.   Scusate, è netto il guanto?
Lindoro. Lo misi appunto adesso.
Contessina. Da vero? Io vi confesso,
Che se toccassi un guanto poco netto,
Mi sentirei tutto sconvolto il petto.
Lindoro. Che cosa delicata!

SCENA V.

Il Conte e detti

Conte.   Oh! contessina,

Che fate qui?
Contessina.   M'inchino al conte padre.
Diverse dame a visitar stamane
Impegnata son io.
Conte.   Ma come a piedi?
Contessina. La gondola non v’è; disse Gazzetta
Ch’ella è a conciar.
Conte.   Ebben, restate in casa.
Inarcheria Venezia
Stupefatta le sue liquide ciglia,
A piedi rimirando una mia figlia.
Che ne dite, marchese?
Lindoro.   Anch’io l’approvo.
Non è dover.

[p. 126 modifica]
Conte.   Io so come si vive,

E so che il basso mormorante volgo
In noi nobili e grandi
Fissando gli occhi suoi,
Impegnati ci rende a far da eroi.
Lindoro. E veramente il conte Baccellone,
La di cui nobiltade in alto sale,
Un eroe può chiamarsi originale.
Conte. Vuò parlarvi, marchese. Contessina,
Ritiratevi tosto.
Contessina.   Io v’obbedisco.
Lindoro. (Bella, moro per voi).
Contessina.   (Per voi languisco).
  M’inchino al conte padre,
  Son serva al marchesin.
  (Che volto peregrin,
  Che bella grazia I)
  (Ha due pupille ladre
  Ha un labbro che innamora.
  Ah! di mirarlo ancora
  Io non son sazia). (parte

SCENA VI.

Il Conte e Lindoro.

Conte. Chi nasce grande, ha la virtude infusa.

Or fra l’altre virtudi,
Che adornano l’illustre mente mia,
Evvi l’astrologia. Conosco appieno
Il vostro cor. Io dalle vostre ciglia
Conosco che adorate la mia figlia.
Lindoro. Ah! signor...
Conte.   Marchesin, non arrossite 4.

[p. 127 modifica]
La contessa mia figlia aspirar puote

Ad un principe, a un duca, e forse a un re.
Ma voi piacete a me,
Onde a voi la destino.
Lindoro. Conte, grazie vi rendo, e a voi m’inchino.
Conte. Baciatemi la mano.
Lindoro. Ecco, la bacio col maggior rispetto.
Conte. Per mio genero e figlio ora vi accetto.
Oh quanti invidieranno
In voi la bella sorte
D’aver una mia figlia per consorte!

SCENA VII.

Gazzetta e detti.

Gazzetta. Lustrissimo.

Conte.   Che vuoi?
Gazzetta.   Gh’è ’l sior Pancrazio,
Che inchinar se vorria.
Conte.   Che vuol costui?
Quanto mal volontieri
Tratto con questi vili uomini abbietti!
Non san la civiltà: digli che aspetti.
Lindoro. (Oh, se sapesse ch’è mio padre!)
Conte.   Adunque
Attenderò del vostro illustre grado
Le già promesse prove.
Lindoro. Io discendo da Marte.
Conte.   Ed io da Giove.
Lindoro. Deh piacciavi a Pancrazio
Non differir l’ udienza.
Dalla contessa andrei.
Conte.   Vi do licenza.
Venga l’ uomo plebeo!.

[p. 128 modifica]
Gazzetta. Oh che muso badial da cicisbeo!

Lindoro. Finalmente un mercante
Non è poi tanto vii.
Conte.   Tutti son vili
A paragon di noi. Le genti basse
Sono invidiose, prosontuose, o ladre.
Lindoro. (Bella risposta ottenirà mio padre). (parte

SCENA VIII.

Il Conte, poi Pancrazio.

Conte. Costui che mai vorrà? Avrà bisogno

Della mia protezione;
Protegge tutti il conte Baccellone.
Pancrazio. M’inchino al signor conte.
Conte.   Addio, mercante.
Pancrazio. (Bel complimento!)
Conte.   Dite, che volete?
Baciatemi la veste, ed esponete.
Pancrazio. (Maledetta superbia!) Grazie, grazie,
Di un onor così grande io non son degno.
Conte. Io son chi sono, e pur d’ognun mi degno.
Pancrazio. Effetto di bontà; dunque in buon grado
Accetterà un’offerta, o per dir meglio
Un’istanza, ch’io porto...
Conte.   Eh no, dovete
Una supplica dir.
Pancrazio.   Come comanda.
Conte. Offerte a me? Sarebbe un’insolenza.
Pancrazio. (Adesso adesso io perdo la pazienza).
Conte. Su via parlate, via, che non ho tempo
Da perdere con voi.
Pancrazio.   Tosto mi sbrigo.
Voi avete una figlia.

