I pescatori di trepang/23. I prigionieri

23. I prigionieri

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22. Le vendette dei papuasi 24. Il capo Uri-Utanate
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CAPO XXIII.

I Prigionieri



Il marinaio non si era ingannato. Quella foresta era così irta di ostacoli, che non erano capaci di superarli nemmeno strisciando come serpenti, costringendoli a fare degli immensi giri sotto quell’ammasso enorme di gambi, di foglie e di fiori che li soffocava e li imprigionava in tutti i modi.

Vi erano colà migliaia e migliaia di piante addossate confusamente le une addosso alle altre, non potendo reggersi da sole, poichè il pepe è un arrampicante che ha molta somiglianza colle nostre viti. Avendo trovato un terreno [p. 234 modifica] adatto, senza dubbio alluvionale, si erano sviluppate enormemente, incrociandosi in tutti i versi e allungandosi in tutte le direzioni.

Queste piante, che sono di specie diverse, piper nigrum, piper lungun, magro piper, ecc., crescono in India, a Ceylan, in parecchie isole americane, nelle Guaiane, specialmente in quella francese, ma la loro vera patria è la Malesia.

Come si disse, somigliano alle nostre viti, crescono liberamente nelle isole malesi, ma se si vuol ottenere un raccolto abbondante e scelto, bisogna coltivarlo con molta cura.

Producono fiori senza calice, in grappoli, lunghi, bianchi e da questi escono le bacche che dapprima sono verdi, poi rosse, quindi gialle.

Si raccolgono prima che siano perfettamente mature, poichè allora perderebbero il loro sapore bruciante e si mettono a seccare al sole, quindi a fuoco lento finchè diventano nere o brune e rugose.

Questo è il pepe nero, ed è il migliore; quello bianco invece si ottiene in un altro modo. Si lascia maturare fino ad un certo grado, poi si mette a macerare uno o due giorni in una soluzione di acqua e di calce, spogliandolo in tal modo delle parti esterne del pericarpo, poi si fa asseccare come l’altro. Questo pepe è meno forte e meno aromatico e la sua azione è meno attiva.

Quello che cresce nella Nuova Guinea, nelle Molucche e isole vicine, ha grappoli lunghi un pollice, grossi come una piccola penna da scrivere e le bacche sono grigie. Il sapore di queste è più acre e meno grato del pepe che si raccoglie nell’India, ma l’odore è eguale.

Quello coltivato nella Giamaica, e che viene chiamato pimento o pepe garofolato dagli inglesi, dà le bacche grosse come un pisello, rugose, d’un color grigio-rossastro. È più aromatico del nero, avendo il profumo della cannella e del garofano, ed è egualmente piccante.

Il pepe di Cajenna, che è il più forte di tutti, tanto che non lo si può inghiottire se non si è abituati, è una capsula prodotta da una pianta speciale che è ben diversa dal pepe comune, chiamata capsicum baccatum.

È strano che questo misero granello abbia potuto [p. 235 modifica] mettere in comunicazione, in tempi anche molto antichi, le genti dell’Europa con quelle dell’India! Infatti anche al tempo dei romani, era un articolo importantissimo e si mandavano in quelle lontane regioni indostane degli uomini ad acquistarlo.

Si pagava però molto caro allora, a peso d’oro e d’argento, ed è rimasto il proverbio: caro come il pepe. Serviva perfino d’imposta ai vinti ed ebbe l’onore di servire di riscatto a Roma.

Il papuaso, Cornelio e Wan-Horn, sternutando fragorosamente e continuamente, essendo il suolo sparso di bacche già mature esalanti acri odori, si dibattevano furiosamente in mezzo a quelle migliaia di tronchi contorti ed arruffati, atterrandoli, recidendoli colla scure o strappandoli per farsi un po’ di largo.

Procedevano però con molta lentezza ed erano costretti ogni qual tratto a riposare ed a tergersi il sudore che li inondava, facendo un caldo insopportabile sotto quegli ammassi di vegetali.

Verso la una però, le piante cominciarono a diradarsi e poco dopo i naufraghi riguadagnavano la grande foresta.

— Era tempo! esclamò Cornelio, fra uno sternuto e l’altro. Là dentro si correva il pericolo di soffocare.

— Fumo come una zolfatara, disse il marinaio. Se non sono cotto, poco ci manca.

