Il sorbetto della regina/Parte seconda/XII

Parte seconda - XII. L'Eva del conte d'Altamura

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CAPITOLO XII.


L’Eva del conte d’Altamura.


Il conte si riposò alquanto, prese un bicchiere di punch e ricominciò:

“Un cavaliere napoletano e sua moglie erano arrivati presso un agente del principe di Noto, il quale ha vaste tenute in quel paese, per darsi, così dicevano essi, al piacere della caccia delle quaglie. Seppi di poi che quel signore era proprio il figlio del principe, il marchese Annibale di Diano, che aveva rapito quella giovane e si sottraeva alle ricerche della polizia. Il villaggio era in tripudio. Il mio vescovo dava dei pranzi. I missionari, che facevano il loro giro da quella parte, davano delle rappresentazioni. Il marchese dava la sera dei raouts, ove si giuocava e si beveva.

“Io mi trovai presente quando il marchese arrivò all’improvvista in casa dell’intendente di suo padre. Non erano ancora, egli e sua moglie, seduti in cucina, — cucina che in provincia serve da camera da ricevere, da camera da pranzo, e talvolta anche da camera da letto, — che un [p. 277 modifica]nugolo di balordi e di donne del popolo armate di conocchie, li circondarono come gli orsi alla fiera.... L’intendente fece un segno e un contadino si gettò ai piedi del marchese per scalzarlo degli stivali, presentandogli delle pantofole. Un altro gli accoccò di nuovo sul capo il cappello da viaggio. Un terzo lo strinse e costrinse la signora a bere un bicchierino di vino; mentre essi avrebbero, di certo, preferito una limonata.

“ — Sareste ammalato? Se non vi sentite bene, disse l’intendente, vi farò preparare una tisana di acqua di malva e mele. L’è una cosa stupenda pel petto.

“Si dibattevano ancora contro questi usi del paese, quando giunsero a far visita le dame del luogo, coi loro vestiti da nozze di vent’anni fa ed i loro mariti più o meno in abito nero. Non conoscevano i nuovi arrivati, nè da parte di Eva nè da quella di Adamo. Non monta: gli uomini si precipitarono sul marchese; le donne sulla marchesa; e gli abbracciamenti scoppiarono fitti come colpi di pistola, profumati da un alito di aglio, di pipa o di vino. Ora, siccome in provincia non si fa la barba che una volta alla settimana, la domenica avanti la messa, dopo gli abbracci il marchese si sentì bruciare il viso come se lo avessero stropicciato con ortiche.

“Si sedette in cerchio. La testa quadra del villaggio incominciò ad interrogare il marchese sulla sua salute, se era ricco, se aveva debiti, se aveva figliuoli, se andava a caccia, quante paia di calze aveva portato seco e quanti bezzi; quanto spendeva al giorno, se qualche volta [p. 278 modifica]si ubbriacava, se sapeva truffare al giuoco, se credeva in Dio ed amava il re. A quest’ultima domanda il marchese perdette le staffe. Si alzò e le visite partirono brontolando.

“Poi principiò il supplizio della cena, che cominciò con un’insalata, seguita da cinque differenti minestre. L’intendente presentò al marchese suo figlio — un giovine seminarista, poeta, noioso come il passio di San Matteo, un San Pietro che pescava donne e che violava tutti i comandamenti di Dio, eccetto quello — non ucciderai — per paura della forca.

“Io mi disponevo a lasciare il paese, non volendo rivelare alla polizia l’uffizio ove io faceva discendere lo Spirito Santo per fornir di vescovi Sua Maestà, quando i nuovi arrivati si gettarono a traverso i miei progetti.

— Il vescovo era dunque partito? domandò uno.

— No, vi si preparava, quando capitò il marchese. Il signor di Diano era un bietolone innestato sur un malandrino, cui io spennavo allo zecchinetto; sua moglie, la più squisita leccornia del dessert del buon Dio. Io mi sentivo attratto verso di lei come la farfalla dalla fiamma. Ma ella si occupava di me, come la grazia di Dio si occupava dei vecchi e nuovi principi. Io non negligeva nulla pertanto onde tornarle gradito. Ella soccombeva a non so che maleficio del priore della Certosa di Padula — uno dei missionari — e si lasciava ammoinare dal giovine seminarista, il quale le dimandava un bacio per un sonetto. Il marchese dava la caccia alle serve ed alle contadine, [p. 279 modifica]belle come amazzoni e sopratutto più complete di quelle.

