I drammi della schiavitù/18. Una vela sull'orizzonte

18. Una vela sull'orizzonte

../17. Sotto l'equatore ../19. La rivolta IncludiIntestazione 4 settembre 2020 100% Da definire

17. Sotto l'equatore 19. La rivolta
[p. 137 modifica]

XVIII.


Una vela sull’orizzonte.


L’indomani la calma equatoriale tornò ad immobilizzare la zattera, con grande disperazione dell’equipaggio che temeva di terminare le provviste molto tempo prima che sull’orizzonte apparissero le lontane coste dell’Africa. Per maggior disgrazia la temperatura già fin troppo ardente aumentò ancora, rendendo l’aria quasi irrespirabile ed accrescendo smisuratamente la sete, che le scarse razioni d’acqua non erano sufficienti a spegnere.

Un piccolo termometro, rinvenuto in una cassa di vesti e che era stato appeso all’albero, segnò all’ombra della vela, poco prima del mezzodì, 50 gradi!

L’Oceano sotto quella vera pioggia di fuoco, fumava come una zolfatara e riflettendo quei raggi implacabili accecava i disgraziati che erano di guardia sul ponte. Era diventato liscio come una smisurata lastra di metallo e di una tinta cerulea, che stancava gli sguardi e che produceva una grande tristezza nell’animo di tutti.

Kardec, malgrado vedesse esaurirsi rapidamente la provvista d’acqua che il gran calore assorbiva, nonostante che i barili venissero costantemente bagnati e coperti, dovette aumentare la razione giornaliera per non scatenare una ribellione. Nella distribuzione dei viveri poi, constatò che alcuni affamati, eludendo la sorveglianza dei marinai di guardia, durante la notte avevano fatto dei vuoti considerevoli nella cassa delle conserve alimentari e nei barili dei biscotti.

Furioso per tale scoperta, che impunita poteva creare delle funeste conseguenze per tutti, giurò che se avesse scoperto i ladri li avrebbe fatti appiccare senza giudizio o gettare ai pescicani, ed ordinò che un uomo armato vegliasse per turno attorno al piccolo magazzino di viveri. [p. 138 modifica]

La giornata trascorse fra le torture della sete. Tutti, chi più chi meno, soffrivano la scarsità d’acqua, ma Kardec fu irremovibile ed alle minacce rispose con altre minacce e per impedire che i più violenti ricorressero a dei mezzi estremi e s’impadronissero con le armi delle provviste, fece gettare in mare i fucili, non serbandone che tre.

Quell’uomo, malgrado tutto, era dotato di una energia poco comune, e sapeva ancora imporsi a quelle genti brutali e poco previdenti.

Anche alla notte il vento non soffiò e la zattera rimase quasi immobile, lasciandosi trasportare solamente dalla marea.

Verso la mezzanotte vi fu un allarme che per alcuni istanti rianimò lo spirito abbattuto dell’equipaggio, ma che poi accrebbe invece la tristezza in tutti i cuori. Un marinaio, che si era arrampicato sull’albero per accomodare un cavo, aveva segnalato verso il sud, parecchi punti luminosi, che brillavano a fior d’acqua.

In un baleno tutti furono in piedi credendo che fossero i fanali di posizione di una o più navi e Kardec fece caricare i fucili per fare dei segnali di soccorso, ma si constatò invece, con un terrore facile ad immaginarsi, che quei fuochi altro non erano che le bocche di sei o sette smisurati pescicani, che avevano fiutato la presenza della preda.

Infatti poco dopo si videro quei mostruosi pesci guazzare nelle acque della zattera, mostrando le loro immense bocche che di notte tramandano una luce vivida e sinistra. Un coro d’invettive e di minacce accolse quella terribile banda, che colla sua presenza, nulla di buono pronosticava.

– Brutto segno – disse il dottore a Seghira. – Il loro istinto li guida là, dove sono certi di avere delle prede.

– Che assalgano la zattera? – chiese la schiava.

– Non l’oseranno, quantunque siano dotati di tale slancio, da innalzarsi di parecchi metri fuori dall’acqua.

– Sono feroci?

– Formidabili, Seghira. Guidati dal loro istinto meraviglioso seguono con una ostinazione incredibile le navi pericolanti, le scialuppe cariche di naufraghi, le zattere ed anche le navi negriere, attendendo pazientemente che una tempesta, o una epidemia, o qualche cosa di peggio, diano a loro delle prede umane.

– Sono adunque ghiotti di carne umana?