— Ci riposeremo un po’ all’ombra di quell’arecche, Wan-Horn.

Stavano per dirigersi verso l’albero, quando videro il papuaso celarsi rapidamente dietro ad un cespuglio.

— Cosa succede?... Che vi siano gli Arfaki? chiese Cornelio, guardando intorno.

— Non vedo nessuno, rispose il marinaio.

Ad un tratto s’abbassò bruscamente, facendo segno a Cornelio d’imitarlo.

— Cos’hai veduto? gli chiese il giovanotto.

— Sta per giungere una splendida colazione, rispose il marinaio. Guardate lassù, su quell’albero: ah! Come sono belli!...

Cornelio guardò in alto e non potè trattenere un grido di meraviglia.

Quindici o venti uccelli si erano posati su d’un grosso [p. 236 modifica] ramo e saltellavano, scaldandosi ai raggi del sole, ma quali splendidi volatili!... Tutte le tinte dei tessuti più splendidi, tutti i riflessi metallici, tutti i colori del prisma, si confondevano sulle loro penne.

Erano un po’ più grossi dei piccioni, quasi come una gallina faraona, colla testa giallo-dorato sopra, verde-dorata sotto, il dorso color marrone con ondeggiamenti leggermente dorati, la coda arricciata e di sotto le loro ali sfuggivano, d’ambe le parti, due grandi ciuffi di penne leggiere, morbidissime, giallo-pallide, con riflessi argentei.

In mezzo ai raggi di sole, che facevano scintillare tutte quelle splendide tinte, non parevano più uccelli, ma stravaganti mazzi di fiori cosparsi di pietre preziose.

— Che superbi volatili! esclamò Cornelio. Non ne ho mai veduti di più belli, nè credo che ne esistano in altri paesi.

— È vero, signore, disse Wan-Horn. Questi superano tutti e non hanno avuto torto a chiamarli uccelli del paradiso.

— Ah! Sono i famosi uccelli del paradiso?...

— Sì, signor Cornelio.

— Se sono così belli, non devono esser cattivi allo spiedo, Wan-Horn.

— Sono deliziosi, anzi profumati, nutrendosi di noci moscate e di fiori del garofano, e poi il nostro amico papuaso sarà ben contento di tenersi le penne. Guardate con quali occhi spia quegli uccelli.

— E cosa farà delle penne?

— Ve lo dirò dopo: facciamo fuoco, prima che fuggano.

Alzarono i fucili, mirarono con somma attenzione, e fecero fuoco simultaneamente.

Due uccelli, colpiti a morte, caddero roteando, mentre gli altri, spaventati da quella fragorosa detonazione, fuggivano via come una volata di fiori.

Cornelio s’affrettò a raccogliere le prede, osservandole con viva curiosità, mentre Wan-Horn accendeva un allegro fuoco premendogli più la carne che le penne.

Il papuaso, che pareva contentissimo di quella doppia scarica, preso un uccello si mise a spennarlo delicatamente, mettendo da parte, con somma cura, le piume.

— Ma che cosa vuol farne? chiese Cornelio al marinaio. Forse ornarsi la capigliatura?... [p. 237 modifica]

— No, signor Cornelio, serviranno a fabbricare due uccelli del paradiso che poi venderà ai chinesi, ai malesi od ai nostri compatrioti.

— Fabbricherà due uccelli?...

— È la parola esatta, signor Cornelio disse Horn, ridendo.

— Non ti comprendo.

— Mi spiegherò meglio. Vi dirò adunque che gli uccelli del paradiso sono ricercatissimi, sia dai chinesi che li adoperano per abbellire le loro stanze, sia dagli europei, i quali poi li vendono ai musei ed ai grandi negozi antichi di penne di lusso.

I chinesi e soprattutto i malesi, vengono quindi ad acquistarli nella Nuova Guinea o alle isole Arrù, non essendovene in altri luoghi e li pagano bene, guadagnando molto. I papuasi perciò, fanno a quegli splendidi volatili una guerra accanita.

Per non guastarli o rovinare le penne colle freccie, si servono della cerbottana, lanciando dei sottili cannelli, muniti all’estremità superiore d’una pallottola di creta, o di archi che lanciano delle freccie formate con nervature di foglie di latanieri.

Talvolta invece spiano l’albero fra i cui rami gli uccelli vanno a dormire, lo salgono durante la notte e ai primi albori lanciano i loro proiettili. La pallottola di creta basta per stordirli e farli cadere.

