Giulio Cesare/Atto secondo

Atto secondo

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William Shakespeare - Giulio Cesare (1599)
Traduzione dall'inglese di Carlo Rusconi (1858)
Atto secondo
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ATTO SECONDO




SCENA I.

Giardino di Bruto.

Continua la notte, schiarita di tratto in tratto dai lampi. Entra Bruto.

Bruto. Olà, Lucio, vieni! — L’elevazione delle stelle m’impedisce di giudicare quanto manchi al giorno. — Lucio, dico... Potessi io pure dormire d’un sonno uguale al tuo...! Via, Lucio svegliati... svegliati...!                (entra Lucio)

Lucio. Mi chiamate, signore?

Bruto. Reca un fanale nella mia biblioteca, e ritorna.

(Lucio esce)

Bruto. Mestieri è ciò accada colla morte sua... e a spegnerlo null’altro potrebbe indurmi, che l’amore della cosa pubblica. Egli intende al trono, più non ne dubito; e quel che divenir possa una volta re, è ciò che mi dimando. Lo splendore del di fa uscire dal covo il serpente, e avverte il passeggiero d’andar cauto per la via. Il simile potrebb’essere fra noi; e coronato che sia, un’arma è posta in sue mani, con cui potrà nuocerne a suo talento. L’abuso della grandezza deriva dallo sceverare dal potere la pietà, e sebbene per render giustizia a Cesare io mai non vedessi che le passioni in lui prevalessero alla ragione; pure è una verità d’esperienza, che l’umiltà serve di scala all’ambizione ancor giovine; che l’uomo con fronte modesta va fino alla cima della piramide, a cui poscia giunto, figge gli occhi nelle nubi, nè più cura gli umili gradi per cui a tanto vertice sali. Se tale fosse Cesare... se così oprar volesse... ebbene, in siffatto dubbio si prevenga, e si annientino in lui i germi della vipera che, una volta adulti, diverrebbero malefici per legge della loro natura. (rientra Lucio)

Lucio. Il fanale risplende nel vostro studio, signore, sulla cui finestra trovai questo foglio suggellato.

Bruto. Torna ora al tuo letto, che non è ancora dì. Ma dimmi, Lucio, non occorrono dimani le Idi di marzo?

Lucio. Non lo so, signore.

Bruto. Vallo ad apprendere nel calendario, e fammene certo. [p. 111 modifica]

Lucio. Sarà fatto, signore.                (esce)

Bruto. Questi lampi, che irradiano il cielo, dan tanta luce, che mercè loro potrò leggere.               (apre il foglio e legge)

«Bruto, tu dormi; destati, e riconosci te stesso. Roma sarà essa... Parla, tuona, colpisci! Bruto, tu dormi, risvegliati, in nome degli Dei....!». Trovai spesso tali esortazioni sparse sulla mia via: Roma sarà essa...... Ecco che debbo aggiungere: Roma sarà essa immobile di spavento sotto gli sguardi d’un uomo? Che! Roma? Gli avi miei scacciarono dalle vie di Roma quel Tarquinio, che portava nome di re. Parla, tuona, colpisci! Son dovute a me tali istigazioni? Roma, io te ne fo sacramento: se possibile sarà tornarti all’antico onore, Bruto darà la vita, e ti vedrà libera.               (entra Lucio)

Lucio. Il quartodecimo dì di marzo è già spirato.

Bruto. Intesi; corri ora ad aprir la porta a quegli che batte. (Lucio esce). Dacchè Cassio cominciò ad incitarmi contro Cesare, più non ho dormito... Fra il concepire e il porre ad effetto qualche impresa feroce, l’intervallo è sempre un sogno pieno di larve e di terrori. Il genio dell’uomo, e le sue passioni armate per l’omicidio, tengono allora consiglio, e come un regno in discordia, la sua anima soffre tutti i mali d’una rivolta.     (Lucio rientra)

Lucio. Signore, v’è il vostro fratello d’amore, Cassio, che vuol vedervi.

Bruto. È solo?

Lucio. Alcuni altri lo accompagnano.

Bruto. Li conosci?

