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i prigionieri 241


pani di sagù che parevano fossero stati schiacciati, delle palle di fucile, un pezzo della giacca del capitano e che pareva fosse stato violentemente strappato, un cappello che riconobbero appartenente al chinese, poi alcune freccie infisse nei tronchi degli alberi, una mazza semi-spezzata e dei cordami di fibre di rotang.

— Cos’è accaduto? esclamò Cornelio, con voce rauca.

— Qui si è combattuto! esclamò Horn, strappandosi i capelli. I selvaggi hanno assalito i nostri compagni!...

— E forse mio zio, mio fratello, il chinese sono stati uccisi.

— No..., aspettate!...

Il marinaio si era precipitato fra le erbe e aveva raccolto un pezzo di carta semi-strappato, che giaceva ai piedi di un arecche. Sopra vi erano delle parole scritte colla matita.

— Leggete, signor Cornelio diss’egli.

Il giovanotto lo spiegò e lesse:

“Rapiti dai selvaggi: ci portano verso la Durga. — Wan-Stael„.

— Sono stati sorpresi e fatti prigionieri disse il marinaio. Ma da chi?... Dai Papuasi o dagli Arfaki?... Che li serbino schiavi o che li mangino più tardi?... Uri-Utanate!...

Il papuaso parve che non lo udisse: egli aveva staccata una freccia infissa nel tronco d’un albero e la guardava con viva attenzione.

— Uri-Utanate!... ripetè il marinaio.

Il selvaggio questa volta lo udì e gli si appressò dicendo:

— Io conosco queste freccie.

— Le conosci?... esclamò Horn.

— Sì, e appartengono ai guerrieri della mia tribù.

— Sei certo di non ingannarti?

— Non m’inganno.

— Ma per quale motivo la tua tribù si è spinta fin qui?

— Mio padre l’ha condotta.

— Per sorprendere i nostri compagni?...

— No, poichè non poteva saperlo, ma per salvare me dalle mani degli Arfaki. Egli deve essere stato avvertito della mia prigionia da un mio compagno, il quale potè fuggire all’agguato tesomi.