Idillii spezzati/La lira del poeta

La lira del poeta

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LA LIRA DEL POETA



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La lira del poeta




Personaggi

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                   X. poeta celebre.
Il dottor Domenico Snìchele.
La PADRONA del Caffè del Gobbo.




    La scena rappresenta il Caffè del Gobbo a... città del Veneto.
Il caffè è vuoto. La padrona, seduta dietro il banco, legge
l'Adriatico. Entra il dottor Snìchele con un soprabito logoro
indosso e una tuba bisunta in capo.




Snìchele (toccando il cappello) — Servo.

Padrona (asciutta) — Serva.

Snìchele — In grazia, xe stà el commendator B.?

Padrona — No.

Snìchele — E el dottor C.? [p. 104 modifica] Padrona — Gnanca.

Snìchele — E el professor D.?

Padrona (seccata) — Gnanca, gnanca.

Snìchele (dopo una breve pausa) — La scusa, voressela favorirme un gotesin de acqua?

Padrona (piglia un bicchier d’acqua da un vassoio e lo spinge sul banco, con mal garbo, verso lo Snìchele) — El toga.

Snìchele — Grazie. No la ghe metaria na giozzetta de mistrà, par acidente?

Padrona — No ghi n’è.

Snìchele — Grazie istesso. (Beve) La scusa, li gala gnanca visti quei siori?

Padrona — I xe passà adesso.

Snìchele — Gaveveli insieme un foresto?

Padrona — Come gerelo?

Snìchele — Saverlo, siora Berta, come ch’el gera! El xe un omo grande ma mi no lo go mai visto.

Padrona — Questo gera picolo.

Snìchele — No fa gnente. E da che parte andaveli?

Padrona — Drio a le so gambe. Cossa vorlo, benedeto, che mi varda ste robe? I sarà andà in ciesa. [p. 105 modifica]Snìchele (si volta e guarda la chiesa monumentale ch'è in faccia al caffè). — Si pardia! I vien fora adesso. El ghe xe, el ghe xe, el foresto. Cossa fai? Par cossa se fermeli? Ah, i se spartisse, i se saluda. Xele scapelade! Cussì lo vedo pulito. Son contento perchè gera bramoso de vederlo. Ocio ch’el vien qua adesso, lu solo. Si da bon ch’el vien qua! La vada a tor el mistrà, ela, siora Beta.

Padrona — Andemo, ja, nol seca.

Snìchele — Co ghe digo de andarlo a tore! Eccolo, st'altro. (Siede a un tavolino e si mette a leggere la Difesa).

X. (entra senza salutare e siede a un altro tavolino in faccia a quello occupato dal dottor Snìchele) — Un latte all'uovo.

Padrona — Subito.

Snìchele (passa il giornale e saluta. X. saluta pure. Allora Snìchele riprende il giornale, finge di leggere poi lo posa da capo e si mette a guardare dalla finestra) Che tempo! (X. cava un taccuino e piglia delle note). Tempo brutto. Oggi è peggio di ieri. Non è vero, signora Eli[p. 106 modifica]sabetta? (La padrona non risponde e continua ad occuparsi del latte all’uovo, Snìchele si volta ad X.) Si diceva che il tempo è cattivo assai.

X. (asciutto) — Già.

Snìchele — Peccato, vedere la città con un tempo simile!

X. -- Certo.

Snìchele — É la prima volta che il signore viene a...?

X. — Si (alla padrona). — Ha un giornale?

Snìchele (si alza e si avvicina ad X. toccandosi il cappello). — Perdoni tanto, signore; Lei è l’illustre X.? (X, lo guarda attonito senza rispondere. Snìchele si leva il cappello e declama):

O degli altri poeti onore e lume,
Vagliami il lungo studio e il grande amore
Che m’han fatto cercar lo tuo volume.



X. (sorridendo e inchinandosi leggermente). — Grazie. [p. 107 modifica]Snìchele (declamando):

Tale tuum Carmen nobìs, divine poëta,
Quale sopor fessis in gramine, quale per aestum
Dulcis aquae saliente sitim restinguere rivo.