Lucio. No, perchè stanno avvolti fino agli occhi nei loro mantelli.

Bruto. Introducili. (Lucio esce). Ecco i nemici di Cesare. O cospirazione, arrossisci tu forse di mostrare a nudo la tua fronte, quando la tirannide non n’ha vergogna? Ma dove troverai caverna abbastanza cupa per adombrare il feroce tuo volto? Cospirazione, di ciò dispera, e nascondilo invece sotto sembianze di bontà, sotto atti affettuosi; chè se depor non curi i caratteri che ti son proprii, l’Èrebo stesso non avrebbe tenebre abbastanza fosche per sottrarti allo sguardo del sospetto. (entrano Cassio, Casca, Decio, Cinna, Metello, Cimbro e Trebonio)

Cassio. Temo che troppo arditi turbassimo il tuo riposo. Salve, Bruto: ti siam forse infesti?

Bruto. Sto in piedi da un’ora, e vegliai tutta la notte. Conosco io gli uomini che stanno con te?

Cassio. Sì tutti li conosci, e tutti egualmente t’onorano, e fan [p. 112 modifica]voti perchè di te abbi quell’opinione che tutta Roma nutre. Ecco Trebonio.

Bruto. È il ben giunto.

Cassio. E questi è Decio Bruto.

Bruto. M’allieta il vederlo.

Cassio. Ed ecco Casca, Cinna, Metello e Cimbro.

Bruto. Salvete tutti, onorevoli ospiti. Quali cure inquiete vi agitano, e tolgonvi i sonni della notte?

Cassio. Ho a dirti alcune parole (vanno a parte a favellare).

Decio. L’Oriente è la, se mal non m’appongo, e credo che il giorno già spunti.

Casca'. No.

Cinna. Oh! è il giorno; e quel bianco crepuscolo, che tigne le nubi, è foriero dell’aurora.

Casca. Errate entrambi. In questa direzione s’alza il sole, che cominciando ad appressarsi al mezzogiorno, reca coll’equinozio la novella stagione. Fra due mesi poi, fatto più vicino all’Orsa, vibra da quel lato i suoi fuochi, che primi indorano le vette del Campidoglio.               (Bruto e Cassio tornano nel crocchici)

Bruto. Datemi tutti la mano.

Cassio. E giuriamo di compiere quanto ci siam proposti.

Bruto. No, non giuramenti. Se la fede degli uomini, i dolori delle nostre anime, la corruttela di quest’età son deboli motivi, tronchiamo ogni proposito, e torniamo alle oziose piume, per poltrirvi nell’inazione, mentre la tirannia si pascerà nel sangue degli uomini, sgozzandone sempre finchè uno ne rimanga. Ma se, come io credo, questi motivi versano un torrente di fiamme nel seno del codardo, e attemprano a ferro sino i deboli cuori delle donne; allora, cittadini, qual altro stimolo ne occorre per la nostra grand’opera? Qual uopo avrem d’altro vincolo, se non di quello che la parola di romani cittadini ordì, e cui ritrar non vorremo nè smentire dinanzi al pericolo? Altro giuramento non sia, tranne la promessa dell’onore, che il bene vuol farsi, o che deesi morire per esso; e giurar lasciasi i vili, i fraudolenti, i traditori, che ugualmente le promesse e i giuramenti hanno in non cale. Noi non inviliamo con simili arti l’impresa nostra; non profaniamo la nostra causa con sì abbietti ingegni. Ogni stilla del nobile sangue di Roma ha degenerato nelle vene del Romano che viola una sola parola della promessa che proferì.

Cassio. Ma come ci comporteremo con Cicerone? Lo metteremo a parte della congiura, perch’ei ne appoggi colla sua eloquenza? [p. 113 modifica]

Casca. Mestieri è che Cicerone sia con noi.

Cin. Da ciò dissento.

Met. Oh! sia con noi Cicerone; e i suoi bianchi capelli ci acquisteranno il favor del popolo, e faran commendabile la nostra azione. La testa del gran vecchio dirassi aver dirette le nostre braccia, e la giovinezza e l’ardir nostro sarà velato dalla sua probità.