— Ma, senza piaggiarvi, signor conte, chi dei tre valeva meglio, il priore, il seminarista, o voi? domandò il carceriere in capo.

— Che? Ci poteva, dunque, essere un sol punto di paragone tra quei due gaglioffi, rozzi, noiosi contadini e me? Ma il seminarista si era costituito spia della dama e le denunziava le infedeltà del marchese. Il priore usava della malìa misteriosa del confessionale, cui ognuno si spiega, cui i mariti soli non comprendono e consegnano le loro mogli all’incanto.

“Il priore non aveva alcun modo di vedere Cecilia in casa, perocchè il geloso seminarista la vigilava come un eunuco.

“Infine, quando Dio volle, la missione terminò ed i missionari partirono per Spinoso. Il priore si finse ammalato per restare indietro e ritornare al convento di Padula. Mandò il suo terziario a preparargli la cella.

“Due ore dopo, ei partì pure. Il marchese, che la notte innanzi si era imbragato in non so quale orgia contadinesca, russava a gonfie vele. Cecilia si alzò ed ordinò di allestire il suo cavallo, per andare a passeggiare, ciò ch’ella, con grande scandalo delle signore del paese, faceva di sovente.

“Io mi era recato alla caccia dal lato del Faggeto. Dopo aver camminato tutta la mattina, mi riposava sotto un faggio, quando, dietro una ridotta di spine nere, mi sembrò udire un pigolìo di voci e di baci. Non sapendo cosa fosse mi sguizzai carponi sotto il roveto, ventre [p. 280 modifica]a terra, come serpe, e mi avvicinai senza esser visto.

“Dapprima non distinsi che due bei giovani fratocci nelle loro bianche cocolle. Poi sotto una di quelle tonache riconobbi il priore, sotto l’altra Cecilia. Ce ne voleva di più? Sant’Antonio, egli stesso, avrebbe soccombuto e fatto ciò che io feci. Mi slanciai d’un salto e carpii il priore alla nuca. Gli nascosi il mio coltello nella strozza, lo gettai lontano come un masso di cenci e caddi ai piedi della dama. Ella non vide la mia attitudine galante, imperciocchè era svenuta; ma io le spippolai in seguito, minuto per minuto, la delicatezza della mia condotta. Quando riprese i sensi, il cattivo umore la dominava. Gridò, pianse, si mise in collera. Poi prese un tono altero e m’ingiunse di ricondurla a casa, mi minacciò, m’insultò. Pasqua santa! che arrabbiata di donna pudica! Ella non neglesse nulla per persuadermi che io sarei un mal creanzato se non la lasciassi andar via. In verità, io non mi ricordo troppo ora ciò che le risposi allora. Certo io le parlai in tale chiave che la divenne muta come il fondo di un pozzo, desolata come i piccoli debiti, docile come una pinzochera verso il suo confessore e, senza dimandar altro, neppur dove andassimo, ella riprese il suo cavallo, io quello del priore e....

— Che idea di andarsi a caricare di una simile pettegola in una sì grave situazione, mormorò una voce nell’uditorio.

— Avete ragione, compare, riprese il conte, ma a chi la colpa? Bisognava che Dio fosse proprio in un momento di grande corruccio [p. 281 modifica]quando pose nello sguardo vellutato e nel congegno di due labbra rosse di una donna, tutto il destino di un uomo. Il fatto sta che io m’era pazzo di lei e che l’avrei disputatata a tutti i certosini, a tutti i cappuccini, a tutti i seminaristi e marchesi del mondo.

— Che rabbia! sclamò una bella tosa.

“Poco lungi di là dunque, nella foresta dell’Aquila, vivevano certi eremiti di mia vecchia conoscenza e subordinati al mio potere come un gesuita al suo generale. Andai a trovarli. Confidai loro la mia persona e la mia preda e diedi ordine che si preparassero a cangiar stanza all’indomani, perocchè io aveva lasciato in quelle vicinanze segni troppo significativi di mia presenza. Osai, malgrado ciò, ritornare solo a Moliterno la notte, in casa del mio ospite, ove avevo denari, carte ed armi. Ma innanzi l’alba ripartii per la caccia. Cecilia, quantunque mi odiasse, mi vide ritornare con entusiasmo: le faccie dei miei mirmidoni l’atterrivano. Ritornammo a Napoli questa volta.

— Che imprudenza!