– Assai, Seghira. Vivono ordinariamente di tonni, di seppie, di merluzzi, di molluschi, ma soprattutto preferiscono l’uomo che in un solo boccone divorano, avendo sovente, la loro bocca, una [p. 139 modifica] circonferenza di un metro. Hanno però delle preferenze molto strane: apprezzano più la carne dell’uomo bianco a quella dell’uomo di razza mongola; i mongoli ai negri e questi ai malesi, mentre invece gli antropofaghi preferiscono la carne di tutte le altre razze a quella bianca, che dicono essere troppo amara e salata.

«Si afferma anzi che i pescicani apprezzano più quella del fanciullo a quella dell’adulto e quella della donna a quella dell’uomo.

– Mi guarderò bene dal cadere nelle loro mascelle, dottore – disse Seghira, sorridendo. – È mangiabile la loro carne?

– È pessima, ma in mancanza d’altro può servire e se i viveri verranno meno sulla zattera, i marinai cercheranno di prenderne qualcuno.

– M’incaricherò io, dottore, di far abboccare a loro un ancorotto – disse Vasco che si era avvicinato. – Io odio questi divoratori di uomini.

– To'! – esclamò Seghira. – Ancora la fosforescenza di ieri sera!...

Infatti l’Oceano si copriva di scintille luminose come la notte precedente, ed attraverso alle cupe acque si vedevano scorrere delle lunghe strisce argentee, fosforescenti.

Quasi subito, fra la banda dei pescicani che si teneva a poppa della zattera, si manifestò una viva agitazione e poco dopo si videro nuotare fra quei bagliori, immergendosi e risalendo a galla con gran fracasso. Le code poderose lanciavano dovunque degli sprazzi d’acqua e dalle loro enormi gole uscivano dei sospiri così potenti, che si potevano paragonare al tuono udito a grande distanza.

– Hanno trovato la zuppa – disse Vasco, che osservava attentamente quelle rumorose manovre.

– Quale zuppa? – chiese Seghira, sorpresa.

– Guardate là, in quello spazio d’acqua illuminata dalla fosforescenza. Non vedete nulla?

Seghira e il dottore guardarono nella direzione indicata e scorsero degli strani molluschi, galleggianti fra le due acque, a varie profondità, di una meravigliosa bellezza. Si sarebbero scambiati per dei superbi fiori sfolgoranti di luce, abbandonati fra la spuma delle onde, bianchi gli uni, gialli gli altri, od azzurrini, o violetti, o d’un rosa pallido. Pareva che colà vi fossero rose, garofani, margherite, crisantemi. [p. 140 modifica]

– Cosa sono quei fiori? – chiese Seghira, il cui stupore cresceva. – Forse quelli dell’Oceano?

– Sono anemoni – disse il dottore. – Dei molluschi che hanno abbandonato il fondo dell’Oceano e che emigrano lasciandosi trasportare dalla marea e cullare dalle onde.

– Una vera zuppa pei pescicani – disse Vasco.

– Ma si direbbero fiori, dottore.

– Infatti, ne hanno la forma ed anche i colori, ma se tu osservassi meglio quegli animali-piante, vedresti invece che sono formati da un semplice sacco trasparente, munito all’estremità inferiore di una specie di coda per appiccicarsi alle rocce del fondo dell’Oceano e all’estremità superiore di una corona di tentacoli che ripiegati o distesi in varie guise, dà a loro l’apparenza di garofani viventi, di rose, di margherite, di crisantemi ecc. Comunque sia, essi sono i più belli ed i più curiosi fiori dei giardini del mare.

– E non si possono prendere?

– Fra le onde li vedi così splendidi; se li raccogli, perdono le loro superbe tinte e non ti rimane in mano che una borsa appiattita, uno straccio di carne gelatinosa. Quei molluschi sono le sensitive del mare; toccati si chiudono, perdono la forma ed il colore.

– Ma perchè lasciano il fondo dell’Oceano? – chiese Vasco.

– Per cambiare luogo e trovare un posto più ricco di prede.

– Ma sono divoratori quei molluschi?

– Sono di una voracità spaventevole, Vasco. La loro esistenza si riassume in una sola parola: divorare. Il loro corpo è sempre in moto per inghiottire e tutto sparisce in quel sacco.

«Osservali bene: vedi tu fra i tentacoli che formano la corona, quei fiori sfolgoranti di luce? Ebbene è là che si apre una gran bocca, la quale tutto inghiotte, siano prede vive o morte, non importa.

– Ma di quali mezzi dispongono per vincere i pesci che son meglio armati e più veloci?

– Gli anemoni affrontano i granchi muniti di robuste tenaglie e li vincono. Fissati alle rocce del fondo, immobili come una pianta, splendidi come un mazzo di fiori dai mille colori, aspettano pazientemente che le prede vadano a passeggiare in mezzo ai loro giardini. Ad un tratto quei fiori si agitano, i tentacoli si distendono avidamente, afferrano gli imprudenti attirati da quegli splendori fatali e li fulminano con un potente veleno.