Br. No, non sia Cicerone con noi; non entri a parte del nostro segreto. Quell’uomo rifìuterassi sempre a seguire quel cammino che altri prima di lui ha intrapreso.

Cass. Stia dunque lungi.

Casca. E male in vero ne aiuterebbe.

Dec. Cadrà Cesare solo?

Cass. Necessaria inchiesta hai mossa. Ah! per me penso che mal si converrìa che Marco Antonio, sì caro a Cesare, a Cesare sopravvivesse, per nuocerne. Ad evitare il pericolo cadano entrambi.

Br. Tal condotta apparirebbe crudele; e brutto sarebbe riputato l’infierir contro le membra dopo aver trafitto il cuore, perocchè Antonio altro non è che una parte di Cesare. Siamo sagrificatori, ma non carnefici, Cassio; e sia contro l’ambizione di Cesare che insorgiamo, non contro il suo corpo. Oh se in noi fosse di poter domare l’ingegno di Cesare senza tuffarci nel suo sangue! Se..... ma oimè! mestieri è pur troppo che Cesare muoja..... Onde..... uccidiamolo uccidiamolo con fermezza, ma senza furore. Riguardiamo in lui siccome in ostia offerta agli Immortali, nè dismembriamolo quasi cadavere pasto d’avoltoi. Allora la nostra azione non sarà stimata effetto d’invidia, ma di necessità; e il popolo ne chiamerà purificatori, non empi. Quanto ad Antonio, non vuolsi averlo in cale: che nulla potrà contro di noi, più di quello che potrà il braccio di Cesare allorchè Cesare sarà morto.

Cass. Io però lo temo; e l’affezione radicata nel suo cuore per Cesare...

Br. Oh no, buon Cassio, non pensare a colui. S’egli ama Cesare, sarà afflitto di sua morte; ma in qual modo possa nuocerne, per me non veggo.

Treb. No, non è a temere; ei non ne nuocerà.

(suona un orologio)

Br. A che punto è la notte?

Cass. L’orologio ha battuto tre colpi.

Treb. È tempo di separarci.

Cass. Ma è incerto ancora se Cesare uscirà oggi, perocchè da [p. 114 modifica]poco in qua è fatto sì superstizioso, che crede a’ pronostici, ai sagrificii, a’ sogni. Bene quindi potrebb’essere che i terrori di questa strana notte, che le inspirazioni de’ suoi auguri, e tanti altri prodigii, lo stogliessero dall’andare in questo dì al Campidoglio.

Dec. Di ciò non temiate. Se tale è il suo intendimento, fia mia la cura di vincerlo, e di condurlo cola.

Cass. Andrem tutti da lui.

Br. Alle otto, se l’approvate.

Cin. Alle otto; e niuno mancherà.

Met. Caio Ligario è sdegnato con Cesare, che il bistrattò per aver parlato favorevolmente di Pompeo. Mi meraviglio che alcuno di voi non abbia pensato a lui.

Br. Vanne dunque a ritrovarlo, valente Metello, e invialo a me, ch’io lo disporrò a seguitarci.

Cass. Il giorno spunta... l’ultimo giorno di Cesare! Addio, Bruto... dividiamoci, amici, e mostriamoci tutti in questo gran giorno degni figli di Roma.

Br. Valorosi giovani, assumete tutti in questo dì sembianze placide e serene, quali si addicono a chi intende ad esser libero, o morire. Ecco già l’aurora, che dal primo oriente ne piove la sua benedizione... Amici, addio... e felice sia per noi tutti questo gran giorno (tutti escono, tranne Bruto). Famiglio! Lucio! olà...! In pace ei dorme. Ebbene, dormi dormi, fanciullo felice, e gusta il soave sonno, che tanta calma trasfonde nell’addolorato cuore; la tua mente non è sturbata da quelle larve, da quei fantasmi, di cui triste cure popolano le notti dell’uomo adulto, e gli fanno disperare d’ottener mai pace.           (entra Porzia)

Porz. Bruto! signore!

Br. A che vieni, Porzia? Perchè t’alzasti sì mattutina? Mal si addice alla tua gracile tempra l’aria umida dell’aurora.