“Infatti, un giorno m’avvidi che Cecilia pensava svignarsela da quella buona famiglia, ove albergavamo. Le appresi allora che quelle brave persone avevano l’ordine di pugnalarla al primo tentativo di fuga. Questa buona ragione la calmò. Ella mi raccontò allora alcuni tratti della sua storia e mi pregò di lasciare Napoli.

“Io non aveva alcun pretesto per contrariarla. Mi recai quindi a Sorrento e presi a fitto delle camere in una famiglia borghese, presso la quale passavamo per milanesi venuti a gua[p. 282 modifica]rirsi dalla misantropia sotto quel cielo imbalsamato. Condussi meco l’angelo guardiano di Cecilia. Costei non mi perdonò mai il mio amore ed i modi che avevo usati verso di lei. Ma allora io non me ne curavo più che tanto. Avevo rannodati i fili della mia vecchia società e rimesso in su i giustizieri dell’ordine pubblico.

— Infatti sarebbe stato un peccato il lasciar perire un’istituzione così ammirabile, osservò il carceriere in capo.

— Oh certo! riprese il conte. Solamente io non era più allora il presidente.

“Durante la mia assenza, i dissidenti avevano preso il disopra e perfezionata la mia opera. Ciò non impedì che io non chiedessi di essere ristaurato nella pienezza dei miei diritti. Mi si rispose che il nostro governo era elettivo e non ereditario, che noi non eravamo dittatori a vita, ma consoli, e che tutto quello che si poteva fare per me, per i miei meriti, i miei servigi, la mia abilità era di associarmi al governo. Io mi credetti offeso e risposi come quel generale dei gesuiti: Sint ut sunt, aut non sint! vale a dire: o presidente della repubblica, o nulla. Mi si allogò allora una pensione a vita molto convenevole e mi nominarono dittatore per le circostanze supreme della società, lasciandomi quieto in tempi ordinari. Accettai.

“Primo passo verso la sventura.

— Ma, a proposito, osservò il curioso carceriere in capo, avevate, dunque, dimenticato, in tutto questo tempo, il degno vostro avvocato?

— V’ingannate. Avevo già aperto un nego[p. 283 modifica]ziato coi nostri corrispondenti di Sicilia, onde pagargli là giù, i suoi onorari. Vi si preparavano, quando quel galantuomo, avendo avuto non so quale questione col suo presidente, questi ne aveva scritto al ministro della giustizia. Il ministro aveva rimproverato il mio uomo e questi, data la dimissione, era rivenuto a patrocinare a Napoli. E fu appunto questa nuova che mi determinò principalmente a ritornare in questa città. Ma avvenimenti di natura diversa mi trascinarono nella corrente che mi ha travolto qui.

“Un mattino, una deputazione della società venne a consultarmi sopra un grave affare.

“Il governo, dietro rimostranze diplomatiche causate dalla scomparsa di alcuni viaggiatori e banchieri inglesi e francesi colle loro fortune, aveva nominato una giunta di pubblica sicurezza. Si veniva a consultarmi sul modo di condursi in presenza di questo pericolo che ci minacciava direttamente. Io proposi di comperare la giunta, e per indennizzarsi della spesa aumentare gli affari. Il mio consiglio fu gradito. Fui pregato d’incaricarmi di questa difficile e delicata negoziazione. Io esitai a bella prima, poi accettai ed annodai i preliminari.

“Codesto va e vieni di agenti, qualche parola côlta a volo, per caso o dietro gli usci, fecero conoscere a Cecilia le scaturigini dei miei quattrini e quali operazioni andavamo ad intraprendere.

“Ora quella bizzarra creatura si rassegnava all’onore di essere la concubina d’un bandito e di un assassino, ma la si sentiva troppo vi[p. 284 modifica]tuperata di aver per damo un ladro. Essa mi parlò con tali parole di sprezzo che gli era impossibile oramai d’ingannarsi sui suoi sentimenti e sulle sue intenzioni. Le ricordai la sua storia, la sua condotta; la minacciai. Ella stette cheta, ma non parve nè convinta, nè spaventata. Il suo angelo guardiano raddoppiò di vigilanza.

— Convenite, signor conte, disse l’ex-cameriere diplomatico, che mancaste di previdenza e d’energia in questa circostanza.

