Giacomo Leopardi/Appendice/IV. Appunti delle lezioni zurighesi

IV. Appunti delle lezioni zurighesi

../III. Dai manoscritti di Avellino ../../Nota IncludiIntestazione 11 dicembre 2020 75% Da definire

Appendice - III. Dai manoscritti di Avellino Nota
[p. 304 modifica]

IV

APPUNTI DELLE LEZIONI ZURIGHESI1

Prima che Leopardi si creasse un mondo proprio, ebbe il suo noviziato. A questa prima epoca corrispondono le sue prime canzoni. La canzone All’Italia fu il primo suo fiore poetico, e destò grande aspettazione.

Manca a questa canzone un contenuto positivo, il quale, come nella canzone petrarchesca, si vada variamente sviluppando. L’Italia è una negazione, ed anche il negativo non ha alcuna qualità o carattere, rimane vago, insino a che alla terza stanza s’insterilisce, e il soggetto scompare, e l’Italia si va a perdere nella Grecia.

La quale vacuità di contenuto è resa maggiore dall’astratta situazione in cui si trova l’artista. È una canzone scritta nel [p. 305 modifica]silenzio del gabinetto, senza occasione, senza avvenimenti; il generale non trova un concreto, nel quale si determini.

La forma, mancando di una materia da elaborare, si gitta sul di fuori e va al rettorico. Indi la personificazione della prima stanza, le due finzioni rettoriche delle due stanze seguenti, le descrizioni, cioè a dire lo sviluppo esterno e superficiale di ciascun oggetto che si presenta, e di conserva con tutto questo le ripetizioni, le interrogazioni, gli epiteti assoluti, una falsa profusione che simula la vita ed il calore. Ma già in questa canzone si vedono le tracce di un grande ingegno. Ci è la forma senza la materia, ma una forma possente che qua e là se ne crea una. Così isterilitosi il soggetto, è profondamente tragico quel subito obblio dell’Italia e di sé stesso, quel ceder la lira a Simonide, e cantare una patria migliore. Ciò che domina nella canzone è l’immaginazione che converte tutto in immagini, con facilità, con ricchezza, ma senza quella profondità che genera la temperanza. Il lettore si arresta però alla descrizione del combattimento dei Trecento, dove, salvo il paragone rettorico del leone, tutto è pieno di freschezza e di vita, è profondo, e a quell’erompere di grida entusiastiche nel punto in cui i guerrieri cadono. Ci è la simulazione della forza, e la forza non è il proprio del Leopardi. Al contrario vedi qua e là farsi viva quella disposizione agli affetti teneri e delicati che lo ha fatto sì grande, come alla fine della terza stanza ed alla fine della quinta.

Quanto ai pensieri, sono la più parte triti, e qualcuno concettoso, come il «morendo si sottrasse da morte», e come l’Italia nata a vincer le genti «e nella fausta sorte e nella ria». L’ultima stanza contiene uno di quei pensieri originali che annunziano la meditazione e l’elevatezza dell’animo. Volgarmente si dice che la poesia eterna le grandi azioni. Per Simonide il grande uomo è colui che fa; e sente invidia per i Trecento e desiderio di imitarli; e si augura che la sua fama duri quanto la loro. Si vede nel giovine poeta giá una gran pratica del verso, molta facilità, niente ancora di proprio: ci è del Petrarca, del Filicaia e del Metastasio.

La seconda canzone è magnifica di argomento; dovrebbe [p. 306 modifica]sere un monumento innalzato a Dante con la penna, come a Firenze glielo innalzavano con la pietra. Ma Dante rimane un pretesto, e la canzone è il suono affievolito dell’antecedente, un ritorno dello stesso contenuto negativo e degli stessi fatti e pensieri.