X. (meravigliato sorridendo) — Grazie, grazie.

Snìchele (coprendosi) — Non guardi all’abito sdruscito, signore. Ho studiato qualche cosa anch’io. Boni convenimus ambo. Sapevo dal Commendator B. che Lei doveva venire oggi e avevo un desiderio immenso di conoscerla. B. ed io siamo amici, siamo stati a scuola insieme.

(X gli fa segno di sedere. Snìchele prende una seggiola e gli siede in faccia). Grazie. Conosco tutte le Sue opere. Grandi, veramente grandi.

(Smorfie di X.) Me lo lasci dire; e poi Lei lo sa. Anche il romanzo, ma specialmente le poesie. A voltar le Sue poesie in latino vien fuori Virgilio, come a voltar in latino quelle del professor Zanella vien fuori Tibullo; te quoque Virgilio comitem, sicuro.

Di Lei, anzi, ho tradotto in latino quelle strofe: [p. 108 modifica]

Qui mi vesta la vite i sassi aprichi,
Voglio bermi la terra, il vento, il Sol...


eccetera eccetera: che io traduco un po’ liberamente, si sa:

Hic virides seram vites, hic mollia vina....


eccetera eccetera, per non tediarla.

X. — Bravo, bravo.

Snìchble — Sì signore. Anzi ho presentata la mia traduzione ad un concorso per la cattedra di latino nel ginnasio comunale di....

X. — Bravo.

Snìchele — Sì signore. Mi ricordo, del resto, che quando Ella ha pubblicato il suo primo libro.... a Milano, mi pare?

X. — Si.

Snìchele — Bene, mi ricordo che qui non La intendevano. Povero paese, sa, del resto, quanto a coltura; paese che si occupa di frivolezze; paese dove se domani io prendo moglie, non si parla d’altro per otto giorni. Io solo ho intesa la Sua [p. 109 modifica]grandezza. Anzi la ho presentita, Le dirò. Perchè una volta, pensando alla storia della letteratura italiana, ho scoperto che in Italia, quando nasce un grande poeta, entro poco tempo ne nasce un altro. Guardi Dante e Petrarca, Ariosto e Berni, Tasso e Tassoni, Manzoni e Leopardi. Anche nel nostro secolo ne abbiamo due. Non parlerò di quello che è nato prima. Testa forte, signor mio, testa grande, ma nato sotto una stella disperata. Il mondo non conoscerà mai quel nome. Io lo conosco, è nato nel 1829, anno di guerra, anno di carestia, anno del diavolo. Lei è nato nel 1843, mi pare?

X. (fa un cenno affermativo).

Snìchele — Sicuro, vi è quasi la stessa differenza di età che fra Manzoni e Leopardi. Io dunque ho letto il Suo libro. Una rivelazione, signore. Quella modernità di concetti, quella classica perfezione di forma....

X. (sorridendo) — Grazie, grazie.

Snìchele — Perchè Lei ha studiato molto anche i greci; dica la verità. Per esempio, quei versi

dell’ode sullo Spartaco di Vela: [p. 110 modifica]

Tu che furor nel marmo
Spirasti


ricordano un epigramma....

X. (sorpreso). — Per bacco, ma Lei ne sa molto!

Snìchele (sospirando), — Si signore, ho studiato molto. Tal quale ella mi vede, possiedo un grado accademico, sono il dottor Snìchele. Mio padre era un signore e mi ha educato da signore. Io avevo il delirio dello studio, ho passato sui libri, per molti anni, i giorni e le notti, tanto che un capo ameno applicò a me, in quel tempo, i versi del Buratti:

Tu che le carte argoliche
Versi con man diurna,
Versi con man notturna,
Con tute do le man....


(Si alza, va a sedere accanto a X e continua sottovoce). — Vede in che paese siamo? C’è una greppia per qualunque asino, qui; ma crede Lei che vi sia un pane per me? Signor no. Ero impiegato alla Biblioteca e mi hanno licenziato [p. 111 modifica]per economia. Io son pronto a far qualunque cosa, concorro a qualunque misero posto. Non mi tocca mai niente. Fœdere non valeo, mendicare erubesco. S’immagini che oggi non ho ancora mangiato niente, sono sfinito. Non domando nulla, ma se Lei di Sua spontanea volontà facesse qualche cosa, qualche piccola cosa per questo Suo ammiratore....