— I furbi!... esclamò Cornelio.

— Come ben potete immaginare, con simile guerra accanita, gli uccelli cominciarono a diventare diffidenti e rari; i papuasi allora pensarono di ricorrere all’inganno.

Cambiando, gli uccelli, le penne una volta ed anche due all’anno, gl’indigeni le raccolgono con somma cura, poi prendono delle colombe od altri uccelli bellissimi e somiglianti ai primi e vi accomodano quelle splendide piume dai colori smaglianti. Sanno imitarli così bene e con tanta valentia, che è molto difficile accorgersi dell’inganno e vi assicuro che molti musei di zoologia possiedono delle parozie e delle colombe, credendo in buona fede d’avere dei veri uccelli di paradiso.»

— E i malesi lo sanno? [p. 238 modifica]

— Non ignorano che i papuasi falsificano quei volatili, ma non sanno distinguerli dai veri.

— Così il nostro amico papù, con queste penne fabbricherà due nuovi uccelli.

— E anche quattro, signor Cornelio, e otterrà in cambio delle ghiottonerie o delle bottiglie di liquori o delle armi.

Mentre chiacchieravano, il figlio del koranos1 Uri-Utanate aveva impacchettato le piume entro una grande foglia d’arecche, e aveva messo i due volatili sui carboni.

Mezz’ora dopo i due naufraghi e il selvaggio assalivano l’arrosto che era delicatamente profumato di noci moscate, poi si mettevano in marcia, essendo impazienti di ritrovare il boschetto e quindi i loro compagni.

La foresta non era più fitta come prima, quantunque fosse ingombra di piante arrampicanti conosciute dai malesi col nome di giunta wan (urcola elastica) appartenente al genere delle apocinee, le quali producono una specie di gomma che viene adoperata anche come vischio e da immensi rotang (calamus) specie di liane che hanno un diametro di pochi centimetri ma che raggiungono delle lunghezze inverosimili di duecento e perfino di trecento metri. Vi erano però qua e là degli spazi quasi liberi, i quali permettevano ai naufraghi di procedere molto speditamente.

Il papuaso, da vero uomo dei boschi, li guidava senza mai esitare e mantenendo una via più o meno dritta, ma che doveva condurlo infallantemente al boschetto di noci moscate. Ogni qual tratto guardava il sole per regolarsi, poi raddoppiava il passo scostando i rami o abbattendo o strappando le liane che potevano offendere o impedire il passo ai suoi salvatori.

Verso le tre egli si volse a Wan-Horn, e dopo di aver dato una rapida occhiata in giro, disse:

— Il boschetto è laggiù, dietro quei tek.

— Sono vicini, signor Cornelio! gridò il marinaio. Possono udire un colpo di fucile.

— Ah! esclamò Cornelio. — Finalmente, rivedrò mio zio e Hans.

Alzò il fucile e lo scaricò in aria, ma nessuna [p. 239 modifica] detonazione vi rispose. Il marinaio ed il giovanotto si guardarono in viso con viva ansietà.

— Nulla disse il marinaio, impallidendo.

— Che siano partiti?

— Io non lo so, ma le mie inquietudini raddoppiano.

— Che siano addormentati?

— A quest’ora?... Non sono che le tre, signor Cornelio. [p. 240 modifica]

— Si saranno messi in cerca di noi.

— È possibile, ma spero che troveremo qualche segnale. Affrettiamoci!

Si misero a correre tutti e due, preceduti dal papuaso il quale aveva compreso che doveva essere accaduto qualche grave avvenimento e dopo dieci minuti giungevano nel boschetto di noci moscate.

Cornelio e Wan-Horn s’arrestarono, entrambi pallidissimi, gettando sguardi ansiosi sotto quelle piante, ma non videro alcuno. Solamente delle colombe coronate occupavano i rami, mangiando le frutta saporitissime.

— Non ci sono più!... esclamò il giovanotto con voce strozzata. Gran Dio!... Dove li ritroveremo noi?

— Vediamo, signor Cornelio. Non è possibile che siano partiti, senza lasciare qualche cosa per noi.

S’inoltrarono sotto gli alberi e giunsero sul luogo ove si erano accampati il capitano, Hans ed il chinese. Vi erano delle tracce: dei pezzi di pane di sagu, gli avanzi d’un fuoco, una piccola tettoia semi-sfasciata, delle penne di colombe, ma null’altro.