«Il fiore si apre e le prede, soffocate ed avvelenate da quei [p. 141 modifica] graziosi tentacoli precipitano nella bocca, spalancata fra la ghirlanda di fiori. Poco dopo il sacco che forma lo stomaco si rovescia come un guanto e restituisce i gusci delle conchiglie o le branchie dei crostacei ridotte in pasta da un succo gastrico violento e corrosivo.

«Quando gli anemoni hanno spopolato i dintorni del loro giardino, e che la fame si fa sentire, si rovesciano colla borsa in alto strisciando sulle rocce coi loro tentacoli o si trascinano lentamente sulla loro ventosa o si staccano completamente, abbandonandosi alle onde e vanno a portare altrove le loro stragi.

– Ditemi, dottore – chiese Vasco – è vero che gli anemoni anche tagliati si riproducono?

– Sì, al pari delle stelle di mare, tagliati anche in venti pezzetti, non muoiono. Ogni pezzo a poco a poco si ricostruisce e diventa un altro anemone perfetto e pronto a divorare.

– Che vita dura hanno quei molluschi!... – esclamò Vasco. – Che disgrazia che negli uomini non si riproducano almeno le membra tagliate!

– Lo spettacolo sta per terminare – disse Seghira.

Infatti gli anemoni, accortisi della presenza dei pescicani che avevano cominciata la loro opera di distruzione, inghiottendone a ventine in un solo boccone, stavano per ritirarsi. Si videro ripiegare bruscamente i loro tentacoli, spegnere le loro tinte brillanti, far sparire il fiore, diventare semplici borse flosce e scendere nei tenebrosi abissi dell’Oceano.

Fra gli argentei bagliori delle acque fosforescenti si videro ancora taluni polipi galleggiare in mezzo alla spuma formando delle piccole aiuole di fiori, poi anche quelli si ripiegarono e calarono bruscamente a picco, mentre i feroci squali balzavano disordinatamente fra quelle onde luminose, mostrando ora le loro enormi bocche irte di formidabili denti, o le robuste code o le loro pinne pettorali triangolari.

Alle quattro del mattino, il sole emerse bruscamente dall’orizzonte, fugando le tenebre e mettendo fine alla fosforescenza. L’equipaggio operò una precipitosa ritirata sotto le tende, poichè il calore salì di colpo a 46° mentre poco prima era disceso a 37°.

Gli implacabili raggi che parevano diventassero sempre più ardenti di passo in passo che la zattera s’appressava alle coste africane, in pochi minuti resero le tavole del ponte così scottanti, che gli uomini di guardia non potevano resistere a piedi nudi. Si dovettero inondarle parecchie volte e bagnare perfino le tende, che irradiavano anche sotto di esse, un calore insopportabile. [p. 142 modifica]

Il cielo si manteneva d’una purezza ammirabile, non una nube che attenuasse quella pioggia di fuoco e non un alito d’aria. Si poteva ben chiamare quella porzione di oceano, l’inferno dei naviganti!

Anche quel giorno fu fatto un gran salasso alla provvista d’acqua, ma con poco sollievo di tutti, poichè era così calda che non riusciva a spegnere la sete. Kardec constatò, non senza una certa emozione, che il calore e l’equipaggio in tre soli giorni avevano consumato più di mezza provvista!... Cosa sarebbe accaduto, se fra quattro giorni non incontravano qualche nave? Ormai era inutile a pensare alle coste d’Africa, troppo lontane per poterle raggiungere in un tempo così breve.

In preda a mortali angosce, s’avvicinò al dottore, che si era seduto sul limitare della tenda, guardando i pescicani, che giuocherellavano nelle acque della zattera e gli disse:

– Signor Esteban, la nostra situazione sta per diventare assai grave.

Il dottore crollò le spalle, senza rispondere.

– Mi avete compreso? – chiese il bretone.

– Sì, ma non so cosa farci – rispose Esteban con voce dura.

– Fra tre giorni l’acqua mancherà, dottore.

– Non ho i mezzi necessari per rinnovarla.

– Se si tentasse di evaporare quella dell’oceano?

– Non abbiamo nessun istrumento adatto.

– Allora morremo! – disse Kardec, impallidendo. – A meno che...

– Cosa volete dire?

– Non lo so... ma io non voglio che Seghira muoia.

Il bretone aveva pronunciato quelle parole con un’angoscia inesprimibile; quell’uomo così brutale, così spietato, così feroce, doveva amare immensamente la giovane schiava, per dimostrare una tale emozione.