Porz. Nè meglio ciò a te sta. Tu ti togliesti dal mio fianco, Bruto, senza pur guardarmi; e ieri t’alzasti dal desco all’improvviso, e camminasti lunga pezza pensoso, sospirando, affissandomi torvamente ogniqualvolta ti richiedeva del tuo dolore. Bruto, io allora ti lasciai, per tema del tuo sdegno; ma se questa cura, che ti vieta di cibarti, di dormire, di parlare, alterasse tanto i tuoi lineamenti, come ha alterato il tuo carattere, più non ti riconoscerei. Bruto, mio amato signore, fammi istrutta della causa che sì forte ti addolora.

Br. Sono infermo, e null’altro.

Porz. Bruto è saggio; e se fosse infermo, cercherebbe rimedi a ricuperar la salute. [p. 115 modifica]

Br. Ed è quanto faccio ma, buona Porzia, torna al tuo letto.

Porz. Bruto è infermo, e s’arrischia così appena per metà vestito al rigido soffio di questa brezza del mattino? Bruto è in-fermo; e si toglie al benefico tepor del suo letto, per affrontare le maligne influenze della notte, e spirare un’aria densa e insana, la quale non può che aggravare il malore? No, no, mio Bruto; sol nell’anima tua è il male di cui ti lagni; e per quei vincoli che a te mi legano, per quei diritti che su te vanto, debbo esserne istrutta. Eccomi ch’io te ne prego; eccomi in ginocchio innanzi a te; e così genuflessa ti scongiuro, in nome della vantata un tempo mia beltà, in nome di tutti i tuoi giuramenti di amore, e più che tutt’altro in nome di quel patto solenne che fece delle nostre anime un’anima sola, di rivelarmi il segreto della tua mestizia, di dirmi qual consesso si radunò qui ora.

Br. Ah! alzatevi, Porzia, alzatevi.

Porz. Non avrei avuto uopo d’inginocchiarmi, se foste ancora per me l’affettuoso Bruto. Ma rispondetemi, signore... rispondetemi. Nel nostro contratto di nozze non fu egli detto ch’io avrei parte nei vostri segreti? Non fa’ io unita vosco che per dividere il vostro letto, il vostro pasto, e ricambiar talvolta una parola con voi? Non occupo io un posto nel vostro cuore? Ah! se ciò è, Porzia è divenuta la meretrice di Bruto, non la sua sposa.

Br. Tu sei mia sposa, sei la sposa di cui vo’ altero, e che m’è cara come le goccie di sangue che alimentano la vita nell’esulcerato mio cuore.

Porz. Se ciò fosse, noto mi sarebbe già questo fatal segreto. So d’esser donna; ma son la donna che Bruto prese in isposa. So d’esser donna; ma non degenere dal nome che porto, ma non tralignata figlia del gran Catone. Credete voi che più forte io non sia del mio sesso, nata di padre tale, donna di tanto sposo? Confidatemi il segreto, e noi rivelerò; che già feci prova della mia costanza immergendomi volontaria questo pugnale nel fianco. Se tal dolore seppi portar senza gemiti, non saprò conservare i segreti del mio consorte?

Br. sommi Dei; fatemi voi degno di sì nobile donna! (battono alla porta) Odi, odi; qualcuno batte, Porzia: rientra un istante, e fra poco saprai tutti i segreti del mio cuore, tutte le cagioni che da tanto tempo mi fan mesto.

(Porzia esce; entrano Lucio e Ligario)

Br. Lucio, chi batte?

Luc. Un infermo che vuol parlarvi. [p. 116 modifica]

Br. Caio Ligario di cui mi disse Metello. Lucio, allontanati. — Ebbene, Ligario...

Lig. Accetta il saluto che ti porge una debole voce.

Br. Oh in quai tempi infermasti, valoroso Gaio!

Lig. Ogni mio male scomparirà, se Bruto vuole affidarmi una impresa d’onore.

Br. Tale è quella a cui intendo, Ligario, e di buon grado vorrei dividerla teco.