— Niente, nemmeno un biglietto che ci indichi la via da loro presa! esclamò Wan-Horn, con disperazione.

Ad un tratto, mentre stavano frugando le erbe ed i cespugli, videro il papuaso, che si era allontanato per cercare le tracce del capitano e dei suoi compagni, ritornare correndo. Il suo volto manifestava una profonda ansietà.

— Là! esclamò egli, mostrando al marinaio il margine della grande foresta.

— Cos’hai veduto? chiese Horn, che ebbe un lampo di speranza. Degli uomini bianchi forse?

— No, ma vieni.

Cornelio e Hans lo seguirono e giunsero sotto alcuni colossali durion. Colà, con grande angoscia, scorsero a terra alcuni [p. 241 modifica] pani di sagù che parevano fossero stati schiacciati, delle palle di fucile, un pezzo della giacca del capitano e che pareva fosse stato violentemente strappato, un cappello che riconobbero appartenente al chinese, poi alcune freccie infisse nei tronchi degli alberi, una mazza semi-spezzata e dei cordami di fibre di rotang.

— Cos’è accaduto? esclamò Cornelio, con voce rauca.

— Qui si è combattuto! esclamò Horn, strappandosi i capelli. I selvaggi hanno assalito i nostri compagni!...

— E forse mio zio, mio fratello, il chinese sono stati uccisi.

— No..., aspettate!...

Il marinaio si era precipitato fra le erbe e aveva raccolto un pezzo di carta semi-strappato, che giaceva ai piedi di un arecche. Sopra vi erano delle parole scritte colla matita.

— Leggete, signor Cornelio diss’egli.

Il giovanotto lo spiegò e lesse:

“Rapiti dai selvaggi: ci portano verso la Durga. — Wan-Stael„.

— Sono stati sorpresi e fatti prigionieri disse il marinaio. Ma da chi?... Dai Papuasi o dagli Arfaki?... Che li serbino schiavi o che li mangino più tardi?... Uri-Utanate!...

Il papuaso parve che non lo udisse: egli aveva staccata una freccia infissa nel tronco d’un albero e la guardava con viva attenzione.

— Uri-Utanate!... ripetè il marinaio.

Il selvaggio questa volta lo udì e gli si appressò dicendo:

— Io conosco queste freccie.

— Le conosci?... esclamò Horn.

— Sì, e appartengono ai guerrieri della mia tribù.

— Sei certo di non ingannarti?

— Non m’inganno.

— Ma per quale motivo la tua tribù si è spinta fin qui?

— Mio padre l’ha condotta.

— Per sorprendere i nostri compagni?...

— No, poichè non poteva saperlo, ma per salvare me dalle mani degli Arfaki. Egli deve essere stato avvertito della mia prigionia da un mio compagno, il quale potè fuggire all’agguato tesomi. [p. 242 modifica]

— E per vendicarsi della tua morte, se la prende coi nostri compagni.

— No, noi facciamo la guerra anche agli uomini bianchi che ci hanno maltrattati più volte e mio padre può averli creduti suoi nemici.

— E li ucciderà?...

— No, mio padre non uccide i prigionieri e non li mangia: li tiene schiavi.

— Ma noi li libereremo, dovremmo dare fuoco al tuo villaggio.

Il papuaso sorrise:

— Il figlio di Uri-Utanate è stato salvato da voi ed è vostro schiavo. Quando mio padre lo saprà diverrà l’amico [p. 243 modifica] degli uomini bianchi e vi farà condurre tutti nella vostra patria.

— È lontana la Durga?

— Due giornate di marcia.

— Quando credi che sia avvenuto l’assalto?

— All’alba, poichè questi rami spezzati sono ancora umidi di linfa. Se fossero stati recisi ieri sera, sarebbero ormai asciutti.

— Signor Cornelio, partiamo senza perdere un minuto disse il marinaio. Fra quarant’otto ore noi riabbracceremo il capitano, Hans, ed il chinese.

— In cammino, Wan-Horn. Mi sento tanto forte ora, da fare dieci leghe senza arrestarmi.

Raccolsero il sagù disperso fra le erbe, poi si rimisero in marcia inoltrandosi nella gran foresta che si estendeva verso l’ovest.




Note

  1. Capo.