Il dottore alzò lentamente il capo verso di lui, piantandogli gli occhi in viso e disse con voce ironica:

– Per Bacco!... Quanta tenerezza, signor Kardec, per quella donna, che ha pur nelle sue vene sangue negro!

– Io l’amo – disse il bretone con voce sorda ed i denti stretti.

– Vi ha stregato, adunque?...

– Sì – rispose egli, quasi con rabbia.

– Strano destino!... – riprese il dottore, con maggiore ironia. – Lasciarsi stregare voi, aguzzino di negri, da una figlia di negri, da una schiava!... [p. 143 modifica]

– Signor Esteban!... Badate!...

– Eh via!... – esclamò il dottore, ridendo sardonicamente. – Abbiamo ben altre cose da dirci fra noi, signor Kardec, e ben più gravi, se volete impegnare una lite, e poi la fame non è ancora piombata sulla zattera!...

– Cosa volete dire? – chiese il bretone con voce strozzata, mentre diventava livido.

– Nulla, parlavo fra me, signor Kardec.

– Ah no, per Iddio!... Parlate od io...

– Delle minacce a me, signor Kardec?

In quell’istante si udì una voce a urlare:

– Una vela!... Una vela!... In piedi, camerati!...

A quel grido, che forse significava la salvezza di tutti, la fine d’ogni sofferenza, d’ogni angoscia, i marinai si slanciarono all’impazzata fuori dalla tenda precipitandosi verso poppa, dove un marinaio, in piedi su di un barile, additava qualche cosa verso l’ovest. Kardec, il dottore e perfino Seghira si erano appressati a quell’uomo che con voce tremante per l’emozione, continuava a gridare:

– Una vela!... Una vela!...

– Dov’è? – chiesero trenta voci.

– Laggiù... guardate, camerati... eccola!...

Gli occhi di tutti si fissarono ansiosamente su due punti grigiastri, che radevano l’orizzonte occidentale, là dove l’oceano pareva si confondesse col cielo.

Un immenso urlo di gioia irruppe da tutti i petti.

– Sì, è una vela!...

– È un brick!...

– No, è un barco!...

– È una goletta!...

– Facciamo dei segnali!

– Vasco, i fucili! – gridò Kardec.

Il giovane ufficiale si lanciò verso la tenda, e ritornò subito, recando le carabine che in un momento vennero caricate. Le tre detonazioni ne formarono una sola.

L’equipaggio, in preda ad un’ansietà indescrivibile, attese sperando di ricevere una risposta. Un silenzio profondo, angoscioso, regnava fra tutti quegli uomini, che tenevano fissi i loro sguardi su quei due punti grigiastri come se volessero attirarli colla potenza dei loro occhi; se i pescicani fossero stati tranquilli, si sarebbe di certo udito il battito di tutti i cuori.

Il vascello di cui non si scorgevano che vagamente le vele di [p. 144 modifica]contra-pappafico, tanto era lontano, pareva immobile, quantunque soffiasse in quel momento una leggera brezza dal nord-ovest. Passarono dieci minuti lunghi come dieci ore per quei disgraziati, poi sulla cima dell’albero echeggiò un grido di disperazione.

– S’allontana! – aveva gridato un marinaio, che si era inerpicato sul pennone e che essendo più alto di tutti, poteva distinguere anche i pappafichi della nave.

Un urlo di furore rispose a quel grido.

– Ai remi!... Ai remi!...

Una pazza speranza aveva invaso l’equipaggio, pazza perchè un simile galleggiante non poteva in modo alcuno gareggiare con un veliero, per quanto fosse debole la brezza.

Tutte quelle braccia si munirono di remi, di manovelle e di tavole strappate dal ponte e si misero ad arrancare con furore, spingendo la zattera in direzione della nave, mentre Vasco continuava a sparare le carabine.

Vani sforzi! I due punti grigiastri diventavano sempre più piccoli, più invisibili, ed in capo ad un’altra mezz’ora sparvero sotto l’orizzonte.

– Siamo perduti! – esclamarono i marinai.

– Maledizione!... – gridò Kardec.

Una indescrivibile emozione regnò per alcuni istanti fra quegli uomini che parevano impazziti: urlavano, imprecavano, si strappavano i capelli, si accusavano a vicenda di aver causato la perdita della Guadiana, poi un profondo scoraggiamento s’impadronì di tutti e si lasciarono cadere sul ponte, come se le loro forze si fossero esaurite in quell’esplosione di rabbia e di disperazione, mentre la zattera, abbandonata a se stessa, navigava lentamente attraverso l’Oceano equatoriale, scortata dalla formidabile banda degli squali.