Lig. Per tutti gli Dei che adorano i Romani, eccomi mondo di ogni malore. Anima di Roma, generoso figlio di generoso padre, tu simile a un Dio, esorcizzasti il male dell’abbattuta mia anima! Ora comandami; son presto. Intraprenderò cose impossibili, e vincerò. Che deggio fare?

Br. Un’opera che renderà la salute ad alcuni uomini infermi.

Lig. Ma render non dovrà ancora infermi i sani?

Br. Sì, lo dovrà; e di ciò t’ammonirò lungo la via che dobbiam percorrere.

Lig. Precedimi; e col cuore invaso da una sacra fiamma ti seguirò in qual tu voglia impresa, lieto di tanto duce.

Br. Andianne.                                             (escono)

SCENA II.

Il palazzo dei Cesari.

Tuoni e lampi. Entra Cesare.

Ces. Nè il cielo nè la terra han requie questa notte. Tre volte Calfurnia nei suo sonno ha gridato. Ajuto! oh! uccidono Cesare! (verso una porta) Chi veglia quivi?     (entra un ufficiale)

Uff. Signore!

Ces. Va; imponi ai sacerdoti d’offrir tosto un sagrifizio, e riedi per dirmi quello che ne augurino.

Uff. Sarà fatto.                         (esce; entra Calfurnia)

Calf. Che intendete fare, Cesare? Pensereste di uscire? No, non uscirete; oggi non uscirete.

Ces. Cesare uscirà. I pericoli che minacciaronmi non sostennero mai il mio aspetto: questa volta ancora dileguerannosi all’apparir di Cesare.

Calf. Cesare, non mai ho prestato fede ai presagi; ma oggi ebbero potenza d’atterrirmi. Senza arrestarci a quanto di strano abbiam udito e veduto, un uomo che qui dimora narra prodigii anche più orribili, che tutte le ascolte attestano. Una lionessa [p. 117 modifica]sgravossi de’ suoi piccoli in mezzo alla via; le tombe si dischiusero, e resero i morti alla terra; tremendi guerrieri corruscanti di ferro balenarono su nubi di fuoco, schierati a fiera battaglia; e mentre l’aria rintronava de’ lor colpi, e il sangue scendeva a pioggia sulle cime del Campidoglio, i destrieri nitrivano, i moribondi esalavano gemiti, e gli spettri vagolanti per le vie innalzavano gridi acuti, ineffabili! Cesare, tali prodigii son fuor di natura: io mi vi prostro innanzi, e li pavento.

Ces. Qual vicenda puossi evitare, che decretata avessero gli eterni Dei? Cesare uscirà, perocchè tali fenomeni parlano cosi al mondo, come a Giulio Cesare.

Calf. Allorchè uomini da nulla muoiono, le comete non si mostrano ai mortali; ma i cieli tutti in fuoco rischiarano la morte dei re.

Ces. I vili muoiono molte volte prima di morire; ma una volta sola gli uomini coraggiosi. Di tutte le cose stupende di cui mai udissi parlare, la più inesplicabile per me è quella, che l’uomo possa sentir tanto terrore della morte, conoscendo esser questo un termine a cui ad ora prefissa devesi inevitabilmente giungere. (rientra l’Uffiziale). — Che predicono gli auguri?

Uff. Vorrebbero che Cesare non uscisse oggi; scrutando nelle viscere della vittima non poterono trovarne il cuore.

Ces. Gli Dei intesero a svergognare la codardia; e Cesare sarebbe senza cuore, come quell’animale, se paura lo stringesse a rimanersi al suo ostello. No, Cesare uscirà. Il pericolo ed io siam due leoni gemelli; ma primo io venni in luce, e sarò più terribile: Cesare uscirà.

Calf. Oimè, signore, la vostra prudenza vien meno per eccesso di sicurezza. Non uscite, ve ne scongiuro; accagionate me per questa dimora. Antonio andrà al Senato, e vi annunzierà infermo al popolo... A’ vostri piedi ve ne supplico, accordatemi questa dimanda.

Ces. Il vuoi...? Antonio rechi che la mia salute è mal ferma; e per compiacerti, m’abbia oggi il palagio mio. (entra Decio) Ecco Decio Bruto che porterà il messaggio.