Nella terza canzone il contenuto diviene positivo. La scoperta di Angelo Mai appare come la risurrezione dei nostri maggiori, in suono di rimprovero o di esortazioni in tanta nostra corruzione. Quindi il concetto è un’antitesi tra l’Italia passata da Dante a noi, l’Italia quale la lasciò il Petrarca, ed il presente. La prima è rappresentata in una specie di Pantheon, nel quale comparisce una serie di grandi uomini. Ma ciascuna apparizione provoca nel poeta un ritorno al presente; e qui comparisce la prima volta un contenuto originale, il presentimento del mondo leopardiano. Lo stato presente è la morte della poesia, lo sparire di tutti quegli ideali che sono lo scopo della vita, e di tutte quelle finzioni sostituite alla scienza che abbellivano il mondo. Quell’ideale e quel reale è sparito; sparito il mondo pagano; sparito il mondo cavalleresco, e non vi è succeduto nulla. Rimane per l’anima il vuoto, e quindi la noia, che è il sentimento di questo vuoto. Questo concetto viene analizzato in antitesi col passato. Dante e Petrarca furono i poeti del dolore; ed il dolore è men tristo della noia. Colombo ingrandì il mondo in apparenza, ma in effetti lo rimpiccolì, togliendolo all’illimitato dell’immaginazione. A Ludovico Ariosto si trova in opposizione la fine del mondo cavalleresco. E già questo vuoto della vita penetra nell’anima di Torquato; eppure a quel mondo che parve sì prosaico al Tasso, il poeta contrappone il presente assai peggiorato, dove non si troverebbe chi gli apprestasse il lauro. In Alfieri, mancata la poesia dell’azione, rimane la poesia della parola, una lotta contro il presente, nella quale resta solo.

Questo contenuto non è ancora intero, non ha ancora contorni, fluttua nella mente del poeta senza aver trovato un punto d’appoggio. Non è ancora calato nell’anima; il poeta lo rappresenta come spettatore, non come vittima. Non è ancora realizzato; rimane nella sua generalità filosofica. Né ancora il poeta [p. 307 modifica]ha trovato la forma che gli conviene; ci si vede ancora una falsa abbondanza; delle immagini proprie affogate in mezzo ad altre comuni; delle finzioni rettoriche; la parola oltrepassante il concetto.

Nella canzone predetta sotto il mondo apparente ce n’è un altro ancora, a frammenti, presentimento del mondo leopardiano. Il mondo apparente è il mondo politico, base della risorgente poesia italiana, dell’Alfieri e del Parini, del Monti, del Foscolo ecc. L’uomo vi è considerato come cittadino; nella donna prevale il tipo spartano o romano; il giovine Leopardi cominciò con riprodurre questo stesso mondo; c’è in lui il concetto d’Alfieri con la forma di Vincenzo Monti. Nella canzone a Paolina comparisce la donna come Alfieri la voleva, secondo il tipo a cui si conformarono le donne repubblicane di quel tempo.

In questo mondo politico ci è un fondo reale nel sentimento; ci senti l’amore della libertà e l’odio della tirannide, sopra tutto l’amore della virtù congiunta con un’alta idea della dignità umana. La poesia ha un nobile incesso, gravi e magnifiche sentenze. Ma in questo mondo non c’è alcuna coerenza d’idee; ci trovi reminiscenze classiche o cristiane congiunte con le nuove idee della filosofia volteriana. C’è l’antico e il nuovo, talora in contrasto, spesso estranei. Il Leopardi si è sollevato arditamente al mondo nuovo, come esisteva allora nella coscienza delle classi colte, rigettando arditamente fuori di esso tutto il resto, ed abbracciandolo nello sua totalità con mirabile coesione. La filosofia avea distrutto il dogma fondamentale del passato, il dogma della caduta e della redenzione dell’uomo, e non vi avea sostituita nessuna altra spiegazione. Ritornavano dunque in campo le formidabili domande: — Chi siamo noi? d’onde veniamo? dove andiamo? — . Domande che si trovano in fondo a tutte le religioni e a tutte le metafisiche. La risposta del Leopardi è il mistero. La natura si ravvolge nel suo velo come se fosse il primo giorno della creazione, e come se non fosse stata mai interrogata dall’uomo. Accanto al mistero rimane una cosa sola, di cui abbiamo il perfetto sentimento, il male, e quindi il dolore. L’uomo, nelle condizioni di finito e di limite nelle quali è stato posto, è [p. 308 modifica]fatalmente condannato al male ed al dolore. Quale ne è la causa? Come dalla somma sapienza può nascere l’ignoranza, dalla somma bellezza il brutto, dalla somma bontà il male. Rimane di affermativo un semplice fatto, e tutto il resto è mistero.