— Ne convengo, rispose il conte. Ma ella aveva mai sempre un possente impero sui miei sensi, e non sapevo risolvermi a sbarazzarmene. Avendo ricondotta la tranquillità in casa, intavolai le conferenze per la società. Una sera mi recai dal presidente della giunta, un generale, e gli chiesi se potessi confidare un secreto al suo cuore e fargli una proposizione, la quale, accettata o respinta, doveva restar sepolta nel suo petto. Me lo permise. Gli spiegai lo scopo della mia visita e finii con offrirgli un’arra di dodicimila ducati, se voleva negligere i doveri del suo uffizio.

“Rifiutò.

“Raddoppiai la somma. Il generale rifiutò ancora. Insistetti. Mi confessò allora, scusando il suo rifiuto, che gli era impossibile di accettare pel momento perchè il re aveva personalmente ricevuto delle informazioni sulla nostra associazione ed avea ingiunto al ministro di polizia, sotto la sua responsabilità, di colpirla a morte.

— Bisognava comprare il re, perbacco, gridò l’ex-cocchiere di Corte. [p. 285 modifica]

— Ahimè! sì, me ne venne l’idea, ma non eravamo abbastanza in fondi, in quel momento. Portai, dunque, questo messaggio alla società. Trovai che il consiglio degli efori si era riunito e deliberava. Mi fecero entrare. Esposi il risultato della mia missione. Fui ascoltato in silenzio e qualcuno tentennava il capo. Finalmente, quando ebbi detto tutto, un di loro — un certo Fuina, — nostro agente presso il prefetto ed il ministro di polizia, prese la parola e mi svelò un fatto che mi fulminò.

“Mia moglie Cecilia, sottraendosi per un momento alla sorveglianza del suo angelo guardiano, aveva côlto il parroco di Sorrento, si era confessata ed in confessione gli aveva comunicato tutto ciò che ella aveva sorpreso sull’esistenza ed i lavori della nostra società. Il parroco era corso immediatamente dal vescovo e gli aveva riferito il caso, sotto il suggello della confessione; il vescovo, sotto lo stesso suggello, ne aveva messo a parte il re, il quale non essendo nè vescovo, nè confessore aveva detto tutto al ministro di polizia ed al capo della giunta. Eravamo, dunque, braccheggiati.

“La mia ganza ci aveva miseramente denunziati.

“La sua morte fu decisa nel consiglio.

“Alcuno non mi aveva fatto l’oltraggio di sospettarmi. Si ebbe anzi la generosità di confidarmi l’esecuzione della condanna.

— Attenzione delicata! osservò il cameriere diplomatico.

— Infatti si ebbero per me i riguardi che mi [p. 286 modifica]erano dovuti, ma sapevano, altresì, che io li meritavo. Ritornai a Sorrento.

“Trovai Cecilia più tranquilla. Ella si era alleggerita di coscienza e credeva di aver compito il suo dovere, senza neppur immaginarsi che ci aveva traditi e ci mandava tutti al bagno. Da parte mia, non mai mi ero mostrato così allegro, così affettuoso e condiscendente verso di lei. Per provarglielo, le proposi di andare a passare alcuni giorni da un mio amico, che aveva una casa di campagna nella montagna, dalla parte del capo Campanella, il punto di vista più incantevole del golfo.

“Cecilia accettò.

“Avevo messo nella proposizione tanta gentilezza, tanto amore delicato e premura di tornarle gradito, che la mi parve per un istante affascinata e di aver spezzato quello specchio di sprezzo e di odio che mi riproduceva costantemente ai suoi sguardi sotto un aspetto sì abbominevole. Noleggiai due asini e una bella mattina, radiante di sole, partimmo.

“L’aria libera, la vista del mare, quel paesaggio meraviglioso della costa di Massa ed Amalfi, la rapirono. Ella dimenticava, forse per la prima volta in due mesi, con chi si trovasse. Traversammo Massa e svoltammo il capo Campanella, scivolando anzichè camminando sugli spaldi a picco della montagna, per un sentieruolo tortuoso.

“Ci fermammo, però, ad un punto che dava la vertigine.

“La montagna faceva un seno. Dovevamo traversare, per raggiungere il poggio ove tor[p. 287 modifica]reggiava la casa del mio amico, un piccolo battuto, graffiato sur una roccia friabile e sdrucciolevole, a perpendicolo a dugento piedi sul mare ed assolutamente a picco. Una capra, un gatto, avrebbero esitato e rabbrividito. Pregai Cecilia di scendere e di precedermi, mentre io avrei cura di assicurare il passaggio delle due bestie.