Dec. Onore a Cesare! Salve, Cesare valoroso! Venni per iscortarti al Senato.

Ces. E ben venisti, Decio; ma per recar solo il mio omaggio ai Senatori, e dir loro che in questo dì non uscirò, che non voglio uscire.

Calf. Aggiungi che Cesare è infermo.

Ces. Cesare mentirà? Stesi io sì lunge questo braccio nelle [p. 118 modifica]conquiste per temere di dire il vero a’ vecchi canuti? Va, Decio, e di’ solo che Cesare non vuole uscire.

Dec. Onnipossente Cesare, nè vorrai dirmi qual cosa a ciò ti muova, onde il tuo messaggio non sia mal accolto?

Ces. Mi muove il voler mio; null’altro; e non andrò. Per appagare il Senato basterà questa parola; e ad appagar te, ch’io amo, terrò più lungo discorso. La è Calfurnia, la donna mia, che qui mi rattiene. Durante la scorsa notte ella ebbe un sogno, in cui le parve che la mia statua versasse sangue, come fontana forata in cento parti; molti Romani, ridenti in viso, attignevano di quel sangue, e fino ai cubiti vi tuffavano le nerborute braccia. Cotai visioni le appaiono come presagi d’imminenti mali; e genuflessa scongiuravami dianzi di non volerla per oggi abbandonare.

Dec. Il sogno fu male interpretato, e aver doveasi in conto di felice augurio. La tua statua da cui zampilla il sangue in tanti getti, e i Romani che sorridendo vi si bagnano, altro non dicono, se non che da te l’illustre Roma trarrà un puro sangue che varrà a ringiovanirla, mentre i grandi dello Stato s’accalcheranno a te intorno per avere un tuo ricordo. Ecco a che risponde il sogno di Calfurnia.

Ces. Così ben panni meglio esplicato.

Dec. E viemmeglio il crederai, udito che m’abbi. Ti sia noto dunque che il Senato risolvè accordar oggi una corona a Cesare; e come potesse mutar sentenza, ove ti rifiuti all’andare, ben di per te il vedrai. S’arroga a ciò che in ischerno taluno direbbe: Sciogliete il Senato fino ad altro giorno, in cui di più lieti sogni vada rallegrata la femmina di Cesare. E sapendosi Cesare ritroso all’uscire, mormorerebbesi ancora: Cesare ha timore! Perdonami, Cesare, se così libero parlo, e ne accagiona soltanto quello zelo che io sento per te.

Ces. Come imbelli ora mi sembrano i tuoi terrori, Calfurnia! Quasi arrossisco d’esserne stato vinto. Il mio pallio, olà! Cesare corre al Senato (entrano Publio, Bruto, Lioario, Metello, Casca, Trebonio e Cinna). Ma ecco Publio.

Pub. Salute a Cesare!

Ces. Sii il benvenuto, Publio. — Bruto tu pure. Valete, Ligario, Casca; valete tutti, nobili amici. Qual’ora recate?

Br. Le otto suonarono.

Ces. Vi siano rese grazie per tutte le cure che mi prodigate (entra Antonio). Nobile Marco, sebbene tu consumi in gozzoviglie le notti, non sei meno sollecito il mattino. Buon dì, nobile Marco.

Ant. M’inchino a Cesare. [p. 119 modifica]

Ces. (ad alcuni Uffiziali) Sia tutto apprestato per la mia partenza; e valga ciò a scemare i rimproveri che merito per essermi fatto tanto attendere. — Addio, Cinna; addio, Metello. Trebonio, ti serbo oggi un colloquio d’un’ora; ricordatene, e stanimi vicino, perch’io non l’obblii.

Treb. Ubbidirò; (a parte) e ti starò sì presso, che gli amici tuoi augurerannoti che mi fossi allontanato.

Ces. Venite ora meco, illustri amici, perchè libiamo insieme in una tazza agli Dei, e c’inviam poscia a prostrarci al Senato.

(entrano nell’interno del palagio)

Br. Amici ei ne chiama?... amici...? Oh Cesare! come crudelmente straziato è il cuore di Bruto!           (segue gli altri)

SCENA III.