«Arcano è tutto, Fuor che il nostro dolor». Con questa base la vita non ha più scopo; tutti gli ideali a cui ella per il passato si è rivolta, sono ombre, illusioni; il sentimento di questo vuoto è la noia. Rimane una negazione universale, il cui sentimento è il dolore e la noia. Ora l’universo così concepito produce una serie nuova d’immagini e di sentimenti, di cui il Leopardi ha trovato il segreto.

Nel Bruto minore spunta il nuovo uomo del Leopardi, e nella Saffo la sua donna.

Nel Bruto sotto la catastrofe dell’uomo ci è inchiusa la catastrofe dell’antica civiltà, la rovina dell’antica Roma. Questo immenso fatto cambia tutte le idee ordinarie che Bruto avea della vita. Giove si trasforma in un tiranno che si compiace di opprimere i giusti; la virtù e tutto ciò che l’uomo onora sulla terra, diviene un vano nome. Fin qui Bruto si rivolta contro delle idee invisibili; ci è il sentimento, ma non ci è il plastico. Ma la poesia, trasformando Giove nella natura, attinge il fenomeno. L’indifferenza del fato è rappresentata sensibilmente nelle leggi meccaniche che governano la natura e che la rendono affatto indipendente dalle sorti umane. Ma l’uomo, zimbello del fato, della natura e della fortuna, s’innalza al di sopra di loro per la libertà infinita dell’anima, per la quale l’uomo si può, togliendosi la vita, affrancare dal giogo. Bruto gitta da sé tutti i conforti ordinarii dei morenti, si mette fuori di Giove e della legge, e rimane nell’orgoglio della sua solitudine.

Nella Saffo lo stesso concetto è modificato secondo il carattere femminile. L’orizzonte di Bruto è larghissimo; quello di Saffo è ristretto nella vita privata. Per Bruto il mistero è la caduta della libertà ed il trionfo della barbarie; per Saffo è il trionfo delle qualità materiali sulle spirituali, della bellezza, potenza, ricchezza, ecc., sulla bontà, la virtù, l’ingegno, ecc.; e, calando nella sua individualità, è propriamente la preminenza [p. 309 modifica]che gli uomini danno alla bellezza sull’ingegno. Questo concetto è sviluppato anche femminilmente. La bellezza della natura la commuove; dalla donna disperata esce fuori la poetessa. Indi viene un malinconico ritorno in sé stessa: vede la natura sì bella e sé brutta. Le pare che, come è dispregiata da Faone, sia dispregiata da tutto il mondo, che il margine ed il sole rida ma non a lei, che gli uccelli salutino ma non lei, che il rivo la fugga. Il sentimento è anch’esso femminile. Saffo si eleva al concetto della miseria e del mistero della vita; ma non accusa, non si rivolta; Giove è per essa sempre il padre; ci è una malinconica rassegnazione congiunta con una leggerissima ironia. Saffo non muore per affrancarsi da Giove; muore per liberarsi dalla bruttezza del corpo e perché senza Faone non può vivere: muore come donna e come amante. Le sue ultime parole non sono accenti feroci di disperazione, ma una specie di canto funebre e stanco.