“Ammaliata dallo spettacolo di quel mare azzurro, svolazzato, incartocciato a volute, chiazzato dai raggi bianchi del sole tremolanti sull’onde, quasi abbarbagliata da quel miraggio fatato, Cecilia smontò e principiò a camminare. Guardava il cielo ed il mare meglio che il suolo ove poneva il piede. Di un tratto la vidi vacillare. Mi spaventai del suo pericolo e le misi la mano alla taglia onde sostenerla; la mia mano la scosse e le fece perder l’equilibrio, sdrucciolò. Io chiusi gli occhi.

“Quando li riaprii, per osservare, il vuoto era dinanzi a me.

“Vidi il mare brulicare a’ miei piedi, le piccole onde baciare la sponda e recedere come pudibonde ed, in fondo in fondo, riflessa dalla azzurra trasparenza dell’acqua, qualche cosa di bianco, come una Naiade che si moveva e affondava sempre e sempre. Quell’ombra bianca sbiadì, divenne opaca, verdastra, turchina d’indaco, più scura ancora, nera, disparve.

“Io era vedovo.

“La società era vendicata.

— Come la provvidenza vi aveva servito! sclamò il carceriere in capo. [p. 288 modifica]

— La tua provvidenza mi servì troppo, compare! rispose il conte.

— La non ne fa che di queste! osservò un’altra voce.

“Ritornai solo coi miei asini a Sorrento e dissi ai miei ospiti che avevo lasciata Cecilia presso i miei amici. L’indomani ritornai a Napoli. Mi sentivo più leggero, ma orribilmente triste. Mi sarei fatto trappista, se avessi avuto settant’anni. Incontrai pochi giorni dopo Fuina e gli raccontai la disgrazia di mia moglie. Quel miserabile spione sorrise e mi disse di star in guardia, perchè il mare è traditore e talvolta rivela i secreti che gli si confidano.

— Difatti, soggiunse il Fuina, abbiamo ricevuto questa mattina un rapporto del giudice di Massa, sopra un cadavere sfigurato e schiacciato dalla marea contro gli scogli, che i pescatori hanno raccolto sulla spiaggia e portato in città. Si procede al riconoscimento di quel cadavere.

“Io non risposi, ma il cuore mi si strinse. Avevo un presentimento violento. Quella donna aveva il carattere così mal fatto che io la credevo capace di vendicarsi anche dopo morta. Non m’ingannavo. Delle persone di Sorrento espressero l’avviso dell’identità del cadavere con mia moglie. Il giudice di istruzione segnalò al prefetto di polizia questa rivelazione. Un mandato d’arresto fu lanciato tosto contro di me, per precauzione. La polizia, non guadagnando nulla dagli assassinii, non tentennava.

“La notte seguente io dormiva in una miserabile locanda, detta Fontana dei Serpi, nel più [p. 289 modifica]orribile quartiere di Napoli. Una carrozza partiva di quivi l’indomani per Cosenza e io doveva partire con essa, sentendo che l’aria di Napoli mi bruciava. A un’ora del mattino fui svegliato da un strepito alla mia porta. Aprii gli occhi. Il chiaro di una lanterna sorda mi acciecò. Non distinguevo bene cosa vi fosse dietro la parte scura di quella lanterna che proiettava i suoi raggi su me. Ma uno strepito di armi mi rivelò l’accidente; mi alzai di un balzo. Quattro gendarmi e una dozzina di birri si gettarono sopra me, mi stramazzarono, mi legarono, ed... eccomi qua.

— L’identità del cadavere era stata, dunque, accertata?

— Non ne so nulla. Ma codesta memoria mi attrista.

— Sono le due e mezzo del mattino. Ancora un bicchiere di punch e.... buona notte.

Tutti bevettero e se ne andarono. Il conte si avvicinò allora al colonnello, che non aveva aperto bocca dal suo pagliericcio, e gli domandò:

— Colonnello, avete udita la mia storia?

— Qualche frammento.

— E che ne dite?

— Trovo la storia singolare; ma trovo più singolare ancora che l’abbiate raccontata a codesta bordaglia, che domani la ripeterà a tutta Napoli.

— Hum! colonnello, perchè portate voi codesto uniforme di sergente, che il governo dei Borboni ha voluto solo permettervi? [p. 290 modifica]

— Per insultare questo governo.

— Io fo lo stesso. La vostra idea mi ha ispirato la mia. La mia storia è il mio uniforme. Io la sventolo. Sono già condannato. Io derido il re, gli uomini, la società che mi hanno fatto ciò che sono.