Una strada in vicinanza del Campidoglio.

Entra Artemidoro, leggendo un foglio.

Art. «Cesare, diffida di Bruto; guardati da Cassio; non avvicinarti a Casca; abbi in vista Cinna; non confidare in Trebonio; ti stian presenti Cimbro e Metello; Decio Bruto non t’ama; offendesti Cajo Ligario. Una sola mente governa tutti costoro, ed è mente avversa a Cesare. Se non sei immortale, veglia su di te; fidanza genera congiura. Gli onnipossenti Dei ti difendano! — Il tuo Artemidoro». Qui starò; ed allorché passerà il corteo, presenterò questo foglio a Cesare in forma di supplica. Il mio cuore geme, chela virtù sfuggir non possa mai al duro dente dell’invidia. O Cesare, se leggi questo foglio, puoi vivere (1); se lo disprezzi, i destini schieraronsi sotto il vessillo dei traditori.      (esce)

SCENA IV.

Un’altra parte della medesima via dinanzi alla casa di Bruto.

Entrano Porzia e Lucio.

Porz. Te ne scongiuro, Lucio, corri al Senato. Va, non mi rispondere; va. Perchè ti arresti?

Luc. Ma qual messaggio recherovvi, madonna?

Por. Oimè me; ch’io il vorrei già fatto, e te reduce in minor tempo che non mi occorra ad esporloti. - Costanza, virtù sovrana, [p. 120 modifica] non abbandonarmi! innalza una barriera insormontabile fra il mio cuore e la mia lingua: ho l’anima virile, ma le forze soltanto di femmina. Ahi quanto è scabra in donna la fermezza! Lucio, Lucio, oimè! qui ancor dimori?

Luc. Ma che far deggio, madonna? che m’imponete di fare? Andrò io al Campidoglio senza cagione da ciò? ritorneronne io senza nulla aver operato?

Porz. Sì, va... Lucio, va; e dimmi poscia qual volto avea il tuo signore; quai sembianze portava. Nota ancora ciò che fa Cesare; nota quai supplicanti gli stanno intorno. Ascolta, Lucio. Bruto uscì stamane malato.... Ah! che rumore è questo?

Luc. Io nulla odo.

Porz. Porgi attento l’orecchio, attento... Odi tu? Intesi un fragor come di battaglia, che i venti portavano dal Campidoglio.

Luc. Affè, madonna, ch’io nulla intendo.      (entra l’Indovino)

Porz. T’accosta, passeggiero. Di dove vieni?

Ind. Da’ miei lari, nobile signora.

Porz. Che ora è?

Ind. Forse nove.

Porz. Cesare è ito al Campidoglio?

Ind. Non ancora, signora; e vo appunto ad appostarmi per vederlo quando v’andrà.

Porz. Sei forse un consigliere di Cesare? Di’, lo sei forse?

Ind. Lo sono, signora; e così piacesse a Cesare d’ascoltarmi, come lo consiglierei a ben amar se stesso!

Porz. Che! sapresti qualche pericolo che lo minacci?

Ind. Nulla, ch’io sappia; ma di molti ho tema. — M’allontano, signora, perchè qui troppo angusta è la via; e la folla di senatori, di sacerdoti, di supplicanti, di popolo, che ognor cinge Cesare, potrebbe soffocare un debole vecchio. Andrò in luogo più ampio, e parlerò al grand’uomo.                                   (esce)

Porz. Io pure debbo allontanarmi... Ah! pietà di me!.... Qual misera cosa è il cuore d’una donna!... Bruto! Bruto! Gli Dei sian propizj alla tua impresa!... (volgendosi, e vedendo Lucio, fra sè) M’avesse costui intesa....? (ad alta voce) Bruto chiederà cosa a Cesare, che Cesare non accorderà..... Ahi! ch’io già manco..... Corri, vola Lucio... rappresentami alla memoria del mio sposo... Digli che lì tu mi lasciasti... digli che in lui m’affido... Vanne, e riedi tosto colle parole che t’avrà dette.               (escono)



Note

  1. Tabellae repertae sunt in mani occisi. Appiano