Dopo, Leopardi si esercitò a sottomettersi il verso: di che rimangono i suoi frammenti. Il che nota il passaggio ad una forma e ad un contenuto più perfetto. Il tipo della forma adoperata nel Bruto e in parte nella Saffo è il latino: periodi lunghi, collocazione artificiosa, scelta di parole, verso lungo e imitativo, con poche interruzioni di settenari e di rime.

La forma si stacca dal pensiero e chiama l’attenzione in sé. Ora, il progresso del Leopardi è nell’annullamento della forma, di modo che l’istrumento sparisce ed il pensiero passa direttamente. Nel tempo stesso, il contenuto si disacerba; la situazione esce da quella tensione che si sente in Bruto e Saffo; il mistero e la miseria della vita sono considerati come lo stato naturale dell’uomo, contro il quale non vale insorgere; onde penetra nel contenuto una certa rassegnazione tranquilla come sentimento ed una graziosa semplicità come forma. Di che fa fede il frammento sulla foglia, la poesia Alla luna e sopra tutto l’altra del Pastore errante.

Il mondo è quale pare a Bruto ed a Saffo nel delirio della disperazione; il mondo è quale appare al pastore nel sommo dell’ignoranza. Ci è un concetto assoluto sotto un’apparenza [p. 310 modifica]subbiettiva. Il pastore con la sua ignoranza riabbellisce il mondo, lo ripopola di apparenze, restituendo il modo primitivo di rappresentar la natura, così caro presso Omero. Nel tempo stesso accanto all’antica plastica rinasce l’antica serenità di animo anche in mezzo al dolore. Niente vi è affermato; tutto vi pende e vi trema innanzi, accompagnato con una perfetta grazia e semplicità; il fanciullesco dell’età primitive si riproduce nel plastico, nel sentimento e nella forma tecnica.

Questo mondo finora è solo negativo; ma il Leopardi ricrea col sentimento quello che ha distrutto con la ragione; e ritorna in questo mondo l’antico ideale con tutto il suo corteggio di passioni sotto il nome di amore. Il Leopardi esprime con la più viva passione e con molta forza plastica l’ideale, specialmente nel Pensiero dominante e nella canzone Alla sua donna; se non che il cuore non può liberarlo dalla ragione; ed in certi momenti ritorna nella disperazione di Bruto, come nei versi A sé stesso; ma la sua poesia tocca la perfezione quando il contenuto vi sta in intero; quando forma ed accarezza l’immagine per distruggerla di un colpo. Tale è Amore e morte, e la Nerina, e la Silvia, e il Consalvo; tale è Aspasia. In quest’ultima poesia comincia però a penetrare un po’ di amarezza, ed una certa ironia fredda nelle altre con un filosofare troppo scoperto vi annunziano che la poesia muore nella sua anima. Muore allora il poeta e nasce il prosatore.

  1. Riporto qui in nota la parte iniziale di queste lezioni collegate, attraverso queste poche frasi, al corso petrarchesco di cui le quattro lezioni leopardiane erano aggiunta a completamento del semestre.
        «Non abbiamo veduto che un lato del Petrarca; morta Laura, e lui attempato, si sviluppa in esso quel tenero, quel delicato, che è la vera sua corda; la scienza sparisce del tutto; succede il rêve e la visione e il sogno. Ora Laura è divenuta la donna della lirica italiana. Ciascun petrarchista si è sforzato di toglierla dal sepolcro e ridarle vita. In effetti ciascuno ti presenta una Laura con le apparenze petrarchesche, quegli occhi, quei capelli, quei risi; ma quella Laura è ben morta; ed appunto perché vogliono riprodurre quella, i loro sforzi sono vani. Laura è rediviva innanzi a Giacomo Leopardi, Laura più ricca, e con diverse condizioni di esistenza. Questa Laura è sotto l’apparenza di donna tutto ciò che fa battere il nostro cuore, patria, amore, libertà, virtù ecc. Rinasce per morire con eterna vicenda, è l’eterno diventare, la caducità e la vacuità di tutte le cose».