X. (rannuvolato). — Mi rincresce, sa, ma non posso far niente.

Snìchele (a voce bassissima), — Un’inezia, due lire! una lira sola! Anche meno!

X. — Vi pare? Non vi avvilite cosi! Dopo i discorsi che fate! È brutto.

Snìchele — Basta, basta, non ne parliamo più. (La padrona porta il latte all’ovo). Buon appetito, signore (X si serve senza rispondere). Mi perdoni, non vorrei ch’Ella sospettasse in me un qualche rancore. Dio me ne guardi! Non avrò che venerazione, per Lei, fino alla morte. Anzi Le dirò che avendola conosciuta personalmente, mi metterò di maggior lena a un lavoro sopra di Lei, che vorrei pubblicare. [p. 112 modifica]X. (fa una smorfia). Snìchelb — Non tema che Le domandi denaro per questo; sarebbe un’indelicatezza. Ho qui degli amici che mi hanno promesso di aiutarmi. Da un pezzo sto raccogliendo tutti i riscontri de’ Suoi versi con la poesia antica e moderna, italiana e straniera. Sarà come un trattato di letteratura universale e di buon gusto. Di poesia straniera me n’intendo poco, ma sento spesso parlarne da chi ne sa molto, e recipe taccuino. Intende? Tutti professori e letterati. Suppongo ch’Ella ne avrà piacere?

X. (inquieto). — Faccia pure, faccia pure.

Snìchele — Dico bene. Per esempio quella Sua magnifica idea....

Brillano i fini denti di salgemma.
l’ha avuta dicono anche un altro, un francese...

X. (interrompendo). — Non è vero!

Snìchele — Che non sia vero? Corpo di bacco! Guardi un poco! E quest’altra:

Se il caro capo tuo diventa bianco
Sarà come un mandorlo a primavera

dicono.... [p. 113 modifica]X. — Ma non è vero!

Snìchele — Neanche questa? Oh guardi! Non c’è proprio da fidarsi. E ne avrò notati un centinaio, capisce, di questi passi. (Pausa). Senta, io glieli mando. Veda Lei, faccia Lei. Se non vanno, ci vorrà pazienza; abbruci. Va bene? (X. si stringe nelle spalle con affettata indifferenza). Scusi, signore, mi dica proprio: debbo mandare o no?

X. (dopo un breve indugio). — Peuh, mandi pure. Poco male; vedrò per curiosità. (Chiama la padrona e paga), Snìchele — Perchè dovrò forse far ricopiare gli appunti.... Poi ci sarà la spedizione raccomandata.... Spese, insomma.

X. (posando sul tavolino una lira). — Ecco.

Snìchele {chinandosi a contemplar la lira senza toccarla e parlando come fra sé). — La lira del poeta, eh la lira del poeta sicuro..... sicuro

X. Non è buona?

Snìchele — Eh si signore, facevo solo cosi da me un piccolo conto. Circa quindici pagine a dieci centesimi la pagina fanno una lira cinquanta [p. 114 modifica]per il copista... poi c’è la Posta... mettiamo cinquanta centesimi... Ci sarebbe anche la carta... sì, insomma un’altra lira sola può bastare. Sì, dico, perchè le cose siano fatte bene.

(X. gli dà un’altra lira e si alza per uscire. Snìchele pure si alza e dice recando la mano al cappello): — Ha premura, signore, per la spedizione?

X. (sdegnosamente). — Che, che!

Snìchele (facendo un profondo inchino). — Resto coll’onore.

X. (asciutto). — Buon giorno. (Esce).

Snìchele — (sedendo) — Parona!

Padrona — Cossa?

Snìchele [freddo e serio) — Mi ghe digo ludri.

Padrona (che non ha inteso) — Cossa ghe diselo?

Snìchele — Gnente. La stoza qua, e pò un cafè de bojo, la cesta, e de l’acqua fresca col mistrà che adesso ghi n’è, gala capìo?