[p. 129 modifica]
Conte.   Che asinaccio!

Io ho una contessina illustre figlia,
Illustrissima figlia.
Pancrazio.   Ed anco altezza
Dirò, se comandate.
Conte. Questo titolo invan voi non gettate.
Pancrazio. Ed io pure ho un figliuolo.
Conte.   Un bottegaro,
Ignorante, plebeo, senza creanza.
Pancrazio. (Mi vien voglia di dargli un piè in la panza).
Conte. Via, che volete dir?
Pancrazio.   Dopo cotante
Sue gentili espressioni,
Inutil veggo andar più avanti.
Conte.   Ed io
Voglio che terminiate.
Pancrazio. Lo dirò adunque...
Conte.   Via.
Pancrazio.   Dunque ascoltate.
La vostra contessina illustre figlia,
La illustrissima figlia io vi domando,
Per far un imeneo
Fra essa e il mio figliol, vile e plebeo.
Conte. Ah prosontuoso, ah temerario! A (orza
Trattengo di lordar le scarpe mie
Nella schienaccia tua. Quest’è un affronto,
Che soffrir non si può. Servi, canaglia,
Ove siete? venite. Io da un balcone
Vorrei farti cacciar.
Pancrazio.   Piano di grazia,
Non tanta furia, signor conte mio:
Si sa ben chi voi siete, e chi son io.
Conte. Tu sei un mercenario, io cavaliero.
Pancrazio. Cavaliero di quei da dieci al soldo,
Fatto ricco, facendo il manigoldo.

[p. 130 modifica]
Conte. Vecchio, ti compatisco, rimbambisci:

Non sai ciò che ti dici.
Pancrazio.   Io so, che alfine
Vi perderei del mio dando un figliuolo,
Sì ricco e sì ben fatto,
Ad una figlia d’un villan rifatto.
Conte. Rider mi fai, povero babuino 5.
Non sai che la contessa,
Degna prole del mio nobile tralcio,
Fu richiesta in consorte
Da principi e da duchi?
Va, che il padre tu sei de’ mamaluchi.
  Mia figlia, ah ah!
  Pretender, oh oh?
  Tuo figlio, uh uh?
  Va via, torlulù.
  Villano, - baggiano,
  Da rider mi fa.
  Rammenta chi sono,
  Rammenta chi sei.
  Punirti dovrei,
  Ma al sangue perdono
  La tua inciviltà. (parte

SCENA IX.

Pancrazio, poi la Contessina.

Pancrazio. Oh villan maledetto! Io voglio certo6

Vendicarmi di te.
Contessina.   Elà, buon vecchio.

[p. 131 modifica]
Pancrazio. Che volete da me, cattiva giovine?

Contessina. Siete voi quell’audace,
Che me chiese per moglie a vostro figlio?
Pancrazio. Illustrissima sì.
Contessina.   Brutto asinone,
Una mia pari al figlio d’un mercante!
Pancrazio. Merta ella veramente un uom regnante.
Contessina. Lo merito sicuro.
Pancrazio.   E ben, la sorte
Farà giustizia al merto senza pari.
Sposerà il re di coppe, o di denari.
Contessina. Petulante, a me scherni?
Pancrazio.   Oh, si figuri!
Anzi venero e adoro
Della sua nobiltà l’alto tesoro.
Contessina. Voglio soddislazion.
Pancrazio.   Che mai pretende?
Contessina. Vuò che pubblicamente
Dite che vostro figlio
Delle mie nozze non sarebbe degno.
Pancrazio. Illustrissima sì, farlo m’impegno.
Contessina.
  Tal ingiuria non si fa.
Pancrazio.
  Ho fallato in verità.
Contessina.   Compatisco.
Pancrazio.   Non è poco.
Contessina.   Vi fo grazia.
Pancrazio.   Che bontà!
Contessina.   Io son dama, e tanto basta.
Pancrazio.   Dama voi?
Contessina.   V’è chi il contrasta?
Pancrazio.   V’è chi il dubita, o noi sa.
Contessina.   Chi il mio grado non conosce,
  Guardi attento il volto mio:

[p. 132 modifica]
  Questo fasto, questo brio,

  Qual io son pubblicherà.
Pancrazio.   Ohimè, mi vien la tosse.
  Oh che brio, che nobiltà!


Fine dell'Atto Primo.


Note

  1. Mammone.
  2. Piccola scheggia pungente. Qui è interiezione. V. Boerio.
  3. Così l’ed. Fenzo (1743); nelle edizioni posteriori è stampato Lesbina.
  4. Così l’ed. Fenzo. Nelle edizioni posteriori: non vi arrossite.
  5. Zatta: baggiano.
  6. Zatta: al certo.